E’ entrata in vigore la scorsa notte la nuova nuova fragile
tregua ad Aleppo annunciata ieri dopo un accordo raggiunto tra Usa e
Russia. Non è chiaro quanto sarà la sua durata. Solo 48 ore, secondo la
televisione di stato siriana. Gli ultimi tre giorni sono stati
tra i più tragici per Aleppo. Lo scontro è stato violentissimo nella
notte tra lunedì e martedì quando gruppi jihadisti (qualcuno li chiama
“ribelli”) sono riusciti a penetrare, pare grazie a una galleria
sotterranea e a un intenso lancio di razzi, nella zona ovest della città
controllata dalle forze governative. Solo dopo diverse ore
l’esercito è riuscito a respingere l’assalto che ha fatto un numero
imprecisato di morti e feriti su entrambi i lati. Sono stati
gli scontri più duri ad Aleppo nell’ultimo anno, accompagnati da
bombardamenti aerei governativi sulle postazioni avversarie e dai colpi
di armi pesanti sparati dai jihadisti verso la zona ovest della città. Ad Aleppo dal 22 aprile sono morti almeno 280 civili. Ieri si combatteva anche a Ghouta, a Est di Damasco.
A New York il Consiglio di sicurezza dell’Onu – convocato d’urgenza su richiesta di Gran Bretagna e Francia – i
rappresentanti di diversi Paesi hanno colto l’occasione per attribuire
soltanto a Damasco la colpa di quanto accade della fine del cessate il
fuoco proclamato a fine febbraio, dimenticando che anche i “ribelli”
hanno enormi responsabilità nel fallimento del cessate il fuoco
proclamato a fine febbraio. Poco contano, soprattutto per Parigi e Washington, le testimonianze di chi vive nell’inferno della guerra. Padre Ibrahim al Sabbagh, un francescano, ha raccontato ad AsiaNews
gli ultimi giorni nella parte di Aleppo controllata dal governo.
«Missili e razzi lanciati dalla zona sotto il controllo dei ribelli
hanno colpito l’ospedale di Dabbi’t, centrando il reparto di ostetricia e
uccidendo 17 bambini, oltre che donne e uomini... In precedenza avevano
lanciato missili sulle università, in particolare quella statale».
«Nella strada che porta all’università» ha proseguito il sacerdote, «è
stato abbattuto un edificio e al momento non si conosce il numero di
vittime o feriti».
La Russia, peraltro, sostiene che la notizia del bombardamento
aereo lo scorso 27 aprile dell’ospedale al Quds di Aleppo sarebbe falsa.
Il portavoce del ministero della difesa di Mosca ieri ha mostrato due
foto della struttura, una del 29 aprile di quest’anno e l’altra del 15
ottobre 2015. In entrambe le immagini l’ospedale gestito da Medici senza
Frontiere avrebbe gli stessi danni. Secondo il portavoce russo ciò
dimostrerebbe che va avanti la «campagna mediatica per screditare il
processo di pace in Siria».
Il Segretario di stato americano John Kerry ha
avvertito il presidente siriano Assad che ci saranno «ripercussioni»
non meglio precisate se Damasco “si farà beffe” dell’accordo per il
cessate il fuoco ad Aleppo. Poi ha lanciato una sorta di
ultimatum: entro agosto Russia e Iran devono avviare la “transizione” in
Siria. In poche parole devono convincere il loro alleato Assad a farsi
da parte e a rinunciare a qualsiasi ruolo nel futuro del Paese.
A Kerry non importa che diversi milioni di siriani restano schierati
dalla parte del presidente che, tra le altre cose, ritengono l’unico in
grado di proteggerli dai jihadisti dell’Isis (tornati all’offensiva in
diverse aree), dai qaedisti di al Nusra e dai salafiti radicali di Ahrar
al Sham. Gruppi destinati a prendere il controllo e a spartirsi
la Siria quando sarà realizzata la “transizione” che tanto invocano i
governi occidentali e i loro alleati arabi. L’opposizione “laica” e ciò
che resta della sua milizia, l’Esercito libero siriano, non contano
nulla sul terreno, lo sanno anche le pietre.
Parigi ha annunciato che la prossima settimana ospiterà i colloqui
con i ministri degli esteri dell’Arabia Saudita, Qatar, Turchia e
Emirati, tutti nemici di Damasco e, notoriamente, tutti “sinceri
sostenitori” della democrazia.
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