di Roberto Prinzi
La normalizzazione dei
rapporti tra Arabia Saudita e Israele si arricchisce di una nuova
pagina, forse la più importante finora. Protagonista questa volta è il
principe ereditario saudita Mohammed bin Salman che, intervistato
lunedì dal quotidiano The Atlantic, ha detto senza troppi giri di parole
che Israele ha il “diritto” ad una patria. Una precisazione
non irrilevante: di fatto il figlio di re Salman, non solo ha
pubblicamente riconosciuto lo stato d’Israele per la prima volta, ma, ha
soprattutto dichiarato la sua legittimità storica. Poco importa quello
che questa “legittimità” ha comportato alla popolazione natia, i
palestinesi. “Credo che i palestinesi e israeliani abbiano diritto al
proprio stato” ha poi aggiunto ricordandosi per un attimo dei suoi
“fratelli” arabi. Ma bin Salman guarda molto poco a Gaza e a Ramallah,
la sua attenzione è più rivolta a Tel Aviv: “Israele – ha
infatti subito spiegato – è una grande economia se paragonata alla sua
grandezza. E’ una economia che cresce e ci sono tanti interessi che
condividiamo con lei. Se ci sarà la pace, ci saranno tanti interessi in
comune tra di loro e il Golfo”. E qui sorge il primo problema:
di quale “pace” parla bin Salman? Quella che si basa
sull’implementazione delle istanze dei palestinesi e del diritto
internazionale o quella avanzata dal nebuloso “accordo del secolo” di
Trump nettamente favorevole ad Israele (e che Riyadh appoggia)?
Che i rapporti tra sauditi e israeliani fossero ottimi non lo rivela
l’Atlantic. Certamente però il riconoscimento saudita al “diritto alla
patria” degli israeliani è di sicuro una novità importante. Quello però che colpisce di più è la tempistica.
Queste dichiarazioni (premio per Tel Aviv) giungono infatti a pochi
giorni dall’uccisione israeliana di 17 palestinesi nella Striscia di
Gaza durante le proteste della “Marcia del ritorno” e in una fase
storica in cui il processo di pace è congelato, Hamas e Fatah continuano
ad accusarsi a vicenda, le unità abitative nelle colonie dei Territori
Occupati continuano a moltiplicarsi a dismisura. Senza poi dimenticare,
pochi mesi fa, l’annuncio shock di Trump di trasferire l’ambasciata
statunitense a Gerusalemme in barba al diritto internazionale.
Di Palestina ha parlato ieri anche il re saudita. Nel corso di una conversazione telefonica con il presidente Usa Trump, il
monarca wahhabita ha riaffermato “la posizione solida saudita verso la
questione palestinese e i legittimi diritti di quest’ultimi ad avere uno
stato indipendente con Gerusalemme come capitale”. Il re ha
poi sottolineato l’urgenza di avanzare il processo di pace. Che queste
sue parole più empatiche (apparentemente) verso i palestinesi siano
giunte a poche ore da quelle del figlio non è una casualità: la
normalizzazione dei rapporti con la fu “entità sionista” deve avvenire
mantenendo un profilo basso, meno urlato possibile per non destare la
rabbia dei tanti arabi e musulmani che hanno a cuore la questione
palestinese. Come Riyadh può legittimarsi agli occhi del mondo
arabo-islamico se cede agli israeliani al-Quds (Gerusalemme) con il suo
terzo luogo sacro islamico rappresentato dalla Spianata delle Moschee
(al-Haram al-Sharif)? Che le parole di re Salman siano state un
tentativo per ammorbidire le aperture senza precedenti del figlio?
Difficile rispondere con certezza a questa domanda. Quel che però è
sicuro è che la normalizzazione dei rapporti tra Riyadh e Tel Aviv
(ufficialmente i due Paesi non hanno rapporti diplomatici) prosegue
sempre di più a spasso spedito. Lo scorso 22 marzo Air India ha lanciato il suo primo servizio commerciale verso Israele sorvolando lo spazio aereo saudita, fino ad allora vietato dalla monarchia wahhabita.
L’idillio saudita-israeliano è sempre più sbandierato ai quattro venti da parte di Tel Aviv:
il premier Benjamin Netanyahu ha recentemente descritto i legami con il
mondo arabo come “i migliori di sempre”. “Gli arabi non sono mai stati
più vicini a Israele” aveva dichiarato a inizio marzo durante una sua
visita ufficiale a Washington. La “nuova era” dei rapporti tra Riyadh e Tel Aviv era stata inaugurata dal tour in Medio Oriente di Trump lo scorso maggio.
Proprio nella capitale saudita, il presidente statunitense aveva posto
la prima pietra di quella cosiddetta alleanza tra Israele e paesi arabi
(definita da alcuni commentatori “Nato araba”) in chiave anti-iraniana.
Fu significativo allora che, proprio decollando da Riyadh, il presidente
Usa atterrò a Tel Aviv con il suo Air Force One.
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