di Roberto Prinzi
Seppur “moderata” e “democratica”
come la stampa occidentale la presenta, quando si tratta di denaro
anche la Giordania di re Abdallah II e della regina Rania non è meno
repressiva di altri stati della regione. Una corte giordana ha infatti
condannato ieri Zaki Bani Rushaid, vice capo del ramo giordano della
Fratellanza Musulmana, a 18 mesi di prigione per aver criticato gli
Emirati Arabi Uniti sui social media. Bani Rushaid è stato arrestato lo
scorso mese perché aveva osato dire che i governati degli Emirati non
hanno alcuna legittimità popolare e servono solo gli interessi di
Israele avendo un ruolo di primo piano nel reprimere l’Islam politico.
Un crimine intollerabile in un Paese, come quello giordano,
che ha proprio nell’alleato del Golfo uno dei suoi principali
sostenitori finanziari. Alcuni politici locali, che hanno preferito
restare anonimi , sostengono che sia l’arresto sia la sentenza siano
dovuti alle pressioni esercitate dallo stato della penisola araba.
Lo scorso mese gli Emirati avevano messo fuori legge una ottantina di
organizzazioni e di gruppi islamici definendoli “terroristi”
presentandoli come “minaccia alla sicurezza” dello stato. La decisione
aveva subito scatenato le ire del ramo giordano della Fratellanza e
quelle, ovviamente, di Bani Rushaid.
Nel regno hashemita i Fratelli musulmani sono la principale
forza di opposizione al governo di re ‘Abdallah II e operano da decenni
in modo legale avendo un ampio sostegno popolare. Il movimento
islamista giordano, rappresentato politicamente dal Fronte di azione
islamica, ha legami ideologici con la Fratellanza egiziana, messa al
bando dal Cairo nel dicembre del 2013. Tuttavia, i due gruppi non sono
direttamente affiliati.
L’arresto del secondo uomo del partito islamista aveva scatenato lo
scorso mese le proteste degli attivisti dei diritti umani preoccupati
dal duro giro di vite delle autorità locali verso coloro che manifestano
le proprie opinioni. Accuse pesanti erano state rivolte anche al
sistema giudiziario e ai suoi processi definiti “incostituzionali”. Ma
la sentenza emessa ieri, sebbene rappresenti un attacco grave alle
libertà di espressione dei cittadini, non sorprende più di tanto: non è la prima volta che Amman usa il pugno duro contro chi critica le monarchie del Golfo.
L’alleanza è un valore prezioso, soprattutto quando si parla di denaro. E qui, in
gioco, ci sono i milioni di dollari che i Paesi del Golfo inviano alle
casse giordane. Nel maggio del 2011, dopo 15 anni di attesa, la
Giordania (insieme al Marocco) è stata invitata ad unirsi al Consiglio
di Cooperazione del Golfo (GCC). Nel settembre dello stesso
anno fu presentato un piano economico quinquennale per i due paesi che,
sebbene sia stato preso in considerazione, non è stato ancora
implementato. I rapporti sono solidi e guai, pertanto, a rovinarli.
Ecco perché il re “moderato” giordano – che in queste ore si pone in
prima linea con l’Occidente nella lotta contro il “califfato” dello
Stato Islamico (Is) – appare così inflessibile verso coloro che
manifestano dissenso contro gli alleati. Eppure, se da un lato punisce
severamente il ramo della Fratellanza condannando uno dei suoi elementi
di spicco, dall’altro il sovrano ha mano leggera nei confronti di
minacce ben più pericolose. Qualche settimana fa, infatti, Amman
ha deciso di rilasciare Abu Mohammad al-Maqdisi (conosciuto anche come
Issam Taher al-Barqawi) noto jihadista nonché ex consigliere spirituale
del defunto leader di al-Qa’eda in Iraq Abu Mus’ab az-Zarqawi, il nemico
numero uno dei governi occidentali nei primi anni dell’invasione
irachena del 2003.
Un ottimo curriculum teoricamente da terrorista per gli standard
delle cancellerie occidentali, ma che, tuttavia, non ha indignato
affatto i governi europei. Al-Maqdisi, infatti, strenuo oppositore dello
Stato islamico, può essere una pedina preziosa nella battaglia contro i
miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi. La sua liberazione mira ad alimentare divisioni nella variegata galassia jihadista internazionale:
secondo Amman (e il suo padrino statunitense) i suoi attacchi frontali
all’autoproclamatosi “califfo” possono servire a erodere i consensi
all’interno del mondo islamico radicale (soprattutto degli aspiranti
jihadisti che vanno a combattere in Iraq e Siria).
Una battaglia, quella tra al-Qa’eda e Is, ufficialmente spirituale
che si basa su differenti interpretazioni del Corano e degli atti del
profeta Maometto (hadith). Ma che è principalmente terrena: conquistare l’egemonia nel mondo del radicalismo islamico, impossessarsi del brand della Jihad.
Un predominio su cui sembrava avesse un incontrastato copyright al-Qa’eda,
soprattutto nei primi anni del 2000. Ma che ora, nel caos siriano e
iracheno, pende nettamente a favore dei suoi amici/nemici dello “Stato
islamico”.
In questa lotta in cui non mancano colpi bassi, a pagare il prezzo
più caro è proprio la Fratellanza musulmana. Movimento islamico
“conservatore” – se questo termine viene inquadrato in una griglia
interpretativa occidentale – ma che assolutamente non può essere
considerato terrorista. E se nei giorni passati la Fratellanza ha
incassato le parole distensive di un ex membro del Consiglio della Shura
saudita (Ahmed at-Tuwajiri) – secondo cui Riyad non ha mai designato i
Fratelli musulmani come organizzazione terroristica – continua durissima
e nell’indifferenza della comunità internazionale la repressione del
ramo egiziano del movimento islamico. Ieri un tribunale egiziano ha
messo sotto processo l’ex presidente islamista Mohammed Morsi perché “ha
messo in pericolo la sicurezza nazionale rivelando segreti e fornendo
documenti sensibili al Qatar”.
Secondo quanto riferisce la stampa egiziana, Morsi – deposto
nell’estate del 2013 da un colpo militare e accusato in questo processo
insieme ad altre 10 persone – avrebbe commentato sprezzante il
provvedimento giudiziario aperto contro di lui: “Questa corte non
rappresenta nulla per me”. Sarà, ma se dovesse essere ritenuto
colpevole, potrebbe essere punito con la pena capitale. L’ex presidente è
attualmente in prigione insieme a migliaia di membri e sostenitori
della Fratellanza musulmana che, in centinaia, hanno già ricevuto
condanne capitali per accuse differenti.
Secondo il pubblico ministero, gli assistenti di Morsi avrebbero
passato all’Intelligence qatariota alcuni documenti che indicavano il
luogo e il tipo di armi possedute dalle forze armate egiziane fornendo,
inoltre, dettagliate informazioni circa la politica interna ed estera
del Cairo. Un vero e proprio tradimento visto i rapporti non idilliaci
tra i due paesi. Le relazioni tra Qatar ed Egitto – floride al
tempo di Morsi – si sono fatte tese da quando è salito al potere nel
2013 con un colpo militare l’ex capo dell’esercito ‘Abd al-Fattah
as-Sisi. Nemico giurato dei Fratelli Musulmani, as-Sisi ha completamente
modificato la mappa delle alleanze politiche del Paese tagliando i
contatti (almeno ufficialmente) con chi sostiene il gruppo islamista.
Tra questi, dunque, anche Doha sponsor internazionale della Fratellanza.
Ma l’attuale presidente si vuole mostrare forte non solo con i nemici
in patria, ma anche con quelli all’estero. E così, alla barbara
decapitazione di 21 egiziani copti compiuta ieri dallo Stato islamico in
Libia, è seguita subito stamane la pronta risposta del Cairo. Secondo l’esercito
egiziano, aerei da combattimento del Cairo avrebbero colpito in Libia
campi di addestramento e depositi di armi appartenenti all’Isis.
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