di Roberto Prinzi
Nel
pasticciaccio (sanguinoso) siriano può succedere di tutto. Può accadere,
ad esempio, che un gruppo di opposizione al regime di Bashar al-Asad
fino a poco tempo fa combatta ora per il “dittatore”. A rivelare la
notizia non sono i media pro-Damasco, ma l’Osservatorio siriano dei
diritti umani, Ong di stanza a Londra e vicina all’opposizione
“moderata” siriana.
Secondo il direttore dell’Osservatorio, Rami
‘Abdel ar-Rahman, il Jaysh al-Wafaa’ (esercito della lealtà) ha lanciato
sabato notte “la sua più feroce offensiva” contro il Jaysh al-Islam
(esercito dell’Islam) vicino al fortino dei ribelli a Duma a est della
capitale. I combattimenti sarebbero tuttora in corso.
Il Jaysh al-Wafaa si è formato tre mesi fa
dopo che l’esercito siriano aveva assediato per più di un anno la Ghouta
dell’Est (dove si trova Duma). Molti dei suoi membri avevano combattuto
contro il “macellaio” al-Asad, ma a causa del soffocante assedio
imposto dal presidente siriano, si erano arresi consegnandosi
all’esercito baathista. “A causa del blocco, alcune persone
hanno preferito allontanare i propri figli e provare a sopravvivere
piuttosto che morire di fame o sotto le bombe” ha dichiarato ‘Abdel
ar-Rahman. “Il Jaysh al-Wafaa – ha aggiunto – è dunque servito ai
combattenti per liberarsi sia dalla morsa di al-Asad che a quella di
Zahran ‘Alloush [capo dell’esercito dell’Islam, ndr] ben noto per i suoi
abusi”.
Finanziati e armati da Damasco, il Jaysh
al-Wafaa ha come compito quello di rintuzzare gli attacchi del Jaysh
al-Islam, il gruppo ribelle più forte e meglio equipaggiato nella zona
della Ghouta orientale. Secondo la rete di attivisti e di
testimoni oculari su cui si basano i resoconti dell’Osservatorio
siriano, a partecipare ai combattimenti vi sarebbero anche i miliziani
di Hezbollah. Duma è uno dei simboli della barbarie in corso in Siria da
quasi quattro anni. Bastione dei ribelli, è assediata brutalmente da
oltre un anno dal regime siriano. A pagare il prezzo salatissimo dei
combattimenti tra lealisti e oppositori sono le decine di migliaia
intrappolati in quartieri crivellati di colpi, affamati e privi di
assistenza sanitaria. Ma l’incubo per i cittadini di Duma non è
rappresentato solo da Damasco, ma anche dal Jaysh al-Islam di ‘Allush.
Noto per le sue capacità belliche e per la sua efferatezza, “l’esercito
dell’Islam” presenta una soluzione al conflitto siriano non molto
diversa da quella dei qa’edisti di an-Nusra con cui, non di rado, opera
in battaglia.
Ma se il regime non riesce a riportare la calma nella
fascia di Siria dove è più forte e dove anche i suoi fortini sono sotto
costante minaccia dei ribelli (i colpi di mortaio caduti giorni fa nel
centro di Damasco non sono stati un’eccezione), a poter esultare
sono i curdi. Ieri le “Unità di protezione del popolo” curde hanno
annunciato di aver ripreso il controllo di più di un terzo dei villaggi
attorno Kobane, la cittadina a confine con la Turchia liberata a
fine gennaio dopo 4 mesi di battaglia contro le milizie dello Stato
Islamico. Secondo l’Osservatorio siriano, nelle ultime due settimane i curdi avrebbero riconquistato 128 villaggi.
Resta da capire quanto l’avanzata sia stata merito della forza militare
curda o quanto, più verosimilmente, siano stati gli stessi miliziani
dell’Is a indietreggiare senza contrattaccare preferendo concentrare i
loro sforzi bellici nelle aree intorno ad Aleppo considerate
strategicamente più rilevanti.
Le ultime notizie dal fronte di guerra
siriano hanno ringalluzzito il Segretario di Stato statunitense John
Kerry, che, intervenendo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ha
detto che la lotta contro lo Stato Islamico sarà una battaglia lunga, ma
che la strategia sta portando già i primi frutti. Kerry ha
dichiarato che i 2.000 raid della coalizione anti-Is hanno permesso la
riconquista di 700 chilometri quadrati. Secondo il Segretario Usa,
inoltre, gli attacchi internazionali “hanno impedito ai miliziani
l’utilizzo di 200 impianti di petrolio e gas, hanno danneggiato la loro
struttura di comando, spremuto le finanze dell’organizzazione e disperso
il suo personale”. In pratica, un successo. Ma ieri, a
sbandierare ai quattro venti (presunti) successi militari, ci ha pensato
anche la Giordania: in 4 giorni di pesanti bombardamenti (56 raid),
Amman ha dichiarato di aver distrutto il 20% del potenziale militare
dello Stato Islamico.
Un’analisi, quella di Kerry e dei giordani, che
appare propaganda spicciola soprattutto se si tiene presente che dopo 6
mesi di bombardamenti gli uomini del “califfo” al-Baghdadi conservano
gran parte del territorio conquistato e che le “capitali” (Mosul in Iraq
e Raqqa in Siria) sono saldamente in loro possesso. Un’analisi che,
soprattutto, non trova tutti d’accordo. Due settimane fa il
generale Kirby aveva descritto al Pentagono l’andamento della guerra in
toni molto più pacati: sebbene l’avanzata dell’Is si sia fermata, la
coalizione è riuscita finora a recuperare solo un misero 1% di
territorio in Iraq. Ieri al coro degli scettici si sono aggiunti anche
palestinesi e qatarini.
“Non vedo una chiara strategia su come affrontare lo
Stato Islamico, su come contenerlo, su come controllarlo, su come
sconfiggerlo ed eliminarlo. Non vedo niente di tutto ciò. Almeno che la
strategia non siano i raid aerei. Ma questa non è una strategia” ha
dichiarato il ministro degli Esteri palestinesi Riad al-Malki presente a
Monaco all’incontro sulla Sicurezza. Anche il Qatar non ha nascosto il
suo malcontento. Doha è insoddisfatta per quanto sta accadendo in Iraq,
dove l’Is continua ad avere sotto controllo gran parte della provincia
dell’Anbar. “Se vogliamo che i sunniti combattano per cacciare i
terroristi dall’Iraq, non dovremmo solo presentare un programma ma
implementarlo concretamente” ha dichiarato stizzito il ministro della
Difesa Khaled al-Attiyah. “Noi – ha aggiunto – abbiamo bisogno di una
strategia da parte dei nostri alleati. Sarò franco, ma qui non ce n’è
alcuna”.
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