di Sonia Grieco
Il 9 febbraio il
distretto di Mansura, ad Aden, è stato teatro di scontri armati per le
strade tra le truppe fedeli al presidente yemenita Abd Rabbuh Mansur
Hadi e miliziani jihadisti, mentre gli elicotteri Apache della
coalizione a guida saudita fornivano la copertura aerea all’esercito
governativo. L’obiettivo era stanare le decine di uomini armati,
appartenenti sia ad Al Qaeda sia all’Isis, rintanati nel quartiere,
hanno spiegato funzionari locali. Ma non è sempre chiaro chi combatte
per le strade di Aden.
L’instabilità e il caos ad Aden, nel Sud dello Yemen, stanno
trasformando quello che è considerato il maggiore successo della
coalizione anti-Houthi in una minaccia alla sua campagna militare nel
Paese, iniziata a fine marzo dell’anno scorso. A luglio i
ribelli Ansarullah, comunemente conosciuti come Houthi, legati all’Iran e
alleatisi con gli ex nemici del General People’s Congress dell’ex
presidente Ali Abdullah Saleh, sono stati ricacciati dalla strategica
città portuale, ma questo non ha significato stabilità e pieno controllo
della zona. Negli ultimi sette mesi le violenze sono state continue ad
Aden, dove la filiale yemenita di Al Qaeda (Aqap) e quella dell’Isis
hanno approfittato della guerra civile per guadagnare terreno, e fanno
sentire la propria presenza.
IL DOMINIO DI AL QAEDA AL SUD E GLI ATTENTATI DELL’ISIS
Aqap controlla diverse zone meridionali, città rilevanti, come
Mukalla, e molti distretti di Aden. Inoltre, le sue bandiere nere
sventolano su numerosi villaggi a est della città. Anche l’Isis è
presente e il 28 gennaio scorso ha rivendicato un attentato con
un’autobomba (sette morti) a un check point vicino al palazzo
presidenziale dove risiede Hadi. Il presidente è tornato ad Aden
(eletta capitale temporanea) a novembre, qualche mese dopo la cacciata
degli Houthi che adesso occupano la capitale yemenita Sana’a e le aree
settentrionali, ma non ne ha il pieno controllo e, a quanto pare, di
rado si avventura fuori dal palazzo. Secondo testimonianze dei
cittadini riportate dai media, le truppe della coalizione, formate in
maggioranza da soldati degli Emirati Arabi Uniti, si vedono raramente
per strada, restano nelle basi e nelle caserme e in pochi sono
fiduciosi che la situazione della sicurezza migliori.
Nel solo mese di dicembre sono stati uccisi il governatore di Aden
(ha rivendicato l’Isis), tornato dall’esilio saudita a settembre; un
capo militare del movimento secessionista del Sud, che continua ad
anelare l’indipendenza dal Nord (un ritorno allo status pre-1990); il
leader di una milizia che combatte al fianco delle truppe governative.
Gli assassini di politici, poliziotti, ufficiali, giudici sono
all’ordine del giorno. E la popolazione vive nella paura, vittima delle
continue violenze e delle minacce di diversi gruppi armati (ce ne sono
altri, oltre alle milizie di Aqap e dell’Isis) e dei raid della
coalizione, accusata da diverse organizzazioni internazionali di crimini di guerra.
La situazione non può restare così, ha spiegato alla Reuters il generale di brigata Ahmed Asseri,
portavoce della coalizione anti-Houthi: “Ci ritroveremo come in Libia,
in una situazione caotica. Penso che dobbiamo finire quello che abbiamo
iniziato, ristabilendo sicurezza e stabilità in Yemen”. Il ragionamento è
riferito alla situazione generale del conflitto, in stallo da mesi. Ma
per quanto riguarda Aden, Asseri ha detto che dietro gli
attacchi rivendicati dall’Isis in realtà ci sono Saleh e i suoi fedeli
che vogliono far sembrare il governo incapace di governare il Paese.
E in effetti il governo riconosciuto dalla cosiddetta comunità
internazionale non ha il pieno controllo delle zone riconquistate ai
ribelli Houthi, nonostante il massiccio impegno bellico della coalizione
guidata da Riad che sul terreno yemenita si sta confrontando a distanza
con Teheran e rischia di perderci la faccia. Non solo con gli
Ayatollah, ma anche con i sudditi meno entusiasti di dieci mesi fa
dell’intervento militare che sta drenando fiumi di denaro dalle casse
del regno e miete decine di vittime tra i soldati di re Salman.
STABILIZZARE ADEN PER DIMOSTRARE L’EFFICACIA DELL’INTERVENTO
Secondo gli analisti, Aden è una priorità, non solo perché si
affaccia sullo strategico golfo omonimo e per il contrasto al terrorismo
di stampo jihadista: stabilizzarla mostrerebbe l’efficacia della
campagna militare. L’impresa, però, non è semplice. Il braccio yemenita
di Al Qaeda è ben radicato al Sud dopo anni di presenza nel Paese,
sostanzialmente risparmiato dai raid della coalizione e per niente
fiaccato dai droni americani che continuano ad entrare in azione nei
cieli yemeniti. E anche la filiale yemenita dell’Isis si sta facendo
largo. Inoltre, nel caos proliferano anche altri gruppi armati.
LA PRESSIONE DEGLI HOUTHI AI CONFINI
Intanto, i principali nemici contro cui Riad è scesa in campo, gli
Houthi, che hanno stretto un’alleanza di convenienza con Saleh, hanno
alzato il tiro, attaccando l’Arabia Saudita direttamente in casa propria
con sempre più frequenti incursioni oltreconfine. Negli ultimi
giorni, l’antiaerea ha riferito di avere intercettato due missili
balistici sulle regioni sud-occidentali del regno di Jazan e di Asir.
A Sud, invece, i ribelli tengono d’assedio da tre mesi la città
yemenita di Taiz, bloccando l’accesso di viveri e farmaci, ha denunciato Amnesty International che accusa gli Houthi e i loro alleati di gravi violazioni del diritto internazionale.
AL NEGOZIATO SI PREFERISCE LA GUERRA. E LO YEMEN SI DISGREGA
In Yemen l’emergenza umanitaria di aggrava di giorno in giorno, con
violazioni e crimini commessi da tutti i belligeranti, foraggiati dalle
potenze straniere. Il conflitto è in stallo e l’impegno nei negoziati di
pace è quanto meno tiepido. Dopo quasi un anno di guerra,
nessuno dei contendenti è vicino alla vittoria, ma neanche alla
sconfitta, fa notare un’analisi dell’International Crisis Group, e di conseguenza c’è scarsa disponibilità al compromesso: tutti pensano di poter guadagnare terreno sul campo di battaglia.
Il Paese che sembra diviso in due zone, quella nord-occidentale sotto
il controllo degli Houthi e degli uomini di Saleh, e quella
sud-orientale nella mani della coalizione che sostiene Hadi, in realtà
si sta disgregando. Il vuoto di potere è colmato da Aqap, dall’Isis, dai separatisti del Sud e dalle milizie tribali e dai gruppi armati.
Il settarismo sta prendendo piede in un conflitto in cui sono in ballo
gli interessi strategici di potenze regionali e internazionali (Stati
Uniti, Gran Bretagna, Iran, ad esempio) e che minaccia la stabilità del
Golfo.
Durante il recente incontro con il segretario di Stato Usa, John Kerry, il ministro saudita degli Esteri, Adel Jubeir,
oltre ad offrire le truppe del regno per la Siria (altro e fondamentale
tassello della politica estera dei Saud), ha parlato della possibilità
di una ripresa del negoziato nelle prossime settimane per la soluzione
del conflitto in Yemen. Nessun impegno, solo la “speranza” di poter “forse riprendere un dialogo produttivo”. Per lo Yemen la strada è ancora lunga.
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