Si riaccendono gli scontri, in realtà mai spenti, tra le varie
milizie impegnate in Libia in una vera e propria guerra civile. Ai due
governi e due parlamenti, uno a Tobruk – quello ufficiale – e uno a
Tripoli – quello islamista – e con le milizie dell’ex generale Haftar
attive a Bengasi, ora si aggiungono le bombe egiziane. La personale
guerra del presidente egiziano al-Sisi contro l’Isis e le sue diramazioni
passa per la Libia.
Già ieri erano ripresi gli scontri a Bengasi, città ribelle
della Cirenaica, dopo l’annuncio di Haftar che il giorno prima aveva
promesso di “liberare” la città dai terroristi, ovvero i gruppi
islamisti contro cui ha iniziato la sua crociata la scorsa primavera, la
cosiddetta “Operazione Dignità”. Ieri le esplosioni hanno
risuonato per la città, mentre gli aerei delle forze militari di Haftar
colpivano target delle Brigate dei Martiri del 17 Febbraio nella parte
est di Bengasi. Il gruppo è parte del Consiglio della Shura dei
Rivoluzionari di Bengasi, coalizione alleata a Ansar
al-Sharia,organizzazione qaedista che controlla gran parte della città.
Contro Ansar al-Sharia è partita la nuova offensiva di Haftar. La
situazione è molto tesa, soprattutto nei pressi dell’aeroporto di
Benina, poco fuori Bengasi. Sarebbero 22 le vittime nella città della
Cirenaica nelle ultime 48 ore. Anche il governo di Tobruk,
guidato da premier Abdullah al-Thinni, vuole fare la sua parte: il primo
ministro ha detto alla stampa che la battaglia di Bengasi è gestita dal
nuovo capo di Stato maggiore. Non è quindi un’iniziativa
solitaria di Haftar, specifica il governo di Tobruk, perché “tutte le
operazioni militari sono sotto l’ombrello dello Stato e della sua
leadership militare”.
Nel frattempo dal cielo di Bengasi piovevano anche le bombe del Cairo: due
funzionari governativi in condizioni di anonimato hanno annunciato il
lancio dell’operazione aerea egiziana che, hanno aggiunto, durerà tra i
tre e i sei mesi, coinvolgerà la Marina egiziana al largo di Tobruk e si
allargherà all’addestramento di truppe locali da parte dell’esercito
del Cairo. Il presidente al-Sisi aveva annunciato lo scorso
mese l’intenzione di intervenire in Libia, facendola rientrare nella più
ampia campagna globale anti-Isis e anti-terrore lanciata dagli Usa. Già
attivo nella Penisola del Sinai contro i miliziani di Ansar Beit
al-Maqdis, gruppo jihadista entrato nelle file dello Stato Islamico, ha
subito ricevuto il dovuto premio dalla Casa Bianca. Messi da
parte tutti i potenziali dubbi sullo scarso rispetto dei diritti umani e
delle libertà fondamentali dell’Egitto post-golpe, gli Stati Uniti
hanno sbloccato 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari e hanno
inviato i primi 10 elicotteri Apache previsti dal programma.
Le bombe sulla Libia, fanno sapere i funzionari egiziani, sono state
richieste dal governo di Tobruk: “Questa è una battaglia per l’Egitto,
non per la Libia. L’Egitto è stato il primo paese della regione ad
avvertire della minaccia terroristica e a combatterla”. Al-Sisi aveva
parlato di un prossimo coinvolgimento egiziano in Libia lo scorso 9
ottobre in un incontro con al-Thinni.
Dietro sta la chiara intenzione egiziana di riassumere il ruolo di
leader in Medio Oriente e di riguadagnarsi un posto stabile nel balletto
delle alleanze occidentali, nella convinzione che la Libia sia
diventata il terreno di scontro per procura dei due schieramenti:
Turchia e Qatar al fianco degli islamisti, contro Egitto e Arabia
Saudita che lavorano per piegare la Fratellanza. Obiettivo
primario del Cairo è schiacciare definitivamente i gruppi islamisti,
Fratellanza Musulmana in testa, che da un anno è il target principale
della presidenza al-Sisi.
Fonte
Incredibile l'equilibrismo con cui Obama riesce a dividersi tra gli islamisti da una parte e i generalissimi dall'altra. Quella odierna è davvero l'epoca in cui le contraddizioni laceranti si fanno sistema, non solo in economia.
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