Seggi aperti stamane e domani in Egitto dalle 9 del mattino alle 9 di sera per votare la nuova bozza costituzionale.
È la prima volta che gli egiziani si recano alle urne dopo il colpo di
stato militare che ha deposto il Presidente egiziano Mohammed Morsi il 3
luglio 2013. È la sesta volta che gli egiziani si recano alle urne da
quando le enormi manifestazioni contro il regime di Mubarak hanno
portato alla destituzione dell'ex rais l'11 febbraio 2011.
I numeri
A più di 53 milioni di egiziani (un milione e mezzo in più rispetto al voto del 2012) verrà chiesto se approvare o meno i 247 articoli della nuova costituzione.
Una commissione di 50 membri, guidata dall'ex Segretario generale della
Lega Araba 'Amr Musa, aveva iniziato lo scorso settembre i lavori per
emendare la costituzione del 2012, approvata quando al potere c'erano i
Fratelli Musulmani e sospesa in seguito al colpo di stato militare del 3 luglio.
La commissione dei 50 ha terminato i suoi lavori il 1 dicembre 2013 e
ha presentato la bozza costituzionale al Presidente ad interim 'Adli
Mansour il 3 dicembre che ha stabilito le date di oggi e domani per il
referendum.
A monitorare le operazioni di voto ci saranno tra i 14.000 ed i 16.000 giudici.
Tra gli esclusi alle operazioni di controllo del voto ci sono i
"Giudici per la Salvezza dell'Egitto" e la "Corrente dell'Indipendenza
giudiziaria". La loro esclusione è stata giustificata dal fatto che i
due gruppi sono pubblicamente vicini alla Fratellanza Musulmana violando
così il principio dell'indipendenza giudiziaria che vieta
l'affiliazione politica dei giudici.
Le operazioni di voto per il referendum sono ufficialmente iniziate
già l'8 gennaio e sono durate fino al 12. Ad essere chiamati a votare
sono stati infatti gli egiziani residenti all'estero. L'affluenza
registrata è stata molto bassa: solo 103.000 egiziani si sono recati
alle urne. Un numero inferiore ai 244.000 che avevano preso parte al
referendum per la costituzione voluta dai Fratelli Musulmani del 2012.
Un calo dovuto, secondo gli esperti, al fatto che il voto per posta è
stato proibito per evitare problemi legali.
È la sesta volta che gli egiziani si recano alle urne da quando Mubarak è stato rimosso grazie all'enorme movimento popolare (11
febbraio 2011). Destituito il rais, i militari indissero un referendum
per una provvisoria Dichiarazione Costituzionale il 19 marzo 2011 che fu
approvata dal 77% dei votanti. Nel 2011 e 2012 gli egiziani hanno
votato per l'Assemblea del Popolo (camera bassa del parlamento), per il
Consiglio della Shura (camera alta), alle presidenziali (dove vinse
Morsi) e per la nuova costituzione voluta dai Fratelli Musulmani.
"Andate a votare"
Secondo il Presidente ad interim egiziano, 'Adli Mansour, il nuovo
testo costituzionale "costituisce il primo passo verso la democrazia".
"Andate a votare dopo domani - ha aggiunto - così come siamo scesi per
strada il 25 gennaio 2011, il 30 Giugno, il 3 luglio ed il 26 luglio".
L'obbiettivo del referendum è "completare la nostra rivoluzione con una
costituzione che costituisce il primo passo per uno stato democratico
moderno e civile".
Il discorso del Presidente era stato anticipato il giorno prima (sabato)
da quello del Ministro della Difesa, il generale Abdel Fattah al-Sisi.
Al-Sisi aveva invitato gli egiziani a "confermare il loro dovere
nazionale votando in massa al referendum". "Il voto - ha affermato -
permetterà la costruzione di uno stato democratico e moderno che
soddisferà tutti gli egiziani". Ma nel discorso di sabato il Generale ha
anche detto di considerare seriamente una sua candidatura alle
presidenziali. A patto che questo "lo richieda il popolo". "Se io
dovessi correre per la presidenza, questo avverrà perché il popolo lo
vuole e grazie ad un mandato dell'esercito perché noi lavoriamo
all'interno di una democrazia" ha chiosato il Ministro della Difesa
citato dall'agenzia di stato Mena.
A raffreddare gli entusiasmi di al-Sisi potrebbe però essere Dubai.
Precisamente dal Primo Ministro degli Emirati Arabi Uniti, uno dei
principali sostenitori dell'Egitto dopo la caduta del Presidente
islamista Mohammed Morsi. Sheikh Mohammed Bin Rashed al-Maktum ha detto
in un intervista alla BBC trasmessa ieri che il Capo dell'Esercito
egiziano farebbe meglio a non correre per la Presidenza. Non ha fornito
ulteriori dettagli né motivato la sua affermazione. Al-Maktum si è
limitato a pronunciare poche parole: "spero che [al-Sisi, ndr] resti
nell'esercito. E qualcun altro sia invece alla Presidenza". Ha poi
lodato implicitamente il Generale egiziano sostenendo che ora l'Egitto
sta meglio rispetto ai tempi di Morsi.
Ad incoraggiare il voto referendario sono stati l'Unione Europea e Washington.
Il capo degli Esteri dell'UE, Catherine Ashton, domenica ha espresso il
pieno sostegno di Bruxelles: "il processo costituzionale - sia prima
che dopo il referendum - può creare le possibilità di un nuovo dialogo
politico che a sua volta può portare ad elezioni democratiche, ad una
giusta rappresentazione dei diversi punti di vista politici nel futuro
Parlamento e garantire maggiore sicurezza e prosperità a tutti".
Sulla stessa lunghezza d'onda anche il Segretario alla Difesa
statunitense, Chuck Hagel, che parlando con al-Sisi ha sottolineato
l'importanza del referendum per la transizione politica del paese dopo
tre anni di agitazioni. I capi della difesa hanno discusso
dell'importanza di "un referendum trasparente in cui tutti gli egiziani
abbiano l'opportunità di esprimere la loro preferenza liberamente".
La repressione delle voci contrarie all'esercito
E proprio quel "liberamente" che sa di beffa per l'opposizione egiziana
visto il durissimo giro di vite deciso dal governo contro chi dissente.
Ma a nessuno a Bruxelles e a Washington interessa. Anche ieri sei
studenti sono stati arrestati all'Università di 'Ain Shams mentre
protestavano contro la giunta militare ed il referendum costituzionale
sostenendo il deposto Presidente Morsi. Gli studenti sono stati accusati
di bloccare le strade attorno al campus universitario e di aver
attaccato le forze di polizia usando massi e lanciando molotov secondo
l'Agenzia di Stato Mena.
Uno studio condotto dall'Associazione della Libertà del Pensiero e di
Espressione (AFTE) ha riportato lo scorso mese dati inquietanti: da
quando Morsi è stato rimosso lo scorso luglio, circa 510 studenti sono
stati arrestati. Le proteste organizzate dagli "Studenti contro il
colpo militare" (SAC) hanno subito la dura repressione della polizia ed
il livello di violenza e di militarizzazione è andato aumentando nel
paese. Quattro studenti sono morti negli scontri fra dimostranti e forze dell'ordine da luglio.
E anche ieri le autorità locali hanno voluto ricordare, a chi se ne
fosse per caso dimenticato, quanto fallace sia il "liberamente" di
Hagel. A pagarne il prezzo più alto ancora una volta sono stati i membri
della Fratellanza Musulmana accusati di complottare per sabotare il
referendum. Secondo il quotidiano al-Ahram a finire in carcere sono
stati 14 affiliati della Fratellanza da alcune settimane ufficialmente
una "organizzazione terroristica". Ad Alessandria sono state arrestate 9
persone dell'organizzazione islamista. A Minya, invece, altri 11 membri
della Fratellanza sono stati fermati perché avrebbero provato a
corrompere i cittadini a votare "no" alla costituzione.
L'Alleanza Nazionale per proteggere la Legittimità, un coordinamento di vari gruppi che si oppongono al governo guidato dai Militari e che è guidato dalla Fratellanza, ha ripetuto il suo appello a boicottare il referendum. Ma ad alzare la voce non sono solo gli islamisti. A protestare è anche Human Rights Watch.
L'organizzazione dei diritti dell'uomo ha condannato l'arresto di sette
attivisti del partito "Forte Egitto" che stavano affiggendo striscioni
che invitavano i cittadini a votare "no" al referendum. "I cittadini
egiziani dovrebbero votare liberamente per la nuova costituzione, non
aver paura di essere arrestati perché fanno la campagna per votare 'no'"
ha detto Joe Stork, vice direttore dell'organizzazione in Nord Africa e
Medio Oriente.
L'arresto degli attivisti di "Forte Egitto" ha avuto conseguenze immediate. Il
partito, guidato da Abdel Aboul Futuh, ha annunciato ieri che
boicotterà il referendum a causa del clima "inaccettabile" di
repressione che si respira. Un clima molto pericoloso nonostante la
forte presenza di polizia voluta da al-Sisi nei seggi elettorali. È di
queste ore la notizia dell'esplosione di una piccola e rudimentale
bomba fuori il tribunale del Cairo che ha danneggiato la facciata del
palazzo ma fortunatamente non ha provocato feriti.
"Il popolo deve dimostrare al terrorismo che non ha paura" ha detto ai
giornalisti il Presidente ad interim 'Adli Mansour al seggio elettorale.
"Il voto non è solo per la costituzione ma anche per la road map,
cosicché il Paese possa avere un presidente eletto e un parlamento". Il
referendum infatti sarà seguito dalle elezioni presidenziali e
parlamentari. Nozione di terrorismo quella di Mansour che non include
fra le sue vittime i 1.000 oppositori uccisi (principalmente islamisti)
dagli apparati di sicurezza governativi negli scontri quotidiani.
Vittoria scontata del "sì" ma con quale affluenza?
Le autorità egiziane sono sicure che la nuova costituzione sarà
approvata. Ciononostante, a preoccuparle non è la vittoria (salvo
risultati clamorosi) ma il numero degli elettori che si
recheranno alle urne. Secondo numerosi analisti il governo sostenuto
dai militari teme che una bassa affluenza elettorale potrebbe conferire
credibilità alla Fratellanza Musulmana creando così problemi di
legittimità alla giunta militare. I sostenitori della nuova bozza costituzionale sperano di vincere almeno con un 70% di "sì"
laddove Morsi aveva vinto nel referendum del 2012 con il 64% dei voti
(ma allora solo il 33% dei 53 milioni di aventi diritto al voto si recò
alle urne).
A boicottare il voto di oggi e domani vi è, come detto, l'Alleanza Nazionale per proteggere la Legittimità,
una coalizione islamista guidata dai Fratelli Musulmani e che include
anche il Wasat, l'islamista 'Amal e la Jama'a Islamiya. I "Giovani
contro il colpo militare", il ramo giovanile dell'unione islamica, ha
detto che non solo boicotterà i seggi ma anche proverà a sabotare il
voto "con atti di disobbedienza civile". Ad unirsi al boicottaggio è stato ieri anche il partito "Forte Egitto" guidato da Abdel Moneim Aboul Futuh, candidato presidenziale nel 2012. Il movimento 6 Aprile, grande protagonista nella rivoluzione, invece, parteciperà al monitoraggio del referendum da "fuori i seggi elettorali" nonostante abbia annunciato di boicottare il voto.
Il gruppo ha detto che annoterà le violazioni che avranno luogo durante
la votazione e pubblicherà anche dispacci che informeranno
sull'andamento del processo elettorale. Contrari alla "costituzione dei
militari e dei loro alleati" anche i Socialisti rivoluzionari
Relativamente sorprendente è la posizione del partito salafita Nur,
precedente alleato della Fratellanza durante l'anno di presidenza di
Morsi. I salafiti hanno deciso di schierarsi a favore del nuovo testo
costituzionale. Nur, che ha ottenuto il secondo numero più alto di
seggi parlamentari dopo la Fratellanza nel 2011, ha voltato le spalle a
Morsi affermando ufficialmente che lui ed il suo partito sono
responsabili della perdita di popolarità della corrente islamista nelle
strade egiziane.
Tamarrod, il movimento che ha iniziato la raccolta di firma per
deporre Morsi, ha annunciato il suo sostegno alla nuova costituzione. Nonostante alcune riserve su alcuni punti della Costituzione, il "sì" al referendum sarà dato anche dai partiti e gruppi che costituiscono il Fronte Nazionale di Salvezza
(Partito Democratico Sociale Egiziano, il nasseresta Corrente Popolare,
Il Partito della Conferenza di Musa, Il partito dei Liberi egiziani, Il
Wafd e il Tajamu').
Più problematica è la posizione del Partito della Costituzione (Hizb al-Dustur), fondato da Mohammed al-Baradei.
Al-Baradei ha inizialmente sostenuto la road map del 3 luglio ma ha
dato le sue dimissioni a metà agosto dopo le violenze della giunta
militare contro i manifestanti pro-Morsi a Raba'a al-Adawiya. In una
dichiarazione rilasciata alla stampa il partito ha invitato gli egiziani
a partecipare al referendum descrivendolo "parte dell'ondata
rivoluzionaria del 30 giugno" ma ha lasciato ai suoi elettori libera
scelta di voto.
Secondo alcuni analisti ad incidere sul referendum potrebbero essere le
centinaia di organizzazioni benefiche che fanno capo al movimento
islamico dei Fratelli Musulmani prive di fondi in seguito agli eventi
del 3 luglio. Dopo il colpo militare, infatti, il nuovo governo ha
sequestrato beni, conti bancari, ospedali scuole ed istituzioni gestiti
da enti benefici islamici perché collegati alla Fratellanza. Secondo gli
analisti nella loro campagna per il boicottaggio i sostenitori di Morsi
potrebbero essere appoggiati da tutti coloro che facevano affidamento a
questi enti e che ora, a causa della repressione governativa, non
essendo più aiutati vivono nell'assoluta indigenza.
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