di Chiara Cruciati
Mentre in Europa la
Russia è a un passo dalla guerra, nel mondo arabo Putin rafforza i
legami economici necessari all’influenza politica. Ieri la firma
posta all’accordo preliminare con l’Egitto per la costruzione di un
impianto di energia nucleare è l’ultimo passo di un percorso di
relazioni economiche sempre più solide: un 80% in più di scambi in un anno tra Mosca e il Cairo di al-Sisi, ha detto ieri il presidente russo in conferenza stampa.
L’ultimo round di accordi energetici e commerciali prevedrà, tra gli
altri, proprio la costruzione nella città settentrionale di El-Dabaa di
un impianto di produzione di energia nucleare da parte della Russia, che
fornirà anche addestramento per lo staff egiziano e ricerca
scientifica. Dell’impianto se ne parlò già nel 2013, quando il Ministero
degli Esteri russo, interpellato a proposito, promise di coprire l’85%
delle spese previste. Un progetto fondamentale al paese: l’Egitto vive spesso crisi energetiche, tagli e blackout, soprattutto nelle aree più marginalizzate.
Secondo gli standard internazionali sono necessari 2 kilowattora per
persona, quando in Egitto la popolazione godeva di 1.74 kWh nel 2011 e
1.3 kWh lo scorso anno.
Eppure c’è chi non nasconde le critiche: secondo esperti di energia
nucleare, tra cui il russo Ostretsov, scienziato e membro dello staff
del ministero russo dell’Energia durante Chernobyl, intervistato da Daily News Egypt, per
poter essere sostenibile un tale impianto dovrebbe produrre in
autonomia l’uranio, come intende fare l’Iran. Per farlo dovrà guardare
fuori, visto che le risorse interne non sono sufficienti. Cina e Russia
sono già alla porta.
Ma non solo energia. Tra i memorandum firmati da Mosca e Il Cairo
negli ultimi due giorni c’è pure un consistente accordo militare, di cui
però le due parti non hanno ancora fornito dettagli. Al-Sisi ha
sottolineato – se mai a qualcuno fosse sfuggito – quanto centrale sia
la lotta al terrorismo di matrice islamica, una categoria ampia
all’interno della quale il presidente egiziano infila tutti, dall’Isis
ad Hamas ai Fratelli Musulmani. Ovvero tutti quelli che è conveniente combattere.
Si torna così ai vecchi tempi: negli anni ‘50 e ’60 l’Unione
Sovietica fu il principale importatore di armi in Egitto (nell’ambito
della strategia anti-imperialista), una cooperazione interrotta con il
presidente Sadat, la sua normalizzazione dei rapporti con gli Usa, la
firma del trattato di pace con Israele e quindi l’arrivo del fiume di
denaro statunitense.
La situazione nel post-Mubarak (fedele amico della Casa Bianca) oggi è
cambiata, seppure già nel decennio scorso la Russia sia diventata il
secondo importatore di armi al Cairo: lo scorso anno, nei mesi
bui del congelamento dei fondi Usa, la Russia fu vicina a firmare con
l’Egitto un accordo da 3 miliardi di dollari per la fornitura di
missili, jet da guerra e elicotteri militari. Con l’avanzata
dello Stato Islamico, Washington aveva ovviamente preferito avere
l’Egitto nella coalizione piuttosto che rimbrottare al-Sisi per le
costanti violazioni dei diritti umani. Ecco così rispuntare dal cilindro
il miliardo e mezzo di dollari l’anno di aiuti militari. E l’accordo
con Mosca fu sospeso.
L’Egitto si guarda però intorno e tenta di slegarsi dalla
univoca relazione con gli Usa: guarda alla Russia, guarda alla Cina con
cui i rapporti commerciali aumentano costantemente, guarda al Golfo da
cui ha ricevuto consistenti aiuti per il soffocamento della Fratellanza.
Da parte sua la Russia non ha mai nascosto l’intenzione di tornare a
rivestire il ruolo di super potenza internazionale, e lo fa in Medio
Oriente dove è diventata il riferimento diplomatico della Siria e ha
impedito l’attacco Usa a Damasco.
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