La mortificazione dei diritti dei lavoratori in nome del profitto non conosce confini. L’ultimo caso eclatante arriva da Amazon, gigante dell’e-commerce già noto per il trattamento disumano riservato ai propri dipendenti: solo qualche settimana fa, in occasione del Black Friday, i lavoratori del centro di Castel San Giovanni (Piacenza) avevano scioperato per chiedere l’aumento delle retribuzioni e condizioni di lavoro più dignitose, innescando iniziative simili anche in Germania.
Poco tempo prima Alan Selby, giornalista del quotidiano inglese Mirror, si era fatto assumere da Amazon per documentare le condizioni imposte ai lavoratori. L’articolo pubblicato a conclusione dell’inchiesta, arricchito da foto e video girati dallo stesso Selby, racconta di pause per andare in bagno cronometrate e, oltretutto, troppo brevi; obiettivi impossibili da conseguire e lavoratori addormentati in piedi, stremati da turni massacranti svolti all’interno di magazzini in cui diventa impossibile distinguere il giorno dalla notte, visto che giorno e notte non hanno più alcun significato. Il tutto, sotto il controllo delle telecamere e con la spada di Damocle di un licenziamento immediato in caso mancato raggiungimento degli standard imposti.
L’ultima trovata di Amazon, se possibile, si spinge ancora oltre. La società di Jeff Bezos, infatti, ha brevettato un braccialetto elettronico wireless capace di velocizzare la ricerca dei prodotti stoccati nei magazzini da parte dei dipendenti, monitorando ogni movimento delle mani, vibrando per indicare la direzione giusta e cronometrando tutti gli spostamenti.
A spiegare il funzionamento del braccialetto è il blog di elettronica Gizmodo: “Si tratta di un sistema basato su tre fattori: il braccialetto indossato dal lavoratore che comunica con i trasduttori a ultrasuoni posizionati nell’ambiente circostante e un modulo di gestione che permette di tracciare i movimenti. Il prossimo step, suggerisce il brevetto, è l’automazione totale dei processi”. L’ultimo, definitivo passo verso la trasformazione degli uomini in macchine controllate.
Certo è che anche in un sistema come quello in cui viviamo, caratterizzato dalla progressiva cancellazione dei diritti dei lavoratori, esistono dubbi sulla possibilità che Amazon possa utilizzare questo nuovo strumento legalmente. Il braccialetto, infatti, si configura a tutti gli effetti come uno strumento di controllo dei dipendenti, lasciando spazio, come sottolinea il sito GeekWire, a possibili violazioni della privacy: “Amazon si è già guadagnata la reputazione di una società che trasforma i dipendenti, pagati poco, in robot umani che lavorano vicino a veri robot, portando avanti compiti ripetitivi di packaging il più velocemente possibile”. Ci mancava solo il braccialetto elettronico.
L’ennesima prova che l’innovazione teconologica, nel regime del profitto, non attenua – come potrebbe – le fatiche dei lavoratori, ma al contrario le rinnova e le inasprisce.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/02/2018
Il bazooka di Draghi è un narcotico pericoloso
Quando la cancelliera Merkel invoca il “multilateralismo”, invita il presidente Trump a ricordare le lezioni della storia e il tardivo intervento degli Usa nella Prima guerra mondiale, dovrebbe ricordare un altro precedente storico, il trattato di pace di Versailles del 1919. L’allora presidente francese Clemenceau impose alla Germania come paese sconfitto condizioni sui debiti di guerra vessatorie e impossibili da rispettare: esse causarono il revanscismo tedesco e l’avvento del nazismo. Lo intuì già nel 1919 John Maynard Keynes nel suo scritto “Le conseguenze economiche della pace“: qui Keynes dimostrò l’impossibilità per la Germania di pagare i debiti di guerra.
Usiamo la figura retorica dell’analogia: l’austerità oggi è ostetrica di nuovi fascismi come lo fu il Trattato di Versailles del 1919. Questo è il titolo del prologo del mio libro “Sud Colonia Tedesca“. E l’assenza a sinistra di una proposta di riforma keynesiana dei Trattati Ue accelererà l’avanzata delle destre. Analogamente a quanto fece Keynes, oggi andrebbe analizzata la natura della politica monetaria prima di Jean Claude Trichet poi di Mario Draghi: essa ha generato un debito italiano di 435 miliardi con la Bce. Qualora eletti, cosa faranno Renzi, Berlusconi, Grasso, Salvini, Bonino, Meloni con questo debito?
Al Corriere della Sera Berlusconi ha rivendicato la nomina di Draghi a presidente della Bce nel 2009 contro il parere tedesco. In realtà, le operazioni di politica monetaria di Trichet-Draghi, da un lato, hanno abbassato lo spread Btp-Bund dagli oltre 550 punti del novembre 2011 ai 138 punti di oggi. Da un altro lato, tali operazioni hanno generato proprio il suddetto debito italiano di 435 miliardi con la Bce: esse sono un narcotico molto costoso. Analogamente la Spagna si è indebitata verso la BCE di 367 miliardi per abbassare lo spread Bund-Bonos.
Formalmente la Cancelliera Merkel, l’allora ministro tedesco dell’economia Schauble e il presidente della Bundesbank Weidmann si sono opposti al Quantitative Easing (Qe) di Draghi che abbassa lo spread tra titoli di stato tedeschi e i titoli di stato del Sud Ue. Weidmann ha ribadito formalmente, in un’intervista a Mezz’ora in più, la sua contrarietà al Qe.
Eppure il Qe ha avvantaggiato la Germania e ha indebitato Italia e Spagna: infatti la Germania ha un credito di 855 miliardi verso la Bce, più precisamente verso il sistema Target 2, il sistema europeo che registra i pagamenti fra banche private degli stati dell’Eurozona. Quindi Weidmann dovrebbe essere ben contento della vendita del narcotico antispread perché è diventato creditore di 855 miliardi. In caso di rottura dell’Euro, come sostiene il partito Alternativa per la Germania (13% alle ultime elezioni), la Germania potrebbe escutere il suo credito di 855 miliardi. Escutere a chi? Sostanzialmente a Italia e Spagna!
Non a caso, la somma del debito italiano e di quello spagnolo, 802 miliardi (367+435), è quasi pari al credito tedesco di 855 miliardi. Ma poiché, se si rompesse l’Euro, i tedeschi non si fiderebbero di noi, vogliono la garanzia degli 85 miliardi della riserva aurea italiana sul nostro debito di 435 miliardi: lo ipotizzò già cinque anni fa Weidmann.
Il 23 ottobre 2017, in un articolo sul quotidiano tedesco Die Welt, il professor Hans-Werner Sinn e il professor Lüder Gerken hanno di nuovo sollecitato tale garanzia. Il titolo dell’articolo su Die Welt rileva chiaramente il punto di vista tedesco: “gli economisti mettono in guardia contro un rischio di mille miliardi di euro per la Germania”. Vediamo con ordine perché il Qe di Draghi è un narcotico costoso.
Dati Bce: se si rompe l’Euro, l’Italia deve 435 miliardi alla Bce, la Spagna 367 miliardi, la Germania ha un credito di 855 miliardi.
L’8 dicembre 2016, Roberto Gualtieri, presidente della Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, trasmise a Mario Draghi un’interrogazione dei deputati Marco Zanni (allora M5s, ora Lega) e Marco Valli (M5s) nella quale si chiedeva: se uno Stato con un debito nel sistema Target 2 lasciasse l’Euro come si regola quel debito?
Il 18 gennaio 2017 la risposta di Mario Draghi fu molto chiara: “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente”. Che significa? Che chi ha un debito nel sistema Target 2 ed esce dall’Euro deve pagarlo integralmente. Il sistema Target 2 è la piattaforma gestita dalla Bce che le banche private dell’Eurozona utilizzano per gestire i pagamenti in entrata e in uscita nei confronti di altre banche, delle amministrazioni pubbliche o dell’Eurosistema.
A gennaio 2017 gli ultimi dati disponibili del sistema Target 2 erano quelli dell’autunno 2016 secondo i quali il saldo negativo (debito o passività) dell’Italia era di 356,6 miliardi. Ora il debito è salito a 435,9 miliardi. 79,3 miliardi in più. Analogamente la Spagna, qualora uscisse dall’Euro, dovrebbe pagare alla Bce 367,3 miliardi: questo il costo delle operazioni Bce per abbassare lo spread Bonos-Bund fino ai 92 punti di oggi. E chi ci guadagna in caso di rottura dell’Euro? La Germania, che ha un credito verso la Bce di 855,5 miliardi. Nella Figura 1.1 sono presenti i dati estratti dal sito della BCE il 2 gennaio 2018 e aggiornati al 30 novembre 2017.
2000-2007: Volkswagen vende i veicoli a rate ai greci perché banche tedesche prestano soldi alle banche greche
Perché esistono tali squilibri? Perché la Bce ha aiutato lo Stato venditore-finanziatore, la Germania. Negli anni 2000 per finanziare le esportazioni dei prodotti nazionali, le banche tedesche (e quelle francesi) hanno prestato soldi alle banche private Sud europee, le quali a loro volta hanno prestato quei soldi ai meridionali europei per i loro acquisti a rate; e così i meridionali europei hanno comprato i prodotti tedeschi (e francesi).
Ecco un esempio schematico. Dal 2000 la banca tedesca presta i soldi alla banca greca; quest’ultima eroga il credito al consumo al cittadino greco; e così il cittadino greco può comprarsi a rate un veicolo Volkswagen. Quando la crisi del 2008 porta i suoi effetti dagli Usa nella Ue, il cittadino greco perde il posto di lavoro e non paga più le rate della Volkswagen. A quel punto la banca greca che aveva erogato il credito al consumo va in crisi.
E la banca tedesca chiede alla banca greca di rientrare dei suoi prestiti. Allora, la Ue ha trasformato una crisi da debito privato in una crisi da debito pubblico facendola pagare ai contribuenti europei con i vari Fondi Salva-Stati: tramite essi, la banca greca paga i suoi debiti alla banca tedesca e acquista i titoli di Stato greci presenti nel bilancio della banca tedesca. Il contributo italiano ai vari Fondi Salva-Stati è stato 60 miliardi. Salvando le banche greche-spagnole i contribuenti Ue hanno salvato le banche franco-tedesche.
Dal 2009 al 2017 l’Italia passa da un credito di 54 miliardi a un debito di 435 miliardi verso la Bce a causa delle operazioni monetarie di Draghi e Trichet
Osserviamo la figura 2 elaborata con i dati di Spagna, Italia, Grecia e Germania sul saldo Target 2: il saldo negativo della Spagna (linea blu) è decuplicato da -35 miliardi nel 2008 a -367,3 miliardi a novembre 2017. E il saldo positivo della Germania (linea rossa) è esploso da +115,3 miliardi nel 2008 a +855,5 miliardi a novembre 2017.
Il saldo dell’Italia (linea gialla) è +54,8 miliardi nel 2009, si riduce a +3,4 miliardi nel 2010, e, sprofonda a -191 miliardi nel 2011, e, a -255 miliardi nel 2012. Risale fino ai -208 miliardi nel 2014. Da allora aumenta in modo costante con alcune oscillazioni (a eccezione di giugno-agosto 2017). Le cause sono legate alla politica monetaria della Bce. Dopo la crisi del 2008, la Bce ha varato molteplici operazioni di rifinanziamento: Smp (Securities Markets Programme), Omt (Outright Monetary Transactions), Ltro (Long Term Refinancing Operations), T-Ltro (Targeted Long Term Refinancing Operations), Quantitative Easing e Pspp (Public Sector Purchase Programme).
Occorre fare attenzione alle date: il primo programma, il Smp, viene approvato dalla Bce di Trichet il 14 maggio 2010: non a caso da tale anno esplode il saldo negativo italiano nel Target 2: passa da + 54,8 miliardi del 2009 al +3,4 miliardi nel 2010 fino a – 191 miliardi del 2011. Nel contempo in Italia arrivano gli effetti della crisi Lehman Brothers. Aumentano lo spread Btp-Bund e il costo del denaro per le imprese italiane rispetto a quelle tedesche. Molte imprese italiane chiudono o tagliano il costo del lavoro.
Operazioni Bce sono un narcotico molto costoso: abbassano spread ma ci indebitano verso la Bce
Vediamo operativamente: tramite le Ltro le banche del Sud Europa hanno pagato i loro debiti alle banche del Nord Europa e hanno acquistato i titoli dei loro Stati presenti nei bilanci delle stesse banche Nord Europee. Vi ricordate il famoso titolo del Sole24Ore “Fate presto” il 10 novembre 2011?
Allora la Bce prestò soldi all’1% di interesse alle banche italiane che acquistarono i Btp posseduti dalle banche tedesche che rendevano il 4-5% annuo. I rischi dei debiti pubblici furono nazionalizzati, e, i rischi delle banche tedesche, che avevano erogato prestiti alle banche Sud-Europee, furono europeizzati. Tale operazione, formalmente abbassò lo spread, sostanzialmente trasformò il nostro credito di 54 miliardi nel 2009 verso la Bce in un debito di 255 miliardi nel 2012 nel sistema Target 2: in tre anni un saldo negativo di 309 miliardi (54 + 255)!
Quindi le operazioni prima del Qe ci sono costate oltre 300 miliardi. Successivamente, grazie al Qe, la Bce ha prestato liquidità alle banche centrali nazionali per l’acquisto di titoli pubblici dei rispettivi governi: quando la Banca d’Italia ha acquistato i succitati Btp da una banca tedesca le risorse sono state trasferite direttamente in Germania senza passare per l’Italia; quando la Banca d’Italia ha acquistato i Btp da banche, imprese e privati italiani, la liquidità immessa è stata reinvestita dal settore privato non finanziario in fondi ed azioni estere.
Quando è iniziato il Qe di Draghi? Nel 2015. Attenzione! Che significa? Prima, con le suddette Ltro, la Bce presta i soldi alle banche italiane affinché acquistino Btp dalle banche tedesche. Poi, tramite il Quantitative Easing, la Bce presta i soldi alla Banca d’Italia affinché compri dalle banche italiane gli stessi Btp prima rastrellati dalle Banche tedesche.
Qual è stato l’inevitabile esito? La negazione della condivisione del rischio, ovvero la sua nazionalizzazione: i titoli di debito sovrano, prima acquistati dalle banche private, ora sono depositati negli attivi delle Banche Centrali Nazionali. Chi ci guadagna? La Germania, il venditore-finanziatore: malgrado abbia scelto il debitore sbagliato (Grecia e Spagna) noi contribuenti Sud europei lo abbiamo salvato. Per salvarlo ci siamo indebitati con la Bce. E ora vuole in garanzia il nostro oro!
Fonte
Usiamo la figura retorica dell’analogia: l’austerità oggi è ostetrica di nuovi fascismi come lo fu il Trattato di Versailles del 1919. Questo è il titolo del prologo del mio libro “Sud Colonia Tedesca“. E l’assenza a sinistra di una proposta di riforma keynesiana dei Trattati Ue accelererà l’avanzata delle destre. Analogamente a quanto fece Keynes, oggi andrebbe analizzata la natura della politica monetaria prima di Jean Claude Trichet poi di Mario Draghi: essa ha generato un debito italiano di 435 miliardi con la Bce. Qualora eletti, cosa faranno Renzi, Berlusconi, Grasso, Salvini, Bonino, Meloni con questo debito?
Al Corriere della Sera Berlusconi ha rivendicato la nomina di Draghi a presidente della Bce nel 2009 contro il parere tedesco. In realtà, le operazioni di politica monetaria di Trichet-Draghi, da un lato, hanno abbassato lo spread Btp-Bund dagli oltre 550 punti del novembre 2011 ai 138 punti di oggi. Da un altro lato, tali operazioni hanno generato proprio il suddetto debito italiano di 435 miliardi con la Bce: esse sono un narcotico molto costoso. Analogamente la Spagna si è indebitata verso la BCE di 367 miliardi per abbassare lo spread Bund-Bonos.
Formalmente la Cancelliera Merkel, l’allora ministro tedesco dell’economia Schauble e il presidente della Bundesbank Weidmann si sono opposti al Quantitative Easing (Qe) di Draghi che abbassa lo spread tra titoli di stato tedeschi e i titoli di stato del Sud Ue. Weidmann ha ribadito formalmente, in un’intervista a Mezz’ora in più, la sua contrarietà al Qe.
Eppure il Qe ha avvantaggiato la Germania e ha indebitato Italia e Spagna: infatti la Germania ha un credito di 855 miliardi verso la Bce, più precisamente verso il sistema Target 2, il sistema europeo che registra i pagamenti fra banche private degli stati dell’Eurozona. Quindi Weidmann dovrebbe essere ben contento della vendita del narcotico antispread perché è diventato creditore di 855 miliardi. In caso di rottura dell’Euro, come sostiene il partito Alternativa per la Germania (13% alle ultime elezioni), la Germania potrebbe escutere il suo credito di 855 miliardi. Escutere a chi? Sostanzialmente a Italia e Spagna!
Non a caso, la somma del debito italiano e di quello spagnolo, 802 miliardi (367+435), è quasi pari al credito tedesco di 855 miliardi. Ma poiché, se si rompesse l’Euro, i tedeschi non si fiderebbero di noi, vogliono la garanzia degli 85 miliardi della riserva aurea italiana sul nostro debito di 435 miliardi: lo ipotizzò già cinque anni fa Weidmann.
Il 23 ottobre 2017, in un articolo sul quotidiano tedesco Die Welt, il professor Hans-Werner Sinn e il professor Lüder Gerken hanno di nuovo sollecitato tale garanzia. Il titolo dell’articolo su Die Welt rileva chiaramente il punto di vista tedesco: “gli economisti mettono in guardia contro un rischio di mille miliardi di euro per la Germania”. Vediamo con ordine perché il Qe di Draghi è un narcotico costoso.
Dati Bce: se si rompe l’Euro, l’Italia deve 435 miliardi alla Bce, la Spagna 367 miliardi, la Germania ha un credito di 855 miliardi.
L’8 dicembre 2016, Roberto Gualtieri, presidente della Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, trasmise a Mario Draghi un’interrogazione dei deputati Marco Zanni (allora M5s, ora Lega) e Marco Valli (M5s) nella quale si chiedeva: se uno Stato con un debito nel sistema Target 2 lasciasse l’Euro come si regola quel debito?
Il 18 gennaio 2017 la risposta di Mario Draghi fu molto chiara: “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente”. Che significa? Che chi ha un debito nel sistema Target 2 ed esce dall’Euro deve pagarlo integralmente. Il sistema Target 2 è la piattaforma gestita dalla Bce che le banche private dell’Eurozona utilizzano per gestire i pagamenti in entrata e in uscita nei confronti di altre banche, delle amministrazioni pubbliche o dell’Eurosistema.
A gennaio 2017 gli ultimi dati disponibili del sistema Target 2 erano quelli dell’autunno 2016 secondo i quali il saldo negativo (debito o passività) dell’Italia era di 356,6 miliardi. Ora il debito è salito a 435,9 miliardi. 79,3 miliardi in più. Analogamente la Spagna, qualora uscisse dall’Euro, dovrebbe pagare alla Bce 367,3 miliardi: questo il costo delle operazioni Bce per abbassare lo spread Bonos-Bund fino ai 92 punti di oggi. E chi ci guadagna in caso di rottura dell’Euro? La Germania, che ha un credito verso la Bce di 855,5 miliardi. Nella Figura 1.1 sono presenti i dati estratti dal sito della BCE il 2 gennaio 2018 e aggiornati al 30 novembre 2017.
2000-2007: Volkswagen vende i veicoli a rate ai greci perché banche tedesche prestano soldi alle banche greche
Perché esistono tali squilibri? Perché la Bce ha aiutato lo Stato venditore-finanziatore, la Germania. Negli anni 2000 per finanziare le esportazioni dei prodotti nazionali, le banche tedesche (e quelle francesi) hanno prestato soldi alle banche private Sud europee, le quali a loro volta hanno prestato quei soldi ai meridionali europei per i loro acquisti a rate; e così i meridionali europei hanno comprato i prodotti tedeschi (e francesi).
Ecco un esempio schematico. Dal 2000 la banca tedesca presta i soldi alla banca greca; quest’ultima eroga il credito al consumo al cittadino greco; e così il cittadino greco può comprarsi a rate un veicolo Volkswagen. Quando la crisi del 2008 porta i suoi effetti dagli Usa nella Ue, il cittadino greco perde il posto di lavoro e non paga più le rate della Volkswagen. A quel punto la banca greca che aveva erogato il credito al consumo va in crisi.
E la banca tedesca chiede alla banca greca di rientrare dei suoi prestiti. Allora, la Ue ha trasformato una crisi da debito privato in una crisi da debito pubblico facendola pagare ai contribuenti europei con i vari Fondi Salva-Stati: tramite essi, la banca greca paga i suoi debiti alla banca tedesca e acquista i titoli di Stato greci presenti nel bilancio della banca tedesca. Il contributo italiano ai vari Fondi Salva-Stati è stato 60 miliardi. Salvando le banche greche-spagnole i contribuenti Ue hanno salvato le banche franco-tedesche.
Dal 2009 al 2017 l’Italia passa da un credito di 54 miliardi a un debito di 435 miliardi verso la Bce a causa delle operazioni monetarie di Draghi e Trichet
Osserviamo la figura 2 elaborata con i dati di Spagna, Italia, Grecia e Germania sul saldo Target 2: il saldo negativo della Spagna (linea blu) è decuplicato da -35 miliardi nel 2008 a -367,3 miliardi a novembre 2017. E il saldo positivo della Germania (linea rossa) è esploso da +115,3 miliardi nel 2008 a +855,5 miliardi a novembre 2017.
Il saldo dell’Italia (linea gialla) è +54,8 miliardi nel 2009, si riduce a +3,4 miliardi nel 2010, e, sprofonda a -191 miliardi nel 2011, e, a -255 miliardi nel 2012. Risale fino ai -208 miliardi nel 2014. Da allora aumenta in modo costante con alcune oscillazioni (a eccezione di giugno-agosto 2017). Le cause sono legate alla politica monetaria della Bce. Dopo la crisi del 2008, la Bce ha varato molteplici operazioni di rifinanziamento: Smp (Securities Markets Programme), Omt (Outright Monetary Transactions), Ltro (Long Term Refinancing Operations), T-Ltro (Targeted Long Term Refinancing Operations), Quantitative Easing e Pspp (Public Sector Purchase Programme).
Occorre fare attenzione alle date: il primo programma, il Smp, viene approvato dalla Bce di Trichet il 14 maggio 2010: non a caso da tale anno esplode il saldo negativo italiano nel Target 2: passa da + 54,8 miliardi del 2009 al +3,4 miliardi nel 2010 fino a – 191 miliardi del 2011. Nel contempo in Italia arrivano gli effetti della crisi Lehman Brothers. Aumentano lo spread Btp-Bund e il costo del denaro per le imprese italiane rispetto a quelle tedesche. Molte imprese italiane chiudono o tagliano il costo del lavoro.
Operazioni Bce sono un narcotico molto costoso: abbassano spread ma ci indebitano verso la Bce
Vediamo operativamente: tramite le Ltro le banche del Sud Europa hanno pagato i loro debiti alle banche del Nord Europa e hanno acquistato i titoli dei loro Stati presenti nei bilanci delle stesse banche Nord Europee. Vi ricordate il famoso titolo del Sole24Ore “Fate presto” il 10 novembre 2011?
Allora la Bce prestò soldi all’1% di interesse alle banche italiane che acquistarono i Btp posseduti dalle banche tedesche che rendevano il 4-5% annuo. I rischi dei debiti pubblici furono nazionalizzati, e, i rischi delle banche tedesche, che avevano erogato prestiti alle banche Sud-Europee, furono europeizzati. Tale operazione, formalmente abbassò lo spread, sostanzialmente trasformò il nostro credito di 54 miliardi nel 2009 verso la Bce in un debito di 255 miliardi nel 2012 nel sistema Target 2: in tre anni un saldo negativo di 309 miliardi (54 + 255)!
Quindi le operazioni prima del Qe ci sono costate oltre 300 miliardi. Successivamente, grazie al Qe, la Bce ha prestato liquidità alle banche centrali nazionali per l’acquisto di titoli pubblici dei rispettivi governi: quando la Banca d’Italia ha acquistato i succitati Btp da una banca tedesca le risorse sono state trasferite direttamente in Germania senza passare per l’Italia; quando la Banca d’Italia ha acquistato i Btp da banche, imprese e privati italiani, la liquidità immessa è stata reinvestita dal settore privato non finanziario in fondi ed azioni estere.
Quando è iniziato il Qe di Draghi? Nel 2015. Attenzione! Che significa? Prima, con le suddette Ltro, la Bce presta i soldi alle banche italiane affinché acquistino Btp dalle banche tedesche. Poi, tramite il Quantitative Easing, la Bce presta i soldi alla Banca d’Italia affinché compri dalle banche italiane gli stessi Btp prima rastrellati dalle Banche tedesche.
Qual è stato l’inevitabile esito? La negazione della condivisione del rischio, ovvero la sua nazionalizzazione: i titoli di debito sovrano, prima acquistati dalle banche private, ora sono depositati negli attivi delle Banche Centrali Nazionali. Chi ci guadagna? La Germania, il venditore-finanziatore: malgrado abbia scelto il debitore sbagliato (Grecia e Spagna) noi contribuenti Sud europei lo abbiamo salvato. Per salvarlo ci siamo indebitati con la Bce. E ora vuole in garanzia il nostro oro!
Fonte
Primo discorso dell’unione per Trump: aperture, morbidezza e qualche bugia
Per certi versi, il primo “discorso sullo stato dell’unione” di Donald Trump è stato sorprendente. E’ stato un intervento quasi normale: niente iperboli, niente divagazioni, nessuna gaffe, niente volgarità, addirittura una apertura ai democratici... Insomma, il buon Donald ci ha provato, a fare il bravo. Ovviamente il sospetto che sia un bluff è venuto a tutti, a partire dalla stampa USA.
Entriamo nei particolari, iniziando con alcuni dati: è stato il discorso più lungo degli ultimi anni, il più twittato, il più ricercato sui motori di ricerca. Era dunque atteso, probabilmente per verificare quanto la vicenda Russiagate stesse condizionando l’attività presidenziale.
Forse da quella storia nasce l’inedita “linea soft” scelta da Trump, l’apertura ai democratici, la richiesta di unità e condivisione... chissà.
Veniamo ai contenuti: “Questo e’ il nostro nuovo momento americano. Non c’è mai stato momento migliore per cominciare a vivere il sogno americano”, e già la puzza di retorica ha iniziato a diffondersi un po’ ovunque. Ma c’era da aspettarselo.
Innanzitutto mano tesa ai democratici per “mettere da parte le differenze, di cercare un terreno comune e di trovare l’unita” e, sopratutto, per ottenere il via libera ad un pesante investimento di spesa pubblica – 1,5 miliardi di dollari in infrastrutture – che sarebbe mal visto da una parte del Partito Repubblicano e che, per essere approvato, necessita del sostegno di almeno una parte dei Dem.
Poi l’elenco dei successi, conditi da qualche innocua piccola bugia: taglio delle tasse più forte di sempre (secondo alcuni analisti non è così), ripresa della crescita dei salari (che già era in atto al suo arrivo), USA paese esportatore di energia (?).
Ha parlato di immigrazione, ammorbidendo un po’ le sue posizioni: apertura verso i cosiddetti “dreamers”, gli immigrati non in regola e attualmente tutelati in quanto arrivati in tenera età, ma costruzione del muro e rafforzamento delle pattuglia ai confini.
Per quel che riguarda la politica estera, poca roba: un passaggio su Daesh sull’orlo della sconfitta in Siria ed Iraq, terrorismo islamico ancora lontano dall’essere debellato, una stoccata all’Iran, una alla Corea del Nord. “Rompere con le politiche fallimentari di Obama”, un passaggio sul “momento magico” del disarmo nucleare che noi fatichiamo tantissimo a vedere, e l’unica notizia certa emersa dal lungo discorso: Guantanamo non chiude.
Come detto, niente Russiagate: sarebbe stato l’unico argomento concreto di cui parlare, ma anche l’unico che era ovvio non fosse citato.
Ma l’apertura al Partito Democratico e la richiesta di unione e collaborazione potrebbe riferirsi anche a quella spinosa questione. Di certo, l’impressione è che il bisogno di “larghe intese” all’europea potrebbe nascere anche per questa amministrazione, sopratutto in vista delle elezioni di medio termine.
Fredda la reazione dei democratici e della stampa, che tendenzialmente non danno troppo credito a questo inedito Trump, al quale – tanto per concludere alla grande l’articolo – è comunque andata bene: poco dopo la fine del discorso è arrivata la smentita da parte di una pornodiva che aveva raccontato di una focosa relazione con lui. Si sa, l’elettorato statunitense queste cose non le digerisce bene: tra un fucile acquistato al centro commerciale e il sostegno alla prossima guerra, di pornodive e presidenti non vuole proprio sentir parlare.
Fonte
Entriamo nei particolari, iniziando con alcuni dati: è stato il discorso più lungo degli ultimi anni, il più twittato, il più ricercato sui motori di ricerca. Era dunque atteso, probabilmente per verificare quanto la vicenda Russiagate stesse condizionando l’attività presidenziale.
Forse da quella storia nasce l’inedita “linea soft” scelta da Trump, l’apertura ai democratici, la richiesta di unità e condivisione... chissà.
Veniamo ai contenuti: “Questo e’ il nostro nuovo momento americano. Non c’è mai stato momento migliore per cominciare a vivere il sogno americano”, e già la puzza di retorica ha iniziato a diffondersi un po’ ovunque. Ma c’era da aspettarselo.
Innanzitutto mano tesa ai democratici per “mettere da parte le differenze, di cercare un terreno comune e di trovare l’unita” e, sopratutto, per ottenere il via libera ad un pesante investimento di spesa pubblica – 1,5 miliardi di dollari in infrastrutture – che sarebbe mal visto da una parte del Partito Repubblicano e che, per essere approvato, necessita del sostegno di almeno una parte dei Dem.
Poi l’elenco dei successi, conditi da qualche innocua piccola bugia: taglio delle tasse più forte di sempre (secondo alcuni analisti non è così), ripresa della crescita dei salari (che già era in atto al suo arrivo), USA paese esportatore di energia (?).
Ha parlato di immigrazione, ammorbidendo un po’ le sue posizioni: apertura verso i cosiddetti “dreamers”, gli immigrati non in regola e attualmente tutelati in quanto arrivati in tenera età, ma costruzione del muro e rafforzamento delle pattuglia ai confini.
Per quel che riguarda la politica estera, poca roba: un passaggio su Daesh sull’orlo della sconfitta in Siria ed Iraq, terrorismo islamico ancora lontano dall’essere debellato, una stoccata all’Iran, una alla Corea del Nord. “Rompere con le politiche fallimentari di Obama”, un passaggio sul “momento magico” del disarmo nucleare che noi fatichiamo tantissimo a vedere, e l’unica notizia certa emersa dal lungo discorso: Guantanamo non chiude.
Come detto, niente Russiagate: sarebbe stato l’unico argomento concreto di cui parlare, ma anche l’unico che era ovvio non fosse citato.
Ma l’apertura al Partito Democratico e la richiesta di unione e collaborazione potrebbe riferirsi anche a quella spinosa questione. Di certo, l’impressione è che il bisogno di “larghe intese” all’europea potrebbe nascere anche per questa amministrazione, sopratutto in vista delle elezioni di medio termine.
Fredda la reazione dei democratici e della stampa, che tendenzialmente non danno troppo credito a questo inedito Trump, al quale – tanto per concludere alla grande l’articolo – è comunque andata bene: poco dopo la fine del discorso è arrivata la smentita da parte di una pornodiva che aveva raccontato di una focosa relazione con lui. Si sa, l’elettorato statunitense queste cose non le digerisce bene: tra un fucile acquistato al centro commerciale e il sostegno alla prossima guerra, di pornodive e presidenti non vuole proprio sentir parlare.
Fonte
Di Maio cala le brache e “rassicura” la grande finanza globale
In tutte le vicende puzzolenti c’è un odore nauseabondo che gira per ogni dove e un materiale tossico che qualcuno cerca di occultare tenacemente.
Ai buoni analisti, in questi casi, viene raccomandato di distinguere con chiarezza ciò che è certo da ciò che sembra. E proviamo a fare questa sacrosanta opera di chiarificazione con la vicenda del prode Luigi Di Maio, lanciatosi con sprezzo del pericolo tra i peggiori squali della finanza globale, riunitisi in un riservatissimo club di Knightsbridge, a Londra, soltanto per sentire i suoi progetti per l’Italia. In fondo il Movimento 5 Stelle rischia di essere il primo partito, alle elezioni del 4 marzo, dunque è “normale” che i più forti tra i poteri forti – i gestori dei fondi di investimento – si preoccupino di “testare” i candidati più accreditati. Meno normale, ovviamente, che un “capo politico” di una forza nata come “antisistema” si presti al rito più antico della prostituzione politica.
L’incontro c’è stato, viene ammesso dallo stesso Di Maio. E questa è l’unica certezza. Quel che si sono detti è invece materia oscura, visto che la Reuters – agenzia di stampa piuttosto ben introdotta nell’ambiente della finanza internazionale – dà conto di una fonte presente all’incontro che riferisce quanto segue: “Di Maio ha detto ripetutamente che se non avrà seggi sufficienti per governare da solo, vede la probabilità di un governo sostenuto da tutti i principali partiti, inclusi i 5 stelle”. E ancora più chiaramente: “Ha detto chiaramente che, se le elezioni porteranno ad uno stallo politico, prevede una maggioranza di governo a quattro costituita da M5s, Pd, Forza Italia e Lega”.
Il sobbalzo è d’obbligo, anche per chi ha sempre visto nell’incravattatissimo “personaggetto” la milionesima reincarnazione del democristiano fatto, calzato e finito.
Passare infatti dal M5S che “non fa accordi con nessuno” a un governissimo con tutti dentro (mancano i bersaniani, si vede che Renzi ha posto il veto...) è davvero un’inversione ad U, 180 gradi puliti puliti, dalla “rivoluzione” alla “complicità”. Dal “vaffanculo” al “prego, prima lei”, senza neanche passare per una stagione “riformista”.
Preoccupato dell’impatto che la notizia poteva avere sugli elettori Di Maio ha fatto twittare una precisazione che è un’ammissione di colpevolezza, più che una smentita: “Quanto riportato dall’agenzia Reuters non corrisponde al vero. Agli investitori internazionali incontrati oggi a Londra ho ribadito ciò che ho sempre detto: che il giorno dopo le elezioni, se non dovessimo avere la maggioranza dei seggi, farò un appello pubblico a tutte le forze politiche invitandole a convergere sui temi e sulla nostra squadra di governo, senza alcun tipo di alleanze, inciuci o scambi di poltrone di governo”.
Qual è la versione vera? A noi non sembra ci siano grandi differenze. Il malessere raccolto per qualche anno dai pentastellati era radicale (“vaffanculo”, per l’appunto). Coinvolgeva tutte le forze politiche presenti in Parlamento, tutti i “poteri forti” (qualunque cosa si intenda con quel luogo comune), in generale una gestione del potere economico e politico fatto di interessi privati, rapporti affaristico-massonici, scambi di favore extra legem, appropriazione privata dei beni comuni o pubblici, ecc.
La versione “dimaiesca” può sembrare vera solo ai cretini, non certo a chi maneggia centinaia di miliardi di dollari (è stato lo stesso giovincello di Pomigliano a dire – impressionato – che i presenti detengono complessivamente più del debito pubblico italiano). L’idea di un governo monocolore grillino, necessariamente di minoranza, sostenuto “dall’esterno” da altri partiti o coalizioni, a seconda del tema oggetto di decisione, è un po’ troppo balzana e incerta per “rassicurare” investitori abituati a ben altra solidità di equilibri.
La versione “vera” ci sembra perciò decisamente quella offerta dalla Reuters: i “nuovi cinquestelle” di Di Maio sono pronti a fare o partecipare a un supergovernissimo benedetto dalla Troika e dai mercati finanziari internazionali, a digerire ogni trattato europeo che promettevano di stracciare o ridiscutere, a mettere come ministro delle finanze un “esperto” nominato dal Fmi o istituzioni similari (come Padoan, Monti, Grilli o Siniscalco, insomma), ad approvare ogni manovra dettata dalla Commissione Europea. Del resto sanno tutti che a maggio ci dovrà essere una robusta “manovra correttiva” e, contemporaneamente, bisognerà cominciare a scrivere sotto dettatura una legge di stabilità per il 2019 che recepisca il Fiscal Compact e dunque il taglio del debito pubblico pari al 5% annuo (circa 50 miliardi).
Stabilito questo, in cosa potrà esprimersi la “diversità” grillina? Poca roba, crediamo. E quasi tutta giocata sulla comunicazione (“i vitalizi!, i vitalizi!”), più che sulle misure di governo. Renzi e Berlusconi hanno fatto scuola, in materia...
La svolta di Di Maio semplifica radicalmente il quadro politico chiarendo che tutti i concorrenti principali – M5S, Forza Italia, Pd e Lega – sono assolutamente indistinguibili uno dall’altro. Pronti ad obbedir tacendo e a distruggere ciò che resta del “modello sociale” italiano. Una notizia tremenda per i bersaniani, che facevano calcoli astratti credendosi appetibili per il Pd in alternativa ai grillini o viceversa. Chiederanno di partecipare a quel governissimo, chiaramente, perché cinque anni sui banchi dell’opposizione proprio non li possono pensare.
Una notizia ottima per Potere al Popolo, che si vede così consegnare il ruolo di unica opposizione politica reale in questo paese (i mazzieri fascisti, da Casapound a Forza Nuova, sono costitutivamente massa di manovra del “mondo di sopra”).
L’unica incertezza è questa: riusciranno tutti i partecipanti a questa grandiosa sfida a metabolizzare il fatto che il quadro politico oggi è completamente cambiato? Dai territori in cui siamo più attivi traspare già qualche robusto smottamento dei consensi al “grillismo”, come anche dagli ambienti “Leu-isti”. Sta a noi far sì che diventi valanga da cavalcare, organizzare, motivare. Per far questo, lo diciamo da tempo, bisogna prendere atto che la nostra gente non crede più alle promesse e alle mezze misure.
Fonte
Ai buoni analisti, in questi casi, viene raccomandato di distinguere con chiarezza ciò che è certo da ciò che sembra. E proviamo a fare questa sacrosanta opera di chiarificazione con la vicenda del prode Luigi Di Maio, lanciatosi con sprezzo del pericolo tra i peggiori squali della finanza globale, riunitisi in un riservatissimo club di Knightsbridge, a Londra, soltanto per sentire i suoi progetti per l’Italia. In fondo il Movimento 5 Stelle rischia di essere il primo partito, alle elezioni del 4 marzo, dunque è “normale” che i più forti tra i poteri forti – i gestori dei fondi di investimento – si preoccupino di “testare” i candidati più accreditati. Meno normale, ovviamente, che un “capo politico” di una forza nata come “antisistema” si presti al rito più antico della prostituzione politica.
L’incontro c’è stato, viene ammesso dallo stesso Di Maio. E questa è l’unica certezza. Quel che si sono detti è invece materia oscura, visto che la Reuters – agenzia di stampa piuttosto ben introdotta nell’ambiente della finanza internazionale – dà conto di una fonte presente all’incontro che riferisce quanto segue: “Di Maio ha detto ripetutamente che se non avrà seggi sufficienti per governare da solo, vede la probabilità di un governo sostenuto da tutti i principali partiti, inclusi i 5 stelle”. E ancora più chiaramente: “Ha detto chiaramente che, se le elezioni porteranno ad uno stallo politico, prevede una maggioranza di governo a quattro costituita da M5s, Pd, Forza Italia e Lega”.
Il sobbalzo è d’obbligo, anche per chi ha sempre visto nell’incravattatissimo “personaggetto” la milionesima reincarnazione del democristiano fatto, calzato e finito.
Passare infatti dal M5S che “non fa accordi con nessuno” a un governissimo con tutti dentro (mancano i bersaniani, si vede che Renzi ha posto il veto...) è davvero un’inversione ad U, 180 gradi puliti puliti, dalla “rivoluzione” alla “complicità”. Dal “vaffanculo” al “prego, prima lei”, senza neanche passare per una stagione “riformista”.
Preoccupato dell’impatto che la notizia poteva avere sugli elettori Di Maio ha fatto twittare una precisazione che è un’ammissione di colpevolezza, più che una smentita: “Quanto riportato dall’agenzia Reuters non corrisponde al vero. Agli investitori internazionali incontrati oggi a Londra ho ribadito ciò che ho sempre detto: che il giorno dopo le elezioni, se non dovessimo avere la maggioranza dei seggi, farò un appello pubblico a tutte le forze politiche invitandole a convergere sui temi e sulla nostra squadra di governo, senza alcun tipo di alleanze, inciuci o scambi di poltrone di governo”.
Qual è la versione vera? A noi non sembra ci siano grandi differenze. Il malessere raccolto per qualche anno dai pentastellati era radicale (“vaffanculo”, per l’appunto). Coinvolgeva tutte le forze politiche presenti in Parlamento, tutti i “poteri forti” (qualunque cosa si intenda con quel luogo comune), in generale una gestione del potere economico e politico fatto di interessi privati, rapporti affaristico-massonici, scambi di favore extra legem, appropriazione privata dei beni comuni o pubblici, ecc.
La versione “dimaiesca” può sembrare vera solo ai cretini, non certo a chi maneggia centinaia di miliardi di dollari (è stato lo stesso giovincello di Pomigliano a dire – impressionato – che i presenti detengono complessivamente più del debito pubblico italiano). L’idea di un governo monocolore grillino, necessariamente di minoranza, sostenuto “dall’esterno” da altri partiti o coalizioni, a seconda del tema oggetto di decisione, è un po’ troppo balzana e incerta per “rassicurare” investitori abituati a ben altra solidità di equilibri.
La versione “vera” ci sembra perciò decisamente quella offerta dalla Reuters: i “nuovi cinquestelle” di Di Maio sono pronti a fare o partecipare a un supergovernissimo benedetto dalla Troika e dai mercati finanziari internazionali, a digerire ogni trattato europeo che promettevano di stracciare o ridiscutere, a mettere come ministro delle finanze un “esperto” nominato dal Fmi o istituzioni similari (come Padoan, Monti, Grilli o Siniscalco, insomma), ad approvare ogni manovra dettata dalla Commissione Europea. Del resto sanno tutti che a maggio ci dovrà essere una robusta “manovra correttiva” e, contemporaneamente, bisognerà cominciare a scrivere sotto dettatura una legge di stabilità per il 2019 che recepisca il Fiscal Compact e dunque il taglio del debito pubblico pari al 5% annuo (circa 50 miliardi).
Stabilito questo, in cosa potrà esprimersi la “diversità” grillina? Poca roba, crediamo. E quasi tutta giocata sulla comunicazione (“i vitalizi!, i vitalizi!”), più che sulle misure di governo. Renzi e Berlusconi hanno fatto scuola, in materia...
La svolta di Di Maio semplifica radicalmente il quadro politico chiarendo che tutti i concorrenti principali – M5S, Forza Italia, Pd e Lega – sono assolutamente indistinguibili uno dall’altro. Pronti ad obbedir tacendo e a distruggere ciò che resta del “modello sociale” italiano. Una notizia tremenda per i bersaniani, che facevano calcoli astratti credendosi appetibili per il Pd in alternativa ai grillini o viceversa. Chiederanno di partecipare a quel governissimo, chiaramente, perché cinque anni sui banchi dell’opposizione proprio non li possono pensare.
Una notizia ottima per Potere al Popolo, che si vede così consegnare il ruolo di unica opposizione politica reale in questo paese (i mazzieri fascisti, da Casapound a Forza Nuova, sono costitutivamente massa di manovra del “mondo di sopra”).
L’unica incertezza è questa: riusciranno tutti i partecipanti a questa grandiosa sfida a metabolizzare il fatto che il quadro politico oggi è completamente cambiato? Dai territori in cui siamo più attivi traspare già qualche robusto smottamento dei consensi al “grillismo”, come anche dagli ambienti “Leu-isti”. Sta a noi far sì che diventi valanga da cavalcare, organizzare, motivare. Per far questo, lo diciamo da tempo, bisogna prendere atto che la nostra gente non crede più alle promesse e alle mezze misure.
Fonte
La rottura della Ue è un tema non rimovibile
Solo due settimane fa i sindacati ellenici hanno realizzato l’ennesimo sciopero generale e decine di migliaia di lavoratori, giovani e disoccupati hanno manifestato nel centro di Atene contro l’ultimo pacchetto lacrime e sangue imposto dal governo greco.
Non molto sembra cambiato rispetto a quando l’intera sinistra radicale europea guardava ad Atene con la speranza che lì si potesse produrre un’inversione di tendenza capace di spezzare la gabbia dell’austerity rendendo possibile una controffensiva a livello continentale. Sappiamo com’è andata a finire, con un governo ellenico che, nonostante l’enorme e compatto sostegno ricevuto nel referendum contro i diktat dell’Ue, ha accettato di chinare la testa e firmare il Terzo Memorandum.
Stavolta il governo Syriza-Anel ha imposto una legge che rende difficile per i lavoratori e i sindacati proclamare uno sciopero ed ha introdotto la pignorabilità e la possibilità di mettere all’asta (via web, per evitare le contestazioni delle sinistre e dei sindacati) le prime case di quelle famiglie che non siano in grado di pagare i debiti contratti con le banche. Di nuovo, il leader di Syriza ha giurato che si tratta dell’ultimo sacrificio, dell’ultimo sforzo (comunque interamente a carico degli strati popolari) prima di uscire dal tunnel. Ma tutti sanno che in cambio dell’ultima tranche di aiuti – che andranno in buona parte a ripagare le banche e gli stati che commissariano Atene, non certo ai cittadini ellenici – i creditori internazionali pretendono un’altra severa “riforma delle pensioni”, l’aumento dell’Iva, nuove leggi restrittive sul lavoro e l’innalzamento di alcune imposte indirette.
Quanto sta accadendo ad Atene non ha ricevuto, però, la sufficiente attenzione nel nostro paese.
Nonostante sia in corso una campagna elettorale nella quale il tema dell’Unione Europea tiene oggettivamente banco, anche a sinistra si tende a rimuovere la questione, pensando forse che si possano recuperare salari e pensioni dignitose, diritti e garanzie sociali senza mettere in conto una necessaria rottura con la asfissiante gabbia imposta dai trattati europei e dai vincoli previsti dall’Eurozona. E mentre il Movimento Cinque Stelle abbandona le sue tradizionali parole d’ordine “euroscettiche”, la Lega e l’estrema destra si intestano strumentalmente una critica all’Ue esclusivamente all’insegna del nazionalismo più becero e della xenofobia.
Se anche volessimo, il tema del “convitato di pietra” europeo non può essere rimosso dal dibattito e dall’azione politica. In queste settimane i media e gli ambienti finanziari tedeschi non fanno altro che ricordare che “l’Italia sta messa peggio della Grecia” e che dopo le elezioni il nostro paese non potrà che subire una nuova cura da cavallo a base di “controriforme radicali”. Non è un caso che da tempo si parla, nel dopo elezioni, della possibilità che si insedi un “governo tedesco”: tedesco non solo perché dovrebbe ricalcare il modello della “Grosse Koalition” attraverso un accordo tra PD e centrodestra che conceda all’esecutivo i numeri per far passare come un caterpillar un nuovo massacro sociale, ma anche perché le decisioni più importanti in materia di politiche economiche verranno prese a Bruxelles e Francoforte, e non a Roma.
In questo quadro è evidente come senza sovranità popolare ed economica non esista alcuna realistica possibilità di impedire nuovi sacrifici a senso unico, di invertire la tendenza ed iniziare davvero a contrastare e se possibile a cancellare, le controriforme dettate negli ultimi anni, ai vari governi italiani, dal meccanismo di governance continentale. Come andiamo ripetendo da tempo, i trattati europei sono incompatibili con la Costituzione, mentre il Fiscal Compact, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio e in generale i diktat imposti dall’Eurozona e dall’Ue aumentano le diseguaglianze sociali, promuovono lo smantellamento del welfare e producono la svendita dei beni comuni e delle risorse del paese.
Questi temi saranno al centro dell’iniziativa di dibattito e confronto convocata a Roma da Eurostop – la piattaforma che pone al centro della sua battaglia i tre ‘NO’ all’Ue, all’Eurozona e alla Nato, animata da diverse organizzazioni politiche, sindacali, sociali tra le quali la Rete dei Comunisti – per il prossimo 3 febbraio presso il Centro Sociale Intifada. E’ un contributo affinché la campagna elettorale di Potere al Popolo sia l’occasione di una battaglia politica tra i settori sociali e popolari che ci permetta di indicare alleati e avversari e di aggredire i problemi alla radice.
Fonte
Non molto sembra cambiato rispetto a quando l’intera sinistra radicale europea guardava ad Atene con la speranza che lì si potesse produrre un’inversione di tendenza capace di spezzare la gabbia dell’austerity rendendo possibile una controffensiva a livello continentale. Sappiamo com’è andata a finire, con un governo ellenico che, nonostante l’enorme e compatto sostegno ricevuto nel referendum contro i diktat dell’Ue, ha accettato di chinare la testa e firmare il Terzo Memorandum.
Stavolta il governo Syriza-Anel ha imposto una legge che rende difficile per i lavoratori e i sindacati proclamare uno sciopero ed ha introdotto la pignorabilità e la possibilità di mettere all’asta (via web, per evitare le contestazioni delle sinistre e dei sindacati) le prime case di quelle famiglie che non siano in grado di pagare i debiti contratti con le banche. Di nuovo, il leader di Syriza ha giurato che si tratta dell’ultimo sacrificio, dell’ultimo sforzo (comunque interamente a carico degli strati popolari) prima di uscire dal tunnel. Ma tutti sanno che in cambio dell’ultima tranche di aiuti – che andranno in buona parte a ripagare le banche e gli stati che commissariano Atene, non certo ai cittadini ellenici – i creditori internazionali pretendono un’altra severa “riforma delle pensioni”, l’aumento dell’Iva, nuove leggi restrittive sul lavoro e l’innalzamento di alcune imposte indirette.
Quanto sta accadendo ad Atene non ha ricevuto, però, la sufficiente attenzione nel nostro paese.
Nonostante sia in corso una campagna elettorale nella quale il tema dell’Unione Europea tiene oggettivamente banco, anche a sinistra si tende a rimuovere la questione, pensando forse che si possano recuperare salari e pensioni dignitose, diritti e garanzie sociali senza mettere in conto una necessaria rottura con la asfissiante gabbia imposta dai trattati europei e dai vincoli previsti dall’Eurozona. E mentre il Movimento Cinque Stelle abbandona le sue tradizionali parole d’ordine “euroscettiche”, la Lega e l’estrema destra si intestano strumentalmente una critica all’Ue esclusivamente all’insegna del nazionalismo più becero e della xenofobia.
Se anche volessimo, il tema del “convitato di pietra” europeo non può essere rimosso dal dibattito e dall’azione politica. In queste settimane i media e gli ambienti finanziari tedeschi non fanno altro che ricordare che “l’Italia sta messa peggio della Grecia” e che dopo le elezioni il nostro paese non potrà che subire una nuova cura da cavallo a base di “controriforme radicali”. Non è un caso che da tempo si parla, nel dopo elezioni, della possibilità che si insedi un “governo tedesco”: tedesco non solo perché dovrebbe ricalcare il modello della “Grosse Koalition” attraverso un accordo tra PD e centrodestra che conceda all’esecutivo i numeri per far passare come un caterpillar un nuovo massacro sociale, ma anche perché le decisioni più importanti in materia di politiche economiche verranno prese a Bruxelles e Francoforte, e non a Roma.
In questo quadro è evidente come senza sovranità popolare ed economica non esista alcuna realistica possibilità di impedire nuovi sacrifici a senso unico, di invertire la tendenza ed iniziare davvero a contrastare e se possibile a cancellare, le controriforme dettate negli ultimi anni, ai vari governi italiani, dal meccanismo di governance continentale. Come andiamo ripetendo da tempo, i trattati europei sono incompatibili con la Costituzione, mentre il Fiscal Compact, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio e in generale i diktat imposti dall’Eurozona e dall’Ue aumentano le diseguaglianze sociali, promuovono lo smantellamento del welfare e producono la svendita dei beni comuni e delle risorse del paese.
Questi temi saranno al centro dell’iniziativa di dibattito e confronto convocata a Roma da Eurostop – la piattaforma che pone al centro della sua battaglia i tre ‘NO’ all’Ue, all’Eurozona e alla Nato, animata da diverse organizzazioni politiche, sindacali, sociali tra le quali la Rete dei Comunisti – per il prossimo 3 febbraio presso il Centro Sociale Intifada. E’ un contributo affinché la campagna elettorale di Potere al Popolo sia l’occasione di una battaglia politica tra i settori sociali e popolari che ci permetta di indicare alleati e avversari e di aggredire i problemi alla radice.
Fonte
Colpi di mannaia contro il diritto di sciopero, Usb dice no al nuovo testo per i servizi pubblici essenziali
La commissione di garanzia dell’attuazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, scende in pieno nella campagna elettorale facendo propria la volontà dei politici che vogliono impedire il legittimo esercizio del diritto di sciopero; un diritto sancito dalla Costituzione, un diritto che si vuole neutralizzare in quanto rende visibile l’opposizione e la protesta di vasti settori sociali.
Si mette in moto la macchina burocratica per modificare la normativa nel settore del Trasporto pubblico locale al fine di restringerne fortemente gli spazi proponendo tempistiche e franchigie che, di fatto, sterilizzano e rendono innocuo l’unico strumento in mano ai lavoratori per supportare le rivendicazioni del settore.
Limitare ulteriormente l’esercizio del diritto di sciopero non è tutelare i cittadini; le lunghe ed estenuanti attese di chi deve prendere un autobus non sono dovute agli scioperi ma al fatto che il trasporto pubblico in Italia non funziona, che il traffico privato costringe i mezzi pubblici a velocità medie di pochi km all’ora nelle grandi e medie città, che i km di metropolitana nell’intero paese sono meno di quelli di una singola città europea come Parigi o Londra.
La scelta politica delle privatizzazioni sta sostanzialmente peggiorando questa situazione sia per i cittadini che per i lavoratori. Lavoratori sottopagati, spesso non retribuiti, con conseguenti blocchi del servizio nonostante gli esorbitanti costi degli appalti dove false cooperative, “padroncini” dell’ultima ora e vere e proprie ramificazioni criminali si arricchiscono con soldi pubblici a spese dei cittadini e dei lavoratori sotto ricatto.
Di questo si dovrebbero preoccupare la commissione di garanzia e la politica tutta, non di limitare scioperi, regalare i beni comuni ai privati e ridurre di anno in anno i diritti di chi lavora.
Da sempre USB ha denunciato il crescere di questi atti autoritari degni dei peggiori anni di questo paese; atti autoritari che oggi cadono sui lavoratori autoferrotranvieri ma che, con le stesse logiche, potrebbero rimettere in discussione le normative sull’esercizio del diritto di sciopero non solo per tutto il comparto trasporti bensì per tutti i settori che svolgono servizi pubblici essenziali.
Non possiamo non evidenziare l’insopportabile linciaggio mediatico che ha riguardato scioperi nei trasporti regolarmente indetti, da Alitalia al Trasporto Pubblico Locale, le assemblee sindacali regolarmente convocate, le mobilitazioni dei lavoratori del trasporto pubblico della città di Napoli in difesa del posto di lavoro, mentre vengono fatte passare sotto silenzio situazioni aberranti come quella delle decine di lavoratori degli appalti Atac che da molti mesi non ricevono lo stipendio.
E, per citare l’ultima vergognosa manovra, alla giusta rabbia dei macchinisti e dei lavoratori del settore ferroviario che il 28 gennaio hanno scioperato a livello nazionale per dire basta ai tagli sulla sicurezza dopo il gravissimo incidente ferroviario tra le stazioni di Segrate e Treviglio, la commissione di garanzia ha risposto tentando ogni forma di intimidazione per bloccare lo sciopero.
Lo abbiamo gridato al ministro Graziano Delrio, quando continuava a firmare precetti ministeriali con motivi palesamene infondati – ma tutti puntualmente ripresi nel nuovo provvedimento di “regolamentazione” – con lo scopo di impedire gli scioperi nel settore dei trasporti; torniamo a gridarlo oggi alla così detta “commissione di garanzia degli scioperi” e a tutta quella politica che ha scelto di schierarsi a favore degli interessi delle aziende, dei padroni: se si continua a limitare un diritto costituzionale, vuol dire che stiamo andando verso un qualcosa che somiglia molto a un regime.
Gli autoferrotranvieri, i lavoratori tutti, l’Unione Sindacale di Base non rimarranno con le mani in mano rispetto a questo duro e subdolo attacco allo strumento fondamentale per difendere i diritti e i salari della classe lavoratrice.
Fonte
Si mette in moto la macchina burocratica per modificare la normativa nel settore del Trasporto pubblico locale al fine di restringerne fortemente gli spazi proponendo tempistiche e franchigie che, di fatto, sterilizzano e rendono innocuo l’unico strumento in mano ai lavoratori per supportare le rivendicazioni del settore.
Limitare ulteriormente l’esercizio del diritto di sciopero non è tutelare i cittadini; le lunghe ed estenuanti attese di chi deve prendere un autobus non sono dovute agli scioperi ma al fatto che il trasporto pubblico in Italia non funziona, che il traffico privato costringe i mezzi pubblici a velocità medie di pochi km all’ora nelle grandi e medie città, che i km di metropolitana nell’intero paese sono meno di quelli di una singola città europea come Parigi o Londra.
La scelta politica delle privatizzazioni sta sostanzialmente peggiorando questa situazione sia per i cittadini che per i lavoratori. Lavoratori sottopagati, spesso non retribuiti, con conseguenti blocchi del servizio nonostante gli esorbitanti costi degli appalti dove false cooperative, “padroncini” dell’ultima ora e vere e proprie ramificazioni criminali si arricchiscono con soldi pubblici a spese dei cittadini e dei lavoratori sotto ricatto.
Di questo si dovrebbero preoccupare la commissione di garanzia e la politica tutta, non di limitare scioperi, regalare i beni comuni ai privati e ridurre di anno in anno i diritti di chi lavora.
Da sempre USB ha denunciato il crescere di questi atti autoritari degni dei peggiori anni di questo paese; atti autoritari che oggi cadono sui lavoratori autoferrotranvieri ma che, con le stesse logiche, potrebbero rimettere in discussione le normative sull’esercizio del diritto di sciopero non solo per tutto il comparto trasporti bensì per tutti i settori che svolgono servizi pubblici essenziali.
Non possiamo non evidenziare l’insopportabile linciaggio mediatico che ha riguardato scioperi nei trasporti regolarmente indetti, da Alitalia al Trasporto Pubblico Locale, le assemblee sindacali regolarmente convocate, le mobilitazioni dei lavoratori del trasporto pubblico della città di Napoli in difesa del posto di lavoro, mentre vengono fatte passare sotto silenzio situazioni aberranti come quella delle decine di lavoratori degli appalti Atac che da molti mesi non ricevono lo stipendio.
E, per citare l’ultima vergognosa manovra, alla giusta rabbia dei macchinisti e dei lavoratori del settore ferroviario che il 28 gennaio hanno scioperato a livello nazionale per dire basta ai tagli sulla sicurezza dopo il gravissimo incidente ferroviario tra le stazioni di Segrate e Treviglio, la commissione di garanzia ha risposto tentando ogni forma di intimidazione per bloccare lo sciopero.
Lo abbiamo gridato al ministro Graziano Delrio, quando continuava a firmare precetti ministeriali con motivi palesamene infondati – ma tutti puntualmente ripresi nel nuovo provvedimento di “regolamentazione” – con lo scopo di impedire gli scioperi nel settore dei trasporti; torniamo a gridarlo oggi alla così detta “commissione di garanzia degli scioperi” e a tutta quella politica che ha scelto di schierarsi a favore degli interessi delle aziende, dei padroni: se si continua a limitare un diritto costituzionale, vuol dire che stiamo andando verso un qualcosa che somiglia molto a un regime.
Gli autoferrotranvieri, i lavoratori tutti, l’Unione Sindacale di Base non rimarranno con le mani in mano rispetto a questo duro e subdolo attacco allo strumento fondamentale per difendere i diritti e i salari della classe lavoratrice.
Fonte
Pure “il manifesto” si arruolò tra i dietrologi da quattro soldi.
Al Manifesto triste y solitario final, l’anomalia che non c’è più.
Di seguito il testo integrale dell’articolo che segna la liquidazione definitiva della storia di un giornale che – caso unico – era nato sull’onda della contestazione operaia e studentesca della fine degli anni sessanta e che pur facendo, nel corso dei decenni, cambiamenti anche sostanziali, di linea e cultura politica, aveva, tuttavia, mantenuto lo stesso nome e pure quella ostinata testatina (“quotidiano comunista”) che però, già da molto tempo, non trovava più conferma in nessuno dei testi pubblicati dalla redazione.
In verità quella rottura si era già consumata quasi sei anni fa, quando nel 2012, una delle fondatrici della storica testata, Rossana Rossanda, lasciò il Manifesto con una lettera con cui accusava, senza mezzi termini, la direzione e la redazione di “indisponibilità al dialogo”.
Quell’addio era stato preceduto da quello altrettanto eccellente di Marco D’Eramo (la cui lettera di commiato venne liquidata con poche sprezzanti righe dalla direzione) e seguito da quello di Joseph Halevi che lasciò il giornale usando parole durissime nei confronti di direzione e redazione: “Non si tratta più di un collettivo ma di un manipolo che per varie ragioni si è appropriato del giornale”.
Eppure “il manifesto” fino a quel punto (2012), a modo suo, pur tra smagliature e qualche momentaneo cedimento, aveva rappresentato uno spazio critico sicuramente ostile a certa “dietrologia fantastorica” con cui i vincitori hanno continuato ad alimentare, per decenni, la narrazione di Stato sul conflitto sociale degli anni settanta e sugli esiti di quella stagione.
Un argomento delicato e complesso su cui “il manifesto” di Rossanda, Parlato, Pintor non avrebbe mai concesso un millimetro alla dietrologia e a quei teoremi giudiziari tanto in voga, alla fine degli anni settanta, presso certe procure che lavoravano a stretto contatto con i funzionari locali del PCI e con quelli delle camere del lavoro. Quel “manifesto”, di certo, mai senza passare al vaglio di un rigoroso esame critico e storiografico ogni ipotesi. Ma tant’è. E forse ora si inizia a capire quale era almeno una delle ragioni che animarono il putsch del “manipolo”: cooptare anche quelli che ancora campano sui resti di ciò che fu un tempo il glorioso “manifesto” dentro il grande Coro di Stato della Narrazione Ufficiale sui così detti “anni di piombo”, ovvero, più semplicemente, la storia scritta dai vincitori.
Una narrazione, tuttavia, sempre più sgangherata e che, per reggersi, forse aveva proprio bisogno di farsi largo, almeno un po’, anche tra i resti di ciò che è rimasto di quell’altrettanto sgangherato popolo che usiamo chiamare “popolo di sinistra”.
Buona lettura (si fa per dire).
di Giovanni De Plato
(dal manifesto del 28.01.2018)
Peccato che non abbia avuto il dovuto risalto la importante decisione della Procura generale di Bologna di riaprire le indagini sulla strage alla stazione ferroviaria del 2 agosto di trentotto anni fa, come da richiesta dei familiari delle vittime. Come non ha avuto il giusto rilievo la riapertura delle indagini da parte della procura di Palermo sul delitto del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella avvenuto sempre nel 1980.
Le procure ordinarie di Bologna e di Palermo avevano già deciso di archiviare, ritenendo accertata la verità e condannate le responsabilità. E i mandanti? Si deve alla competenza, esperienza e senso del dovere di Ignazio De Francisci, magistrato della procura di Bologna, e di Francesco Lo Voi procuratore di Palermo se i misteri dell’Italia repubblicana non sono stati occultati definitivamente.
LA VERITÀ SULLE STRAGI (chi sono gli effettivi mandanti e quali erano le loro finalità) è ancora tutta da indagare e di certo non ci si può accontentare di verità parziali o incomplete, emerse dai diversi gradi dei processi finora celebrati.
La riapertura delle indagini a Bologna e a Palermo riaccende finalmente i riflettori su quella rete, complessa e mai svelata, fatta di organizzazioni eversive, di mafie, servizi deviati, società segrete, logge, venerabili e conti in banche svizzere. La riservatezza delle nuove indagini non lascia trapelare informazioni sui tanti fili eversivi, finora ignorati, che legano la strage di Bologna al delitto Mattarella.
E la verità sulle altre stragi, piazza Fontana 1969, piazza della loggia Brescia e treno Italicus 1974? Si ha l’impressione che finora le indagini abbiano considerato ogni eccidio come un fatto a sé, non valutando se fossero dei tasselli che formano una possibile trama della strategia eversiva che ha funestato per lunghi decenni la repubblica italiana.
Strategia che cercò di colpire a morte lo Stato democratico con la strage di Via Fani e il rapimento di Aldo Moro nel marzo 1978 seguito dall’uccisione dello statista da parte delle Brigate rosse nel maggio dello stesso anno.
IL TEOREMA dello stragismo degli opposti estremismi (sinistra e destra eversive) e dello stragismo di Stato (servizi segreti e deviati) si sono dimostrati nei fatti una chiave che non ha permesso di arrivare alla verità.
Di questa drammatica realtà che attanaglia ancora l’Italia di oggi (come si spiega il caso Consip?) non c’è traccia nei programmi e nei dibattiti tra i partiti in vista delle prossime elezioni politiche.
Le forze della destra non amano trattare le responsabilità impunite o aprire i propri armadi. E quelle di sinistra non sanno come affrontare gli attacchi alla democrazia e fare della ricerca della verità una priorità del loro programma di governo. Siamo circondati e minacciati da neri corvi, come nel film del 1963 «Gli uccelli» di Alfred Hitchcock. I corvi hanno le penne nere e lucenti, sono onnivori, mangiano di tutto e si cibano delle loro vittime. Con rispetto ai corvi, queste loro caratteristiche sono proprie di chi cospira, di chi nonostante la Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista, il voto per la Repubblica e la emanazione della Carta costituzionale, non ha deposto le armi e continua a ordire nel buio della notte contro quel nuovo sistema politico scaturito dalla vittoria dell’antifascismo nel 1945.
LA SCELTA DEMOCRATICA del popolo italiano nel 1948 non ha comportato la liberazione dai corvi fascisti, anzi sono stati incomprensibilmente rilegittimati. Non bisogna dimenticare che in Italia alla fine della Seconda guerra mondiale mentre si costruiva l’alternativa dello Stato democratico al regime fascista si legiferava per lasciare impunito chi quella democrazia aveva negato e trucidato.
Questa contraddizione la si deve alla politica di pacificazione nazionale voluta dal primo governo repubblicano del democristiano De Gasperi. E condivisa dall’allora ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Palmiro Togliatti, che emanò nel 1946 un provvedimento di condono delle condanne e dei reati comuni e politici, di cui si erano macchiati soprattutto i gerarchi e i miliziani fascisti.
I comunisti sottovalutarono che la stampa degli Stati uniti lodava il dittatore Benito Mussolini come il «Roosevelt italiano» e come il miglior garante della lotta al comunismo. Quella contraddizione resta irrisolta, e per ora non sanata.
GLI UOMINI e i dirigenti del regime nazifascista furono scarcerati e liberati da ogni responsabilità omicida e liberticida. La Guerra fredda e lo scontro tra i due blocchi permisero ai corvi neri di ritornare indisturbati a presidiare territori e istituzioni, anche con cellule occulte e paramilitari.
E’ da qui che parte la reazione ai vecchi e nuovi corvi. Alle forze oscure della reazione nera si aggiunse quella delle armate rosse.
Il rumore delle armi si fa sentire con la svolta della Dc, quando Moro e Zaccagnini teorizzarono il superamento della contrapposizione dei due blocchi e proposero il dialogo tra le forze del Paese che avevano concorso a sconfiggere il fascismo. Il compromesso tra democristiani, socialisti e comunisti che avrebbe segnato davvero la svolta verso una democrazia compiuta, mise immediatamente in moto le sentinelle dell’ordine internazionale che la Conferenza di Jalta aveva imposto militarmente ai rispettivi alleati. La fine dei due blocchi nel 1991 e l’inizio della globalizzazione dei liberi mercati, di certo non hanno favorito la realizzazione di quei principi di libertà, eguaglianza e solidarietà sanciti dalla Costituzione.
A distanza di 70 anni dalla nascita della Repubblica si può dire che la democrazia rimane un sistema incompiuto, ancora oggi ostaggio dei tanti tentacoli delle agenzie di sicurezza nazionali e internazionali.
A distanza di 40 anni dalla strage di via Fani e dalla morte di Moro, i colpi inferti alla Repubblica italiana continuano a delegittimare il sistema politico dei partiti, che non sapendo reagire alla democrazia dimezzata si sono condannati al macero. Di questa possibile deriva si resero conto gli allora segretari del Pci Enrico Berlinguer e della Dc Benigno Zaccagnini. Infatti il segretario democristiano nel 1976, due anni prima della strage di via Fani, avvertì rumour e minacce interni al suo partito ed esterni al nostro Paese.
L’allarme lo portò anche a chiedere a Giorgio La Pira, come ad altri costituenti, di candidarsi per essere rieletto in Parlamento, volendo rafforzare la rappresentanza democristiana di chi aveva sperato con la Carta costituzionale di costruire la casa comune degli italiani. L’invito fu accettato dall’ex sindaco di Firenze che però morì nel 1977.
IL BUCO NERO della democrazia italiana si allarga nella legislatura 1976-1979. La casa repubblicana fu difesa con fermezza e senso dello Stato dallo stesso Zaccagnini, che però cercò notte e giorno di salvare la vita di Moro.
Incontrò in via formale e informale parlamentari ed extraparlamentari di destra e di sinistra, reazionari e rivoluzionari, segretari e dirigenti dei partiti, ma alla fine si rese conto che l’appello umanitario di molti alla salvezza di Moro era un vuoto se non uno strumentale messaggio.
Nessuno seppe o volle dire con chi trattare, cosa concedere e come evitare che alla sconfitta militare si aggiungesse quella politica. Quando il segretario della Dc si accorse che la sentenza era già scritta e come temeva già prima dell’attentato ad opera di forze potenti e convergenti, di cui le Br potevano essere soltanto un comodo braccio armato, arrivò in soccorso il disperato appello «Uomini delle Br...» del Papa Paolo VI.
Sarebbe auspicabile che un magistrato della procura di Roma avesse lo stesso coraggio e senso dello Stato, dei magistrati di Bologna e Palermo, per riaprire le indagini sui veri mandanti, su quanti usarono le armi via Fani e cosa è realmente avvenuto in e intorno a via Gradoli, visto che non possiamo accontentarci della verità di una seduta spiritica e di processi iniziati e terminati solo contro le Br.
Fino a quando non si scoprirà la completa verità della lunga e articolata strategia del terrorismo prima e degli attacchi poi alla Repubblica italiana, la nostra democrazia resterà incompiuta, minacciata e asservita.
Fonte
Di seguito il testo integrale dell’articolo che segna la liquidazione definitiva della storia di un giornale che – caso unico – era nato sull’onda della contestazione operaia e studentesca della fine degli anni sessanta e che pur facendo, nel corso dei decenni, cambiamenti anche sostanziali, di linea e cultura politica, aveva, tuttavia, mantenuto lo stesso nome e pure quella ostinata testatina (“quotidiano comunista”) che però, già da molto tempo, non trovava più conferma in nessuno dei testi pubblicati dalla redazione.
In verità quella rottura si era già consumata quasi sei anni fa, quando nel 2012, una delle fondatrici della storica testata, Rossana Rossanda, lasciò il Manifesto con una lettera con cui accusava, senza mezzi termini, la direzione e la redazione di “indisponibilità al dialogo”.
Quell’addio era stato preceduto da quello altrettanto eccellente di Marco D’Eramo (la cui lettera di commiato venne liquidata con poche sprezzanti righe dalla direzione) e seguito da quello di Joseph Halevi che lasciò il giornale usando parole durissime nei confronti di direzione e redazione: “Non si tratta più di un collettivo ma di un manipolo che per varie ragioni si è appropriato del giornale”.
Eppure “il manifesto” fino a quel punto (2012), a modo suo, pur tra smagliature e qualche momentaneo cedimento, aveva rappresentato uno spazio critico sicuramente ostile a certa “dietrologia fantastorica” con cui i vincitori hanno continuato ad alimentare, per decenni, la narrazione di Stato sul conflitto sociale degli anni settanta e sugli esiti di quella stagione.
Un argomento delicato e complesso su cui “il manifesto” di Rossanda, Parlato, Pintor non avrebbe mai concesso un millimetro alla dietrologia e a quei teoremi giudiziari tanto in voga, alla fine degli anni settanta, presso certe procure che lavoravano a stretto contatto con i funzionari locali del PCI e con quelli delle camere del lavoro. Quel “manifesto”, di certo, mai senza passare al vaglio di un rigoroso esame critico e storiografico ogni ipotesi. Ma tant’è. E forse ora si inizia a capire quale era almeno una delle ragioni che animarono il putsch del “manipolo”: cooptare anche quelli che ancora campano sui resti di ciò che fu un tempo il glorioso “manifesto” dentro il grande Coro di Stato della Narrazione Ufficiale sui così detti “anni di piombo”, ovvero, più semplicemente, la storia scritta dai vincitori.
Una narrazione, tuttavia, sempre più sgangherata e che, per reggersi, forse aveva proprio bisogno di farsi largo, almeno un po’, anche tra i resti di ciò che è rimasto di quell’altrettanto sgangherato popolo che usiamo chiamare “popolo di sinistra”.
Buona lettura (si fa per dire).
*****
I CORVI DELLA DEMOCRAZIA
di Giovanni De Plato
(dal manifesto del 28.01.2018)
Peccato che non abbia avuto il dovuto risalto la importante decisione della Procura generale di Bologna di riaprire le indagini sulla strage alla stazione ferroviaria del 2 agosto di trentotto anni fa, come da richiesta dei familiari delle vittime. Come non ha avuto il giusto rilievo la riapertura delle indagini da parte della procura di Palermo sul delitto del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella avvenuto sempre nel 1980.
Le procure ordinarie di Bologna e di Palermo avevano già deciso di archiviare, ritenendo accertata la verità e condannate le responsabilità. E i mandanti? Si deve alla competenza, esperienza e senso del dovere di Ignazio De Francisci, magistrato della procura di Bologna, e di Francesco Lo Voi procuratore di Palermo se i misteri dell’Italia repubblicana non sono stati occultati definitivamente.
LA VERITÀ SULLE STRAGI (chi sono gli effettivi mandanti e quali erano le loro finalità) è ancora tutta da indagare e di certo non ci si può accontentare di verità parziali o incomplete, emerse dai diversi gradi dei processi finora celebrati.
La riapertura delle indagini a Bologna e a Palermo riaccende finalmente i riflettori su quella rete, complessa e mai svelata, fatta di organizzazioni eversive, di mafie, servizi deviati, società segrete, logge, venerabili e conti in banche svizzere. La riservatezza delle nuove indagini non lascia trapelare informazioni sui tanti fili eversivi, finora ignorati, che legano la strage di Bologna al delitto Mattarella.
E la verità sulle altre stragi, piazza Fontana 1969, piazza della loggia Brescia e treno Italicus 1974? Si ha l’impressione che finora le indagini abbiano considerato ogni eccidio come un fatto a sé, non valutando se fossero dei tasselli che formano una possibile trama della strategia eversiva che ha funestato per lunghi decenni la repubblica italiana.
Strategia che cercò di colpire a morte lo Stato democratico con la strage di Via Fani e il rapimento di Aldo Moro nel marzo 1978 seguito dall’uccisione dello statista da parte delle Brigate rosse nel maggio dello stesso anno.
IL TEOREMA dello stragismo degli opposti estremismi (sinistra e destra eversive) e dello stragismo di Stato (servizi segreti e deviati) si sono dimostrati nei fatti una chiave che non ha permesso di arrivare alla verità.
Di questa drammatica realtà che attanaglia ancora l’Italia di oggi (come si spiega il caso Consip?) non c’è traccia nei programmi e nei dibattiti tra i partiti in vista delle prossime elezioni politiche.
Le forze della destra non amano trattare le responsabilità impunite o aprire i propri armadi. E quelle di sinistra non sanno come affrontare gli attacchi alla democrazia e fare della ricerca della verità una priorità del loro programma di governo. Siamo circondati e minacciati da neri corvi, come nel film del 1963 «Gli uccelli» di Alfred Hitchcock. I corvi hanno le penne nere e lucenti, sono onnivori, mangiano di tutto e si cibano delle loro vittime. Con rispetto ai corvi, queste loro caratteristiche sono proprie di chi cospira, di chi nonostante la Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista, il voto per la Repubblica e la emanazione della Carta costituzionale, non ha deposto le armi e continua a ordire nel buio della notte contro quel nuovo sistema politico scaturito dalla vittoria dell’antifascismo nel 1945.
LA SCELTA DEMOCRATICA del popolo italiano nel 1948 non ha comportato la liberazione dai corvi fascisti, anzi sono stati incomprensibilmente rilegittimati. Non bisogna dimenticare che in Italia alla fine della Seconda guerra mondiale mentre si costruiva l’alternativa dello Stato democratico al regime fascista si legiferava per lasciare impunito chi quella democrazia aveva negato e trucidato.
Questa contraddizione la si deve alla politica di pacificazione nazionale voluta dal primo governo repubblicano del democristiano De Gasperi. E condivisa dall’allora ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Palmiro Togliatti, che emanò nel 1946 un provvedimento di condono delle condanne e dei reati comuni e politici, di cui si erano macchiati soprattutto i gerarchi e i miliziani fascisti.
I comunisti sottovalutarono che la stampa degli Stati uniti lodava il dittatore Benito Mussolini come il «Roosevelt italiano» e come il miglior garante della lotta al comunismo. Quella contraddizione resta irrisolta, e per ora non sanata.
GLI UOMINI e i dirigenti del regime nazifascista furono scarcerati e liberati da ogni responsabilità omicida e liberticida. La Guerra fredda e lo scontro tra i due blocchi permisero ai corvi neri di ritornare indisturbati a presidiare territori e istituzioni, anche con cellule occulte e paramilitari.
E’ da qui che parte la reazione ai vecchi e nuovi corvi. Alle forze oscure della reazione nera si aggiunse quella delle armate rosse.
Il rumore delle armi si fa sentire con la svolta della Dc, quando Moro e Zaccagnini teorizzarono il superamento della contrapposizione dei due blocchi e proposero il dialogo tra le forze del Paese che avevano concorso a sconfiggere il fascismo. Il compromesso tra democristiani, socialisti e comunisti che avrebbe segnato davvero la svolta verso una democrazia compiuta, mise immediatamente in moto le sentinelle dell’ordine internazionale che la Conferenza di Jalta aveva imposto militarmente ai rispettivi alleati. La fine dei due blocchi nel 1991 e l’inizio della globalizzazione dei liberi mercati, di certo non hanno favorito la realizzazione di quei principi di libertà, eguaglianza e solidarietà sanciti dalla Costituzione.
A distanza di 70 anni dalla nascita della Repubblica si può dire che la democrazia rimane un sistema incompiuto, ancora oggi ostaggio dei tanti tentacoli delle agenzie di sicurezza nazionali e internazionali.
A distanza di 40 anni dalla strage di via Fani e dalla morte di Moro, i colpi inferti alla Repubblica italiana continuano a delegittimare il sistema politico dei partiti, che non sapendo reagire alla democrazia dimezzata si sono condannati al macero. Di questa possibile deriva si resero conto gli allora segretari del Pci Enrico Berlinguer e della Dc Benigno Zaccagnini. Infatti il segretario democristiano nel 1976, due anni prima della strage di via Fani, avvertì rumour e minacce interni al suo partito ed esterni al nostro Paese.
L’allarme lo portò anche a chiedere a Giorgio La Pira, come ad altri costituenti, di candidarsi per essere rieletto in Parlamento, volendo rafforzare la rappresentanza democristiana di chi aveva sperato con la Carta costituzionale di costruire la casa comune degli italiani. L’invito fu accettato dall’ex sindaco di Firenze che però morì nel 1977.
IL BUCO NERO della democrazia italiana si allarga nella legislatura 1976-1979. La casa repubblicana fu difesa con fermezza e senso dello Stato dallo stesso Zaccagnini, che però cercò notte e giorno di salvare la vita di Moro.
Incontrò in via formale e informale parlamentari ed extraparlamentari di destra e di sinistra, reazionari e rivoluzionari, segretari e dirigenti dei partiti, ma alla fine si rese conto che l’appello umanitario di molti alla salvezza di Moro era un vuoto se non uno strumentale messaggio.
Nessuno seppe o volle dire con chi trattare, cosa concedere e come evitare che alla sconfitta militare si aggiungesse quella politica. Quando il segretario della Dc si accorse che la sentenza era già scritta e come temeva già prima dell’attentato ad opera di forze potenti e convergenti, di cui le Br potevano essere soltanto un comodo braccio armato, arrivò in soccorso il disperato appello «Uomini delle Br...» del Papa Paolo VI.
Sarebbe auspicabile che un magistrato della procura di Roma avesse lo stesso coraggio e senso dello Stato, dei magistrati di Bologna e Palermo, per riaprire le indagini sui veri mandanti, su quanti usarono le armi via Fani e cosa è realmente avvenuto in e intorno a via Gradoli, visto che non possiamo accontentarci della verità di una seduta spiritica e di processi iniziati e terminati solo contro le Br.
Fino a quando non si scoprirà la completa verità della lunga e articolata strategia del terrorismo prima e degli attacchi poi alla Repubblica italiana, la nostra democrazia resterà incompiuta, minacciata e asservita.
Fonte
La parabola dell’uomo del 40% (cui ora basta pure il 25)
“Mettiamola così: avete noleggiato una macchina, avete fatto il diavolo a quattro per averla, l’avete usata per tre anni abbondanti e ora che la riportate al noleggiatore ha le portiere rigate, una crepa nel parabrezza, le gomme tagliate, un parafango che pende, e la radio non va. Più o meno è quello che ha fatto Matteo Renzi col Pd, partito dalla fiammante fuoriserie del 40 per cento alle Europee, è arrivato a combattere come un fante sulla linea del Piave del 25 per cento, se il Signore gliela manda buona.
Su quei numeri, gli italiani si sono visti costruire un’epopea, una mitologia, ne hanno subito ad ogni passo la ripetizione ossessiva. Il refrain del 40 per cento (da accoppiare a “ottanta euro”) è ormai parte delle nostre vite come certe canzoni estive che abbiamo canticchiato tutti per un mese e poi puff, via, sparite. Anche il 25 per cento è un numero che torna, perché è quello che prese Bersani quando “non vinse” le ultime elezioni. Una percentuale che Renzi e renzisti irrisero in tutti i modi, facendone oggetto di scherno e di sarcasmo... “Noi non siamo quelli del 25 per cento!”, diceva ieri quello che oggi spera di arrivare al 25 per cento. Testacoda, vertigine.
La frasetta che Renzi sfodera a questo punto è “senza aver subito una scissione”, che significa che sì, vabbé, prende poco come fece Bersani, ma con lui sono stati cattivi e alcuni se ne sono pure andati e quindi anche se prende sei e come se fosse un otto più. Ci sta dicendo che il suo 25 è come un 40, in questi casi, come si dice, conviene non contraddirlo, tutti abbiamo avuto in classe, in seconda media, uno così.
Quel che più stupisce, però, è il totale ribaltamento delle prospettive politiche. Renzi partiva per fare un partito maggioritario, di governo monocolore, solido, quasi un presidenzialismo (con lui presidente, ovvio), con tutte quelle scemenze che sappiamo, tipo “si sa chi vince la notte delle elezioni” eccetera, eccetera. E ora, apertamente, teorizza una specie di craxismo equilibrista, calcolando che se resta vivo (il famoso 25 per cento) potrà gestire il complesso bilancino dei poteri per non perdere aderenza, per non arretrare ancora.
Quelli che volevano l’Italicum, con premio di maggioranza assurdo per governare senza se e senza ma, ora fremono per entrare nel circo dei se e dei ma, delle trattative, dei bilanciamenti, dei do ut des. E’ più o meno quello che la retorica renzista chiamava “la palude”. Basta con la palude, dobbiamo uscire dalla palude, io vi porterò fuori dalla palude..., detto da quello che oggi affida la sua sopravvivenza alla palude di qualche larga intesa.
Va bene, il cinismo della politica non ci stupirà, anzi, come italiani abbiamo qualche master in materia. Però rimane sempre strabiliante come un partito possa fare una politica – rivendicandola e rivestendola ossessivamente di propaganda – e poi farne un’altra, diversa, opposta, negata fino a un minuto prima, sbeffeggiata per anni. E come questo possa farlo lo stesso leader, la stessa persona. E ancor più strabiliante è che possano votarlo gli stessi elettori, che siano antichi elettori del Pd o entusiasti nuovisti, quelli che già facevano tenerezza ai tempi del “Con Renzi si vince”, quelli che si illudevano di mirabolanti modernità e che ora si trovano a sperare – con lo stesso leader che predicava il contrario – nella vecchia, deplorevole, trita logica dell’ago della bilancia.
Per disegnare la parabola del renzismo, insomma, non serve aspettare il 5 marzo. Con il fiero propugnatore dell’abolizione del Senato che si presenta da senatore, si svela anche ai ciechi che il fine ultimo del renzismo è il mantenimento in vita del renzismo, una sedia al tavolo da poker delle alleanze e delle mediazioni, e dopo si vedrà. Un po’ poco per gli arditi giovanotti che volevano cambiare tutto, oggi aggrappati come naufraghi alla speranza che non cambi nulla.”
Fonte
Su quei numeri, gli italiani si sono visti costruire un’epopea, una mitologia, ne hanno subito ad ogni passo la ripetizione ossessiva. Il refrain del 40 per cento (da accoppiare a “ottanta euro”) è ormai parte delle nostre vite come certe canzoni estive che abbiamo canticchiato tutti per un mese e poi puff, via, sparite. Anche il 25 per cento è un numero che torna, perché è quello che prese Bersani quando “non vinse” le ultime elezioni. Una percentuale che Renzi e renzisti irrisero in tutti i modi, facendone oggetto di scherno e di sarcasmo... “Noi non siamo quelli del 25 per cento!”, diceva ieri quello che oggi spera di arrivare al 25 per cento. Testacoda, vertigine.
La frasetta che Renzi sfodera a questo punto è “senza aver subito una scissione”, che significa che sì, vabbé, prende poco come fece Bersani, ma con lui sono stati cattivi e alcuni se ne sono pure andati e quindi anche se prende sei e come se fosse un otto più. Ci sta dicendo che il suo 25 è come un 40, in questi casi, come si dice, conviene non contraddirlo, tutti abbiamo avuto in classe, in seconda media, uno così.
Quel che più stupisce, però, è il totale ribaltamento delle prospettive politiche. Renzi partiva per fare un partito maggioritario, di governo monocolore, solido, quasi un presidenzialismo (con lui presidente, ovvio), con tutte quelle scemenze che sappiamo, tipo “si sa chi vince la notte delle elezioni” eccetera, eccetera. E ora, apertamente, teorizza una specie di craxismo equilibrista, calcolando che se resta vivo (il famoso 25 per cento) potrà gestire il complesso bilancino dei poteri per non perdere aderenza, per non arretrare ancora.
Quelli che volevano l’Italicum, con premio di maggioranza assurdo per governare senza se e senza ma, ora fremono per entrare nel circo dei se e dei ma, delle trattative, dei bilanciamenti, dei do ut des. E’ più o meno quello che la retorica renzista chiamava “la palude”. Basta con la palude, dobbiamo uscire dalla palude, io vi porterò fuori dalla palude..., detto da quello che oggi affida la sua sopravvivenza alla palude di qualche larga intesa.
Va bene, il cinismo della politica non ci stupirà, anzi, come italiani abbiamo qualche master in materia. Però rimane sempre strabiliante come un partito possa fare una politica – rivendicandola e rivestendola ossessivamente di propaganda – e poi farne un’altra, diversa, opposta, negata fino a un minuto prima, sbeffeggiata per anni. E come questo possa farlo lo stesso leader, la stessa persona. E ancor più strabiliante è che possano votarlo gli stessi elettori, che siano antichi elettori del Pd o entusiasti nuovisti, quelli che già facevano tenerezza ai tempi del “Con Renzi si vince”, quelli che si illudevano di mirabolanti modernità e che ora si trovano a sperare – con lo stesso leader che predicava il contrario – nella vecchia, deplorevole, trita logica dell’ago della bilancia.
Per disegnare la parabola del renzismo, insomma, non serve aspettare il 5 marzo. Con il fiero propugnatore dell’abolizione del Senato che si presenta da senatore, si svela anche ai ciechi che il fine ultimo del renzismo è il mantenimento in vita del renzismo, una sedia al tavolo da poker delle alleanze e delle mediazioni, e dopo si vedrà. Un po’ poco per gli arditi giovanotti che volevano cambiare tutto, oggi aggrappati come naufraghi alla speranza che non cambi nulla.”
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
