Mentre la magistratura egiziana prosegue nel suo giro di vite ai
danni di centinaia di sostenitori della Fratellanza Musulmana, il
processo di normalizzazione nei rapporti tra l’Occidente e il Cairo
sembra aver preso definitivamente il via in nome della lotta al
terrorismo.
Apache Usa al Cairo
A fine aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imminente consegna
all’Egitto di 10 elicotteri d’attacco Apache, sofisticati
equipaggiamenti militari che, secondo il Pentagono, mirano ad aiutare il
governo egiziano a “contrastare gli estremisti che minacciano la
sicurezza statunitense, israeliana ed egiziana” e supportare le
operazioni di anti-terrorismo nella Penisola del Sinai.
La decisione di Washington, che aveva ridimensionato lo scorso anno
il sostegno militare all’Egitto in seguito al golpe che ha deposto il
Presidente Mohammed Mursi, rappresenta dunque un chiaro segnale di
supporto per quella che il Governo egiziano sta presentando come la sua
‘guerra al terrorismo’, una vasta operazione militare che da più di otto
mesi sta continuando senza sosta nel Nord del Sinai.
L’offensiva mira a sradicare le sacche di militanza jihadista che
dallo scorso luglio hanno intensificato la loro campagna militante
contro le forze di sicurezza, ma la guerra al terrorismo egiziana ha nei
fatti un obiettivo ben preciso: Ansar Bait al-Madqis.
Ansar Bait al-Madqis
Per le autorità egiziane, Ansar Bait è al momento la principale minaccia
alla sicurezza del Paese, il gruppo responsabile di gran parte degli
attacchi più cruenti lanciati negli ultimi mesi nelle città egiziane e
nell’instabile Sinai oltre ad essere l’organizzazione ombrello che
starebbe manovrando una miriade di fazioni jihadiste sorte di recente
nel Paese, tra le quali Ajnad Misr e la Brigate Ansar al-Shari’a,
impegnate in una incessante campagna di omicidi mirati ai danni di
soldati e poliziotti.
L’intelligence egiziana ha anche suggerito di avere informazioni sui
presunti legami, mai provati fino ad ora, tra il gruppo e la
Fratellanza, ipotesi non pienamente condivisa dagli Stati Uniti che
concordano ad ogni modo con il Cairo sulla portata regionale della
minaccia posta da Ansar.
Ad inizio mese il Dipartimento di Stato statunitense ha sancito
questa posizione inserendo il gruppo nella propria lista delle
organizzazioni terroriste straniere, motivando la decisione sulla base
di una serie di attacchi lanciati da Ansar ai danni di Israele nel corso
del 2012 e dell’attentato di febbraio contro un bus turistico nel Sinai
meridionale nel quale tre turisti sudcoreani hanno perso la vita.
Il comunicato del Dipartimento, che definisce Ansar come ‘gruppo che
condivide alcuni aspetti dell’ideologia di al-Qaeda nonostante non ne
sia un affiliato formale’, sottolinea ad ogni modo che l’organizzazione
ha ‘obiettivi locali’, un’aggiunta che sembra quasi tendere a
ridimensionare la portata regionale del gruppo.
Questo dettaglio racchiude nei fatti la posizione discordante degli
analisti sulla natura di Ansar Bait, che in sintesi contrappone quanti
considerano il gruppo un sotto-prodotto della repressione del Governo
nei confronti delle forze islamiste egiziane e quanti leggono la
rinascita jihadista nel Paese come il tentativo di veterani combattenti
legati ad al-Qaeda di ricreare una roccaforte militante in Egitto, dal
quale poi lanciare attacchi a livello regionale. La realtà, come spesso
accade, sta probabilmente nel mezzo.
Dal Sinai o da Al-Qaeda
Se da una parte il gruppo è sorto nel 2011, quindi prima della
deposizione di Morsi, è anche vero che la presa del potere da parte
dell’esercito e la successiva repressione ai danni della base islamista
ha radicalizzato la posizione del gruppo.
Ansar è gradualmente passata da isolati attacchi contro gasdotti e
soldati israeliani nel Sinai ad una persistente campagna diretta contro
le forze di sicurezza nelle città egiziane e nella penisola, puntellata
da una propaganda quasi esclusivamente volta ad accusare l’esercito di
maltrattamenti e torture ai danni dei Musulmani egiziani.
D’altro canto è più che plausibile che ex militanti della Jihad
islamica egiziana legati all’egiziano Ayman al-Zawahiri, leader di
al-Qaeda, ricoprono posizioni all’interno del gruppo, ma parte di questi
combattenti era già attiva nel Sinai ancor prima della stessa elezione
di Morsi, mentre contatti diretti con la leadership di al-Qaeda sono
rimasti al momento pure congetture.
Rischio crescita reclute
A prescindere dalla natura autoctona o esterna di Ansar al-Bayt, è
evidente che il gruppo tende a presentare la propria azione militante
come diretta ad evitare vittime civili ed esclusivamente finalizzata a
colpire l’apparato di sicurezza egiziano. Ansar posta regolarmente sul
proprio account Twitter appelli alla popolazione a rimanere lontana
dagli edifici o caserme militari, una propaganda ben costruita che mira a
presentare Ansar come il vero protettore degli Islamisti egiziani.
Il rischio più immediato è dunque che il giro di vite del Governo
egiziano, con il tacito assenso occidentale, finisca per fare il gioco
di questa propaganda, allargando potenzialmente la base di reclutamento
per un gruppo che sta gradualmente spostando il suo baricentro dal Sinai
alle aree urbane del Paese.
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