Le forze militari e i gruppi di opposizione sudanesi hanno raggiunto
un’intesa per riprendere i negoziati che dovranno portare alla
formazione di un consiglio transitorio. La notizia, riferita dall’inviato speciale etiope Mahmoud Dirir, giunge nelle stesse ore in cui
la variegata opposizione ha sospeso la sua campagna di “disobbedienza
civile” e l’esercito ha posto fine (almeno temporaneamente) ai suoi
blitz.
Come “gesto di buona fiducia”, il Consiglio transitorio
militare (Tmc) si è detto anche pronto ieri a rilasciare i prigionieri
politici. Queste tre ultime decisioni hanno permesso alle due
parti di riavvicinarsi e a ritornare al tavolo negoziale: uno scenario
che sembrava impensabile dopo il massacro di 118 manifestanti (61 per il governo) compiuto dall’esercito lo scorso 3 giugno. Una
mattanza che aveva dimostrato in maniera lampante come poco o niente fosse cambiato con la deposizione dell’ex dittatore Omar al-Bashir lo
scorso aprile.
L’annuncio della ripresa del processo diplomatico è giunto dopo che ieri era andato in scena il terzo giorno di sciopero generale e di “disobbedienza civile”
con strade deserte, negozi chiusi e uffici vuoti. L’adesione è stata
ancora una volta massiccia malgrado il ripetersi di intimidazioni e
arresti da parte delle autorità militari. Poi, però, in serata, la
Coalizione per la Libertà e il Cambiamento (Dcfc) ha annunciato la
sospensione della protesta, incoraggiando comunque i manifestanti a
restare mobilitati. Uno dei leader dell’opposizione, Khaled
Omar, ha chiarito alla tv al-Hadath che l’interruzione della campagna di
disobbedienza “non è collegata a nessun particolare sviluppo politico”.
Tuttavia, regna ancora la diffidenza tra i manifestanti verso l’esercito. Molte voci dell’opposizione, infatti, non credono alle “buone” intenzioni del Tmc.
Yasir Arman, uno dei tre ufficiali del Movimento di liberazione
popolare del Nord-Sudan Splm-N che sono stati detenuti e poi deportati
in Sud Sudan dopo l’interruzione dei negoziati, è uno di questi.
L’esercito, afferma, non vuole cedere il timone della guida del Paese.
“La mia esperienza a Khartoum mi dice che il Consiglio militare vuole
dividere le opposizioni così da restare al potere” ha detto alla Reuters
da Juba (Sud Sudan).
La distanza tra manifestanti ed esercito finora è su chi
dovrà controllare il Consiglio sovrano che supervisionerà il periodo di
transizione che porterà il Paese alle elezioni. Resta perciò da capire quale impatto per la riconciliazione nazionale avrà il premier etiope Abiy Ahmed che la scorsa settimana è giunto in Sudan per mediare tra le due parti.
Secondo quanto hanno dichiarato fonti vicine ai gruppi di dissidenti,
Abiy avrebbe proposto la formazione di un consiglio transitorio
costituito da 15 membri (8 civili e 7 militari) con presidenza a
rotazione. Dal canto suo, lunedì sera la variegata opposizione
raccolta nella Dcfc ha deciso di nominare gli 8 membri del Consiglio e
ha scelto come primo ministro Abdullah Hamdouk, ex segretario esecutivo
della Commissione economica dell’Onu per l’Africa (Uneca).
Le tensioni in Sudan, intanto, stanno suscitando sempre più attenzioni al di fuori del Paese. Lunedì
gli Stati Uniti hanno annunciato che manderanno a Khartoum in settimana
un loro diplomatico per incoraggiare la ripresa del dialogo tra
militari e opposizione. A fare pressioni sul Tmc c’è l’Unione Africana che la scorsa settimana ha sospeso il Sudan per le violenze dell’esercito contro i manifestanti.
Le vicende sudanesi sono attentamente monitorate anche negli Emirati
Arabi Uniti (Eau) che ieri, per bocca del loro ministro agli Affari
esteri, hanno fatto sapere che Abu Dhabi sta cercando una “transizione
politica tranquilla e organizzata”. Ma gli Eau non sono un broker
neutrale perché, insieme ad Arabia Saudita ed Egitto, sono in prima
linea nel sostegno alle forze militari.
Ieri, intanto, la ong per i diritti umani Amnesty
International ha accusato le Forze di supporto rapido (Rsf) e le sue
milizie alleate di essere state responsabili lo scorso anno della
distruzione di decine di villaggi, di omicidi illegali e di abusi
sessuali in Darfur. Amnesty ha poi affermato che decine di
migliaia di civili saranno ancora più vulnerabili qualora il Consiglio
di sicurezza dell’Onu e l’Unione Africana dovessero votare il prossimo
27 giugno per la chiusura della loro missione di pace (Unamid). Secondo
le Nazioni unite, il Consiglio militare sudanese avrebbe chiesto ad
Unamid di consegnare le sue sedi come parte della missione di ritiro
programmato nel 2020.
Le Rsf – che sono guidate dal vice-capo del Consiglio militare Mohammed Hamdan Dagalo,
tra i protagonisti dei massacri della guerra civile scoppiata nel
Darfur nel 2003 – al momento non hanno commentato le accuse di Amnesty.
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