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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/04/2017

Ha vinto Lenin, in Ecuador

Lenin Moreno, il candidato presidenziale di Alianza Pais, ha vinto il secondo turno del ballottaggio in Ecuador.

Secondo quanto annunciato dalla commissione elettorale, sulla base del 94% dei voti scrutinati, Moreno ha ottenuto il 51.16% delle preferenze, mentre il candidato conservatore Guillermo Lasso il 48.84%. Il candidato del fronte progressista, Lenin Moreno succede al presidente uscente Rafael Correa e nel suo discorso di accettazione, ha promesso di lavorare instancabilmente per trovare soluzioni ai problemi sociali che affliggono il Paese. Rispettando il copione fotocopiato da Washington, il candidato sconfitto non ci sta e chiede il riconteggio.

Il leader della destra sconfitta Guillermo Lasso ha invitato i suoi sostenitori a scendere in piazza per protestare contro il risultato del voto e ha chiesto un riconteggio. "Difenderemo la volontà del popolo ecuadoriano da questo tentativo di frode", ha detto Lasso da Guayaquil. Centinaia di sostenitori di entrambi gli schieramenti si sono radunati davanti al Consiglio nazionale elettorale.

"La vittoria ottenuta da Alianza Pais nel ballottaggio del 2 aprile, conferma che il popolo ecuadoregno ha saputo discernere su quella che era la posta in gioco" è stato il commento a caldo dell'intellettuale latinoamericano Atilio Boròn che aveva paragonato queste elezioni ad una battaglia di Stalingrado, "ossia la continuità di un governo che ha segnato un prima e un dopo nella storia contemporanea dell'Ecuador o il salto suicida nel vuoto come avvenuto in Argentina".

La vittoria di Lenin Moreno, in un contesto di forte controffensiva dell'imperialismo Usa in America Latina, è un importante segnale di tenuta del progetto progressista nella Nuestra America.

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22/02/2017

Ecuador: un’incognita da sciogliere

La maggioranza ottenuta da Alianza País nelle elezioni di domenica scorsa conferma che un settore significativo dell’elettorato ecuadoregno ha saputo discernere quello che era in gioco: la continuità di un governo che ha segnato un prima e un dopo nella storia contemporanea dell’Ecuador o il suicida salto nel vuoto che avrebbe emulato l’attuale tragedia argentina.

Lenin Moreno e Jorge Glas rappresentavano il consolidamento degli avanzamenti ottenuti nei dieci anni di governo di Rafael Correa; i suoi principali contendenti, Guillermo Lasso e Cynthia Viteri, erano il ritorno dell’alleanza sociale che tradizionalmente aveva governato l’Ecuador con le disastrose conseguenze a tutti note. Un paese con grandi maggioranze nazionali in condizioni di povertà, con indici di disuguaglianza ed esclusione economica, sociale e culturale aberranti; vittima dell’insaziabile voracità di banchieri e latifondisti che saccheggiavano impunemente una popolazione che tenevano in ostaggio e che, per la loro sfrenatezza, hanno provocato la mega-crisi economico-finanziaria, sociale e politica del 1999 che ha cancellato la moneta nazionale, rimpiazzandola con il dollaro statunitense, e ha provocato la fuga precipitosa di circa due milioni e mezzo di ecuadoregni che sono scappati all’estero per mettersi in salvo dall’ecatombe.

Sono vari i fattori che spiegano questo incoraggiante risultato, anche se le cifre definitive ancora non permettono di assicurare che non ci sarà il ballottaggio. Uno: i traumatici ricordi del 1999 e la sfacciataggine con cui gli agenti sociali e le forze politiche di quella crisi proponevano l’adozione delle stesse politiche che l’avevano originata. Spingevano per la deregulation delle forze del mercato, riduzione della spesa pubblica e delle imposte e farla finita con l’idra dalle sette teste che è il populismo economico. La politica sociale sarebbe tagliata perché la versione locale della “pioggia d’investimenti” di Mauricio Macri offrirebbe impiego a piene mani e la sanità pubblica sarebbe privatizzata perché, come ha detto Viteri, visto quanto è accaduto con l’Obama-care l’iniziativa privata si occuperà della salute degli ecuadoregni meglio dei falliti – secondo lei – programmi di sanità pubblica instaurati dal presidente Correa. Cioè i profeti del cambiamento erano emissari del passato con pretese di ritorno.

Altro fattore importante è stata la formula presidenziale, capace di stabilire un profondo vincolo con la base sociale dei sostenitori di Correa e di portare avanti un’estenuante percorso attraverso le 24 province del paese, fidelizzando una presenza territoriale e organizzativa i cui risultati sono stati evidenti al momento di aprire le urne. Altro fattore esplicativo, il terzo, è stato l’appoggio di Correa e il suo coraggioso sforzo per rafforzare con una vertiginosa dinamica di governo, la campagna del binomio governativo.

Al di là del se si vince in prima battuta o no, Alianza País ha ratificato nuovamente il suo ruolo di principale forza politica dell’Ecuador. E questo non è poco, considerata la crisi economica che colpisce il paese, le devastanti conseguenze – economiche e umane – del terremoto dell’anno scorso e la naturale usura che tocca un governo dopo dieci anni di gestione.

Nei giorni precedenti predominava negli ambienti governativi una profonda preoccupazione. I sondaggi non stavano dando i risultati sperati e c’erano dati contraddittori: da un lato, l’entusiasmo militante con cui Moreno e Glas erano accolti in tutto il paese. Però la campagna di terrorismo mediatico è stata di tale imponenza e bassezza morale da far sì che il voto di quelli favorevoli alla Alianza temesse di manifestarsi a seguito delle domande dei sondaggisti. Le accuse lanciate contro Correa e Glas erano tanto tremende quanto carenti di sostanza. Sopraffatti e intimiditi da questa artiglieria mediatica e dalle velate minacce dei profeti della restaurazione, una parte significativa degli intervistati si definivano “indecisi” quando in realtà non lo erano. Altri, invece, sono stati persuasi dalla propaganda della destra e hanno optato per appoggiare altre candidature.


In una nota precedente dicevamo che questa elezione sarebbe stata la “battaglia di Stalingrado”, perché dal suo esito dipenderebbe il futuro dell’Ecuador e di tutta l’America Latina. Una sconfitta darebbe spazio alla destra regionale e accelererebbe la modifica regressiva della mappa sociopolitica sudamericana, rafforzando i traballanti governi dell’Argentina e del Brasile, protagonisti fondamentali dell’attuale retrocessione politica. La vittoria, invece, sarebbe una svolta decisiva, un muro contro i quale s’infrangerebbe la controffensiva conservatrice e confuterebbe la tesi di alcuni analisti di piazza che si sono affrettati a decretare la “fine del ciclo progressista” mentre il morto ancora respirava. Al momento di terminare questa nota non ci sono dati definitivi che permettano di sapere quale sarà il risultato finale. La probabile vittoria in prima istanza di Alianza País – cosa che si saprà solo una volta che sia terminato il riconteggio totale dei voti – confermerebbe l’inversione delle tendenze conservatrici. Se si dovesse andare al ballottaggio si posticiperebbe la battaglia definitiva fino al 2 aprile. E anche in questa ipotesi le possibilità di vittoria del governo continuano ad essere molto significative. Impazienti astenersi!

da: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=223161

(Traduzione di Rosa Maria Coppolino)

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21/02/2017

Ecuador - Lenin Moreno (Alianza Pais) vince ma si va al secondo turno

In base all’83,2% dei voti scrutinati Lenin Moreno, il candidato di Alianza Pais la coalizione di sinistra al governo del paese, è risultato il primo dei candidati presidenziali con il 39% del sostegno e un vantaggio di 10% sulla secondo sfidante, il conservatore Guillermo Lasso che ha ricevuto il 28,2%, I voti raccolti da Moreno, per un soffio hanno mancato l’obiettivo del 40% e quindi si andrà al ballottaggio con un secondo turno. Moreno ha sostituito come candidato progressista il presidente uscente Rafael Correa.

Il controllo dei voti è stato molto più lento del previsto, soprattutto per quanto riguarda il voto dall’estero. Un fattore che ha visto la destra strumentalizzare la situazione con accuse di brogli rilanciate nei social network. Una versione smentita dal fatto che Lenin Moreno per pochissimo non ha ottenuto quel 40% che gli avrebbe evitato il secondo turno. Decine di sostenitore della destra si sono riunite per protestare davanti alla sede di Quito e Guayaquil del comitato elettorale nazionale. E l’ufficio è stato evacuato per ragioni di sicurezza.

Il candidato del governo, non ha avuto, per la prima volta dal 2006, la vittoria assicurata. Il leader dell'opposizione, Lasso, si era detto sicuro che gli elettori sarebbero dovuti tornare alle urne. "L’altra candidata del l'opposizione Cynthia Viteri Sociale Cristiana risultata terza alle elezioni, ha annunciato che sosterrà Lasso nel secondo turno.

Le elezioni in Ecuador si sono svolte senza osservatori internazionali. "Un senatore spagnolo che è nel nostro Paese, in un modo molto scortese ha detto che si tratta di un errore non aver accettato una missione di osservatori dell'Unione europea. Mi chiedo quante volte l'Unione Europea ha accettato nelle sue scelte la presenza di osservatori latino-americani ", ha detto il presidente uscente Correa replicando così alle dichiarazioni della destra e dei loro terminali europei. In realtà lo scrutinio dei voti è stato seguito da due funzionari della Unasur.

Il candidato della destra, Guillermo Lasso, tra l’altro ha dichiarato a El Pais, che, se riuscirà a vincere le elezioni nel secondo turno, uno dei suoi primi passi sarà quello di chiedere che Julien Assange lasci l'ambasciata dell’Ecuador a Londra (in cui è rinchiuso dal 2012), in un periodo massimo di 30 giorni.

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26/01/2017

Ecuador. Non ripetere gli errori commessi in Brasile e Argentina

Riflessioni a proposito delle prossime elezioni presidenziali. Speriamo che in Ecuador non si ripeta ciò che è successo nel Sud con Temer, con Macri...

La prossima domenica 19 febbraio si celebreranno in Ecuador le elezioni presidenziali. Sarà una nuova e decisiva prova del fuoco per i processi progressisti e di sinistra che si aprirono in America Latina alla fine del secolo scorso. Nell'ultimo anno questi hanno subito varie sconfitte a partire dal funesto momento in cui poco più della metà dell'elettorato argentino decise che era necessario cambiare – senza domandarsi in che direzione e sotto quale leadership – e dare un'opportunità ad un'alleanza di destra che, in campagna elettorale, aveva giurato che avrebbe mantenuto "tutto ciò che di buono" aveva fatto il kirchnerismo e avrebbe corretto quello che non andava. Dopo la vittoria, si è svelato il carattere assolutamente demagogico di quelle promesse, perché una volta alla Casa Rosada, il governo di Mauricio Macri ha messo in moto un programma pensato per tornare sui passi della strada percorsa nei dodici anni precedenti. La ben nota "restaurazione conservatrice" che oggi travolge e opprime il paese argentino.

La sconfitta del kirchnerismo, nel novembre del 2015, è stato il preludio di un perverso "effetto domino" le cui principali pietre miliari sono: il rovesciamento rassegnato del governo bolivariano del Venezuela alle elezioni dell'Assemblea nazionale nel dicembre 2015; quello sperimentato dal presidente Evo Morales nel referendum del dicembre 2016 e nell'inaspettato – e spiacevole – riconoscimento dato al presidente Juan M. Santos per la pace in Colombia, nell'ottobre dell'anno scorso. Questa successione di intoppi acquisisce una dimensione desolante quando ad essi si somma il "golpe istituzionale" o "golpe morbido", rifilato al governo di Dilma Rousseff in Brasile, ricorrendo a diversi dispositivi di carattere pseudo-legale e francamente incostituzionali, i quali tuttavia non hanno impedito la destituzione della presidentessa brasiliana, sprofondando quel paese in una crisi politica e morale che potenzia la già grave crisi economica.

In questa cornice, l'imminente elezione ecuadoriana acquisisce grande importanza. Molti latinoamericani confidano sul fatto che una vittoria di Alianza País, presieduta da Lenin Moreno, potrebbe segnare il principio della controffensiva nei confronti della spinta reazionaria orchestrata da Washington e il cui obiettivo è ritornare alla situazione in cui America Latina e Caraibi si trovavano alla fine del 31 dicembre 1958, alla vigilia del trionfo della Rivoluzione cubana. Questo è l'obiettivo strategico – espresso con uso ed abuso di eufemismi per occultare tanto inconfessabili propositi – in diversi documenti ufficiali del governo degli Stati Uniti quando, con linguaggio mellifluo, parlano di ristabilire la pace e la "sicurezza" nell'emisfero americano.

È per questo motivo che la continuità del governo di Alianza País ha una rilevanza continentale che eccede l'ambito strettamente ecuadoriano. Una nuova sconfitta delle forze progressiste e di sinistra in Ecuador ratificherebbe l'esaurimento della spinta ascendente delle lotte popolari, isolerebbe i governi di Evo Morales e Nicolás Maduro e irrobustirebbe le speranze di chi, dalla destra e col concorso di qualcuno di sinistra che ha perso tempo fa la bussola, profetizzano con l'appoggio dei mezzi di comunicazione dell'impero, la "fine del ciclo progressista" e ci spingono a fare un salto nel vuoto, optando per un "cambiamento" apparentemente innocente, ma che ci collocherebbe un'altra volta sotto la stretta delle feroci oligarchie della regione.

Questa scommessa sulla continuità del governo di Alianza País non significa ignorare le questioni ancora pendenti, o gli errori e i problemi suscitati dalla gestione governativa durante questi anni – tema sul quale l'eterogeneo arco oppositore insiste inesorabilmente. Ma ancora, riconoscendo questo, è lecito domandarsi, con totale onestà, quale governo in questo mondo è esente da critiche? Machiavelli diceva furbescamente nel Il Principe, che neanche i principati ecclesiastici che contavano sulla protezione diretta di Dio, erano immuni dai mali della politica. Come potrebbe un principato ordinario, terreno, essere esente da essi? Per questo motivo è necessario valutare i grandi cambiamenti che hanno avuto luogo negli ultimi anni in Ecuador.

Chi ha visitato questo paese molti decenni fa, scopre che è cambiato molto e in bene e che sarebbe imperdonabile che quelle trasformazioni non fossero rese sicure e fortificate, gettandole a mare alla ricerca di un "cambiamento" che tutti sappiamo verso dove si dirige: ricostruire la vecchia trama sociale di disuguaglianza, iniquità e oppressione che hanno caratterizzato questo paese per secoli. E chi avesse dubbi, guardi al Sud. Guardi quello che sta succedendo in Argentina o in Brasile e vedrà, in quei tenebrosi specchi, quello che potrebbe aspettare all'Ecuador, in caso la destra vada al governo. L'Ecuador di oggi, poco o niente ha a che vedere con quello che conoscevamo nel passato. Il suo governo è esempio di sopravvivenza di un paese dalla piccola economia, altamente vulnerabile, carente di moneta propria (e pertanto senza poter metter mano allo strumento fondamentale della gestione macroeconomica: la politica monetaria) e circondato da vicini che hanno subito senza esitazione l'egemonia nordamericana e hanno firmato gravosi trattati di liberalizzazione commerciale che pregiudicarono la concorrenza delle esportazioni ecuadoriane e con un governo molestato sistematicamente dall'impero attraverso uno sciame di organizzazioni sociali, false ONGs, forze politiche e mezzi di comunicazione che hanno attaccato senza tregua il presidente Rafael Correa.

Anche in queste condizioni, abbiamo detto, il governo di Alianza País ha dimostrato che è possibile costruire una società migliore – riducendo significativamente la povertà, garantendo l'accesso alla salute, all'educazione e alla mobilità a settori secolarmente privati di ciò, sviluppando un'impressionante infrastruttura di trasporti e comunicazioni ed esercitando una politica estera latinoamericanista e indipendente – e che, per lo stesso motivo, non deve risparmiare sforzo alcuno per garantire la continuazione e l'approfondimento di questo vitale processo. La convinzione che, sulla base della segnalazione degli errori e di ciò che non va in ogni processo politico reale, un cambiamento politico sarà la cosa migliore per l'Ecuador; che l'opposizione agirà patriotticamente, senza revanscismo e senza alcuna intenzione di invertire alcuni dei più grandi successi del governo del presidente Rafael Correa e che, come promesso da Mauricio Macri in Argentina, consoliderebbe "ciò che andava bene" e "correggerebbe quello che andava male"; una tale convinzione, in sintesi, è dimostrazione, nel migliore dei casi, di una verginale innocenza.

Per questo esorto i miei amici e amiche ecuadoriani, molti dei quali mi hanno fatto conoscere il loro disappunto rispetto al governo attuale, che guardino a quello che sta succedendo a Sud. Dietro un linguaggio edulcorato quella destra ecuadoriana e i suoi mandanti dell'impero, hanno il perverso proposito di far tornare indietro l'orologio della storia, nascondendo i sinistri propositi con una vuota tiritera progressista e repubblicana che ha ingannato molti in Argentina e in Brasile e che ora, vedendo il mostro in azione distruggere metodicamente le conquiste degli ultimi decenni, sono pentiti di essere caduti nella trappola del "tanto è uguale. Dilma è la stessa cosa di Aécio. Scioli è la stessa cosa di Macri". Non era così ed ora si stanno pagando le conseguenze di tanto funesto errore.

Spero che in questo amato paese che si chiama Ecuador, non si ripeta ciò che è successo nel Sud. I candidati possono, ammettiamolo come ipotesi, sembrare la stessa cosa, ma non lo sono, perché personificano processi storici e forze sociali molto differenti e sarebbe un errore fatale ignorare tale cosa. Per questo motivo, per l'Ecuador e il suo futuro; per l'America Latina e il suo futuro, è imprescindibile assicurare la vittoria di Alianza País il prossimo 19 febbraio. Sarebbe, ho quella speranza, l'inizio di una controffensiva popolare destinata ad alzare una barriera contro la "restaurazione conservatrice" dell'impero.

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