Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/08/2019

X - Los Angeles

Dalla metà degli anni 70 Hollywood a Los Angeles s’infiamma con la scena punk. Una scena plurale, dominata da donne e chicanos, dove le differenze culturali, etniche e di genere trovano spazio per l’espressione personale e la condivisione. In questo contesto emerge la stella degli X, band capitanata dalla coppia Exene Cervenka e John Doe, incredibilmente affascinante e disperata (la sorella di Exene, Mirielle, vola invece a New York e prende parte alla scena no wave, insieme al marito Gordon Stevenson, tra Dna e Teenage Jesus & the Jerks).

Come Amos Poe e Ivan Kral a New York scelsero di aprire “The Blank Generation” (1976) sotto il segno di Patti Smith, così Penelope Spheeris sceglie gli X per presentare il fermento punk di allora nel suo storico film documentario “The Decline of Western Civilization” (1981), con una versione incendiaria di “Nausea”. Alla band è così assegnato il ruolo emblematico di connettore e propulsore di una scena che prolifica nelle venue della Città degli Angeli (Fleetwood, Club 88, Whisky a Go-Go, Roxy, Hong Kong Café) e che coagula progetti musicali disparati, come Germs (prodotti da Joan Jett), Alice Bag Band, Circle Jerks fino ai Black Flag, che diventeranno, nello stesso contesto della Southern California, quasi antagonisti con l’inflessibile credo "DIY hard-core".

“Los Angeles” (1980) stesso, primo album della band e disco fondamentale della storia del punk, è la sublimazione delle inquietudini artistiche e culturali che attraversano LA dagli anni 60 agli anni 80: un disco scritto dalla band, realizzato insieme a Ray Manzarek dei Doors e (auto)prodotto dalla Slash Records, compagine discografica della zine Slash Magazine, per la quale scrivevano anche Claude Bessy (Catholic Discipline) e Chris D (Flesh Eaters, Divine Horsemen).

I riff propinati dagli X affondano una recondita idolatria per il rock duro e puro dei primi 60 dentro un oceano di nichilismo dalle tinte noir. Testi scomodi e incendiari fungono da volano per una vera e propria cascata di melodrammi interiori, talvolta esorcizzati con l’irriverenza di chi ha deciso di bruciare e bruciarsi come se non ci fosse un domani all’orizzonte (su tutte spicca la sopracitata "Nausea"). Ebbene, è da tale coagulo di umori e sensazioni disorientanti che nasce la title track: un concentrato di rockabilly strizzato in un secchio di acido solforico con la chitarra di Billy Zoom suonata come se Chuck Berry si unisse di scatto ai Sex Pistols, dando così vita a un amplesso tanto magico, quanto surreale.

È il canto del cigno dell’utopia hippie dei 70 che rimbomba ancora, mentre le campane del punk suonano imperterrite la loro inconsolabile e folle festa. Un party sfrenato, malato, degenerato fino al midollo e con Exene matrona incarognita al microfono, tra un’invettiva sociale da gridare al mondo e un disappunto interiore da sputare in faccia a chiunque incroci il suo sguardo. Quello mosso dagli X è un oltraggio senza soste. Un assalto frontale organizzato tra un mantra di morrisoniana memoria (“The World's A Mess, It's In My Kiss”) e l’ennesimo giro rock da spedire sulla Luna magari con un “semplice” conato (“Sugarlight”).

Gli X si muovono seguendo coordinate che di lì a poco daranno vita alla rivoluzione hardcore della benemerita West Coast statunitense. Uno tsunami che placa la sua inarrestabile corsa in momenti meno incalzanti, ma non per questo meno deviati, come il passo sbilenco e magnetico de “The Unheard Music”. Parimenti, se c’è una canzone che più di ogni altra evidenzia l’anima magmatica della band californiana e di quello che sarà il fondamento di tutto il movimento “L.A. punk”, questa è la trascinante “Johny Hit And Run Paulene”: un vero e proprio boogie per stupratori seriali a cui affidare, in maniera ovviamente del tutto figurata, i propri demoni da scagliare a velocità supersonica contro una società paralizzata e sempre più imbevuta di capitalismo.

In tal senso, resta emblematica l’introduttiva “Your Phone's Off The Hook, But You're Not”, scritta da Doe ed Exene, con il fantasma - più volte citato dallo stesso Doe - del grande rockabilly dei 50 Eddie Cochran (il cui inno ribelle "Summertime Blues" del 1958 viene talvolta considerato come la prima vera canzone punk della storia) a fungere da timoniere tra un conato e l’altro, mentre la chitarra del buon Billy Zoom trascina tutto con sé con il consueto riff in salsa pseudo-blues ultra-accelerato e le parole lasciano poco spazio all’immaginazione, conficcandosi ovunque come schegge impazzite, nell’insolito tentativo di descrivere la pochezza dell’altro lato degli States, rappresentato per l’occasione da una New York eletta a simbolo di una decadenza considerata dagli stessi X vagamente “spicciola”:
Someone clean to chew on
A wife that no one likes
I called and they said all of New York
Was a tow-away zone
We paid sixty dollars on 12th Street today
And now all our money's gone
“Los Angeles” segnerà così tanto la cultura californiana degli anni 70-80 da riecheggiare come un memento mori nella pagina finale del romanzo “Meno di zero” (“Less Than Zero”, 1985) di Bret Easton Ellis, dove il protagonista abbandonerà la città disperata, poco più che adolescente ma già “sul viale del tramonto”:
C’era una canzone che avevo sentito quando ero a Los Angeles, una canzone di un gruppo del posto. La canzone si intitolava “Los Angeles” e le parole e le immagini erano così crude e amare che il testo mi sarebbe ritornato in mente per giorni. Le immagini, lo scoprii soltanto dopo, erano personali e nessuno che conoscessi le condivideva con me. Le immagini che avevo io erano di gente impazzita per via della vita della città. Immagini di genitori così affamati e insoddisfatti da divorare i loro stessi figli. Immagini di persone, ragazzi della mia stessa età, che alzavano lo sguardo dall’asfalto restando accecati dal sole. Queste immagini restarono con me anche dopo che lasciai la città. Immagini così violente e malvagie che sembrarono essere il mio unico punto di riferimento anche molto tempo dopo. Dopo che me ne fui andato.

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03/08/2019

WSJ - Perché Russia e Cina stanno unendo le forze

Abituati come siamo a una classe dirigente becera e insipiente, capace soltanto d'appiattire il sentire comune su livelli di volgarità intellettuale e verbale che paiono senza confini, ci stiamo disabituando a scomporre "la voce del padrone".

Si tratta, tuttavia, di una leggerezza cui dobbiamo rifuggire, in particolare quando a descrivere la rotta sono i più alti piani del capitale. È il caso dell'articolo del Wall Street Journal, tradotto da Milano Finanza, che trovate qui sotto.

Fatta la tara con un'enfasi retorica da unica superpotenza completamente fuori luogo, il testo contiene comunque delle indicazioni interessanti:

1) la classe dirigente statunitense non ha ancora compreso, o rifiuta di prendere atto, del venir meno del proprio ruolo di primus inter pares;

2) l'ordine multipolare in fieri che trova in Cina e Russia i nuovi baricentri su cui si stanno riconfigurando gli interessi e le relative catene del valore globali, viene minimizzato, ai limiti del negazionismo, da una classe dirigente che non ha alcuna intenzione di fare i conti con il proprio declino;

3) l'anomalia Trump, descritto ai tempi della suo ingresso alla Casa Bianca, come un fattore del tutto esogeno allo scorrere dell'ordine capitalista statunitense e mondiale, ora è sempre più spesso riconosciuto come l'uomo giusto al posto giusto, per un capitalismo che pensa e intende ancora imporsi come il primo e unico della lista a livello internazionale. Oltre a questo articolo, lo dimostrano l'andamento azionario del Dow Jones, che macina record su record da quando Trump ha preso possesso dello studio ovale;

4) l'aggressività sullo scacchiere internazionale dell'attuale amministrazione statunitense è vissuta come necessaria, comunque un dato di fatto da prendere come tale.

5) L'Unione Europea è palesemente percepita come un soggetto prossimo alla liquidazione.

Lo scenario che ne risulta è eufemistico definirlo inquietante, soprattutto quando alle analisi politico-economiche seguono fatti di questo genere...

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La scorsa settimana aerei militari russi e cinesi hanno sondato le difese aeree sudcoreane e giapponesi, costringendo i sudcoreani a sparare più di 300 colpi di avvertimento prima che gli intrusi si allontanassero.

Questa è stata solo l'ultima manifestazione di un'alleanza sempre più profonda tra Russia e Cina. James Dobbins, Howard Shatz e Ali Wyne hanno descritto l'allineamento emergente in un saggio dello scorso aprile sulla rivista Diplomat. Nel 2016, la Russia ha spodestato l'Arabia Saudita come maggior fornitore di petrolio importato in Cina. Nel 2017, i due Paesi hanno tenuto la loro prima esercitazione navale congiunta nel Mar Baltico. Nel giugno 2018, Xi Jinping chiamò Vladimir Putin "il mio migliore e più intimo amico", e più tardi quell'anno le forze cinesi parteciparono alla più grande esercitazione militare sul suolo russo dal 1981.

Il direttore uscente dell'intelligence nazionale, Dan Coats, sostiene che i due supergiganti eurasiatici sono vicini così come lo erano negli anni '50. Dal Venezuela alla Siria alla Serbia, stanno lavorando per frustrare l'Occidente. Inoltre, stanno cooperando sempre più spesso anche nell'Africa subsahariana e hanno trovato il modo di ridurre la loro concorrenza in Asia centrale.

Molti analisti hanno sottovalutato le prospettive di un profondo coordinamento sino-russo. Per loro, l'obiettivo generale della politica estera di Putin è da tempo quello di fare della Russia una grande potenza indipendente tra Europa e Cina; una stretta alleanza con una Cina in ascesa va contro questo obiettivo. Le tensioni lungo un esteso confine, le rivalità commerciali e i sospetti russi sui disegni cinesi nei territori dell'Estremo Oriente tendono a separare i due paesi. Dato il lento declino della Russia e la rapida ascesa della Cina, alcuni si aspettavano che la Russia avrebbe sostenuto gli sforzi occidentali per riequilibrare la Cina piuttosto che comprometterli.

Mosca sembra invece aver concluso che la porta verso l'Occidente è chiusa. L'Unione Europea è troppo debole, troppo indecisa e troppo liberale per servire da partner strategico per la Russia di Putin. Il Presidente Trump è troppo impulsivo e il Congresso troppo ostile affinché gli Stati Uniti possano soddisfare le esigenze della Russia. Per questo, occorre scegliere tra un'alleanza con la Cina e l'isolamento.

C'è un altro fattore che spinge Mosca e Pechino insieme. L'atmosfera circense della presidenza Trump a volte lo oscura, ma negli ultimi anni si è assistito a un notevole aumento del potere americano. La portata di Washington si sta espandendo, la sua capacità di imporre la propria volontà agli altri è cresciuta, ed è diventata più disponibile e capace di usare il suo potere in modo dirompente. Inoltre, come dimostrano le recenti proteste a Mosca e Hong Kong, le idee liberali hanno ancora il potere di sfidare gli autocrati del mondo. La Russia e la Cina hanno deciso di lavorare più strettamente insieme per lo più perché entrambi i paesi sono più preoccupati dagli Stati Uniti.

Persone intelligenti non sono d'accordo sulla saggezza della politica dell'amministrazione Trump sull’Iran, il cui successo è tutt'altro che certo: ma come dimostrazione del potere americano, l'isolamento economico di un grande produttore di petrolio nonostante la rigida opposizione europea, cinese e russa è uno spettacolo straordinario. Per la Russia, un altro grande produttore di petrolio dipendente dal commercio con l'Occidente che ha sentito il morso delle sanzioni americane, è terrificante.

Tre fattori contribuiscono a questo aumento della potenza americana. In primo luogo, il successo del fracking petrolifero e delle tecnologie correlate, che insieme all'aumento dell'uso delle energie rinnovabili in Occidente, rende i mercati energetici mondiali più resistenti. I prezzi del petrolio sono stabili e relativamente bassi, anche se l'Iran e il Venezuela sono stati essenzialmente costretti ad uscire dal mercato.

In secondo luogo, la crescente sofisticazione delle tecnologie dell'informazione implica che le autorità statunitensi sono in grado di monitorare transazioni complesse e di applicare sanzioni secondarie in misura senza precedenti. I governi europei sono rimasti scioccati nello scoprire di non poter proteggere dagli effetti della legge americana le aziende nazionali che desiderano fare affari con l'Iran. Mosca e Pechino non possono fare a meno di notare che un giorno questi strumenti potrebbero essere rivolti contro di loro.

Il terzo fattore è il presidente Trump. Usando il commercio e i dazi come armi in negoziati non correlati, il presidente ha aumentato il peso dell'America. Gli sforzi europei per resistere alle sanzioni statunitensi contro l'Iran, per esempio, devono essere portati avanti all'ombra delle minacce di Trump di imporre massicci dazi sui principali prodotti europei per motivi di "sicurezza nazionale" vagamente definiti.

I critici di Trump sostengono che Washington non può permettersi di alienare gli alleati di lunga data, ora che gli avversari si uniscono tra loro contro gli Stati Uniti. E le aziende di tutto il mondo hanno bisogno di quel tipo di prevedibilità politica che la diplomazia dell'era Trump sta costantemente erodendo.

È vero, e preoccupante, ma il nuovo disordine mondiale ha cause più profonde di Trump. Ci sono due grandi potenze in crescita nel mondo di oggi, non solo una, e gli Stati Uniti, così come la Cina, sta sviluppando una visione più ampia dei suoi interessi man mano che il suo potere cresce.

La Cina ha risposto alla nuova situazione competitiva internazionale approfondendo le sue relazioni con un partner strategico. Combinare le ambizioni sconvolgenti di due potenze mondiali in ascesa con le conseguenze economiche, militari e culturali dirompenti della rivoluzione dell'informazione, ed ecco che le cause del nostro disordine sono più facili da capire anche se non, purtroppo, da risolvere.

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Israele - Alle elezioni la sinistra corre al centro

di Michele Giorgio – il Manifesto

“Dal pluralismo polarizzato al pluralismo centripeto”, la nota teoria con cui Paolo Farneti negli anni Settanta spiegò la svolta nella politica italiana, in particolare nella sinistra, si applica bene anche alla sinistra israeliana. Perché il dato più interessante alla chiusura, giovedì, della presentazione delle liste per le elezioni israeliane del 17 settembre – cinque mesi dopo l’inutile vittoria di Benyamin Netanyahu e del Likud al voto del 9 aprile (il premier non è riuscito a formare la nuova maggioranza di destra) – è la folle corsa al centro di ciò che resta della sinistra. Incluso il Meretz, la sinistra sionista, che tra ambiguità e difficoltà in questi anni ha cercato di portare avanti un’agenda sociale e l’idea dello Stato palestinese che la destra nelle sue varie espressioni ormai esclude del tutto.

Spaventato dai pessimi risultati ottenuti dal partito il 9 aprile (4 seggi), il nuovo leader del Meretz, Nitzan Horowitz, si è lasciato sedurre dall’appello all’unità lanciato dall’ex primo ministro e capo di stato maggiore Ehud Barak, ritornato in politica ma tenendosi a distanza dal «partito dei generali», Blu e Bianco, guidato da Benny Gantz. Così è nata l’“Unione democratica” che mette insieme Barak, il Meretz e la deputata ex laburista Staf Shaffir, nel 2011 leader della versione locale degli “Indignati”. Accreditata inizialmente dai sondaggi di 10 seggi, oggi la lista è data a sei-sette seggi. «Quella del Meretz è stata una scelta folle, irrazionale» ci dice il politologo Michael Warshansky «non capisco come Horowitz possa aver deciso di allearsi con Barak che ideologicamente non appartiene alla sinistra ed è noto per il suo cinismo. Alleandosi con Barak, il Meretz accetta di moderare il suo programma, in Israele e verso i palestinesi». Secondo Warshansky il problema è «l’ossessione di gran parte dell’opposizione di mandare a casa Netanyahu. Me lo auguro anche io naturalmente ma il vero tema deve essere come ricostruire la sinistra sulla base dei suoi valori, in un paese che da anni ha virato decisamente a destra e di cui Netanyahu è solo l’espressione più compiuta». Non è insignificante il fatto che Horowitz, Barak e Shaffir non abbiano fatto riferimenti alla soluzione a “Due Stati” (Israele e Palestina) presentando la lista alla stampa.

I laburisti, precipitati il 9 aprile a soli sei seggi, non sono saliti sul carrozzone di “Unione democratica”. Il nuovo leader, Amir Peretz ha respinto l’iniziativa di Barak. Tuttavia invece di tentare un rilancio a sinistra del partito e di cercare una fusione con il Meretz, si è alleato con il partito di centrodestra Gesher di Orli Levi-Abekasis. «Anche Peretz, che pure ha un passato dignitoso di leader sindacale, ha fatto una mossa irrazionale puntando a destra», commenta Warshansky «Come Barak anche lui non comprende che l’elettorato di centro e di destra non voterà mai per lui, sceglierà l’originale, ossia Blu e Bianco o il Likud e l’ultradestra».

Netanyahu perciò dorme tranquillo. I sondaggi sono a favore di una nuova maggioranza di destra, anche per l’unità elettorale raggiunta da gran parte dell’estrema destra, e i suoi avversari dopo il 17 settembre difficilmente potranno impensierirlo. I problemi di Netanyahu sono solo due al momento: la magistratura che potrebbe mandarlo sotto processo per corruzione e l’ex ministro Avigdor Lieberman, il leader del partito Yisrael Beitenu. Lieberman ha giocato abilmente le sue carte quando ha rifiutato di unirsi alla coalizione di Netanyahu dopo le elezioni di aprile in nome della lotta ai partiti religiosi ultraortodossi. Aver aperto la strada alle nuove elezioni non ha danneggiato le sue possibilità. Al contrario i sondaggi indicano che potrebbe raddoppiare il numero di seggi ottenuti ad aprile (cinque). Vuole un governo di unità nazionale senza i religiosi. Se Netanyahu non lo asseconderà, si sposterà dalla parte di Gantz.

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Italia - Economia ferma e finta “crescita dell’occupazione”

Nei giorni scorsi sono stati pubblicati dall’Istat i dati relativi alla stima preliminare del Pil:
“Nel secondo trimestre del 2019” si legge nel comunicato stampa dell’Istituto Nazionale di Statistica “si stima che il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia rimasto stazionario sia rispetto al trimestre precedente, sia nei confronti del secondo trimestre del 2018. Il secondo trimestre del 2019 ha avuto una giornata lavorativa in più rispetto al trimestre precedente e una giornata lavorativa in più rispetto al secondo trimestre del 2018. La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto sia nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, sia in quello dell’industria e di un aumento in quello dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo nullo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta. La variazione acquisita per il 2019 risulta nulla.”
In altre parole il Pil, indicatore utilizzato dagli economisti come termometro per misurare la ricchezza di un paese, sembra non crescere più.

La crescita, appunto, se c‘è, è impercettibile, appena sopra il livello dello zero. Più specificatamente nel secondo trimeste del 2019 la crescita rispetto ai mesi precedenti è stata nulla, così come la crescita tendenziale, cioè rispetto al secondo trimestre 2018. E oramai siamo giunti al quinto trimestre consecutivo in cui la variazione congiunturale si attesta intorno allo zero.

“Il dato sulla crescita zero nel secondo trimestre era atteso” ha affermato il ministro dell’Economia, Tria, commentando i dati sopra riportati “perché riflette il rallentamento in atto nell’economia dell’eurozona”. Dunque ha ammesso ufficialmente che l’economia italiana sia in stagnazione, pur invitando “a perseverare nello sforzo di rilanciare la crescita” e ritenendo ancora raggiungibile l’obiettivo dello 0,2 per cento per il 2019, sancito dal Documento di Economia e Finanza in aprile.

Indubbiamente non giova il rallentamento del commercio mondiale. La stessa economia tedesca è in flessione e la crescita complessiva dell’Eurozona non va oltre lo 0,2 per cento nel secondo trimestre, secondo i dati pubblicati da Eurostat. Fattori che hanno il loro peso su un paese che si basa molto sulle esportazioni come l’Italia. Tuttavia anche i consumi interni sembrano al palo, come afferma da tempo Confcommercio che ne denuncia la “scarsa dinamicità”.

A questi dati si aggiungono quelli ancor meno confortanti dello Svimez (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno) che per il Sud paventa esplicitamente lo spettro della recessione.

“Dopo un triennio 2015-2017 di (pur debole) ripresa del Mezzogiorno” si legge nelle anticipazioni sul rapporto Svimez 2019 “si riallarga la forbice con il Centro-Nord. Tengono solo gli investimenti in costruzioni, crollano quelli in macchinari e attrezzature. Prosegue il declino dei consumi della P.A. e degli investimenti pubblici. Al Mezzogiorno mancano quasi 3 milioni di posti di lavoro per colmare il gap occupazionale col Centro-Nord. Il dramma maggiore è l’emigrazione verso il Centro-Nord e l’estero”.

L’Italia afferma lo Svimez, farà registrare una sostanziale stagnazione, con un incremento lievissimo del Pil dello 0,1 per cento: “Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, dello 0,3 per cento, mentre nel Mezzogiorno l’andamento previsto è un calo dello 0,3 per cento”.

Al calo della crescita economica al sud si aggiunge il declino demografico aggravato da un’emigrazione in aumento che non viene compensata nemmeno dai flussi migratori: nel rapporto prima citato, infatti si evidenzia come gli emigrati dal Sud – tra il 2002 e il 2017 – siano stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi, 66.557 sono giovani (50,4 per cento, il 33 per cento dei quali laureati).

Insomma dai dati enunciati da due istituti pare emergere in prospettiva un quadro poco rassicurante per l’economia italiana.

Per questo sembrano sorprendenti i dati occupazionali, resi noti anche stavolta dall’Istat, che certificano una continua discesa della disoccupazione che a giugno ha toccato il 9,7%, la percentuale più bassa degli ultimi 7 anni, e contemporaneamente un tasso di occupazione al 59,2%, al suo massimo storico.

Insomma la componente occupazionale sembra sganciarsi dalla crescita economica e proporre un paradosso: economia ferma e occupazione che aumenta.

Tuttavia, come rilevato da diversi economisti, occorre non farsi trarre in inganno e gridare al miracolo; nell’area euro il tasso di occupazione è al 73% e la disoccupazione al 7,5% La disoccupazione giovanile è al 7,5%. Peggio di noi si attestano solo Grecia e Spagna.

Le regioni del nostro meridione primeggiano poi nel continente per le alte percentuali di neet (“Neither in Employment nor in Education or Training”, espressione che indica persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione) .

Entrando nel merito, tra le cause di riduzione del tasso disoccupazione vi è il boom del c.d. “part time involontario”, ossia di quei lavoratori costretti ad accettare un impiego a orario (e dunque stipendio) ridotto. Negli ultimi dieci anni i lavoratori costretti ad accettare un impiego a orario ridotto sono più che raddoppiati (+107,8%), passando da 1,3 milioni del 2008 a 2,8 milioni dello scorso anno.

La gente deve arrangiarsi e in situazioni critiche accetta la precarietà e/o contrattini piò o meno stabili, anche se comportano poche ore di lavoro e scarne buste paga.

Come poi rileva Valentina Conte nella pagine de La Repubblica: “la Cassa integrazione straordinaria (un ammortizzatore sociale erogato dall’INPS, avente la funzione di sostituire e/o integrare la retribuzione dei lavoratori sospesi o a orario ridotto di aziende in situazione di difficoltà produttiva, n.d.a ) è raddoppiata a giugno sull’anno prima, al sud è esplosa del 436%. Nei primi sei mesi siamo già a +42% sul 2018. E chi riceve la c.i.g.s. sta casa, ma formalmente è ancora dipendente. L’Istat dunque lo calcola come occupato. Come pure chi dichiara di aver lavorato almeno un’ora nell’ultima settimana”.

Giorgio Pogliotti, invece dal Sole 24 Ore, invita a guardare i dati in controluce facendo emerge un quadro più in chiaroscuro, rispetto a quello che può trapelare da una veloce lettura dei dati Istat. “I 29mila disoccupati in meno registrati tra maggio e giugno sono in gran parte attribuibili alla fascia d’età tra 15 e 24 anni (-28mila), seguita da quella tra 25-34 anni (-15mila) e dai 50 anni (mille in meno). Ma dove sono finiti questi disoccupati in meno? Nella fascia 15-24 anni hanno ingrossato le fila degli inattivi esclusi dal mercato del lavoro (+28mila) e solo parzialmente sono stati riassorbiti tra gli occupati (+10mila). È andata peggio alla fascia d’età degli over 50, tra i quali si contano 35mila inattivi in più e 18mila occupati in meno. Mentre alla fascia centrale tra 35 e 49 anni è andata meglio con 5mila occupati in più e 23mila inattivi in meno”.

Insomma la lettura clinica dei dati non si presta a facili dichiarazioni ottimistiche.

L’Italia, come gli stessi rapporti Istat confermano, è un paese in declino demografico: si fanno pochi figli e il saldo tra emigrazione e immigrazione è negativo. Tale evidenza viene in soccorso alla domanda che molti si staranno ponendo: “Come è possibile che nonostante l’ economia sia sulla soglia della stagnazione in percentuale i tassi di occupazione aumentino?”.

Statisticamente parlando, il tasso di occupazione è dato dal rapporto tra gli occupati e la popolazione della classe di età 15-64 anni. Riducendosi il denominatore del rapporto, chiaramente il tasso di occupazione aumenta anche se il numero assoluto degli occupati non cresce.

In secondo luogo, come prima evidenziato, le ore lavorate si sono ampiamente ridotte rispetto alle persone che hanno trovato impiego. Cresce appunto il part-time involontario in luogo del full time, anche con durate brevissime e sono tante le persone con poche ore lavorate in un anno. Si riducono le ore lavorate, si riduce la qualità del lavoro; aggiungiamo poi che finora il principale sostegno alla crescita occupazionale sono stati gli sgravi contributivi concesse alle imprese.

Insomma anche il quadro occupazionale, se sottoposto ad un’analisi più approfondita, presenta caratteristiche inquietanti che, sommate alle stime non certo rosee di crescita del Pil, invitano a non essere ottimisti.

Occorrerà capire come si muoverà il governo – se durerà ancora – sul fronte della politica economica, anche se gli spazi di manovra per via della gabbia europea sono davvero esigui.

Per ora il reddito di cittadinanza ha assunto solo la funzione (peraltro rivista al ribasso rispetto alle stime iniziali) di ammortizzatore sociale, in quanto non sono ancora entrati a regime i processi di incrocio tra offerta e domanda di lavoro coordinati da navigator e centri dell’impiego.

Sul fronte economico, peraltro oggetto di dibattito sempre marginale rispetto al cavallo mediatico della Lega, quello dell’immigrazione, sembra essere stata messa all’angolo la proposta della flax tax, mentre si cerca di rilanciare un vecchio cavallo di battaglia della Lega, quello delle gabbie salariali; un sistema di calcolo salariale quanto mai obsoleto in un mercato del lavoro europeo senza barriere e che difficilmente, per ovvie ragioni, potrà essere approvato dai comprimari dei 5 Stelle che al sud (i cui lavoratori salariati sarebbero i più danneggiati se il provvedimento passasse), hanno la loro più ampia base elettorale.

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Trump conciona sui dazi contro Cina ed Unione Europea

La Cina ha annunciato la possibilità di adottare “contromisure” se gli Stati Uniti imporranno nuovi dazi. L’avvertimento delle autorità di Pechino arriva all’indomani delle esternazioni del presidente americano Donald Trump, il quale ha annunciato nuovi dazi del 10% su 300 miliardi di dollari di merci cinesi a partire dal 1 settembre.

Giovedi il presidente Usa, sfiorando anche il senso del ridicolo, aveva annunciato nuovi dazi del 10% su 300 miliardi di dollari di merci cinesi a partire dal 1 settembre, anche se poi su Twitter scriveva che: “I negoziati commerciali vanno avanti e durante questi colloqui, a partire dal 1 settembre, gli Stati Uniti imporranno una piccola tariffa aggiuntiva del 10% sui restanti 300 miliardi di dollari di beni e prodotti provenienti dalla Cina”.

Con lo stesso senso del ridicolo Trump ha definito “costruttivi” i colloqui avuti dai rappresentanti americani nei giorni scorsi con la controparte cinese a Shanghai, ma ha poi ricordato che Washington pensava di “aver raggiunto un accordo con la Cina tre mesi fa”. Purtroppo, ha aggiunto il presidente americano, “la Cina ha deciso di rinegoziare l’accordo prima di firmarlo” e “più di recente, la Cina ha accettato di acquistare grosse quantità di prodotti agricoli dagli Stati Uniti, ma non lo ha fatto”.

Trump su Twitter si è dovuto arrampicare sugli specchi scrivendo che “il mio amico, il presidente Xi, aveva detto che avrebbe fatto cessare la vendita di Fentanyl negli Stati Uniti e questo non è mai successo e molti americani continuano a morire!”.

In ambito clinico il Fentanyl, più forte della morfina nel trattamento del dolore, è impiegato in cerotti transdermici, lecca-lecca o pastiglie per la terapia del dolore cronico dei malati di tumore. Il farmaco in ambito criminale viene però sintetizzato dai cartelli della droga messicani a un costo più basso di quello necessario per produrre eroina, con cui spesso viene mischiato per renderla più potente.

Ad aprile la Cina, su richiesta degli Usa, aveva annunciato la cessazione della produzione di sostanze simili al fentanyl. Durante una conferenza stampa Liu Yuejin, vicepresidente della commissione cinese che si occupa del controllo delle sostanze che creano dipendenze, aveva detto che dal primo maggio tutti i farmaci simili al fentanyl venivano aggiunti alla lista di droghe proibite in Cina, come promesso durante le trattative avviate nel dicembre del 2018. Ma lo stesso Liu aveva precisato che non ci sono prove che la Cina sia la principale fonte di fentanyl e che la crisi americana dell’abuso di oppioidi dipende dagli errori compiuti nel prescrivere farmaci negli Stati Uniti

In un ultimo tweet, Trump ha sottolineato però che gli Stati Uniti vogliono “portare avanti il dialogo positivo con la Cina su un accordo commerciale globale, certi che il futuro tra i nostri due paesi sarà luminoso!” .

Ma le bizzarrie di Trump non si fermano alla Cina. Come se non bastasse Trump farà un annuncio sul commercio con l’Unione Europea alle 19:45 di oggi, secondo quanto ha reso noto la Casa Bianca. A maggio il presidente Usa ha minacciato di imporre tariffe sulle importazioni di automobili, cibo e alcool dall’Ue. Infatti aveva dichiarato che le importazioni di alcuni veicoli e componenti auto europei rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati uniti, minacciando dazi del 25%. “Timori che si aggiungono ad altri timori”, scrive oggi Milano Finanza.

E le borse sono andate giù.

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Epstein e la degradante élite globalista

Come può essere possibile che un illustre personaggio come Mark Lowcock, Segretario generale degli affari umanitari dell’ONU, possa affidarsi per stendere la sua relazione sulla situazione attuale del conflitto in Siria sulle informative provenienti da ONG squalificate (nota 1) in provata combutta con il jihadismo terrorista, come appunto sono gli White Helmets?

E come può essere possibile che Michele Bachelet, ex presidente del Cile e attuale Alta Commissaria dell’ONU per i diritti umani nella sua relazione (nota 2) sulla crisi sociale ed economica del Venezuela abbia ignorato il feroce embargo imposto al Paese da Washington e da Bruxelles, l’oro congelato dalle banche europee, i continui tentativi di sovversione violenta delle istituzioni da parte delle opposizioni armate, le guerimbas gestite da mercenari e le molte vittime di cui si sono macchiate, i tentativi di assassinio di Chavez e di Maduro, l’autoproclamazione terrorista di Guaido come presidente della Repubblica?

Come è possibile che dieci edifici di un villaggio palestinese siano a rischio di distruzione, per i soliti motivi di sicurezza addotti da Israele, perché troppo vicini a un muro che non è stato certo ideato e costruito dai palestinesi… e come è possibile che l’ONU, così “vigile” sui diritti umani non sia capace non dico di effettuare un’indagine e di relazionare ma neanche di porre all’ordine del giorno l’esecrabile impunità sionista, dato che si tratta degli “intoccabili” che tutto possono?

E ancora come può essere possibile che Il Corriere della Sera sugli arsenali colmi di armi sofisticate benedette da croci uncinate in Piemonte, in Lombardia, in Emilia non veda l’ovvio nesso fra i nazisti nostrani e quelli ucraini allevati e addestrati dalla Nato che recluta terroristi perché l’Ucraina sia sotto il controllo di USA/UE/Israele e sia testa d’ariete contro l’Orso russo, guerra che l’irresponsabilità delle oligarchie globaliste rende sempre più probabile. L’Ucraina: dove è stato creato un governo fantoccio, di affiliazione nazista, prossima ad entrare nella Nato ufficialmente; l’Ucraina dove chi sventola o detiene una bandiera russa o un semplice simbolo come quello di S.Giorgio può essere arrestato e trattenuto in prigione per anni? (nota 3)

Come può essere possibile che nonostante i jihadisti nella provincia di Idlib, con il supporto di Tharir Al Sham, bombardino di continuo i villaggi situati sulla linea del fronte (su cui l’ONU sembra non avere nulla da ridire), le sanzioni dell’Occidente colpiscano lo Stato siriano, accusato incredibilmente di distruggere ospedali, scuole, panifici, quando invece le forze siriane e russe sono impegnate a colpire le linee di rifornimento prevenienti dalla Turchia, i depositi di armamenti e di fonti energetiche, le aree di comando: sanzioni che sono destinate a perpetuarsi e a peggiorare con il fantastico duo al timone di comando dell’oligarchia dell’Unione cioè Ursula von der Leyen e Christine Lagarde senza trascurare la malandata ma sempre “zarina” Angela Merkel?

E come può essere possibile che il miliardario pedofilo Jeffrey Epstein – amico intimo di Guislane Maxwell, figlia di Robert Maxwell, conclamata spia doc del Mossad – sia riuscito a uscire di carcere dopo qualche mese nel 2008 sebbene fosse stato condannato per reati con trenta minorenni? A meno che non si ipotizzi una qualche forma di protezione dai servizi segreti statunitensi e israeliani, come ci viene suggerito dall’ex Procuratore di Miami Alexander Acosta: «Mi era stato detto che Epstein apparteneva all’intelligence e che avrei dovuto lasciarlo in pace»? (nota 4)

Ma si sa... la pedofilia può essere considerata una pratica orrenda, a meno che non serva alla tutela dello Stato. Perché il buon Epstein, trasportando i gaudenti con il suo aereo personale (un Boeing) nella sue isole offshore garantiva a ministri, banchieri, politici, regnanti... droga e sesso con minori che neanche Caligola ai suoi tempi. Nella sua agenda appaiono nomi come Bill Clinton, il principe Andrea, Kissinger, Rothschild, cardinali e vescovi. Il record di presenze: Bill Clinton con 27 voli. Naturalmente le riprese cinematografiche dei rapporti sessuali erano affidate a seri professionisti, in modo che Mossad e Cia potessero disporre di filmati eccellenti in modo da incastrare i gaudenti per corromperli e ricattarli al fine di favorire pressioni per raggiungere vari obiettivi, come ad esempio un finanziamento ad Al-Qaeda, una guerra contro il Libano o l’Iran, lo sdoganamento delle Fondazioni sioniste attive nella propaganda “antisemita”... Ora Jeffrey è in carcere. Vuole spifferare tutto per avere una diminuzione di pena. Riuscirà a sopravvivere?

Ma perché i media nostrani ne parlano poco e superficialmente ? Forse perché quando la rogna è troppo fetida e riguarda i vip della politica, della finanza, della cultura, della religione, è meglio darsi una calmata, se si vuole fare carriera.

Non parlatemi di mele marce, tutta l’élite globale è marcia: distruzione dell’ambiente, povertà per miliardi di persone, guerre e genocidio, media e social asserviti, ceti intellettuali al servizio della menzogna e del plagio sono l’inevitabile esito dell’avidità di denaro, di dominio delle classi dominanti attuali oramai al livello del sub-umano.

NOTE

1) Vietato parlare “Siria – Per l’ONU i russi e i siriani…” 21/7/19
2) David Lifodi su La bottega del barbieri «Venezuela: le ambiguità…» 23/7/19
3) Sui neoazisti in Ucraina leggi Manlio Dinucci «Vivaio Nato»… 23/7/19
4) Philip Giraldi in ComeDonChisciotte” «Gli agenti di influenza…» 23/7/19

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02/08/2019

Ilva - Non passa il tentativo di azienda e governo di far ripartire l’altoforno della morte

La magistratura ha respinto il tentativo dei commissari straordinari di fermare l’ordinanza di spegnimento dell’Afo2 attraverso la presentazione di un programma per la messa a norma dell’impianto.

Era l’opzione a cui lavoravano di concerto governo, amministrazione straordinaria e Arcelor Mittal, da circa un anno subentrato come affittuario dell’ex gruppo Ilva. Come USB esprimiamo il nostro apprezzamento per la tenacia della magistratura tarantina. Le ragioni del rifiuto non possono che trovarci totalmente d’accordo: il rischio per la sicurezza dei lavoratori è troppo elevato per posticipare nel tempo quelle misure chieste ormai molti anni fa e che non sono state attuate.

È evidente che questa giusta decisione, oltre a testimoniare la gravità della situazione dello stabilimento come da mesi denunciamo, apre una prospettiva del tutto nuova. Attendiamo di capire quali reazioni avrà la multinazionale, considerato che con la chiusura dell’Afo2 lo stabilimento tarantino perde un pezzo rilevante della sua capacità produttiva, ma è evidente che non si può più attendere oltre. Occorre da subito progettare un piano straordinario per Taranto e per i lavoratori. Occorrono ingenti risorse ed il governo è chiamato ad un ruolo decisivo.

Chiederemo un incontro urgente al governo per porre al centro della discussione politica l’alternativa sociale ed ecosostenibile all’attuale acciaieria.

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Whirlpool - A che punto è la situazione?

Il 24 luglio si è svolto al Mise il quarto tavolo di negoziazione tra la Whirlpool, i sindacati e il Governo. Da questo tavolo non è uscita alcuna risoluzione definitiva, tuttavia si è aperta una importante possibilità di contrattazione con l’azienda su diverse ipotesi per il mantenimento della produzione e dei livelli occupazionali a Napoli.

Al termine del tavolo, il capo del governo Conte ha dichiarato alle Camere che “il governo ha proposto uno strumento normativo per far rimanere la Whirlpool a Napoli e salvaguardare i livelli occupazionali”.

In cosa consiste questo strumento? Decontribuzione di 17 milioni di euro per i prossimi 15 mesi con sgravi fiscali sugli oneri per contratti di solidarietà. Crediamo che questa proposta sia largamente insufficiente e non offra nessuna garanzia ai lavoratori che la multinazionale non possa, come ha già fatto in passato, “fare cassa” e poi, dopo qualche tempo, tornare a “pianger miseria”, riaprire la crisi aziendale e minacciare ancora una volta chiusura, svendita o licenziamenti. Il Governo non ha dichiarato ancora come vincolare Whirlpool a rimanere a Napoli nel lungo periodo, limitandosi a proporre una decontribuzione che potrebbe favorire l’Azienda per un paio di anni, dopo i quali si ritornerebbe al problema di oggi.

“Tra le ipotesi presentate – specifica una nota del Mise – è stato deciso di proseguire il confronto su quelle che prevedono di investire nei prodotti di alta gamma, di spostare in Italia alcune produzioni realizzate all’estero e di individuare una nuova mission per il sito di Napoli, attraverso la realizzazione di un nuovo prodotto”.

Da parte sua, l’Azienda ha reso noto che gli “investimenti nelle lavatrici di alta gamma”, ovvero in “un segmento di mercato in forte difficoltà da diversi anni”, e i “trasferimenti di produzione da siti [...] EMEA” avrebbero “potenziali ripercussioni [...] sulla profittabilità dell’Azienda nella Regione EMEA”, sicché “queste soluzioni sarebbero in grado di garantire solo parzialmente i posti di lavoro, dimostrandosi quindi non sostenibili nel medio-lungo termine”.

In sostanza Whirlpool resta sulle sue posizioni e rifiuta le richieste degli operai e dei sindacati, mettendo vergognosamente il profitto privato davanti agli interessi dei lavoratori e delle famiglie implicate. Secondo quanto scrive l’Azienda “solo un nuovo progetto industriale e un nuovo prodotto” saranno “in grado di ridare nuova linfa al sito.” L’Azienda, dunque, insiste su una ipotesi di riconversione del sito produttivo di Napoli, che ci sembra inaccettabile, poiché aprirebbe un lungo periodo di cassa integrazione, formazione delle maestranze e reindustrializzazione del sito produttivo che non dà alcuna garanzia di riuscita, né, quand’anche portato a compimento, di trovare uno sbocco di mercato per le nuove produzioni.

Il caso della ex Embraco di Riva di Chieri parla chiaro, a un anno dall’accordo firmato dal gruppo Whirlpool con la Ventures soltanto 187 dei 413 operai dello stabilimento sono stati riassorbiti e i sindacati esprimono significative perplessità sulla riuscita della reindustrializzazione.

Intanto, dalle pagine de Il Mattino Whirlpool fa sapere che accoglie l’interessamento di Giovanni Battista Ferrario, ex direttore generale di Italcementi, pronto a costruire nel capoluogo campano container frigoriferi. Le prime indiscrezioni dicono che Ferrario investirebbe 30 milioni, mentre altri 20 milioni li metterebbe Whirlpool sia per facilitare la ristrutturazione delle linee aziendali sia per prendere una quota della nuova azienda. Anche questo è uno scenario già visto. Potrebbe scattare anche per Napoli l’“operazione Amiens” dove Whirlpool ha dato 7,5 milioni a un privato per disimpegnarsi e favorire la riconversione, che dopo un anno di attesa ha portato alla chiusura dello stabilimento e al licenziamento collettivo.

Quindi l’azienda dichiara che per quanto la riguarda esistono solo due delle cinque soluzioni presentate al Mise: vendere (nulla di nuovo) o dare inizio a una riconversione che si promette di garantire l’occupazione di tutti i lavoratori, come lo aveva promesso ad Amiens e a Riva di Chieri ovviamente.

Il quadro appena descritto impone di non abbassare la guardia e continuare a mettere in campo ciò che di buono questa battaglia ha finora espresso: la determinazione, l’unità e la forza degli operai uniti alla dedizione e alla solidarietà di quanti si sono impegnati al loro fianco. Bisogna continuare su questa strada per portare a casa un preciso obiettivo: il mantenimento di tutti i posti di lavoro, con o senza la volontà della Whirlpool. Se Whirlpool non crede di essere in grado di garantire tale orizzonte, allora sia lo Stato a tutelare l’occupazione, con o senza un privato a fare profitti: ci interessa che nessun posto di lavoro venga perso, non che un privato faccia profitti speculando sui destini degli operai.

Siamo fiduciosi che le soluzioni esistano e che questa vertenza possa essere vinta a patto che si garantiscano due condizioni fondamentali che hanno fatto la forza di questa lotta finora: 1) la determinazione e l’unità degli operai nel portare avanti questa vertenza con intelligenza, ma anche, se necessario, con maggiore decisione e combattività; 2) l’impegno dei sindacati ad agire conseguentemente con le posizioni assunte di difesa della piena occupazione nella continuità produttiva.

Ci appelliamo dunque al governo e ai sindacati perché escludano dapprincipio dai tavoli di negoziazione l’ipotesi della riconversione e diano forza alle richieste operaie di mantenimento della piena occupazione nella continuità produttiva.

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