Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/10/2023
Una corrispondenza da Gaza
Da Gaza questa notte è arrivata una corrispondenza di Giuditta Brattini, la cooperante italiana dell’Associazione “Gazzella” che è ancora presente nella Striscia.
Fonte
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La “lobby-Bandera” nel mondo occidentale
Alla vigilia della conferenza internazionale “Der Bandera-Komplex: Der ukrainische Faschismus – Geschichte, Funktion, Netzwerke” (Il complesso-Bandera – il fascismo ucraino: storia, funzioni, reti), organizzata per il 29 ottobre a Berlino dal quotidiano Die junge Welt e Melodie & Rhythmus, l’ex organo della Freie Deutsche Jugend della DDR ha intervistato il giovane ricercatore newyorkese Moss Robeson, che ha recentemente pubblicato un saggio e messo in circolazione un film sul fascismo ucraino e sulla rete internazionale della “Lobby-Bandera”.
Alla conferenza del 29 ottobre si parlerà del ruolo di OUN nella Seconda guerra mondiale e nell’attuale conflitto in Ucraina.
I fascisti, scrive DjW nel presentare la conferenza, fungono oggi da joker militare della NATO e da sprone per la battaglia che l’Alleanza ha spinto «fino all’ultima goccia di sangue» degli ucraini.
Ecco quindi che la classe politica e l’establishment mediatico occidentali li trasformano in eroi e mascherano sistematicamente la loro ideologia assassina.
La Conferenza tratterà di questa manipolazione di massa, mettendo in luce le radici politiche del culto creato attorno al leader fascista ucraino e collaborazionista hitleriano Stepan Bandera.
Per parte nostra, aggiungiamo che non tutto nelle affermazioni di Moss Robeson è pienamente corretto e condivisibile, come, per citare un solo esempio, l’affermazione secondo cui «Non è dato sapere se i Servizi segreti USA abbiano direttamente sostenuto OUN-B nelle prime fasi della guerra fredda», dal momento che è noto come, sin dai primissimi anni ’50, la CIA avesse messo a punto una mappa delle aree ucraine più anti-sovietiche e più ricettive a infiltrazioni armate occidentali.
Ma è senz’altro da lodare l’impegno nella ricerca dei legami tra un determinato establishment mondiale e la rete nera che lo circonda e da esso foraggiata: nello specifico, la rete neonazista che ha preso il sopravvento a partire dal golpe di majdan del dicembre 2013-febbraio 2014 a Kiev, ma che, purtroppo, aveva trovato troppo facili radici e terreno fertile nelle criminali protezioni accordate fin dalla metà degli anni ’50 al nazionalismo reazionario nella RSS d’Ucraina.
Alla conferenza del 29 ottobre si parlerà del ruolo di OUN nella Seconda guerra mondiale e nell’attuale conflitto in Ucraina.
I fascisti, scrive DjW nel presentare la conferenza, fungono oggi da joker militare della NATO e da sprone per la battaglia che l’Alleanza ha spinto «fino all’ultima goccia di sangue» degli ucraini.
Ecco quindi che la classe politica e l’establishment mediatico occidentali li trasformano in eroi e mascherano sistematicamente la loro ideologia assassina.
La Conferenza tratterà di questa manipolazione di massa, mettendo in luce le radici politiche del culto creato attorno al leader fascista ucraino e collaborazionista hitleriano Stepan Bandera.
Per parte nostra, aggiungiamo che non tutto nelle affermazioni di Moss Robeson è pienamente corretto e condivisibile, come, per citare un solo esempio, l’affermazione secondo cui «Non è dato sapere se i Servizi segreti USA abbiano direttamente sostenuto OUN-B nelle prime fasi della guerra fredda», dal momento che è noto come, sin dai primissimi anni ’50, la CIA avesse messo a punto una mappa delle aree ucraine più anti-sovietiche e più ricettive a infiltrazioni armate occidentali.
Ma è senz’altro da lodare l’impegno nella ricerca dei legami tra un determinato establishment mondiale e la rete nera che lo circonda e da esso foraggiata: nello specifico, la rete neonazista che ha preso il sopravvento a partire dal golpe di majdan del dicembre 2013-febbraio 2014 a Kiev, ma che, purtroppo, aveva trovato troppo facili radici e terreno fertile nelle criminali protezioni accordate fin dalla metà degli anni ’50 al nazionalismo reazionario nella RSS d’Ucraina.
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Voglio far luce sulla Bandera-lobby
Voglio far luce sulla Bandera-lobby
A proposito del retroterra del “Nazigate”, delle reti della Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e della nuova isteria anticomunista. Una conversazione con Moss Robeson.
Intervista di Susann Witt-Stahl
Lo scandalo dell’omaggio tributato a settembre all’ex membro delle Waffen SS Jaroslav Hunka al parlamento canadese, ha suscitato forti polemiche a livello internazionale. Ma il governo Trudeau fa finta di niente e sostiene di non avere nulla a che fare con i fascisti ucraini e con il passato dei collaborazionisti hitleriani immigrati in Canada dopo la Seconda guerra mondiale. Quanto è credibile?
Naturalmente, è difficile per il governo canadese appellarsi all’ignoranza. Dopo tutto, la vice primo ministro Chrystia Freeland è la nipote di un collaborazionista nazista [Mikhajlo Khomjak; ndt] e suo zio, John-Paul Himka [Ivan-Pavlo Khimka, nato a Detroit da padre ucraino; ndt], ha scritto un’opera fondamentale sull’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e l’Olocausto.
Detto questo, non credo che i parlamentari della Camera bassa avessero realmente chiaro che stessero applaudendo una persona che aveva servito nelle forze armate della Germania nazista.
Verosimilmente, essi pensavano di acclamare un veterano dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, UPA, dell’ala OUN-B, così definita perché faceva capo a Stepan Bandera [in contrapposizione a OUN-M, dal nome di Andrej Mel’nik; ndt].
Da molti anni, i canadesi sono addestrati, come foche in un circo, ad applaudire i banderisti che, nella Seconda guerra mondiale, avevano combattuto “per l’indipendenza”.
Ma l’UPA era un covo di collaborazionisti nazisti, che ebbe un ruolo importante nell’Olocausto e, a differenza della 14ª Divisione Waffen Grenadier delle SS (“Galizische N.1”), la sua organizzazione di base OUN esiste ancora oggi.
Questo deve essere un segreto di Pulcinella per il governo canadese, che finanzia numerosi gruppi camuffati di OUN, tra cui anche l’organo ufficiale banderista Ukrainian Echo in Canada.
Se fosse stato davvero così ignaro, da dove è allora uscito lo studio che ha portato a omaggiare Hunka in parlamento?
Se tale studio fosse stato condotto, il “Nazigate” potrebbe portare su strade politicamente pericolose e rivelare legami criminosi tra l’alta politica e i fascisti, come ad esempio il “Congresso Ucraino Canadese”, infestato di banderisti, che svolge un ruolo importante nelle relazioni tra Canada e Ucraina.
Lei ha coniato il concetto di “lobby-Bandera”. Cosa si intende precisamente con esso?
Per molti, il termine banderista è in generale sinonimo di nazionalista ucraino. Io però mi riferisco specificamente a soggetti membri di OUN-B o di altri gruppi scaturiti da questa organizzazione oggi clandestina.
“Pravyj sektor”, ad esempio, rientra in quest’ultima categoria perché il suo nucleo è rappresentato dalla “Organizzazione pan-ucraina “Trizub” nel nome di Stepan Bandera”, creata nel 1993 e che era in origine un gruppo paramilitare di OUN-B.
Diverso il caso del movimento “Azov”: sebbene consideri OUN come suo antenato ideologico, è emerso negli anni ’90 dalla scena neonazista ucraina, indipendente dalla rete Bandera.
Quando parlo della lobby-Bandera, mi riferisco alla rete internazionale di OUN-B, soprattutto nella diaspora ucraina, compresi i suoi numerosi gruppi camuffati. E anche altre organizzazioni, non fondate dai banderisti, ma da questi rilevate, come “Ukrainian Congress Committee of America”, UCCA. Ci sono poi tutti i loro amici e alleati.
Nella sua ricerca sul fascismo ucraino, lei ha studiato particolarmente OUN, in passato e oggi. L’opinione pubblica in Germania e nel mondo occidentale non è affatto informata su OUN, che nel 1940 si divise nella già citata ala OUN-B e in un’ala OUN-M che prende il nome dall’allora presidente Andrej Mel’nik, e le persone non sanno nemmeno che esista ancora. Dove possono trovarsi oggi le strutture e le reti OUN?
Finora non mi è del tutto chiaro se l’ala “Mel’nik” di OUN sia ancora oggi significativamente attiva al di là dei confini Ucraini. Sono invece sicuro a proposito di OUN-B: sebbene nelle mie ricerche mi sia concentrato su Ucraina e Paesi anglo-americani, ho trovato indizi della sua esistenza anche in Germania, Italia, Portogallo e Argentina. In USA, Canada, Gran Bretagna e Australia non è nemmeno difficile localizzare e indagare sulle loro reti.
Questo perché, con poche eccezioni, ha mantenuto le sue strutture fin dai primi anni della guerra fredda. È fin troppo facile perdersi nel labirinto di lettere e acronimi quando si parla delle varie organizzazioni camuffate di OUN-B o, come le chiamano i banderisti, “strutture di facciata”.
Esse sono legate insieme nel “World Council of Ukrainian Statehood Organizations”, detto anche “International Council in Support of Ukraine”, organo di coordinamento di OUN-B, noto in passato come “World Ukrainian Liberation Front”.
L’attuale presidente, Boris Potapenko, è originario degli USA. Nella diaspora ucraina, la “Ukrainian Youth Association”, CYM, di massima è l’associazione giovanile di gruppi banderisti che hanno sempre guidato il “Fronte di liberazione ucraino” in ogni Paese: in USA la “Organization for Defense of the Four Freedoms of Ukraine”, in Canada la “League of Ukrainian Canadians”.
La CYM c’è anche in Ucraina, ma nel 2001 OUN-B ha fondato una nuova organizzazione, più politica e militante: il “Congresso della Gioventù Nazionalista”. Nel 2019, questo gruppo è stato, tra l’altro, a capo del “Movimento di resistenza contro la capitolazione”, di ultradestra, e i suoi membri stanno assumendo sempre più la direzione di OUN-B in Ucraina.
Chi sono i capi?
Quando si conoscono i membri delle direzioni delle strutture di facciata, si può quasi esser sicuri che siano i leader delle reti OUN-B nei rispettivi Paesi in cui questa esiste ancora.
Non si tratta di una semplice supposizione. Stefan Romaniw, leader di OUN-B Internazionale dal 2009 al 2022, è da molto tempo leader della “Australian Federation of Ukrainian Organizations” e allo stesso tempo uno dei responsabili del “Ukrainian World Congress”, che ha sede a Toronto.
Il predecessore di Romaniv, Andrij Haidamakha, un banderista di origine belga, è ora probabilmente il numero uno in Germania, dove ha lavorato per Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), finanziata dagli USA, e a Monaco ha diretto il giornale di OUN-B “Shljakh Peremogi” (La strada della vittoria).
Walter Zaryckij, capo di OUN-B in USA, dirige le due principali organizzazioni di facciata nel Paese: il “Center for US-Ukrainian Relations”, CUSUR, e la “Ukrainian American Freedom Foundation”, che si dice detenga il 40% della sede centrale di OUN-B a Kiev. Mykola Matvijivskij è un prete greco-cattolico e probabilmente leader di OUN-B in Gran Bretagna, è registrato come beneficiario del reddito generato da questo edificio e, a quanto pare, è uno dei principali finanziatori di OUN-B.
Da menzionare anche Oksana Prociuk, probabilmente leader di OUN-B in Canada: è l’ex tesoriere del “World Ukrainian Liberation Front” e amministratore delegato del Buduchnist Credit Union Financial Group, la più grande istituzione finanziaria ucraina in Canada.
Rintracciare e scoprire tali connessioni è abbastanza facile, ma richiede molto tempo ed è un po’ deprimente: ci si sente un teorico della cospirazione.
Questo dovrebbe essere ancor più esatto se si osservano più da vicino le attività del CUSUR di Walter Zaryckij. Politici, rappresentanti di think tank come l’Atlantic Council e la Rand Corporation, che sono tra i consulenti dell’amministrazione Biden, intervengono alle conferenze del CUSUR, così come alti generali statunitensi in pensione, come Ben Hodges, che nelle sue apparizioni sui media, anche in Germania, invoca regolarmente un atteggiamento più duro nei confronti della Russia. Come valuta le relazioni di OUN-B con la classe politica statunitense?
OUN-B è ben lungi dall’essere al comando a Washington. Tuttavia, ha legami significativi con importanti Think Tank, tra cui US–Ukraine Foundation, American Foreign Policy Council e Congressional Ukraine Caucus.
Queste relazioni sono state in gran parte costruite e stabilite attraverso UCCA e CUSUR. Una fonte anonima, di solito affidabile, ha persino affermato che i leader dei banderisti in USA hanno usato organizzazioni di facciata come CUSUR per «fornire alla CIA rapporti sulla Comunità ucraina, le sue attività politiche e le sue macchinazioni fraudolente».
Non è dato sapere se i Servizi segreti USA abbiano direttamente sostenuto OUN-B nelle prime fasi della guerra fredda. Se non lo avessero fatto, le cose potrebbero esser cambiate sotto l’Amministrazione Ronald Reagan, dopo che i banderisti hanno iniziato a lavorare per RFE/RL, che era essenzialmente un’organizzazione camuffata della CIA.
Ci sono indizi che i rapporti siano cambiati dopo l’indipendenza ucraina, quando i banderisti hanno perseguito il loro obiettivo a lungo termine: la costruzione di un forte stato nazionale ucraino alleato dell’Occidente in contrapposizione alla Russia.
Ad esempio: nel 2000, quando furono organizzate le prime conferenze CUSUR, a Los Angeles, con il sostegno dell’Istituto democratico-repubblicano National Endowment for Democracy, rilevato dalla CIA, Andrii Haidamakha divenne leader di OUN–B, dopo che negli anni ’90 aveva diretto l’ufficio di Kiev di RFE/RL. OUN-B ha dato un importante contributo all’escalation del conflitto con la Russia.
Ha svolto un ruolo fondamentale in “Euromajdan”, nella decomunistizzazione, nella riabilitazione dei collaborazionisti nazisti, nella normalizzazione del fascismo e nella “banderizzazione” della società civile.
Le frazioni che a Washington si sono impegnate nel sabotaggio dell'“agenda di pace” di Zelenskij del 2019 [l’autore si riferisce probabilmente alle promesse elettorali di Zelenskij, prima delle presidenziali della primavera 2019; ndt] sono anche presumibilmente promotrici del “Movimento di resistenza alla capitolazione” diretto da OUN-B e portato avanti da “Azov”.
Così, un rappresentante di punta del Atlantic Council, quale l’ambasciatore in Ucraina sotto George W. Bush e oratore fisso alle conferenze CUSUR, John Herbst, ha detto che nel 2020, a Kiev, davanti ai sostenitori del “Movimento di Resistenza”, Zelenskij aveva una scelta: piegarsi ai dettami del Cremlino, oppure perseguire una politica che gli assicurasse il sostegno occidentale.
La decisione per la seconda variante era inevitabile.
In che misura l’ideologia guerrafondaia di tali propagandisti della NATO si lega alla visione fascista del mondo di OUN?
Quando parlano della Russia, determinati circoli occidentali risuonano da tempo come banderisti. Questo vale, ad esempio, per le affermazioni secondo cui non ci siano nazisti in Ucraina, che la NATO non sia imperialista, mentre al contrario la Russia sarebbe la nuova Germania nazista, una “prigione dei popoli” che deve essere frantumata in piccoli stati, altrimenti non ci sarà mai pace.
Così, anche per la narrativa della guerra contro la Russia, che sarebbe un conflitto antimperialista e non dovrebbe esserci alcun compromesso, perché il Cremlino è la fonte dei peggiori mali nel mondo.
Stiamo assistendo, soprattutto negli Stati Uniti, a una nuova ondata di isteria anticomunista spinta dalla lobby-Bandera. Hanno anche condotto ricerche su “Victims of Communism Foundation”, lanciata nel 1993 sotto l’amministrazione Clinton, ora diretta principalmente contro Cina e Cuba e che dal 2022 ha anche un proprio museo. Che tipo di progetto è “Victims of Communism”, VoC, chi sono i suoi iniziatori e precursori storici e qual è il suo principale obiettivo?
VoC è stata creata da un’oscura organizzazione di ultradestra chiamata “National Captive Nations Committee”, NCNC, in cui svolgono un ruolo importante banderisti e altri ex collaborazionisti nazisti, come ad esempio in “Captive Nations Movement” che, durante la guerra fredda, fece essenzialmente opera di lobby nei confronti dei sostenitori di una Terza guerra mondiale, allora contro l’Unione Sovietica.
Nel frattempo, VoC si è rivelata un’organizzazione influente che ora versa lacrime sulle “nazioni prigioniere” della Cina. Sebbene la lobby-Bandera sia tra i suoi iniziatori, VoC mostra molto meno interesse per l’Ucraina rispetto ai suoi predecessori.
Il suo obiettivo principale sembra essere quello di convincere gli americani che la Cina sia la Germania nazista del 21° secolo, per fabbricare il consenso alla Terza guerra mondiale.
Negli Stati Uniti è emersa anche una potente lobby-“Azov”. Delegazioni del movimento neonazista ucraino sono invitate da membri del Congresso e Senatori, anche ad Harvard e in altre Università d’élite. Ogni tipo di personalità famose, come il politologo Francis Fukuyama, li sostiene e si fa fotografare con loro. Lo stesso è per Rachel Denbar, vicedirettrice di Human Rights Watch Asia and Europa, nonostante gli “eroi di Azovstal” abbiano a che fare con i diritti umani, solo quando si tratta di violarli. “Azov” è salito alla ribalta tra il pubblico occidentale. Com’è stato possibile?
Una piccola cerchia di cosiddetti esperti sta diffondendo da anni in occidente la menzogna di una “spoliticizzazione” del reggimento “Azov”. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i loro miti sono stati elevati a vangelo.
I critici del neonazismo ucraino sono rimasti in gran parte in silenzio perché non volevano essere percepiti come coloro che forniscono alibi alla propaganda russa.
All’inizio, anch’io facevo parte di quest’ultima categoria, ma ho rotto il silenzio dopo aver visto come “Azov” potesse inviare senza problemi propri distaccamenti in USA e in altri paesi occidentali e stabilire stretti legami con la diaspora ucraina di cui prima non disponeva.
Si osserva uno sviluppo simile a quello della lobby-Bandera che, in parte con il sostegno dei governi occidentali, riscrive da anni la storia della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto.
I produttori di miti di Washington dichiarano probabilmente di poter spostare “Azov” in una direzione più positiva. In realtà, stanno solo facendo pubbliche relazioni per un potente movimento neonazista, per vincere la guerra dell’informazione contro la Russia.
Da cinque anni si sta facendo pubblicità a OUN e alla lobby-Bandera. Per un giovane ventisettenne americano, questo è un obiettivo di lavoro insolito e pesante, anche perché attualmente ci sono solo una manciata di storici in tutto il mondo che fanno ricerche critiche sul tema. Perché investite così tanto tempo e energie su questo argomento?
Nel 2014 ero rimasto molto turbato dal sostegno USA ai neonazisti ucraini. E ho iniziato a fare ricerche sulla storia nascosta di OUN durante la guerra fredda e questo si è presto rivelato estremamente interessante.
Ma solo nel 2019, quando ho scoperto di vivere nelle vicinanze del più vecchio monumento a Bandera del mondo, che si trova nello stato federale di New York, mi è diventato finalmente chiaro che OUN–B è ancora qui. Praticamente, in una notte sono passato da storico dilettante a giornalista dilettante. E a quel punto sapevo che non avrei potuto lasciar perdere finché non avessi scoperto le reti OUN-B.
Alla conferenza “Il complesso-Bandera”, organizzata da Die junge Welt e Melodie & Rhythmus per il 29 ottobre, lei presenterà per la prima volta i risultati della sua ricerca a un pubblico tedesco. Qual è la sua preoccupazione principale e qual è la cosa più importante che vuole trasmettere agli antifascisti?
Io intendo soprattutto affinare la consapevolezza che OUN-B rappresenta ancora una minaccia. Voglio portare alla luce la lobby-Bandera, perché non credo che possa sopravvivere alla luce del sole. Voglio chiarire che essa è un pezzo mancante del puzzle, senza il quale non possiamo farci un quadro completo del conflitto ucraino.
Forse, la mia ricerca potrà anche indurre le persone a pensare a cos’altro ancora non siano venute a sapere e aiutarle a rompere il silenzio e la propaganda dei media che abbelliscono il fascismo in Ucraina.
Fonte
Dalla Striscia un silenzio assordante
Il fotoreporter Motaz Azaiza non ha bisogno di Elon Musk per aggirare la paralisi a Gaza di tutte le comunicazioni telefoniche e di Internet scattata venerdì sera poco prima che Israele lanciasse la sua prima vera incursione di terra a Gaza, accompagnata da bombardamenti aerei di una intensità mai vista.
Musk ieri, facendo irritare Israele, ha detto che fornirà i suoi servizi Internet Starlink – connettività globale attraverso i satelliti – alle organizzazioni umanitarie internazionali per superare il blackout delle comunicazioni a Gaza.
Più artigianalmente Azaiza, le sue storie da Gaza sono seguite da masse di follower su Instagram, prova e riprova, inserisci una sim piuttosto di un’altra, agganciandosi a ogni singola onda nella Striscia, è riuscito a postare qualche aggiornamento.
Grande la soddisfazione. Grazie a lui sono filtrate informazioni sulla situazione e la condizione dei civili palestinesi. Abilità e spirito di iniziativa che non sorprendono.
Da questo punto di vista i gazawi hanno sempre riservato delle sorprese. Costretti dalle privazioni ad aguzzare l’ingegno, hanno messo a punto non pochi rimedi ai problemi di vita quotidiana. Quando anni fa ci fu penuria di benzina e gasolio, come quella attuale, che durò settimane, inventarono filtri speciali per l’olio usato per le fritture trasformandolo in carburante per le auto.
Uno studente universitario mise a punto un sistema per disinfettare le sale operatorie a costi irrisori, altri giovani inventarono potenti batterie ricaricabili Made in Gaza per avere l’elettricità in casa senza i costosi generatori.
Alla Mezzaluna Rossa palestinese, meno abili di Motaz Azaiza, telefoni e computer sono rimasti muti. Gaza non ha più un servizio di emergenza. Il numero verde 101 per le ambulanze e il 102 per la protezione civile non funzionano più.
I morti e le centinaia di feriti rimasti sotto le macerie dopo i bombardamenti di venerdì notte, i soccorritori sono riusciti a tirarli fuori solo grazie alle segnalazioni portate da volontari, il più delle volte a piedi, ad ospedali e centri sanitari.
«L’intero sistema è in tilt, facciamo ricorso a metodi primitivi per salvare le persone, utilizzando la vista e l’udito. Nessuno può chiamare il numero verde, nessuno può chiedere aiuto al telefono, nemmeno i malati cronici o le donne che partoriscono», spiega il dottor Mohammad Al Fitiani della Mezzaluna.
«Senza telefoni e la rete internet – aggiunge – le ambulanze non possono nemmeno chiamarsi tra loro per sapere dove andare. Non possono far altro che ispezionare i siti dove ci sono stati bombardamenti per scoprire se ci sono persone che hanno bisogno di aiuto».
La giornalista Fares Akram, in passato della Associated Press e di Al Jazeera, ha riferito tra le lacrime di aver perso 18 membri della sua famiglia in un raid aereo. Il ministero della sanità a Gaza ha aggiornato il bilancio delle vittime dei bombardamenti a 7.703, tra cui 3.500 bambini.
«Abbiamo perso i contatti con le nostre squadre a Gaza. Il silenzio è assordante», ha affermato la direttrice del Programma alimentare mondiale, Cindy McCain.
Più fortunata rispetto ad altre agenzie umanitarie è stata l’Unicef che a un certo punto ha annunciato di aver preso contatto con il suo staff a Gaza. Molti hanno rimpianto i telefoni satellitari diffusi fino a una quindicina di anni fa ma scomparsi quasi del tutto. Uguali lacrime per i walkie-talkie mandati in pensione dai telefoni cellulari
L’attacco a Gaza e contro Hamas continua, non ci sarà una tregua sino a quando Israele non avrà raggiunto i suoi obiettivi. Questo è il messaggio che ha inviato ieri sera, durante una conferenza stampa, il premier israeliano Netanyahu, assieme al ministro della Difesa Yoav Gallant e il nuovo partner nel gabinetto di guerra, Benny Gantz.
«Abbiamo approvato all’unanimità l’ampliamento dell’invasione di terra» ha detto Netanyahu. «Il nostro obiettivo è sconfiggere il nemico assassino. Abbiamo dichiarato ‘mai più’ e ribadiamo ‘mai più, adesso’. Mi piange il cuore quando ho incontrato le famiglie degli ostaggi. Ho assicurato loro che esploreremo ogni strada per riportare a casa i loro cari. La loro prigionia è un crimine contro l’umanità».
Quindi ha sottolineano le partnership con i paesi europei che «Hanno espresso il loro sostegno e il loro forte desiderio per la nostra vittoria» e ha puntato il dito contro coloro che accusano l’esercito israeliano di crimini di guerra.
«Sono ipocriti», ha detto, sostenendo che Israele non colpisce i civili di Gaza mentre Hamas userebbe «cinicamente gli ospedali come rifugi... Israele sta combattendo una battaglia per l’umanità contro i barbari». Quella in corso a Gaza, per Netanyahu è la «seconda guerra d’indipendenza» di Israele «sarà lunga e difficile ma vinceremo, questa è la missione della mia vita».
I reparti corazzati entrati nella Striscia venerdì, con la copertura massiccia dell’aviazione, restano dove sono e rappresentano l’avanguardia di incursioni ancora più ampie in futuro.
L’ha ribadito in particolare il ministro della difesa Gallant, inviando come ha fatto Netanyahu un altro messaggio ad Hamas.
Il gabinetto di guerra israeliano pur comprendendo il dramma delle famiglie degli oltre 200 israeliani e stranieri ostaggi a Gaza, non permetterà che si arrivi a una tregua senza aver raggiunto certi obiettivi e non negozierà uno scambio di prigionieri alle condizioni di Hamas.
Una risposta indiretta al movimento islamico che ieri pomeriggio ha chiesto lo «svuotamento delle prigioni israeliane», ossia il rilascio di 6.600 prigionieri politici palestinese in cambio della liberazione degli ostaggi.
«Se il nemico vuole risolvere la questione, noi siamo pronti», ha detto il portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Obeida.
Nonostante le centinaia e centinaia di attacchi aerei che Israele avrebbe indirizzato contro Hamas, il movimento islamico non ha perduto la sua capacità di lanciare razzi. L’ha fatto anche ieri, anche in direzione di Tel Aviv ferendo tre israeliani.
Fonte
Musk ieri, facendo irritare Israele, ha detto che fornirà i suoi servizi Internet Starlink – connettività globale attraverso i satelliti – alle organizzazioni umanitarie internazionali per superare il blackout delle comunicazioni a Gaza.
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Grande la soddisfazione. Grazie a lui sono filtrate informazioni sulla situazione e la condizione dei civili palestinesi. Abilità e spirito di iniziativa che non sorprendono.
Da questo punto di vista i gazawi hanno sempre riservato delle sorprese. Costretti dalle privazioni ad aguzzare l’ingegno, hanno messo a punto non pochi rimedi ai problemi di vita quotidiana. Quando anni fa ci fu penuria di benzina e gasolio, come quella attuale, che durò settimane, inventarono filtri speciali per l’olio usato per le fritture trasformandolo in carburante per le auto.
Uno studente universitario mise a punto un sistema per disinfettare le sale operatorie a costi irrisori, altri giovani inventarono potenti batterie ricaricabili Made in Gaza per avere l’elettricità in casa senza i costosi generatori.
Alla Mezzaluna Rossa palestinese, meno abili di Motaz Azaiza, telefoni e computer sono rimasti muti. Gaza non ha più un servizio di emergenza. Il numero verde 101 per le ambulanze e il 102 per la protezione civile non funzionano più.
I morti e le centinaia di feriti rimasti sotto le macerie dopo i bombardamenti di venerdì notte, i soccorritori sono riusciti a tirarli fuori solo grazie alle segnalazioni portate da volontari, il più delle volte a piedi, ad ospedali e centri sanitari.
«L’intero sistema è in tilt, facciamo ricorso a metodi primitivi per salvare le persone, utilizzando la vista e l’udito. Nessuno può chiamare il numero verde, nessuno può chiedere aiuto al telefono, nemmeno i malati cronici o le donne che partoriscono», spiega il dottor Mohammad Al Fitiani della Mezzaluna.
«Senza telefoni e la rete internet – aggiunge – le ambulanze non possono nemmeno chiamarsi tra loro per sapere dove andare. Non possono far altro che ispezionare i siti dove ci sono stati bombardamenti per scoprire se ci sono persone che hanno bisogno di aiuto».
La giornalista Fares Akram, in passato della Associated Press e di Al Jazeera, ha riferito tra le lacrime di aver perso 18 membri della sua famiglia in un raid aereo. Il ministero della sanità a Gaza ha aggiornato il bilancio delle vittime dei bombardamenti a 7.703, tra cui 3.500 bambini.
«Abbiamo perso i contatti con le nostre squadre a Gaza. Il silenzio è assordante», ha affermato la direttrice del Programma alimentare mondiale, Cindy McCain.
Più fortunata rispetto ad altre agenzie umanitarie è stata l’Unicef che a un certo punto ha annunciato di aver preso contatto con il suo staff a Gaza. Molti hanno rimpianto i telefoni satellitari diffusi fino a una quindicina di anni fa ma scomparsi quasi del tutto. Uguali lacrime per i walkie-talkie mandati in pensione dai telefoni cellulari
L’attacco a Gaza e contro Hamas continua, non ci sarà una tregua sino a quando Israele non avrà raggiunto i suoi obiettivi. Questo è il messaggio che ha inviato ieri sera, durante una conferenza stampa, il premier israeliano Netanyahu, assieme al ministro della Difesa Yoav Gallant e il nuovo partner nel gabinetto di guerra, Benny Gantz.
«Abbiamo approvato all’unanimità l’ampliamento dell’invasione di terra» ha detto Netanyahu. «Il nostro obiettivo è sconfiggere il nemico assassino. Abbiamo dichiarato ‘mai più’ e ribadiamo ‘mai più, adesso’. Mi piange il cuore quando ho incontrato le famiglie degli ostaggi. Ho assicurato loro che esploreremo ogni strada per riportare a casa i loro cari. La loro prigionia è un crimine contro l’umanità».
Quindi ha sottolineano le partnership con i paesi europei che «Hanno espresso il loro sostegno e il loro forte desiderio per la nostra vittoria» e ha puntato il dito contro coloro che accusano l’esercito israeliano di crimini di guerra.
«Sono ipocriti», ha detto, sostenendo che Israele non colpisce i civili di Gaza mentre Hamas userebbe «cinicamente gli ospedali come rifugi... Israele sta combattendo una battaglia per l’umanità contro i barbari». Quella in corso a Gaza, per Netanyahu è la «seconda guerra d’indipendenza» di Israele «sarà lunga e difficile ma vinceremo, questa è la missione della mia vita».
I reparti corazzati entrati nella Striscia venerdì, con la copertura massiccia dell’aviazione, restano dove sono e rappresentano l’avanguardia di incursioni ancora più ampie in futuro.
L’ha ribadito in particolare il ministro della difesa Gallant, inviando come ha fatto Netanyahu un altro messaggio ad Hamas.
Il gabinetto di guerra israeliano pur comprendendo il dramma delle famiglie degli oltre 200 israeliani e stranieri ostaggi a Gaza, non permetterà che si arrivi a una tregua senza aver raggiunto certi obiettivi e non negozierà uno scambio di prigionieri alle condizioni di Hamas.
Una risposta indiretta al movimento islamico che ieri pomeriggio ha chiesto lo «svuotamento delle prigioni israeliane», ossia il rilascio di 6.600 prigionieri politici palestinese in cambio della liberazione degli ostaggi.
«Se il nemico vuole risolvere la questione, noi siamo pronti», ha detto il portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Obeida.
Nonostante le centinaia e centinaia di attacchi aerei che Israele avrebbe indirizzato contro Hamas, il movimento islamico non ha perduto la sua capacità di lanciare razzi. L’ha fatto anche ieri, anche in direzione di Tel Aviv ferendo tre israeliani.
Fonte
Si è rotta la cappa! 50mila in piazza per la Palestina a Roma
ROMA finalmente si è unita alle grandi città del mondo con un corteo immenso, che ha gridato con decine e decine di migliaia di voci: PALESTINA LIBERA.
Si è rotta quella cappa di passività che sembrava condannare il nostro paese oramai ai margini delle lotte e delle mobilitazioni.
La più grande manifestazione da molto tempo, almeno dal 15 ottobre del 2011, ha visto la presenza entusiasmante delle e dei giovani palestinesi, una vera forza della natura, avanguardia dei figli dei migranti che sempre più si fanno sentire nelle nostre città.
E poi una marea di ragazze e ragazzi, la grande maggioranza della manifestazione era sotto i trent’anni. Un evento che non si vedeva dai tempi di Genova 2001. Naturalmente c’erano anche i militanti di tante lotte, che hanno visto con gioia che una nuova generazione si sta radicalizzando e scende in campo.
La Palestina è uno spartiacque politico, morale, storico. E come sempre quando precipitano i grandi eventi e le grandi scelte, i giovani ci sono. Quello sulla Palestina è un movimento mondiale che rompe tutti gli schemi del palazzo.
Un movimento che non solo è al fianco di un popolo oppresso, ora colpito da genocidio. Ma che coglie l’occasione di questa scelta di campo per iniziare a fare i conti con il sistema di poteri e valori occidentali, che oggi guida e sostiene lo sterminio palestinese.
La bandiera della Palestina non viene sventolata solo contro Netanyahu e Biden, ma contro tutto il sistema ipocrita e feroce che li sostiene. Quella bandiera sta diventando un simbolo di lotta e riscatto mondiale, come quella del Vietnam sessant’anni fa.
In questa manifestazione enorme, le sole forze sindacali presenti erano quelle di base, le sole forze politiche quelle di Unione Popolare e della sinistra antagonista.
Nessun parlamentare era presente; mentre il giorno prima i mass media si erano sbizzarriti su presenze ed assenze ad un presidio pacifista di duecento persone convocate da CGIL ARCI ANPI.
Eravamo abituati al fatto che il palazzo andasse per conto suo abbandonando il popolo. Ora abbiamo avuto un primo segnale che anche il popolo può mettersi ad abbandonare il palazzo.
Se stampa e tv italiane non fossero in gran parte ridotte, dal loro servilismo, alla ottusità larvale, dovrebbero darsi da fare per provare a capire e spiegare ciò che sta succedendo.
Una manifestazione da sola non cambia le cose, ma può essere un segnale che le cose stanno cambiando. Intanto siamo fieri di esserci stati.
Ci rivediamo il 4 novembre. E sempre di più e ovunque gridiamo #FreePalestine.
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Per il giudice non c’è reato, ma il Pm indaga Persichetti
“Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei”. Questo scriveva il protagonista del romanzo di Georges Simenon, Lettera al mio giudice.
Paolo Persichetti, invece, ha scritto al pm Eugenio Albamonte una lettera aperta dal titolo: “Io indagato per favoreggiamento di chi e per cosa?”. “Il favoreggiamento c’è o non c’è” scrive il ricercatore storico in passato condannato per fatti di lotta armata.
Il favoreggiamento sarebbe relativo alla presunta divulgazione di materiale riservato della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro.
Una storia tra l’assurdo e l’incredibile dove un anno fa il gip scrisse che non c’era reato dopo la caduta di quello più grave nel giro di pochi giorni, l’“associazione sovversiva finalizzata al terrorismo”. “E chissà se mai ci sarà”, aggiungeva il giudice.
Che il reato fosse il favoreggiamento Persichetti lo ha saputo dopo una richiesta formale alla procura fatta perché i termini di indagine sono scaduti da tempo. Non è possibile fare alcuna attività e il pm non decide cosa fare, se chiedere il processo o archiviare.
La data del reato – diciamo così – è il 2015. Quindi sarebbe già tutto prescritto. E con ogni probabilità la procura di Roma per uscire dal cul de sac in cui si è cacciata punta proprio a quello. Per non ammettere di essersi sbagliata, sintetizziamo così.
La materia è molto delicata. Fa parte, questa indagine, di una lunga caccia ai misteri inesistenti del caso Moro, a una sorta di gruppo di mandanti e complici occulti che non sono mai stati trovati ma si sono rivelati utili per mettere in circolazione volumi e atti a partire da ormai quasi mezzo secolo fa.
Paolo Persichetti fu perquisito l’8 giugno del 2021. Subì il sequestro di tutto il possibile e immaginabile, comprese le cartelle mediche del figlio diversamente abile.
Nel 2015 ci fu l’invio via mail a un sacco di persone, ricorda Persichetti, di un breve stralcio della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro2. Testo pubblicato a distanza di 48 ore.
“Perché ci sia favoreggiamento deve esserci prova del sostegno alla fuga o al riparo oppure al sostentamento. Come avrei potuto favorire nel 2015 una persona fuggita dall’Italia nel 1981 quando avevo 19 anni? Parliamo di una persona che vive, lavora e ha famiglia in un paese dove ha residenza e nazionalità.
In che modo avrei potuto favorire persone già condannate all’ergastolo per quei fatti? – scrive Persichetti – Interrogare una fonte storica, ricostruire quel che ha fatto o non ha fatto, integrando o divergendo dalle conclusioni giudiziarie, sarebbe forse un reato?”.
Albamonte è un magistrato “di sinistra”, corrente Area, appartiene a quella parte politica che in pratica da sempre alimenta i misteri che diversi processi negli anni hanno escluso. Anche perché nessun pentito, nessun dissociato ha mai detto nulla al riguardo.
“Terrorismo” e soprattutto “Moro” sono paroline magiche che permettono di formulare le ipotesi più strambe e tenerle in piedi senza mai provarle. Insomma sul punto non ci sono regole da rispettare.
Aveva ragione lui su tutta la linea: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Lui sì che aveva capito bene.
Dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse al culmine di uno scontro sociale e politico durissimo sfociato in una guerra civile a bassa intensità. Neanche troppo bassa a dire il vero. Ma dopo mezzo secolo c’è ancora chi lo nega raccontando favole.
Fonte
Paolo Persichetti, invece, ha scritto al pm Eugenio Albamonte una lettera aperta dal titolo: “Io indagato per favoreggiamento di chi e per cosa?”. “Il favoreggiamento c’è o non c’è” scrive il ricercatore storico in passato condannato per fatti di lotta armata.
Il favoreggiamento sarebbe relativo alla presunta divulgazione di materiale riservato della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro.
Una storia tra l’assurdo e l’incredibile dove un anno fa il gip scrisse che non c’era reato dopo la caduta di quello più grave nel giro di pochi giorni, l’“associazione sovversiva finalizzata al terrorismo”. “E chissà se mai ci sarà”, aggiungeva il giudice.
Che il reato fosse il favoreggiamento Persichetti lo ha saputo dopo una richiesta formale alla procura fatta perché i termini di indagine sono scaduti da tempo. Non è possibile fare alcuna attività e il pm non decide cosa fare, se chiedere il processo o archiviare.
La data del reato – diciamo così – è il 2015. Quindi sarebbe già tutto prescritto. E con ogni probabilità la procura di Roma per uscire dal cul de sac in cui si è cacciata punta proprio a quello. Per non ammettere di essersi sbagliata, sintetizziamo così.
La materia è molto delicata. Fa parte, questa indagine, di una lunga caccia ai misteri inesistenti del caso Moro, a una sorta di gruppo di mandanti e complici occulti che non sono mai stati trovati ma si sono rivelati utili per mettere in circolazione volumi e atti a partire da ormai quasi mezzo secolo fa.
Paolo Persichetti fu perquisito l’8 giugno del 2021. Subì il sequestro di tutto il possibile e immaginabile, comprese le cartelle mediche del figlio diversamente abile.
Nel 2015 ci fu l’invio via mail a un sacco di persone, ricorda Persichetti, di un breve stralcio della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro2. Testo pubblicato a distanza di 48 ore.
“Perché ci sia favoreggiamento deve esserci prova del sostegno alla fuga o al riparo oppure al sostentamento. Come avrei potuto favorire nel 2015 una persona fuggita dall’Italia nel 1981 quando avevo 19 anni? Parliamo di una persona che vive, lavora e ha famiglia in un paese dove ha residenza e nazionalità.
In che modo avrei potuto favorire persone già condannate all’ergastolo per quei fatti? – scrive Persichetti – Interrogare una fonte storica, ricostruire quel che ha fatto o non ha fatto, integrando o divergendo dalle conclusioni giudiziarie, sarebbe forse un reato?”.
Albamonte è un magistrato “di sinistra”, corrente Area, appartiene a quella parte politica che in pratica da sempre alimenta i misteri che diversi processi negli anni hanno escluso. Anche perché nessun pentito, nessun dissociato ha mai detto nulla al riguardo.
“Terrorismo” e soprattutto “Moro” sono paroline magiche che permettono di formulare le ipotesi più strambe e tenerle in piedi senza mai provarle. Insomma sul punto non ci sono regole da rispettare.
Aveva ragione lui su tutta la linea: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Lui sì che aveva capito bene.
Dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse al culmine di uno scontro sociale e politico durissimo sfociato in una guerra civile a bassa intensità. Neanche troppo bassa a dire il vero. Ma dopo mezzo secolo c’è ancora chi lo nega raccontando favole.
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Il “doppio standard” sui crimini di guerra
Quante volte, negli ultimi mesi, abbiamo ascoltato la richiesta d’un intervento della Corte Penale Internazionale per Putin?
Ogni ospedale o città bombardata diventava – giustamente – la circostanza per condannare la Russia e per esprimere solidarietà all’Ucraina. E ciò diveniva, nell’ottica del rispetto del diritto internazionale, quasi un imperativo, poiché indirizzava il giudizio sugli atti dei russi; una sorta di obbligo morale e politico.
La ragione direbbe: questo è giusto sempre; in quanto tutti i popoli sono uguali, un crimine di guerra va condannato ogni volta e il criminale, chiunque esso sia, perseguito.
Ma la ragione, in tutta la sua spiazzante semplicità, si perde nel concreto delle politiche internazionali, indirizzando il giudizio sulla base delle alleanze o delle convenienze; di conseguenza, non tutti i popoli che subiscono crimini di guerra sono uguali.
Può dunque capitare, come negli ultimi giorni, di non ascoltare richieste analoghe a quelle avanzate per Putin e la Russia di fronte ai crimini di guerra compiuti da Israele; il popolo palestinese, così, perde la facoltà di essere riconosciuto come uguale a quello ucraino.
È un problema – anche – di razzismo, per lo meno indiretto; ma soprattutto è un atteggiamento dettato dalla logica del “doppio standard”, condizione mentale tanto diffusa in Occidente, quasi una “malattia dello spirito”.
Una tale logica – distinta dalla ragione egualitaria – è ormai dominante in Europa, presso tutte le “cancellerie”; che lo sia per convinzione o per una dipendenza dagli Stati Uniti (per i quali il diritto internazionale è uno strumento per affermare i propri interessi di nazione), qui non conta.
Di certo vi è che l’Unione Europea, dimenticando la propria storia, sta consegnando il popolo palestinese alla dannazione dell’inferno; per essa, i crimini di guerra a Gaza non sono tali, ma la punizione conseguente al diritto di Israele di difendersi.
Si potrebbe dire che l’astratto della ragione, che trova nel diritto la sua possibilità di affermare la giustizia, entra in contradizione con il concreto degli interessi geostorici.
Sul piano operativo, dunque, è impossibile anche solo pensare alla natura criminogena degli atti di Israele; e così, un crimine di guerra può essere taciuto, tollerato e persino sollecitato.
Ecco, dunque, l’innata diseguaglianza del “doppio standard”: l’eccezione dipende dalla posizione occupata dal popolo che subisce l’atto criminale; il popolo “amico” (dei nostri interessi, ovvio) otterrà sostegno appropriato, quello “nemico” lasciato alla sua mala sorte.
Insomma, sembra proprio che in base all’esperienza recente si possa concludere che per l’Unione Europea il diritto internazionale cessa di essere uno strumento di uguaglianza tra i popoli, ormai catalogati sulla base d’una convenienza politica.
Ed eccoci allora di nuovo sulle sponde della barbarie, là dove la corruzione della ragione egualitaria apre le porte al dogma del suprematismo (liberale e atlantista, ça va sans dire).
Fonte
Ogni ospedale o città bombardata diventava – giustamente – la circostanza per condannare la Russia e per esprimere solidarietà all’Ucraina. E ciò diveniva, nell’ottica del rispetto del diritto internazionale, quasi un imperativo, poiché indirizzava il giudizio sugli atti dei russi; una sorta di obbligo morale e politico.
La ragione direbbe: questo è giusto sempre; in quanto tutti i popoli sono uguali, un crimine di guerra va condannato ogni volta e il criminale, chiunque esso sia, perseguito.
Ma la ragione, in tutta la sua spiazzante semplicità, si perde nel concreto delle politiche internazionali, indirizzando il giudizio sulla base delle alleanze o delle convenienze; di conseguenza, non tutti i popoli che subiscono crimini di guerra sono uguali.
Può dunque capitare, come negli ultimi giorni, di non ascoltare richieste analoghe a quelle avanzate per Putin e la Russia di fronte ai crimini di guerra compiuti da Israele; il popolo palestinese, così, perde la facoltà di essere riconosciuto come uguale a quello ucraino.
È un problema – anche – di razzismo, per lo meno indiretto; ma soprattutto è un atteggiamento dettato dalla logica del “doppio standard”, condizione mentale tanto diffusa in Occidente, quasi una “malattia dello spirito”.
Una tale logica – distinta dalla ragione egualitaria – è ormai dominante in Europa, presso tutte le “cancellerie”; che lo sia per convinzione o per una dipendenza dagli Stati Uniti (per i quali il diritto internazionale è uno strumento per affermare i propri interessi di nazione), qui non conta.
Di certo vi è che l’Unione Europea, dimenticando la propria storia, sta consegnando il popolo palestinese alla dannazione dell’inferno; per essa, i crimini di guerra a Gaza non sono tali, ma la punizione conseguente al diritto di Israele di difendersi.
Si potrebbe dire che l’astratto della ragione, che trova nel diritto la sua possibilità di affermare la giustizia, entra in contradizione con il concreto degli interessi geostorici.
Sul piano operativo, dunque, è impossibile anche solo pensare alla natura criminogena degli atti di Israele; e così, un crimine di guerra può essere taciuto, tollerato e persino sollecitato.
Ecco, dunque, l’innata diseguaglianza del “doppio standard”: l’eccezione dipende dalla posizione occupata dal popolo che subisce l’atto criminale; il popolo “amico” (dei nostri interessi, ovvio) otterrà sostegno appropriato, quello “nemico” lasciato alla sua mala sorte.
Insomma, sembra proprio che in base all’esperienza recente si possa concludere che per l’Unione Europea il diritto internazionale cessa di essere uno strumento di uguaglianza tra i popoli, ormai catalogati sulla base d’una convenienza politica.
Ed eccoci allora di nuovo sulle sponde della barbarie, là dove la corruzione della ragione egualitaria apre le porte al dogma del suprematismo (liberale e atlantista, ça va sans dire).
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UIL e CGIL rincorrono come lepri e cercano di oscurare l'USB
Deve essere stato un parto davvero difficile quello che ha prodotto da parte di UIL e CGIL, ma non della CISL, la proclamazione di scioperi regionali contro la manovra del Governo Meloni che, guarda caso, cominceranno il 17 novembre nel Lazio e, guarda caso, avranno carattere nazionale per il pubblico impiego e i trasporti.
Guarda caso, l'USB Pubblico Impiego aveva già proclamato dalla fine di settembre lo sciopero generale della categoria proprio per il 17 novembre, prevedendo per l'occasione una grande mobilitazione nazionale a Roma per portare la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici fin sotto le finestre del Governo.
La decisione di CGIL e UIL di sovrapporre il loro sciopero generale di pubblico impiego a quello di USB ha l'evidente obbiettivo di utilizzare la benevolenza di gran parte della stampa mainstream nei loro confronti per oscurare lo sciopero e la manifestazione nazionale di USB. Dato che non si fidano poi tanto di riuscirci, hanno anche collocato nella stessa giornata lo sciopero generale, anche questo nazionale, dei trasporti, per rendere quanto più difficile ed oneroso possibile arrivare a Roma per la manifestazione nazionale di USB.
Definire un tale comportamento è operazione delicata, si rischia di incorrere in denunce, ma una cosa possiamo dirla con certezza non essendo la prima volta che una tale situazione si verifica, la coerenza di USB, non a fasi alterne a seconda di chi siede al governo, fa paura! Sanno che i lavoratori questa coerenza la riconoscono, che il malcontento cresce.
E allora bisogna utilizzare ogni strumento per cercare di oscurare le iniziative di mobilitazione e di lotta per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici ad un vero contratto, con veri e sostanziosi aumenti salariali, con la richiesta pressante e fondata di stabilizzazione di tutti i precari e assunzione di almeno un milione di giovani (di oggi e di domani, visto che il 17 sarà anche la giornata internazionale dello studente e cioè dei futuri lavoratori) per ritornare ad essere efficienti e in grado davvero di fornire servizi adeguati e di qualità ai cittadini, per rilanciare la centralità della pubblica amministrazione e fermare la furia privatizzatrice che ha devastato i servizi sociali, a cominciare dalla sanità, anche grazie all'acquiescenza di CGIL CISL e UIL e soprattutto nascondere il più possibile il forte radicamento e la crescita di USB anche negli uffici pubblici.
Per quanto ci corriate dietro non riuscirete a fermarci.
17 NOVEMBRE SCIOPERO GENERALE DELL’USB PUBBLICO IMPIEGO
ORE 10 APPUNTAMENTO A PALAZZO VIDONI A ROMA, SOTTO LA FUNZIONE PUBBLICA
Fonte
Guarda caso, l'USB Pubblico Impiego aveva già proclamato dalla fine di settembre lo sciopero generale della categoria proprio per il 17 novembre, prevedendo per l'occasione una grande mobilitazione nazionale a Roma per portare la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici fin sotto le finestre del Governo.
La decisione di CGIL e UIL di sovrapporre il loro sciopero generale di pubblico impiego a quello di USB ha l'evidente obbiettivo di utilizzare la benevolenza di gran parte della stampa mainstream nei loro confronti per oscurare lo sciopero e la manifestazione nazionale di USB. Dato che non si fidano poi tanto di riuscirci, hanno anche collocato nella stessa giornata lo sciopero generale, anche questo nazionale, dei trasporti, per rendere quanto più difficile ed oneroso possibile arrivare a Roma per la manifestazione nazionale di USB.
Definire un tale comportamento è operazione delicata, si rischia di incorrere in denunce, ma una cosa possiamo dirla con certezza non essendo la prima volta che una tale situazione si verifica, la coerenza di USB, non a fasi alterne a seconda di chi siede al governo, fa paura! Sanno che i lavoratori questa coerenza la riconoscono, che il malcontento cresce.
E allora bisogna utilizzare ogni strumento per cercare di oscurare le iniziative di mobilitazione e di lotta per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici ad un vero contratto, con veri e sostanziosi aumenti salariali, con la richiesta pressante e fondata di stabilizzazione di tutti i precari e assunzione di almeno un milione di giovani (di oggi e di domani, visto che il 17 sarà anche la giornata internazionale dello studente e cioè dei futuri lavoratori) per ritornare ad essere efficienti e in grado davvero di fornire servizi adeguati e di qualità ai cittadini, per rilanciare la centralità della pubblica amministrazione e fermare la furia privatizzatrice che ha devastato i servizi sociali, a cominciare dalla sanità, anche grazie all'acquiescenza di CGIL CISL e UIL e soprattutto nascondere il più possibile il forte radicamento e la crescita di USB anche negli uffici pubblici.
Per quanto ci corriate dietro non riuscirete a fermarci.
17 NOVEMBRE SCIOPERO GENERALE DELL’USB PUBBLICO IMPIEGO
ORE 10 APPUNTAMENTO A PALAZZO VIDONI A ROMA, SOTTO LA FUNZIONE PUBBLICA
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