| La foto postata online dall’Isis prima del massacro di Tikrit: Ali, l’unico sopravvissuto, è indicato dal cerchio rosso |
Baghdad da parte sua non chiede nulla: il premier uscente Maliki aveva domandato a inizio giugno – quando cominciò l’avanzata dell’Isis nel paese – l’immediato intervento statunitense per arginare l’offensiva. Da Washington arrivarono solo promesse di nuovi armamenti e, due mesi dopo, la risposta è stata l’inizio dei bombardamenti solo al confine con il Kurdistan e una pioggia di armi e munizioni ai peshmerga.
Al governo centrale gli Usa dissero che avrebbero valutato un intervento se fosse nato un governo di unità nazionale, inclusivo delle minoranze sunnita e curda. Oggi le forze politiche irachene sono impegnate in difficili negoziati per la creazione del nuovo esecutivo, guidato dal collega di partito di Maliki, al-Abadi. Per ora sarebbe stato raggiunto un primo risultato: il 50% dei ministeri andrebbero a fazioni sciite, il 50% a curdi e sunniti.
Baghdad, per questo, non chiede nulla: il timore è che un eventuale intervento Nato possa spezzare le basi delle già fragilissime istituzioni irachene, come avvenuto in Libia. Un timore fondato: gli attuali interventi occidentali – bombardamenti a nord e armi ai peshmerga – stanno ulteriormente allargando le divisioni settarie interne, dando al Kurdistan un potere di negoziazione (di una futura indipendenza) mai avuto prima.
In Galles hanno parlato anche il premier britannico Cameron – che si è detto pronto a partecipare ai raid Usa e ad inviare truppe che addestrino curdi e iracheni nell’ambito di una missione Nato – e il presidente americano Obama. Insieme, hanno pubblicato un editoriale nel quale dicono di non essere affatto spaventati dalle minacce dell’Isis e fanno appello ai governi occidentali per la formazione di una coalizione che parta in missione anti-jihadisti. Cameron ha aggiunto l’intenzione di tagliare fuori il presidente siriano Assad, considerato “governo illegittimo”: non c’è bisogno di alcun invito da parte di Damasco, ha detto il premier britannico, per andare a bombardare l’Isis in Siria.
Nelle stesse ore prosegue la battaglia sul terreno e le violenze jihadiste, che nei territori occupati dettano legge: ieri 50 residenti del villaggio di Hawija, nella provincia di Kirkuk, sono stati rapiti dai miliziani di Al Baghdadi dopo aver dato fuoco ad una postazione abbandonata dell’Isis. La punizione è stata immediata: i miliziani sono tornati e li hanno portati via a bordo di camion e jeep.
Una notizia che giunge insieme alla conferma dell’esecuzione di massa compiuta il 12 giugno nell’ex base americana di Camp Speicher, durante l’attacco contro la vicina città di Tikrit: 770 persone, per lo più militari iracheni sciiti, sono state uccise e gettate in fosse comuni. Lo ha fatto sapere ieri Human Rights Watch, confermando i video e le foto che gli stessi jihadisti all’epoca avevano pubblicato. Una barbarie per cui i familiari dei soldati scomparsi, di cui non si aveva più notizia da due mesi, avevano occupato la sede del parlamento di Baghdad martedì scorso per chiedere ai vertici politici di fare qualcosa per trovare figli e mariti.
A raccontare quelle ore terribili è stato il 23enne Ali Hussein Khadim, unico sopravvissuto al massacro: si è finto morto ed è riuscito a fuggire ore dopo la strage. Tre settimane in fuga, fino al ritorno a casa. Ali ha detto a HRW che i miliziani hanno diviso i soldati catturati in due gruppi, sunniti e sciiti, nell’intenzione di uccidere i secondi. I soldati sciiti sono stati fatti sdraiare a terra e sono stati centrati, uno a uno, da colpi di pistola. Poi, sono stati gettati in una fossa comune. Ali si è finto morto e, quando i jihadisti hanno lasciato il luogo del massacro, è fuggito.
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