Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/04/2018

Brasile - Attentato contro Lula. Il fascismo minaccia il paese

Non è un titolo rischioso, affrettato. Il doppio attacco al corteo dell’ex presidente Lula da Silva a Paraná – prima con uova, poi direttamente con colpi di arma da fuoco – indica il momento drammatico che vive la democrazia in Brasile, poche settimane dopo l’assassinio dell’attivista per i diritti umani e femminista Marielle Franco a Rio de Janeiro.

In quale altro modo, se non come fascismo, è possibile catalogare l’estrema destra brasiliana che ha lo scopo di impadronirsi del potere prendendolo d’assalto con la candidatura di un militare in pensione, Jair Bolsonaro, oggi secondo nei sondaggi ma in crescita davanti al crollo della destra tradizionale brasiliana? In quale altro modo, se non come fascismo, possiamo caratterizzare il gruppo di fuorilegge che ha sparato alla carovana dell’uomo più importante della storia contemporanea del Brasile?

Il problema non sono i “cani sciolti” – se di questi si tratta – una ipotesi difficile da credere osservando l’organizzazione e la pianificazione dei fatti, ma anche il messaggio che proviene dai luoghi istituzionali. Lo stesso Bolsonaro, consapevole degli attacchi, li ha relativizzati nei social network con la frase “loro vittimizzano”.

Lo afferma chi ha votato il licenziamento di Dilma Rousseff rendendo omaggio al torturatore della ex presidente, in un grave disprezzo per la democrazia nel suo paese. Ancora più grave è la frase di chi è stato sconfitto da Lula in elezioni pulite e democratiche, come Gerardo Alckmin (PSDB), il quale ha dichiarato che “il PT raccoglie ciò che ha seminato”. Alckmin non è un uomo rimosso dalla politica; non è altro che il governatore dello stato di San Paulo. Le sue parole sono un pugnale per una democrazia seriamente danneggiata dal PSDB stesso, che pur scommettendo sul golpe parlamentare di Temer continua a crollare nei sondaggi.

A cosa punta l’estrema destra brasiliana con gli spari contro la carovana dell’ex presidente Lula? Punta a intimidire le organizzazioni e i movimenti sociali di fronte al probabile arresto dell’ex leader metallurgico (Lula, ndr). L’obiettivo fondamentale è mettere paura di fronte ad una sentenza chiaramente ingiusta, in un processo tanto vistoso come quello che ha portato alle dimissioni di Dilma Rousseff da Planalto (palazzo del governo, ndr).

Cosa stanno cercando Alckmin e PSDB con le loro sfortunate dichiarazioni? Naturalizzare la violenza politica contro i leader popolari, dopo che i mass media, soprattutto Rete Globo, Folha de Sao Paulo, hanno inoculato odio per anni contro Lula, Dilma e tutto ciò che è un’alternativa allo status quo che per secoli ha governato il paese.

Il Brasile corre il grave rischio di entrare in una fase di “messicanizzazione” della sua politica, con assassinii di leader politici, attacchi a leader popolari, tentativi di legittimare la violenza, la complicità di vari settori del potere. È la triste evoluzione di un colpo di stato parlamentare che, dal 2016, mantiene il Paese in un vero stato di emergenza, dove la condanna e la squalifica di Lula sono la seconda fase.

Nel frattempo UNASUR e CELAC, dopo l’arrivo al governo della destra in molti paesi del Cono Sud, non agiscono e l’Organizzazione degli Stati Americani – sempre asservita agli interessi esterni alla nostra regione – continua a parlare solo del Venezuela.

L’America Latina non può guardare dall’altra parte: si tratta di difendere ciò che resta della democrazia in Brasile, il paese più grande e più influente della regione – in termini politici ed economici – prima che sia troppo tardi, per loro e per tutti noi.

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01/04/2018

La logica del potere

La domanda è di grande attualità: come si determinano i meccanismi di accesso all’effettiva gestione del potere politico in tempi di società complessa, dove appaiono evidenti i limiti dei “corpi intermedi” e delle stesse formazioni di governo?

Come può essere possibile non confondere potere e governo, tanto più che il governo appare ormai esprimersi attraverso la formula a “bassa intensità” dell’obbligo alla governabilità quale fine esaustivo dell’agire politico?

L’interrogativo è d’obbligo, proprio in una fase in cui due soggetti come Lega e M5S, già etichettati a livello di analisi politica come “populisti”, hanno aperto una fase di confronto che dovrebbe, alla fine, sfociare nella formazione del nuovo governo della Repubblica (sempre che il M5S abbia davvero l’intenzione di provarci al governo: ma questo discorso farebbe parte, oggi come oggi, di una dietrologia che non deve far parte di un tentativo serio di analisi politica).

Da notare che in entrambi i soggetti in questione, Lega e M5S, non pare esprimersi una “volontà di governo” ma piuttosto una sorta di “bramosia del potere” (che poggia su di una concezione dell’agire politico che c’è più volte capitato di definire dell’“individualismo competitivo”).

Partiamo quindi dall’idea (al momento tutta da verificare) di un governo per la formazione del quale si misurino le due forze emergenti dal dato elettorale del 4 marzo 2018: Lega e M5S.

Un governo che, almeno nelle intenzioni dei possibili proponenti e stando al loro livello di proposta esplicitato in campagna elettorale, rappresenterebbe un vero e proprio punto di cesura rispetto alle dinamiche politiche che si erano espresse nel corso dell’ultimo ventennio.

Ultimo ventennio che, a partire dalla prima modifica della legge elettorale, era trascorso prima attraverso l’alternanza tra centro destra e centro sinistra, poi avendo al centro dell’azione dell’esecutivo la logica “modernizzante” del PD.

Il PD, nato a suo tempo sull’idea della “vocazione maggioritaria”, si è mosso in un primo tempo, sul piano del governo, all’indomani della “non vittoria” delle elezioni 2013 orientandosi in senso “europeista” e in un secondo tempo incentrando la sua azione sulla riforma delle istituzioni nel senso di uno spostamento dalla centralità del parlamento a quella del governo.

Un processo di riforma del resto già in atto da tempo (la cosiddetta”Costituzione materiale”) anche per via dell’emergere di una vocazione presidenzialista accentuata nel centro destra tra la fine degli anni’90 del XX secolo e del primo decennio del XXI. Vocazione presidenzialista ulteriormente definitasi con la gestione della Presidenza della Repubblica nei 9 anni di Giorgio Napolitano.

L’iniziativa del PD sulla riforma istituzionale posta sullo stesso terreno dove aveva già fallito la grande riforma del PSI negli anni’80, la commissione bicamerale presieduta da D’Alema alla fine degli anni ’90 e il progetto del centrodestra del 2006, è stata poi bocciata dal corpo elettorale anche per via di un’incauta manovra del gruppo dirigente democratico che portò, nell’occasione, al coagularsi di un fronte avversario sicuramente eterogeneo ma in grado di lasciare lo stesso PD assolutamente isolato.

Progetti falliti e comunque ormai superati dalla logica inesorabile del modificarsi delle condizioni politiche, quindi non più riproponibili (non soltanto per ragioni “tecniche”).

Torniamo allora alla domanda iniziale: quale potrebbe essere la “logica del potere” sulla base della quale potrebbe nascere non tanto e non solo un nuovo governo, ma un’intera fase politica mossa da logiche affatto diverse, se non alternative, rispetto al recente passato?

Per rispondere efficacemente è necessario ricostruire subito il quadro generale, ponendoci un ulteriore interrogativo: è ancora valido il fenomeno della “personalizzazione” della politica che appariva ormai giunto a sfiorare livelli preoccupanti in un rapporto tra il “capo” e le “masse”. Rapporto tra “capo” e masse” veicolato soltanto dal mezzo televisivo e/o dal web?

Un processo di personalizzazione della politica attraverso il quale sembrava realizzarsi un inquietante e per certi versi paradossale “dialogo” diretto tra il “politico” e la folla (uso il termine “folla” non a caso. Lo adopero nello stesso senso in cui lo usò Luigi Longo intervenendo alla prima direzione del PCI riunificato tra Sud e Nord, all’indomani della Liberazione; nel senso cioè di “folla indistinta”.)

Contestualmente all’emergere di questo fenomeno, e ci sarebbe da aggiungere quasi naturalmente, apparivano cambiati profondamente i partiti politici, ormai svuotati dalla partecipazione di iscritti e militanti ridotti al rango di “fruitori di eventi” (nel caso le cosiddette “primarie”).

Partiti politici trasformatisi in alcuni casi in “partiti personali elettorali” e in altri in una forma particolare del “partito acchiappatutti”: un modello questo che nella realtà del caso italiano appare molto più informe nella sua struttura e molto più caotico nella sua organizzazione di quanto non fosse stato immaginato nel momento della sua teorizzazione quale punto possibile di superamento del “partito di massa”.

Mentre la Lega mantiene le caratteristiche del partito incentrato sulla personalizzazione raccolta attorno al leader (senza però le caratteristiche del “proprietario”), il M5S appare come il prototipo di un ritorno all’all catch party, con la variante dell’uso della democrazia diretta realizzata attraverso il web quale vero e proprio “imprinting” del nuovo soggetto politico (“imprinting” offerto anche come modello all’intero sistema).

Sarà bene intenderci subito su di un’affermazione essenziale: la democrazia non è possibile senza partiti politici, perché il “pluralismo si esprime anche in organizzazioni stabili, durature, diffuse, che si chiamano – appunto – partiti” (Kelsen 1929, trad.it. 1966.) I partiti svolgono funzioni non assolvibili da nessun’altra organizzazione e non soltanto dal punto di vista della promozione elettorale, ma anche nei compiti oggi largamente disattesi se non del tutto ignorati della partecipazione alla vita pubblica, della formulazione di programmi, ai compiti di acculturazione di massa e di vera e propria integrazione sociale.

Partiti che, invece, oggi sembrano vivere (anche a livello locale) ormai soltanto attorno a due fattori determinanti: il potere si spesa e quello di nomina.

Potere di spesa e potere di nomina questo il vero e proprio crocevia sul quale realizzare, nei tempi moderni, l’incontro di governo: potere di spesa limitato, nella fattispecie, dal quadro europeo che comunque nel corso di questi anni attraverso la BCE e il suo Quantitative Easing ha offerto una sponda molto rilevante, imponendo però restrizioni nette su altri versanti.

In questo senso Lega e M5S si trovano davanti alla loro strada la necessità di costruire un’élite in grado di dialogare con quei livelli di potere “esterno” che condizionano potere di nomina e potere di spesa: nel primo caso le lobby operanti all’interno (lobby di varia natura, anche occulta) e all’esterno, nello specifico sul piano europeo, nel secondo caso.

Servirebbe scoprire l’elemento fondante di un possibile aggiornamento della “teoria delle élite”, da ricostruire come soggetto di riferimento verso la società da riordinare nel senso del “blocco storico”.

L’idea di recupero della soggettività politica, del partito, dovrebbe proprio ripartire da lì: dall’èlite riconosciuta da un blocco sociale di suo effettivo riferimento.

Un orientamento, in questo senso, lo indica già, per tornare agli autori “classici”, lo stesso Vilfredo Pareto, allorquando individua nell’eterogeneità sociale il costruirsi di una dicotomia ”stabile” tra una classe superiore e una classe inferiore e indica l’unica possibilità per ritrovare i migliori nelle posizioni di vertice nel continuo ricambio delle élite e al passaggio di individui da una classe all’altra (Sola, 2000).

Tocca però ad Antonio Gramsci costruire sul piano teorico la nozione di élite, partendo dall’insoddisfazione per la definizione coniata da Gaetano Mosca di “classe politica”.

Al pensatore sardo (“Quaderni del carcere” volume III, edizione Einaudi 1975) la definizione “classe politica” (concetto contro il quale sia Lega, sia M5S hanno costruito parte della loro fortuna elettorale, riducendolo nel contrasto al tema dei vitalizi e dell’andare alla Camera in autobus: quindi pericolosamente semplificatorio) appare “elastica e ondeggiante”, dal momento che “talvolta essa sembra sinonimo di classe media, altre volte è impiegata per indicare l’insieme delle classi possidenti, altre volte ancora fa riferimento alla “parte colta” della società o, più restrittivamente, al “personale politico” inteso come ceto parlamentare dello Stato”.

Per ovviare a questi inconvenienti e per ancorare la teoria delle élite alla metodologia marxiana e alla teoria delle classi, Gramsci, che pure utilizza in diverse occasioni il termine élite, propone di distinguere tra classe dirigente e classe dominante.

Ed è su questo punto che i due soggetti emergenti nell’Italia del 2018 rischiano un punto di deleteria confusione (deleteria almeno dal punto di vista dei loro progetti): il PD sotto quest’aspetto aveva ben scelto schierandosi nettamente dalla parte della classe dominante, anzi proponendosi come facilitatore nel sostegno delle logiche di dominio della stessa classe egemone almeno dal punto di vista della detenzione della ricchezza e del potere di indicare nominativamente quella che insistentemente si era auto definita come “classe dirigente”.

E’ l’intreccio tra “forza” e “consenso” che appare il punto debole della logica – sicuramente populista in termini classici – che ha portato Lega e M5S fino a realizzare il loro confronto sul tema del potere.

Premesso quindi che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale” Gramsci propone di chiamare classe dirigente quel gruppo che s’impone attraverso il consenso, ovvero esercita l’egemonia sugli altri gruppi sociali.

Viceversa è classe dominante quel gruppo che s’impone esclusivamente con la forza, con cui tende a liquidare o a sottomettere i propri avversari (forza che si può esercitare anche attraverso forzature costituzionali e non necessariamente attraverso la violenza).

Una classe può essere dominante e non dirigente oppure dirigente e non dominante.

Per Gramsci una classe politica può essere veramente tale se riesce a stabilire un corretto equilibrio nell’esercizio dell’egemonia: ed è questo un tema di grandissima attualità che sarebbe bene sottolineare con forza davanti all’opinione pubblica (non basta il 32% per sentirsi investiti direttamente dal “popolo” al destino di un esclusivo dominio).

Può così verificarsi facilmente lo “scivolamento in avanti” di una classe che intende essere dominante e non dirigente verso forme che sono state definite “fascismo senza dittatura” o “salazarismo soft” (come cercò di fare il governo Monti /Napolitano imponendo soluzioni unilateralmente drastiche proprio sul piano della materialità della vita quotidiana di larghi strati di popolazione pur non disponendo di alcuna forma di legittimazione popolare).

Il tema della costruzione delle élite è quindi strettamente connesso al tema dell’egemonia come conferma anche lo stesso teorico del “governo” Robert Dahl (1958) allorquando indica che: ”l’élite deve costituire un gruppo ben definito; le opinioni di questa élite debbono essere in contrasto con quelle di ogni altro possibile gruppo analogo; in tali casi, implicanti questioni politiche fondamentali le scelte dell’élite prevalgono regolarmente”.

E’ proprio l’ultima affermazione che ci riporta all’attualità perché è proprio l’assenza di capacità nell’individuare le questioni politiche fondamentali che impedisce la formazione stessa delle élite (mancando il presupposto indispensabile del “gruppo”) e di conseguenza la possibilità di far prevalere una tesi sull’altra proprio per l’assenza di definizione precisa dei termini di alternatività tra le tesi stesse.

Il tema del “reddito di cittadinanza”, indefinito per natura, è proprio quello più indicativo circa la difficoltà nel costruirvi attorno un confronto reale tra élite governante e soggetti sociali di riferimento.

Gli assunti di paradigma sui quali può poggiare il rinnovamento di una ricerca attorno alla costruzione di un’élite possono essere così definiti:

1) la politica è lotta per la preminenza e il potere va concepito come “sostanza” e non come “relazione”;

2) è necessario avere ben presente la distinzione tra potere reale e potere apparente; la lotta per il potere e l’attività politica in generale è fatto “minoritario” nella società;

3) la conquista, il mantenimento, la gestione del potere corrispondono alla capacità di coordinazione dei gruppi politici;

4) la società è una realtà irrimediabilmente eterogenea, gerarchica e conflittuale che non può essere raccolta e compresa nella genericità di indistinte (nel riferimento sociale) parole d’ordine.

Ci si deve, invece, soffermare sul ruolo che le idee, i miti e le dottrine assumono nel processo di legittimazione dell’autorità (a proposito, per esempio, della mistificante dottrina della “fine delle ideologie” propagandata fin dagli anni ’80 dai gruppi conservatori statunitensi e britannici).

In definitiva, il tratto essenziale della struttura di ogni società consiste nell’organizzazione dei rapporti che intercorrono tra governanti e governati, tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata e nelle relazioni che si stabiliscono tra i diversi gruppi che detengono ed esercitano il potere: con buona pace di chi pensa come realistiche proposizioni quali quelle della “democrazia diretta” e della “democrazia del pubblico” mediate attraverso o le grandi adunate di massa o l’uso esaustivo del web in una compulsazione frenetica delle opinioni cui adeguare la logica di governo.

E’ su questo punto che appare particolarmente debole l’impostazione sulla quale sembra poggiarsi il M5S: la “democrazia diretta” in particolare agita pressoché esclusivamente attraverso il web potrà risultare utile per una raccolta immediata di consenso ma non consentirà la costruzione di una vera e propria élite dirigente in grado di proporre egemonia.

Sono questi gli elementi che debbono essere sottoposti alla riflessione politica nell’attualità del disfacimento del sistema cui stiamo assistendo: una riflessione da portare avanti attraverso un lavoro di studio che punti, proprio per citare nuovamente Gramsci, alla riunificazione tra teoria e prassi con un’ipotesi complessiva di trasformazione sociale collegata a un’élite ricostruita nell’interezza della sua identità di gruppo.

Naturalmente molte questioni sono state sottintese nell’elaborare questo intervento: l’analisi delle diverse specie di élite presenti in una stessa società, il tema delle relazioni tra le élite stesse e le masse, l’approfondimento circa i meccanismi di legittimazione che debbono essere attuati nell’acquisizione, nell’esercizio, nella detenzione e nel rovesciamento del potere.

Si tratta di punti essenziali da sottoporre, prima di tutto, a un non facile lavoro di vera e propria “ricostruzione intellettuale”, quello al quale pensiamo ci si debba dedicare con grande impegno in questa fase, senza dimenticare però l’attualità drammatica dei fenomeni di vero e proprio arretramento di massa in corso sul terreno delle condizioni di vita, del venir meno nella disponibilità di diritti individuali e collettivi, nel restringimento dei termini di esercizio della democrazia.

Un lavoro di “ricostruzione intellettuale” sul quale dovrebbe impegnarsi una sinistra legata alle soggettività apparentemente “dominate” principiando dal rappresentarne i bisogni immediati, ma muovendosi subito nell’idea di costruzione di un’alternativa fondata sulla riaggregazione di una dimensione politica delle differenze sociali nel senso della formazione di un blocco sociale: forse Gramsci avrebbe, a questo punto, usato il termine “classe”.

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Bardonecchia. Il valico del razzismo di Stato francese

Ancora Bardonecchia. Solo pochi giorni fa la polizia di frontiera francese vi aveva scaricato, morente, Beauty, una donna nigeriana incinta e affetta da linfoma.“Ieri sera uomini della guardia di confine francese sono entrati armati nella sala della stazione di Bardonecchia dove operano i volontari di Rainbow4Africa, i mediatori culturali e gli avvocati di Associazione Studi Giuridici Immigrazione”. A denunciare il fatto è la stessa associazione sul suo sito Facebook. A quanto risulta i poliziotti francesi hanno accompagnato un migrante fermato alla stazione ferroviaria perché potesse andare in bagno e poter fare le analisi delle urine. L’ingresso è avvenuto senza il consenso dei volontari presenti e malgrado un cartello del sindaco di Bardonecchia ed esposto nei locali lo ammetta soltanto ai volontari e ai mediatori culturali. Nei locali di Rainbow4Africa si assistono i migranti respinti dalla Francia e quelli che tentano di attraversare il confine con la Francia attraverso il colle della Scala. “Riteniamo questi atti delle ignobili provocazioni”, commenta Paolo Narcisi, Presidente di Rainbow4Africa.

L’ambasciatore francese a Roma, Christian Masset, è stato convocato oggi alla Farnesina a seguito del blitz compiuto ieri sera da uomini armati della Guardia di confine transalpina alla stazione di Bardonecchia.

Il governo francese ha liquidato piuttosto sbrigativamente quanto accaduto con un comunicato firmato dal Ministro Gerald Darmanin.“Al fine di evitare qualsiasi incidente in futuro, le autorità francesi sono a disposizione di quelle italiane per chiarire il quadro giuridico e operativo nel quale i doganieri francesi possono intervenire sul territorio italiano in virtù di un accordo (sugli uffici di controllo transfrontalieri) del 1990 in condizioni di rispetto della legge e delle persone”. Secondo il governo francese “gli agenti in uniforme hanno avuto il sospetto che un uomo di nazionalità nigeriana e residente in Italia, trasportasse stupefacenti. In applicazione dell’articolo 60bis del codice delle dogane, gli agenti hanno chiesto alla persona se acconsentiva ad un test urinario. La persona ha accettato per iscritto. Gli agenti hanno atteso l’arrivo del treno alla stazione di Bardonecchia per utilizzare il locale messo a disposizione della dogana francese in applicazione degli accordi degli uffici di controlli transfrontalieri del 1990”, è scritto nella nota il governo francese. “Poiché il locale era da alcuni mesi anche a disposizione di una associazione di aiuto ai migranti, gli agenti hanno sollecitato la possibilità di accedere ai sanitari. Permesso che è stato loro accordato. Il controllo alla fine si è rivelato negativo”, afferma il comunicato citato dall’agenza Afp.

Una versione, quella francese, che i volontari dell’associazione Raimbow4Africa rigettano e che anche il governo italiano non può accettare come definitiva. Sul valico confinario di Bardonecchia aleggia, tra l’altro, anche la recentissima morte di una donna nigeriana incinta respinta alla frontiera francese nonostante le pessime condizioni di salute e deportata oltre il confine, proprio e ancora a Bardonecchia.

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Quando i mestatori chiedono “verità”. I fasti del “quarantennale”

C’è un ritornello ottundente che risuona sui media del potere costituito ogni volta che si parla – riparla, straparla, blatera, delira – di “anni di piombo”. E massimamente quando il tema è il sequestro Moro. Anzi lo sforzo palese dell’establishment – media compresi e disponibilissimi – è quello di far coincidere un solo episodio con il tutto. Di modo che quel singolo episodio diventi inspiegabile, privo di retroterra e motivazioni storico-sociali, “oscuro” e quindi sistemabile nello scaffale dei misteri. Dove si mette la roba “inquietante” perché resti tale, pronta ad esser tirata fuori ogni volta che possa tornare utile. Una sineddoche storica, non molto originale ma proprio per questo piuttosto lurida.

Il “quarantennale”, da questo punto di osservazione, è iniziato come un vero e proprio sabba, con tanto di strega da mettere sulla pira, e minaccia di continuare per almeno 55 giorni.

Il ritornello è noto: dobbiamo ancora cercare la verità su quell’evento.

Non ci ripeteremo. La verità è nota, raccontata da tutti i protagonisti (brigatisti irriducibili, dissociati, pentiti, nonché magistrati inquirenti, investigatori, ecc.), consegnata agli archivi giudiziari e a disposizione degli storici, compreso il milione e mezzo di pagine accumulati dalla prima Commissione parlamentare d’inchiesta, che nessuno ha letto, tranne il bibliotecario d’allora – Vladimiro Satta – il quale consegnò le sue conclusioni ad un libro (Odissea nel caso Moro) che ben pochi vollero leggere. Smontava infatti uno per uno tutti i presunti “misteri”, con prove e indicazioni per ritrovarle nell’archivio.

Però proviamo a prendere sul serio, diciamo così, questa pretesa “ricerca della verità”. Cosa serve per trovarla? Sicuramente un po’ di serietà scientifica, una spruzzata di onestà intellettuale, divulgatori (giornalisti) che bandiscono la menzogna. Soprattutto quando lavorano per lo Stato.

Doti che sembrano sconosciute tra i gazzettieri dell’establishment.

Vogliamo fare un esempio, almeno uno?

Lo “speciale” dedicato dal Tg2 al sequestro di Aldo Moro il giorno prima dell’anniversario di via Fani. Ossia un media controllato dallo Stato, sia come proprietà sia come gestione (con un’apposita Commissione parlamentare guidata fino a qualche giorno fa dal nuovo Presidente della Camera). Il servizio di riepilogo era stato affidato a un cronista di grande esperienza – Walter Vecellio, ex vicedirettore del Tg2 – che, soprattutto, era già “su piazza” all’epoca dei fatti. Uno che dovrebbe insomma saperne molto, se non altro per aver vissuto in diretta tutti i momenti rilevanti degli anni ‘70. Vecellio aveva fatto addirittura parte del Partito Radicale, quindi non sarebbe in teoria sospettabile di essere un “dietrologo”.

Qual’è stato il contributo di Vecellio alla definizione della “verità”?

Questo: http://www.tg2.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e2d329bf-8570-4bb6-bac1-93e8c0c9bd10-tg2.html#p=1

Un osceno miscuglio di notizie buttate lì, come se sotto il termine generico di “terrorismo” si potesse far rientrare tutto e il contrario di tutto, con un criterio che farebbe sobbalzare il più grigio dei contabili delle morti (mettere insieme la strage di Piazza Fontana e le proteste violente che la seguirono è fuori di ogni logica). Ma soprattutto alcune menzogne – documentabili, addirittura con sentenze passate in giudicato – che in un paese normale costringerebbero l’Ordine dei giornalisti a ritirargli il tesserino e diffidarlo dall’esercizio della professione.

Quali sono le menzogne? Queste, messe in fila così come le ha dette:

“Le Brigate Rosse uccidono tra gli altri Guido Rossa, Emilio Alessandrini, Valerio Verbano, Mario Amato”.

Sappiamo per mestiere che un giornalista lavora spesso di corsa, con poco tempo di verificare le notizie da dare. Ma questo vale al massimo per la cronaca in diretta, non certo per fatti di 40 o più anni fa. Soprattutto, ripetiamo, per un giornalista che allora non era affatto un bambino ignaro e su quegli eventi ha in qualche modo costruito anche la propria esperienza, oltre che la carriera.

Uno così non può non sapere. E comunque gli sarebbe bastato, prima di fare quei nomi, dare una velocissima occhiata – chessò – a Wikipedia. Che citiamo:
Emilio Alessandrini (Penne, 30 agosto 1942 – Milano, 29 gennaio 1979) è stato un magistrato italiano, assassinato durante gli anni di piombo da un commando del gruppo terroristico Prima Linea.
Va bene, dirà un ingenuo, Ha confuso le Br con Prima Linea, altra formazione combattente di sinistra. Non sarà poi così grave. Non lo sarebbe, in effetti, se fosse l’unico “errore”. Vediamo gli altri.
Valerio Verbano (Roma, 25 febbraio1961 – Roma, 22 febbraio1980) è stato un attivista italiano, militante appartenente all’area di Autonomia Operaia, assassinato a Roma il 22 febbraio 1980, con un colpo di arma da fuoco, in un agguato condotto da tre uomini armati, introdottisi a volto coperto nella sua casa di via Monte Bianco.
Gli assassini non sono stati individuati dalla magistratura, ma è certo che la decisione di uccidere Valerio fu presa dai fascisti dei Nar, come rivendicato con un volantino che dava indicazioni che solo gli assassini potevano conoscere:
Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. E sempre a firma NAR (comandi Thor, Balder e Tir), verso le ore 12 del giorno dopo, viene recapitata una seconda rivendicazione in cui, pur non parlando esplicitamente dell’omicidio Verbano, si fa riferimento, in modo allusivo, al “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”.[4]
L’ala “ufficiale” dei Nar provò a smentire, ma così facendo ufficializzò una spaccatura interna (ottimamente ricostruita dal libro Valerio Verbano. Ucciso da chi, come, perché, Odradek edizioni).
Mario Amato (Palermo, 24 novembre 1937 – Roma, 23 giugno 1980) è stato un magistrato italiano. Sostituto procuratore della Repubblica di Roma, fu assassinato dai Nuclei Armati Rivoluzionari per mano di Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, mentre era titolare di tutte le inchieste sull’eversione nera a Roma e nel Lazio.
Insomma, Vecellio ne “sbaglia” tre su quattro. Un po’ troppi per pensare a semplice frettolosità o distrazione.

Noi abbiamo – nonostante tutto – un’alta considerazione della professionalità dei giornalisti di prima fascia (un ex direttore del Tg2, non uno stagista pagato 5 euro a “pezzo”). Dunque siamo costretti a ritenere che Vecellio abbia tirato giù in modo intenzionale una lista così assurda. Dunque siamo obbligati a supporre – con qualche ragionevole certezza – che il servizio osceno di Vecellio sia un mattoncino nella “narrazione” più generale che i media mainstream hanno imbastito sulla Storia di questo paese e, in particolare, sui quasi venti anni di lotta armata di sinistra (dal 1969 al 1988, anche se dopo l’82 ci furono solo episodi saltuari).

Il perché di questo tipo di narrazione è ovviamente materia da storici e politici. Non c’è alcun documento, crediamo, che “prescriva” come trattare questa materia dentro le redazioni. A questo pensano direttori, vice e capiredattori, teoricamente in concorrenza tra loro ma tutti stretti nella “difesa della verità” che non vogliono assolutamente ammettere. Diciamo “ammettere”, non “sapere”, perché la sanno benissimo.

Se 20 anni di “guerra civile a bassa intensità” possono essere ridotti a un solo evento (il sequestro di Aldo Moro) e a una sola organizzazione (le Br), allora non c’è nulla da capire o da conoscere. E’ stato un lampo nel buio, dall’origine “contendibile” sul piano narrativo (c’è anche una dietrologia di destra). Basta un po’ di retorica vittimaria e qualche monito a non ribellarsi mai.

Lo spiega benissimo una storica che in queste settimane ha dedicato le sue ricerche a un tema che dal suo punto di vista professionale è certamente tra i più interessanti del dopo guerra. Vi proponiamo qui il suo articolo apparso su Zapruder (storieinmovimento.org), rivista pubblicata dalle edizioni Odradek e ripreso da vari siti.

Buono studio, per dimenticare i mille Vecellio che inquinano i pozzi della conoscenza.

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Alcune note sulle polemiche del quarantennale del sequestro Moro

di Ilenia Rossini

La critica della vittima, scrive Daniele Giglioli in un bel saggio di qualche anno fa, «presuppone sempre un certo coefficiente di crudeltà» (Critica della vittima, 2014, p. 12). E non si può che partire da questa considerazione se si vuole mettere nella giusta prospettiva la “polemica” montata intorno alle parole di Barbara Balzerani, che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 fu militante e dirigente delle Brigate Rosse, in un momento storico in cui – secondo i dati del ministero dell’Interno – erano attive oltre 250 sigle armate, 36.000 cittadini furono inquisiti per banda armata e 6.000 di essi condannati a decenni di carcere, e si registrarono 7.866 attentati alle cose e 4.290 alle persone. Barbara Balzerani non si è “pentita” – pentimento che, non dimentichiamo, è solo una discutibile categoria giuridica, perché non possiamo sapere quanto pensino lei, i suoi compagni e le sue compagne dentro loro stessi e loro stesse – né “dissociata” dalla lotta armata: lotta armata che, pure, ha dichiarato chiusa con Mario Moretti e Renato Curcio nel 1988 (trent’anni fa), in una celebre intervista allo Speciale Tg1.

Barbara Balzerani è oggi una donna di 69 anni, libera dopo aver scontato 26 anni di carcere, che non ha conti in sospeso con la giustizia. Scrive romanzi (ne ha scritti, al momento, sei, tutti pubblicati o ripubblicati da DeriveApprodi), alcuni riguardanti anche la sua esperienza nelle Brigate Rosse e la successiva detenzione, altri no (come l’ultimo). Tranne che in occasione del documentario di Loredana Bianconi Do you remember revolution. Donne nella lotta armata (1997), non ha partecipato negli ultimi anni a trasmissioni televisive né ha rilasciato interviste sui principali media sull’esperienza delle Br. Qual è la colpa per cui è appena risalita agli “onori” delle cronache? Aver partecipato alla presentazione del suo ultimo romanzo, presso il centro sociale Cpa-Firenze sud, il 16 marzo, giorno del quarantennale del sequestro Moro (di cui fu fra gli autori e le autrici). Dopo essere stata già criticata, a gennaio, per un post sul proprio profilo facebook (!) che giustamente prevedeva le polemiche che si sarebbero addensate nei mesi successivi, la presentazione al Cpa non poteva che essere un’occasione ghiotta per i media. Una giornalista di Matrix si è dunque recata all’iniziativa e, di nascosto, ha registrato l’evento, riportando alcune parole di Balzerani che hanno fatto scalpore: «C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano il diritto a dire la loro, figuriamoci, ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te».

Questa frase ha scatenato una ridda di polemiche, accompagnata dall’approvazione quasi unanime al Consiglio comunale di Firenze di una richiesta di sgombero del Cpa, dall’annuncio del figlio di Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, della decisione di querelare Balzerani (per cosa?) e da vesti stracciate per il fatto che l’ex brigatista abbia parlato “senza contraddittorio”. Come se ci fosse bisogno di un contraddittorio per parlare del proprio libro all’interno di un centro sociale occupato, neanche fossimo nello studio di Mentana in regime di par condicio durante la campagna elettorale.

Ma facciamo un passo indietro. Come mai Balzerani si è espressa in questo modo? Pochi giorni prima, la trasmissione di La7 Atlantide, condotta da Andrea Purgatori, aveva mandato in onda due puntate dedicate al rapimento Moro – ma comprendenti anche un’ampia contestualizzazione storica dell’Italia del tempo –, contenenti alcuni spezzoni di un film-documentario di Mosco Levi-Boucault prodotto nel 2011 dalla tv franco-tedesca Arte, che riprendeva le testimonianze rese quasi dieci anni prima da alcuni brigatisti rossi, presenti il 16 marzo 1978 in via Fani: Mario Moretti, Prospero Gallinari (morto cinque anni fa), Raffaele Fiore e Valerio Morucci. Non è la prima volta, ovviamente, che vediamo dei brigatisti in tv, sia sufficiente pensare al magistrale La notte della repubblica (1989-90), nel quale Sergio Zavoli intervistò numerose/i ex brigatiste/i (ma anche i terroristi neofascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti). Come non è stata la prima volta che gli/le ex brigatisti/e hanno preso parola: pensiamo al libro Noi terroristi. 12 anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti, scritto da Giorgio Bocca nel 1985. Niente di strano, dunque?

No, qualcosa di fondamentalmente diverso c’è, perché dagli anni ’80-’90 a oggi è cambiato il paradigma narrativo entro cui si ritiene legittimo di poter parlare di alcuni eventi. Se, come illustrato in un articolo su «Contemporanea» del 2009 dallo storico Emmanuel Betta, si partiva da una condizione di «decisa prevalenza di un punto di vista scarsamente attento all’esperienza delle vittime» in cui veniva «messo in discussione soprattutto il ruolo e il peso della parola degli ex militanti della lotta armata nella costruzione della conoscenza e della memoria della violenza politica», nel 2018 la situazione si è talmente ribaltata che la trasmissione di Purgatori è stata considerata un’«anomalia», scatenando polemiche e provocando biasimo. Esso è provenuto non solo dal capo della polizia Franco Gabrielli – che, in modo forse inedito, ha detto la sua su chi ritiene possa e non possa andare in tv, definendo «oltraggio» il fatto di aver mandato in onda un’intervista ad alcuni ex brigatisti di dieci anni fa – ma soprattutto, appunto, dei familiari delle vittime. Tra essi si è distinta, tra gli altri, Rita Dalla Chiesa che, non paga di twitter, ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato, dicendosi amareggiata – e presentandosi pure lei come “vittima”, nonostante suo padre sia stato ucciso dalla mafia – che gli ex brigatisti «non hanno diritto di raccontare quei tempi». Alla faccia della nota “massima di Voltaire” che Voltaire non ha mai detto, secondo la quale «non sono d’accordo con le tue idee ma darei la vita per fartele esprimere».

In una situazione in cui, nei fatti, nessuno e nessuna tra gli e le ex militanti delle Br – tra quelli/e non pentiti/e e non dissociati/e – ha rilasciato alcuna intervista, da più parti – e in particolare dai familiari delle vittime – è venuta la richiesta di togliere la parola a persone che non avevano pronunciato parola alcuna. A ben vedere, l’unica ex brigatista comparsa in tv è stata Adriana Faranda, dissociata, intervistata nella webserie Cronache di un sequestro da Ezio Mauro, ex direttore e firma importante della «Repubblica» (sul cui sito la webserie è presentata e promossa), cioè di uno di quei giornali che ritengono uno scandalo l’aver dato voce ai brigatisti, diretto per di più dalla «vittima del terrorismo» Mario Calabresi. Un cortocircuito narrativo che ha del grottesco.

Ma – al di là di ogni polemica – è in realtà proprio sul contenuto delle parole di Balzerani che ritengo indispensabile interrogarci: perché Balzerani – sembra quasi banale dirlo – ha ragione, le vittime non possono avere il monopolio della parola. Del resto, chi può averlo? È un’affermazione crudele, come prospettato da Giglioli? Forse sì, ma è necessaria per ricostruire una genealogia del paradigma vittimario che ha condotto alla situazione in cui una polemica come questa appare scontata. Perché se Balzerani ha ragione sul fatto che le vittime non possano avere il monopolio della parola, è a mio avviso riduttivo pensare che le polemiche che mirano a censurare le parole dei protagonisti della lotta armata siano solo una «spada di Damocle che questi signori intendono mettere sulle lotte attuali». Non è una situazione limitata all’Italia e non è una situazione circoscrivibile alla narrazione della lotta armata degli anni ’70 e ’80, infatti.

A partire dagli anni ’80, l’elaborazione del passato ha sempre più visto il conflitto della «coppia antinomica storia/memoria», come definita dallo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Era il periodo dell’affermazione della memoria, che è sempre soggettiva e poco attenta alle comparazioni e alla contestualizzazione (p. 18). Era il trionfo della cosiddetta «era del testimone», secondo la celebre espressione di Annette Wieviorka: il testimone, però, è finito negli ultimi trent’anni per sovrapporsi prima e per essere soppianto poi dalla «vittima», termine con contenuto religioso che rimanda alla sofferenza e al sacrificio. E a questo concetto, infatti, è irrimediabilmente legato quello del «perdono», richiesto alla vittima per la «riabilitazione pubblica» o la «condanna» del carnefice: basti pensare, in Italia, alle polemiche sulla richiesta di estradizione di Cesare Battisti e all’onnipresenza mediatica di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere che Battisti, secondo le risultanze processuali, avrebbe ucciso nel 1979.

A partire dalla metà degli anni ’80, dunque, il paradigma vittimario ha imposto la sua egemonia ovunque nel mondo occidentale. Si è partiti, negli Stati Uniti, con la teorizzazione della giustizia riparativa e del victim-oriented approach, cioè di un approccio basato sulle vittime, inizialmente pensato per i reati comuni (e i dubbi sul fatto che si potesse applicare anche alla violenza politica erano numerosi): la vittimologia (victimology) è oggi una disciplina riconosciuta, branca della criminologia, mentre la vittima ha trovato una nuova centralità in tutti i sistemi penali. Ma si è passati, soprattutto, per alcune iniziative delle Nazioni Unite che hanno fatto scuola: se nel 1985 il termine «vittima» entrava per la prima volta a far parte del vocabolario di questa istituzione internazionale, è del settembre 2008 un’iniziativa organizzata a New York dall’Onu in cui si sono state chiamate a raccolta cinquanta vittime di atti terroristici avvenuti in tutto il mondo (incluso, per l’Italia, Mario Calabresi, nonostante sia complicato ricondurre a un generico «terrorismo» la morte di suo padre). Senza discernere il diverso contesto in cui erano avvenuti tali attentati.

La vittima si è, quindi, gradualmente imposta sul modo in cui viene pubblicamente ricostruito il passato. Le caratteristiche che ovunque accomunano la memoria che deriva dalla centralità delle vittime, secondo lo storico Giovanni De Luna, sono «il familismo, innanzitutto, il prepotente riaffacciarsi delle famiglie e dei singoli individui in uno spazio pubblico colonizzato dal lutto e dal dolore. E poi una fortissima carica rivendicativa [...]. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione» (La Repubblica del dolore, p. 16). «In questa competizione vittimaria», aggiunge De Luna, «la storia scompare e sulla scena restano solo vittime e carnefici» (p. 97).

Se questo è vero in generale, in Italia l’adozione di questo paradigma vittimario non è passata per alcuna riflessione epistemologica e si è intrecciata, inoltre, con la specificità italiana determinata dal rapporto difficile con le sue «memorie divise», con il particolare sistema televisivo e il suo legame strettissimo con le forze politiche, con la superficialità e la pigrizia – se non la vera e propria ignoranza – di coloro che scrivono articoli di giornali e servizi televisivi che, ad esempio, hanno condotto pochi giorni fa gli autori dello Speciale Tg2 ad affermare che le Brigate Rosse sarebbero state responsabili dell’omicidio di Valerio Verbano (militante di sinistra ucciso da alcuni neofascisti), di Mario Amato (magistrato ucciso dai neofascisti dei Nar) e di Emilio Alessandrini (magistrato ucciso da Prima linea... almeno in questo caso si parla di una formazione di sinistra!). Secondo De Luna, che riprende un articolo su «Liberazione» di Paolo Persichetti del 2008, in Italia negli ultimi anni il riferimento alle vittime ricorre talmente tanto spesso da poter essere visto come un «tentativo di tenere insieme la Resistenza e i “ragazzi di Salò”, le foibe e i lager, il terrorismo delle Br e la mafia attraverso la costruzione, nel segno della compassione per le vittime, di “una memoria avvinta dall’emozione e assorbita dalla sofferenza”» (p. 83).

Una lucida ricostruzione storica, partendo da questi presupposti, appare quasi impossibile. A questo proposito, Vanessa Roghi ha giustamente parlato di memoria disarmata delle vittime, «anche da un punto di vista interpretativo: [...] niente può spiegare, in una dimensione privata, perché un padre, un marito, un fratello abbiano perso la vita. [...] A prevalere è lo sguardo “disarmato” che diventa disarmante quando alla voce del testimone non si affianca nessun tentativo di racconto storico, e la retorica della memoria si sostituisce al racconto della storia».

Se già nel 2004 il presidente della Repubblica Ciampi attribuì una medaglia ai parenti delle vittime del “terrorismo”, il caso Moro ha finito con il costituire, in un certo senso, il fulcro delle politiche della memoria che danno corpo al tentativo di nation-building della nuova Italia “postideologica” dell’ultimo ventennio: non è un caso se il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo è stata fissata, nel 2007, al 9 maggio, data dell’omicidio di Aldo Moro, che ha così “battuto sul campo” quella – concorrente – del 12 dicembre, anniversario della Strage di piazza Fontana del 1969. Si tratta, ovviamente, di un chiaro segnale interpretativo su cosa, nella «competizione tra vittime» di cui parla De Luna, sia giusto ricordare per dar vita a una nuova “tradizione inventata”.

Questo giorno della memoria è stato poi suggellato da alcune iniziative – politiche – di cui è stata principalmente fautrice la presidenza della Repubblica. Ad esempio, nel volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, da essa curato nel 2008, compaiono 378 nomi, tra vittime delle stragi, vittime delle Brigate rosse, ma anche militanti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra uccisi nel corso di manifestazioni di piazza o in seguito a singoli episodi che – francamente – poco hanno a che vedere con la categoria di “terrorismo”, anche laddove si attribuisca a essa una valenza euristica che è ancora oggetto di dibattito storiografico, rappresentando al momento piuttosto uno stigma morale. Le celebrazioni della giornata del 9 maggio del 2009, invece, sono state suggellate dall’incontro tra le vedove di Pino Pinelli e Luigi Calabresi davanti al presidente della Repubblica: si tratta della stessa modalità d’azione adottata in Italia nei confronti della memoria della Resistenza e della guerra civile del 1943-45, con la promozione dalla fine degli anni ’40 di incontri pubblici tra ex partigiani ed ex repubblichini. Solo che in quel caso protagonisti ne erano i “combattenti” non le “vittime” (e, in questo caso, i superstiti delle vittime), coloro che avevano fatto delle scelte, non coloro che le avevano subite: il paradigma narrativo è, negli anni, irrimediabilmente cambiato e oggi «la vittima è l’eroe del nostro tempo» (Giglioli, p. 9).

Ma come avvenuto, appunto, per la Resistenza – riguardo la quale sembra ormai essersi perso il valore della lotta antifascista in nome del «buoni e cattivi stavano da entrambe le parti» –, sembrano ormai essersi attenuate anche le specificità di ogni singola esperienza degli anni ’70-’80: in questa narrazione appiattente, le Br sono diventate uguali ai Nar, non c’è più differenza tra uccidere un obiettivo che si identifica come “nemico” e mettere una bomba in una stazione ammazzando decine di persone, non ci sono più differenze – in realtà abissali – tra le posizioni ideali dell’uno e dell’altro. In quanto “vittime”, tutte le “vittime” – i morti e i loro superstiti, vittime in quanto private dell’affetto dei loro cari – sono uguali: e da qui un fiorire di proposte come quella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno di istituire un «giardino dedicato a tutte le vittime degli anni piombo» o quella del Pd, sempre a Roma, di costituire «una consulta cittadina sugli anni di piombo composta dai familiari di tutte le vittime romane».

Proprio per quanto riguarda la memoria e la storia della lotta armata, è del 2015 la pubblicazione del Libro dell’incontro, che raccoglie l’esperienza di un gruppo di confronto di cui hanno fatto parte «vittime e responsabili della lotta armata degli anni settanta», poggiandosi sull’esperienza delle Commissioni verità giustizia del Sud Africa. Esperimenti come questi hanno indubbiamente un valore terapeutico: ma sono utili alla ricostruzione storica? Può cambiare la storia d’Italia, come recita la scheda del libro, un racconto che finisce simbolicamente con una preghiera, con il rifugio nella fede, che tutto appiana? Sicuramente no.

Bisogna tenere in considerazione, inoltre, le modalità secondo le quali viene attribuito lo status di vittima, se è vero che, come scrive Giglioli, «chi controlla una macchina mitologica [...] tiene in mano le leve del potere» e che «l’ideologia vittimaria è oggi il primo travestimento delle ragioni dei forti» (p. 10), è un instrumentum regni (p. 12). Le vittime (tanto i “martiri” quanto le persone vittime della loro perdita) quasi non possono più essere soggette a critica o a biasimo: i parenti delle vittime hanno sempre ragione, mentre Aldo Moro è diventato una specie di santo e nessuno sembra potersi e volersi assumere – oggi – il coraggio che già nel 1980 aveva solo il dio di Giorgio Gaber, l’unico a poter dire, in un testo che oggi sarebbe forse censurato, «che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana/è il responsabile maggiore/di vent’anni di cancrena italiana./Io se fossi Dio/un Dio incosciente, enormemente saggio/c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera/ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/quella faccia che era».

La stessa narrazione riguarda anche la contestata categoria di “terrorismo” alla luce del fatto che, come scrive Giglioli in un altro volume (All’ordine del giorno è il terrore, 2007), «il terrorismo è la violenza degli altri». L’attribuzione dell’etichetta e di “vittima” e di quella di “terrorismo”, amplificate dai media, finiscono così per diventare – separatamente, ma ancora più quando si presentano in coppia come nell’accezione di “vittima del terrorismo” – strumenti di legittimazione/delegittimazione nella scena pubblica: come scritto da Girolamo De Michele nel romanzo Con la faccia di cera, ad esempio, «se un operaio uccide un padrone è terrorismo, se un padrone uccide cento operai di tumore è normale amministrazione, è il prezzo del benessere, è schiuma ai bordi del fiume del progresso. [...] Le medaglie alle vittime del terrorismo le hanno esaurite, e comunque sul petto degli operai non stanno bene: gli operai sono sporchi, puzzano di fatica e sudore. E i ministri hanno ben altro da fare che stringere le mani alle vedove e ai figli» (p. 120).

Sul piano politico-culturale – e, in questo, Balzerani non ha torto – il paradigma della vittima ha un effetto depotenziante nell’organizzazione delle lotte: come fa notare De Luna, infatti, «quando l’ammirazione di cui godono coloro che lottano per far riconoscere il proprio statuto di vittime diventa più grande di quella che si tributa a persone che hanno il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita per difendere la libertà o la giustizia, si delinea un effettivo incoraggiamento alla costruzione di altrettanti recinti chiusi sulle proprie rivendicazioni, necessariamente in concorrenza gli uni con gli altri, sovradeterminati da una particolare esperienza dolorosa personale, così che tutto quello che scaturisce dalla centralità delle vittime, sembra comunque voler trasformare lo Stato in una “federazione” di interessi particolari» (De Luna, pp. 98-99).

Ma lo storico non può non interrogarsi anche sugli effetti per la sua disciplina dell’affermazione del paradigma vittimario. Se il testimone – come ad esempio dimostrato da opere magistrali come L’ordine è già stato eseguito di Sandro Portelli – era interrogato appunto per la sua capacità di «testimoniare» qualcosa di utile per la ricostruzione e l’elaborazione del passato, rappresentando spesso il punto di vista dei subalterni (cioè di coloro che non producevano le “fonti ufficiali”), il racconto della vittima è invece ridotto a una questione sentimentale: la vittima ha ragione perché ha subito e, quindi, è intoccabile e, scrive Giglioli, «chi sta con la vittima non sbaglia mai» (p. 9). Mentre un tempo chiunque poteva parlare in quanto “testimone” (quindi anche le/gli ex brigatiste/i, nel caso specifico), anche se non se ne condividevano le posizioni, ora la vittima ha sempre ragione e spetta a essa stabilire chi può parlare e chi no degli eventi che l’hanno resa tale: il passaggio successivo è quindi quello di togliere la parola agli autori delle azioni armate, censurare la loro presenza pubblica. Spogliarli, insomma, del ruolo di “testimoni” che indubbiamente hanno: molto di più, tra l’altro, dei superstiti delle vittime, che possono essere testimoni di un dolore, non di un evento.

Il paradigma vittimario non è privo di conseguenze anche sul piano della narrazione storica: che storia è quella delle vittime? Persichetti, nell’articolo già citato, afferma giustamente «sprovvisti dello statuto di vittime, vinti e subalterni spariscono nuovamente dalla storia, eclissati e inghiottiti dall’oblio. Sembra, infatti, che per poter lasciare traccia resti solo la triste via della competizione vittimaria, [...] quasi a voler sancire che se non c’è vittima non c’è storia».

Alla fine non resta che chiedersi se un approccio del genere e, in generale, il modo in cui si sta affrontando il quarantennale del sequestro Moro – polemiche su chi può parlare e chi no, centralità delle vittime, diffusi accenni complottistici a presunti “misteri” ancora da scoprire e fantasiose accuse di “omertà” per i/le ex militanti che non avrebbero detto tutto (parlano troppo o parlano poco? Viene da chiedersi...), classifiche delle capacità narrative dimostrate o meno dai brigatisti e dalle brigatiste nei libri di cui sono autori e autrici o dibattiti sul buono o cattivo gusto di Balzerani nel fare quelle affermazioni, tenuti con lo stesso tono degli articoli sull’appropriatezza del look di Meghan Markle davanti alla regina – aggiunge davvero qualcosa a quello che ci potevamo dire fino al 15 marzo? Abbiamo imparato qualcosa di più? Abbiamo maggiori strumenti di comprensione? E anche per quanto riguarda il rapporto tra brigatisti/e, scena pubblica e media, cosa è cambiato rispetto a un anno fa? Sembra più che altro un gioco di ruolo il cui copione si ripete di volta in volta sempre uguale a se stesso.

Non sarebbe meglio – passati quarant’anni – «guardare con fiducia alla conoscenza storica» (p. 18), come ha scritto De Luna nel volume citato, e magari adattarsi ai tempi della ricerca che non sono esattamente gli stessi degli anniversari? Gli storici, del resto, sono pressoché gli unici che non hanno detto nulla e a cui non è stato chiesto nulla o quasi nelle numerose ricostruzioni del sequestro presentate da giornali – cartacei e online – e programmi televisivi. Eppure, negli ultimi anni, di ricerche accurate e importanti ne sono uscite, da La lotta armata a Genova di Davide Serafino (Pacini 2016) al fondamentale Brigate rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena (DeriveApprodi 2017). Eppure, nonostante i tanti appelli alla «verità», convegni storici sul sequestro Moro come quello organizzato l’anno scorso presso i locali del Senato (Il caso Moro: la politica, la ricerca, la storia) vengono annullati perché i relatori chiamati a intervenire considerati troppo poco compiacenti. Forse si potrebbe partire da qui.

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Mustafa Barghouti: “Unità e mobilitazione popolare”

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Esponente di spicco della società civile palestinese e storico sostenitore della resistenza ‎popolare contro l’occupazione, Mustafa Baghouti vede nella massiccia partecipazione a ‎Gaza alla Grande Marcia del Ritorno il nuovo orizzonte al quale la popolazione e le forze ‎politiche palestinesi dovranno guardare da oggi in poi. Lo abbiamo intervistato mentre da ‎Gaza giungevano continue notizie di morti e feriti.‎

Sangue e politica, Gaza dimostra ancora una volta la sua centralità nella questione ‎palestinese.
 
Non è stato solo un giorno di morte e dolore di cui è responsabile esclusivamente Israele. Ci sono due ‎punti molto importanti emersi dalla Grande Marcia del Ritorno. Il primo è che oggi ‎‎(ieri, ndr) abbiamo visto sul terreno una manifestazione concreta dell’unità palestinese. ‎Uomini, donne, ragazzi, bambini hanno partecipato a un’iniziativa che per giorni gli ‎israeliani hanno etichettato come violenta, aggressiva, minacciosa e che invece voleva solo ‎commemorare la Nakba e il Giorno della terra e ribadire che i palestinesi non ‎dimenticheranno mai i loro diritti. L’unica aggressione è arrivata da Israele che ha schierato ‎carri armati, blindati e tiratori scelti contro civili disarmati che manifestavano per i loro ‎diritti e per difendere la loro memoria storica.

Il secondo è che tutte le formazioni politiche ‎palestinesi, incluso Hamas, hanno adottato la resistenza popolare non violenta. Il ‎movimento islamico al di là dei suoi proclami e delle sue manifestazioni di forza, in realtà ‎ora comprende che solo la mobilitazione popolare, non violenta, può raggiungere gli ‎obiettivi che sono di tutti i palestinesi. A cominciare dalla fine dell’assedio di Gaza. Sono ‎sicuro che vedremo sempre di più (nei Territori palestinesi occupati) manifestazioni con ‎migliaia e migliaia di persone.‎

Chiedete alla comunità internazionale di intervenire?
 
Condannare Israele è il minimo che è chiamata a fare ciò che definiamo come la comunità ‎internazionale. L’Europa, ad esempio, a parole difende diritti e democrazia e poi resta in ‎silenzio davanti ai crimini e agli abusi che commette Israele. Non fiata e quando lo fa è solo ‎per ripetere slogan e formule sterili che non servono a nulla in una situazione regionale e ‎internazionale profondamente mutata in cui, peraltro, gli Stati Uniti hanno adottato ‎apertamente la politica (del premier israeliano) Netanyahu proclamando Gerusalemme ‎capitale di Israele e disconoscendo la storia della città e le rivendicazioni palestinesi.

Donald Trump probabilmente sarà di nuovo a Gerusalemme a metà maggio, per ‎partecipare all’apertura dell’ambasciata Usa nella città.‎
 
E quando sarà qui si renderà conto che i palestinesi non si arrendono e continuano la lotta ‎per i loro diritti malgrado debbano fare i conti con un Paese molto potente come Israele e ‎con la superpotenza mondiale, l’America. Sono certo che la resistenza popolare vista a Gaza ‎e in Cisgiordania in queste ore non solo andrà avanti fino al 15 maggio, quando Trump ‎dovrebbe essere qui, ma proseguirà dopo quella data. Si trasformerà in un movimento di ‎massa, pacifico ma molto determinato contro l’occupazione. Questa è l’unica strada che ‎abbiamo per resistere all’oppressione israeliana e per liberarci di essa. Il resto si è dimostrato ‎fallimentare.

Ritiene l’Autorità nazionale palestinese ai margini, non importante per la lotta ‎popolare che lei si aspetta nelle prossime settimane?
 
Non dico questo ma certo l’Anp dovrà cambiare radicalmente la sua strategia e rinunciare al ‎suo attaccamento agli Accordi di Oslo del 1993 e alla formula negoziale degli ultimi venti ‎anni. Non ci crede più nessuno e il governo Netanyahu utilizza quelle vecchie intese per ‎proseguire indisturbato le sue politiche di occupazione e colonizzazione. La prima cosa che ‎l’Anp dovrà fare è mettere fine alla frattura (con Hamas, ndr) perché nessun palestinese la ‎vuole e può ancora tollerarla.

AGGIORNAMENTI Al Mezan: due feriti (forse morti) sono da ieri a 150 metri dalle barriere di confine
 

Il Centro al Mezan per i diritti umani chiede che l’esercito israeliano consenta di portare soccorso a due dimostranti, Mohammed Al Arabiyeh e Musab Al Saloul, che si trovano Jahr Al Dik in Wadi Gaza, a circa 150 metri dalle barriere con Israele. I due sono stati feriti ieri e, secondo al Mezan, potrebbero essere morti.

Esercito Israele: pronti a colpire anche dentro Gaza
 
Se le proteste continueranno Israele espanderà la sua reazione e colpirà dentro Gaza. Lo ha detto il generale Ronen Manelis, portavoce militare israeliano, all’indomani della Marcia del Ritorno e dell’uccisione di 16 palestinesi.

Onu, Guterres: indagine indipendente su fatti Gaza
 
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres vuole “un’indagine indipendente e trasparente” sui fatti di ieri a Gaza mentre il Consiglio di sicurezza Onu sollecita moderazione e riduzione delle tensioni ma non ha deciso alcuna azione dopo l’incontro d’emergenza di ieri sera. L’ambasciatore palestinese Riyad Mansour si dice deluso dal Consiglio di sicurezza Onu che non ha condannato “l’orribile massacro compiuto da Israele”. Invece l’ambasciatore israeliano al Palazzo di vetro, Danny Danon, parla di  “un raduno di terrore violento e ben organizzato”.

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Ci passano Ariete e Leopard dalla variante di valico della A1?

Ricordate la telefonata di Mario alla radio, nel film di Nanni Moretti “Ecce Bombo”? L’amico etiope di Mario era sicuro che le gallerie delle autostrade fossero più strette della misura dei treni e che un carro armato non potrebbe passare per le gallerie dell’autostrada.

Ebbene: l’etiope aveva ragione. O, almeno, alla NATO ne sono convinti e hanno deciso di adeguarsi; o meglio: di far adeguare i collegamenti viari dei paesi UE alle necessità dei mezzi militari dell’Alleanza atlantica.

Bruxelles ha così adottato un piano di modernizzazione delle infrastrutture viarie dei paesi membri. Secondo RIA Novosti, già nel 2017 è stata condotta una valutazione generale dello stato di ferrovie e ponti del cosiddetto “Corridoio viario delle aree del Baltico e del Nord”, che comprende Estonia, Lituania, Lettonia, Olanda, Germania, Polonia, Finlandia e Belgio. In base alla perizia, è risultato che moltissimi tipi dei moderni mezzi militari, a causa di massa e dimensioni d’ingombro, non possono muoversi liberamente nella rete viaria di tali paesi, in particolare su ponti e ferrovie.

Da qui al 2019 è dunque all’ordine del giorno la valutazione delle infrastrutture anche di tutti i rimanenti paesi e ove queste non corrispondano allo standard necessario, si procederà al loro immediato adeguamento. Lo richiedono, naturalmente, le esigenze della “difesa europea”, come specificato nel “Action Plan on Military Mobility”, diffuso il 28 marzo dalla Commissione Europea.

Nel linguaggio sinodale di Bruxelles, “La UE sta già adottando le misure necessarie per dar vita a una Unione ... in grado di perseguire gli interessi e le priorità comuni nel promuovere la pace e garantire la sicurezza dei suoi cittadini e del territorio ... nella Strategia Globale per la Politica Estera e di Sicurezza della UE”.

Ovviamente, tutte le maiuscole sono d’obbligo, secondo il vangelo difensivo europeista. In tale prospettiva, dunque, dato che la sicurezza si “difende più efficacemente” al di là dei confini, per ogni dove il capitale finanziario spinga i propri interessi, ecco che una “migliore mobilità delle forze all’interno e all’esterno della UE migliorerà la sicurezza europea, consentendo agli Stati membri di agire più rapidamente, secondo le proprie necessità e responsabilità difensive, sia nel contesto delle missioni e operazioni di Politica per Sicurezza e Difesa Comune, sia nelle attività nazionali e multinazionali (cioè, nel quadro della NATO)”.

Così che, d’ora in poi, ogni volta che vedremo cartelli di lavori in corso lungo le strade, sapremo che vengono eseguiti per la “nostra sicurezza”, soprattutto per quella “nazionale e multinazionale”.

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La fabbrica degli ostaggi nel Sahel

Adesso nel Sahel gli ostaggi sono loro. Usati con perizia e poi immessi sul mercato, i migranti hanno sostituito ostaggi ben più importanti e famosi di loro. La fabbrica degli ostaggi non è nuova. Nel Sahel aveva funzionato bene per anni. Tecnici di multinazionali, turisti, antropologi, contrabbandieri e passanti. Ad ognuno il suo ostaggio e per tutti il prezzo del riscatto. Si sono finanziati anche così gruppi armati e assimilate filiere terroriste utili al sistema. Ostaggi pregiati, commerciabili e di matrice occidentale, di gran lunga più redditizi di quella locale.

Non è vero che c’è l’uguaglianza: c’è ostaggio e ostaggio. Quelli occidentali, come per i lavoratori specializzati, i tecnici, gli esperti e i calciatori, sono molto più appetibili. Ora nel Sahel si fabbricano migranti irregolari che poi sono l’ultimo ritrovato della tecnica. Ostaggio si chiama chiunque venga detenuto come pegno o garanzia. Si dice di una persona sequestrata da criminali allo scopo di ricevere denaro o altro in cambio della sua liberazione. Nel Sahel gli ostaggi sono i migranti.

Non è mai troppo tardi. Era più semplice di quanto si pensasse. La presa degli ostaggi passa inosservata e anzi si camuffa da corridoi umanitari, operazioni di evacuazione e centri di addestramento profughi. I migranti del Sahel, tra gli altri, sono oggetto di particolare attenzione e riguardo. Ostaggi delle politiche che impongono frontiere a geometrie variabili e dispositivi di esternalizzazione del diritto internazionale. Basta disegnare una linea sulla sabbia, arredarla di filo spinato, registrarla al catasto del deserto e infine dichiarare illegali quelli che la passeranno.

La fabbrica degli ostaggi si costruisce con accordi bilaterali, convenzioni regionali e soprattutto incentivi economici. Irregolare perché illegale come un prodotto clandestino della mobilità umana e dunque in balìa delle definizioni che faranno di loro un soggetto ideale. I primi ostaggi ufficiali nel Sahel risalgono al 2003 e si trattava di 32 turisti europei nella sabbia del Sahara. L’anno seguente fu il turno di altri due turisti e un diplomatico canadese dell’ONU, il suo assistente e l’autista.

Una buona parte dei migranti son presi ad ostaggio dalle agenzie umanitarie che grazie a loro prosperano a dismisura. Ostaggi dei programmi di accompagnamento, formazione, rientro assistito e, per i più fortunati un fondo di primo reinserimento. A questo servono i centri di accogliente e precaria permanenza finalizzata al ritorno in patria dalle statistiche da presentare ai donatori. Le cifre sono ostaggi tradotti in programmi di riaggiustamento strutturale della società perché tutto cambi senza che nulla si trasformi.

Le Organizzazioni (degli ostaggi), chiamate per finta Non Governative, sono ormai il baluardo, la narrazione e soprattutto gli indiscussi portavoce. Un tanto a testa e si ricomincia con un altro progetto perché gli ostaggi si moltiplicano a piacimento nei progetti del mercato umanitario. Moduli, impronte, distribuzione viveri, tagliandi, bollini, gestione dei traumi da migrazione e infine l’intervista risolutoria con gli specialisti. Nel 2016 furono rapiti una religiosa colombiana, una protestante svizzera e una coppia australiana.

Sono presi in ostaggio dal mare, dal deserto e dal futuro che spesso assomiglia al passato. Ostaggi provvisori di navi, camion, militari, mafiosi, trafficanti e pompieri della storia. Chi afferma che il Sahel non è industrializzato poco conosce di questa zona del mondo. Le fabbriche di ostaggi si moltiplicano in proporzione ai regimi dittatoriali e al libero mercato delle ricorrenti carestie stagionali. I piani di sviluppo di questa industria prevedono benefici sempre maggiori per gli azionisti. Le basi militari ne assicurano la sicurezza, i giornalisti il funzionamento e gli ostaggi la garanzia di mano d’opera. Solo la diserzione o l’ammutinamento degli ostaggi potrebbe ridurre il numero di fabbriche con gran danno del turismo umanitario.

Niamey, aprile 2018

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Pasqua di sangue, due morti sul lavoro

Neanche a Pasqua si smette di lavorare e di morire.

Due persone sono morte questa mattina a causa di una esplosione in un’azienda di mangimi a Treviglio, nel Bergamasco. Sul posto sono al lavoro una decina di vigili del fuoco e personale del 118.

L’azienda interessata è la ICB, in via Caldenzano. Sebbene non si abbia notizia di altre persone coinvolte nell’incidente, al momento il bilancio viene dato come provvisorio.

Da prime informazioni diffuse dall’agenzia Agi, ad esplodere è stata un’autoclave dove vengono effettuate operazioni di bollitura ed essiccazione di materiale organico destinato poi alla produzione di mangime per allevamento.

Non si riesce a comprendere la ragione per cui un’azienda di mangimi debba stare aperta anche il giorno di Pasqua, se non per far entrare qualche euro in più nel portafoglio dell’azienda. In questo caso, infatti, non stanno in piedi neanche le motivazioni con cui si costringono al lavoro festivo bar, ristoranti e supermercati.

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