di Giorgia Grifoni
Una risoluzione ferma,
quella adottata ieri dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu sullo Yemen, ma
non abbastanza da accontentare le petromonarchie del Golfo. Queste, per
bocca dei loro ministri degli Esteri, avevano pressato ieri il Palazzo
di Vetro perché autorizzasse un intervento militare nel paese più povero
del Medio Oriente, stretto nella morsa dei ribelli sciiti Houthi che da
settembre occupano la capitale Sana'a e dal gennaio scorso si sono
impadroniti dei palazzi del potere, mettendo agli arresti domiciliari
presidente e premier e proclamando un governo transitorio.
Adottata all’unanimità dai quindici membri del Consiglio di
Sicurezza, la risoluzione scritta da Gran Bretagna e Giordania – e
sponsorizzata da altri dieci membri tra cui gli Stati Uniti – chiede ai
ribelli sciiti di ritirare “immediatamente e senza condizioni” le
proprie truppe dalle istituzioni governative e impegnarsi “in buona
fede” nei colloqui condotti dalle Nazioni Unite. Colloqui che,
sebbene nel settembre scorso avessero sortito un accordo firmato sia
dagli Houthi sia dal governo per una loro più equa partecipazione al
potere, come denuncia da mesi il movimento erano rimasti “lettera
morta”.
Il Consiglio di Sicurezza ha chiesto inoltre il rilascio del
presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi, del primo ministro Khaled
Bahah e altri membri del suo gabinetto attualmente agli arresti
domiciliari o in altro modo “arbitrariamente” detenuti. “Tutte le parti –
si legge nella risoluzione – devono accelerare i negoziati compreso
quello mediato dall’ONU e fissare una data per un referendum
costituzionale e per le elezioni”. Le parti a cui si riferisce il
documento comprendono, oltre ai ribelli, anche la coalizione di
maggioranza al governo, un carrozzone di formazioni a trazione sunnita
capitanate dal partito islamista al-Islah: queste rifiutano di
dialogare con gli Houthi, nonostante da quasi tre settimane i ribelli le
invitino a sedersi al tavolo delle trattative.
Se la risoluzione non dovesse essere accettata e implementata dagli
Houthi, dal Palazzo di Vetro fanno sapere che potrebbero scattare le
sanzioni. Ma questo non basta alle altre nazioni del Golfo (Arabia
Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Oman e Qatar), che si
auguravano che il Consiglio di Sicurezza agisse secondo il capitolo 7
della Carta delle Nazioni Unite autorizzando un intervento armato nel
paese vicino contro quella che definiscono “un’illegittima presa del potere” da parte del movimento sciita.
Molti analisti concordano nell’attribuire alla rinnovata
influenza e potenza dell’Iran nella regione la straordinaria scalata dei
ribelli Houthi che, da piccola guerriglia schiacciata al confine con
l’Arabia Saudita e regolarmente repressa da Sana'a – anche con i carri
armati e le milizie sunnite estremiste di Riyadh – si è trasformata in
un movimento ben strutturato, capace di conquistare rapidamente
intere regioni e di guadagnarsi il sostegno della popolazione. La sua
marcia su Sana'a del settembre scorso è emblematica a questo proposito.
Preoccupati per l’avanzata dell’asse sciita nello Yemen, gli sceicchi
sunniti del Golfo hanno quindi deciso di organizzarsi autonomamente,
facendo sapere che se il mondo non riuscisse a rispondere adeguatamente,
il Consiglio di Cooperazione del Golfo si preparerà ad agire per
mantenere la sicurezza e la stabilità regionale. Pur non specificando
quali misure il gruppo potrebbe prendere, è ancora vivo il
ricordo dei cingolati di Riyadh che entrano nel vicino Bahrein,
sconvolto dalla protesta della sua maggioranza sciita che chiedeva più
diritti alla minoranza sunnita al potere, e aprono il fuoco sui
manifestanti inermi nell’indifferenza più totale dell’Occidente.
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