di Michele Giorgio – Il Manifesto
Gli Emirati «non vogliono
assistere a una guerra che l’intera regione pagherebbe a caro prezzo» ma
chiedono all’Iran di «cambiare comportamento». Queste parole
pronunciate dal ministro degli esteri emiratino, Anwar Gargash, in
un’intervista a The National, non sono un segnale di moderazione.
Confermano che i venti di guerra spirano impetuosi nel Golfo e
che l’opzione di un attacco militare contro Tehran da parte degli Usa e
degli alleati nella regione è molto concreta. Parole
pronunciate nelle stesse ore in cui Abu Dhabi consegnava al Consiglio di
Sicurezza dell’Onu un rapporto in cui si parla di un «attore statale»
(l’Iran?) alla base dell’«operazione complessa e coordinata» che lo
scorso 12 maggio ha sabotato quattro petroliere nei pressi dello Stretto
di Hormuz in acque territoriali degli Emirati: due saudite, una
emiratina e una norvegese.
L’indagine, condotta insieme ad Arabia Saudita e Norvegia,
non contiene alcuna prova di un coinvolgimento di Tehran. Eppure
potrebbe rappresentare il casus belli che l’Amministrazione Trump cerca
per passare dalle imposizioni di sanzioni economiche e diplomatiche
all’Iran – il dipartimento americano del Tesoro ha appena annunciato
sanzioni contro la Persian Gulf Petrochemical che considera la holding
petrolchimica più grande dell’Iran – ad una guerra vera e propria.
Ne sono una prova i conflitti nel Golfo degli ultimi trent’anni
innescati dagli Usa. Le quattro navi sarebbero state sabotate con mine
Limpet, posizionate con magneti sugli scafi delle navi da sommozzatori
con motoscafi. Secondo gli Emirati erano necessarie delle
capacità di intelligence per scegliere gli obiettivi visto che le navi
non erano posizionate nello stesso posto.
Gli Stati Uniti hanno subito accusato l’Iran. Tra i due paesi la
tensione resta molto alta a causa delle sanzioni economiche e della
decisione presa un anno fa da Donald Trump di uscire dall’accordo
internazionale sul programma iraniano di produzione di energia nucleare
(Jcpoa). Il mese scorso, scriveva ieri il Wall Street Journal, per due settimane, si è rischiato un conflitto. La
Marina americana ha intercettato nel Golfo e seguito due navi
commerciali iraniane con il sospetto che avessero a bordo missili. La
tensione è scesa solo dopo l’arrivo delle due navi in porto ma il
rischio di un scontro militare resta.
Fonti dell’esercito Usa hanno confermato al Wsj l’intenzione
di rinforzare la presenza statunitense nell’area in modo da «colpire
l’Iran e i suoi alleati» se la Casa Bianca decidesse di passare
all’azione. Nelle scorse settimane Washington ha inviato nell’area del
Golfo il gruppo di attacco guidato dalla portaerei Abraham Lincoln,
bombardieri strategici B-52 e missili Patriot.
Israele e Arabia Saudita soffiano sul fuoco. Il premier Netanyahu
lancia accuse quotidiane all’Iran e Riyadh l’altro giorno all’Onu a
differenza degli Emirati ha subito puntato il dito contro Tehran. «Crediamo che la responsabilità di questo attacco ricada sull’Iran», ha detto l’ambasciatore saudita, Abdallah al-Mouallimi,
aggiungendo che gli attacchi del mese scorso dimostrano i rischi per le
forniture di petrolio (per lo stretto di Hormuz passa 1/3 del greggio
mondiale) e l’urgenza di un intervento del Consiglio di Sicurezza.
Intervento che quasi certamente non ci sarà per la contrarietà del
Cremlino. Il vice ambasciatore della Russia all’Onu, Vladimir Safronkov,
ha sottolineato che non è stata presentata alcuna prova che colleghi
l’Iran agli attacchi. «Non dovremmo saltare a certe conclusioni», ha
aggiunto.
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