Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/07/2019

The Who - Baba O'Riley

The Who - Baba O'Riley
(inclusa nell'album "Who's The Next", Decca Records, 1971)



Per comprendere quanto sia stata grande l’influenza del minimalismo americano sulla musica pop-rock, uno degli esempi più lampanti è quello dello storico brano dei Who, tratto da “Who's Next” (1971), “Baba O'Riley”. Sicuramente non è il primo caso che dimostra questa influenza, basterebbe pensare ai bordoni di “Heroin” nell'esordio dei Velvet Underground per capire quanto la viola di John Cale sia ispirata al minimalismo di La Monte Young, o ai Third Ear Band che nel 1971 proponevano dal vivo brani come “Eternity In D”.

C’è però qualcosa che rende “Baba O'Riley” fondamentalmente diversa da queste esperienze e persino più significativa. Per prima cosa, mentre i Velvet Underground o i Third Ear Band nascono, fin dagli inizi, come band legate all'avanguardia e alla sperimentazione, i Who sono decisamente legati al mondo del rock giovanile britannico. Di conseguenza il loro avvicinamento all'avanguardia è un evento significativo in quanto segna l'ingresso definitivo del minimalismo americano nel mondo della musica pop. Inoltre i Who non si approcciano al minimalismo della “nota eterna” di La Monte Young (ad esempio il lungo bordone ripetuto di “The Tortoise, His Dreams And Journeys” del 1964), ma si avvicinano al minimalismo mistico californiano, cioè al capolavoro pubblicato due anni prima “A Rainbow in Curved Air” (1969) di Terry Riley. Non note lunghe ma piccoli pattern di schegge impazzite che si ripetono incessantemente. Basta ascoltare l’intro del brano con un flusso di note del synth di Townshend velocissime che si ripetono con piccoli cambiamenti. Al loro interno è impossibile stabilire quale sia il tempo, per farlo si deve attendere - al quarantaduesimo secondo - l’ingresso del piano.

E’ uno straordinario esempio di come l’avanguardia possa legarsi in modo indissolubile al rock più trascinante e popolare, addirittura contribuendo a far diventare un brano una hit mondiale, senza perdere la sua natura di avanguardia, quindi potenzialmente solo per ascoltatori di nicchia. Intro minimalista dedicata a Terry Riley, successivo ingresso di piano, batteria, basso, chitarra e voce che rendono “Baba O’Riley” uno dei grandi classici del pop-rock mondiale, con stacchi imperiosi e granitici con loop minimalista costantemente in sottofondo, fino all’inatteso colpo di genio con assolo di violino che accelera gradualmente sino ai rapidi ritmi finali. Oltre che a Terry Riley il brano è dedicato al santone indiano Meher Baba e avrebbe dovuto far parte (insieme a "Won't Get Fooled Again") della rock opera “Lifehouse”, mai completata. I testi raccontano di una Gran Bretagna distopica, distrutta da guerre e inquinamento, dove la libertà è definitivamente perduta. Alcuni giovani però (“Teenage Wasteland” quello che doveva essere il titolo iniziale) riescono a creare una resistenza.

Tra citazioni musicali e inni di libertà, “Baba O’Riley” appare oggi come un piccolo miracolo del genio della band britannica, un’opera anticipatrice che stupisce ancor oggi per la sua preveggenza.

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30/07/2019

Nausea


Nausea, un po' verso tutta la propria vita e pure se stessi.

L’alleanza Russia-Cina? L’abbiamo fatta nascere noi (e adesso fa paura)

Scaglione è una tra le pochissime firme della stampa generalista - insieme a nomi come Alberto Negri e guido Salerno Aletta - che merita sempre di essere letta, per la capacità che possiede di focalizzare tematiche e movimenti che solitamente passano in sordina o, peggio, vengono sottaciuti, dal resto dei commentatori.

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Ai primi di giugno Xi Jinping, segretario del Partito comunista cinese dal 2012 e presidente della Repubblica Popolare cinese dal 2013, ha compiuto la sua ottava visita ufficiale di Stato in Russia. È andato a San Pietroburgo portandosi appresso qualche centinaio di pezzi grossi dell’industria, ha partecipato al Forum russo-cinese per l’energia (inaugurato l’anno scorso) e ha firmato una ventina di accordi con Vladimir Putin. Uno di questi prevede che due compagnie cinesi acquisiscano ognuna il 10% di Utrennoye, uno dei più promettenti giacimenti artici di gas naturale.

Il Forum era stato polemicamente disertato dall’ambasciatore Usa a Mosca. Forse perché il Dipartimento di Stato si è accorto che il commercio di risorse naturali (gas e petrolio in primo luogo, ovviamente) non solo vale il 40% degli scambi tra i due Paesi ma vale anche un mucchio di euro. L’export russo verso la Cina, infatti, si svolge sempre meno in dollari e sempre più in euro. La valuta europea a fine 2018 ha raggiunto il 37,6% del volume totale degli scambi, erodendo in misura mai vista prima, e tuttora crescente, la preminenza del dollaro.

Per finire: Russia e Cina, dopo diverse esercitazioni militari congiunte (“Vostok 2018” in Russia, “Mare Unito” quest’anno in Cina), si sono messe a pattugliare insieme i cieli dell’Asia, facendo vivamente inquietare sia i giapponesi sia i coreani del Sud.

Queste storie sui giornali arrivano poco e male. Però da tempo, nelle ambasciate e negli uffici “giusti”, quando quelli che sanno le cose si ritrovano con quelli che vorrebbero saperle, proprio di questo si discute. Dove vogliono arrivare Russia e Cina? Della Cina si sa: da quando c’è Xi Jinping vuole arrivare dappertutto, con la nuova Via della Seta verso l’Europa, il Filo di Perle nell’Oceano indiano e tutta quella strategia del sorriso commerciale che mimetizza denti politici da squalo. E la Russia? Mosca le va appresso, ben felice di venderle quelle materie prime che sono il motore della macchina economica cinese. Ben felice, insomma, di renderla sempre più forte.

C’è qualcuno, ohibò, che di tutto questo s’inquieta: ma come si permettono? Altri che si rallegrano, perché vedono una Russia sconfitta nel suo assalto all’Occidente che si consegna armi e bagagli al pescecane cinese, pronto a papparsela. L’uno e l’altro atteggiamento, però, sono figli di un clamoroso errore di prospettiva. A furia di raccontarci che la Russia è un babau pronto a tutto, che i suoi hacker sono onnipotenti e onnipresenti, che se non potenziamo la Nato presto saremo invasi dai tank mandati dal Cremlino, abbiamo perso la dimensione reale delle cose. Un po’ come quelli che, abituati a raccontar balle, sono poi i primi a crederci.

L’alleanza tra Russia e Cina è strategica perché siamo stati noi a renderla tale. Da sempre la Russia, sterminato deposito di risorse naturali, cerca una partnership solida e affidabile con “qualcuno” che abbia invece competenza manifatturiera. Negli anni Sessanta, mentre il complesso militar-industriale mandava cani e astronauti nello spazio, l’industria sovietica era costretta a chiamare la Fiat (che superò la concorrenza di Ford e Renault) per motorizzare il Paese. Nacque così Togliattigrad, città da 400 mila abitanti e fabbrica da 600 mila veicoli l’anno. Quelli erano anche gli anni in cui i rapporti tra Russia e Cina andavano definitivamente in malora, per riprendersi solo con Mikhail Gorbaciov e la sua perestrojka.

La vocazione per l’Europa della Russia, insomma, è molto più profonda e di data molto più antica di quella per la Cina. E d’altra parte, che ci sarebbe di più logico di una sana alleanza tra gli estrattori di gas e petrolio dell’Est e i manifatturieri dell’Ovest? Nulla. Converrebbe a entrambi, e molto. Infatti gli Usa, che in questa alleanza tra produttori vedono con ragione un rischio per la loro supremazia mondiale, si sono messi di traverso in ogni modo. Allargando la Nato e facendo allargare la Ue a quei Paesi nazionalisti e sovranisti che ora tanto comodo fanno alla Nato, e in buona sostanza spingendo la Russia sempre più a Est a cominciare dalle guerre balcaniche di Bill Clinton, prontamente sposate dalle sinistre di tutta Europa. Per arrivare all’Ucraina del 2014, dove il sentimento nazionalista e sovranista (in quel caso non demonizzato, tutt’altro), evidente da anni e attizzato dal mal governo del filo-russo Janukovich, venne potenziato da robuste iniezioni di denaro e sollecitazioni americane.

In pratica, gli Usa sono arrivati al più vasto confine con la Russia, dando per scontato che al confine in sé erano già arrivati mettendo sotto la tutela della Nato i Paesi baltici. Il problema è che al Cremlino e dintorni, nel frattempo, si erano insediati i due più grandi contropiedisti dell’evo moderno, tipi che Chiarugi manco lo vedevano. Uno è Vladimir Putin, ovvio. L’altro è Sergej Lavrov, dal 2004 ministro degli Esteri, uno che parla persino il singalese e che bazzicava i meandri dell’Onu quando ancora c’era l’Urss e lui era un giovanotto.

Ora, qualcuno sa spiegare dove sarebbe l’offensiva anti-occidentale di un Paese che un bel giorno del 2014 si sveglia con il fondato timore di vedere gli incrociatori della Nato ormeggiati a Sebastopoli? Quei due, però, non sono tipi che stanno a pettinare le bambole. Crimea? Fatto? Donbass? Fatto. E per buona misura, ecco l’intervento militare in Siria (ottobre 2015) a fianco di Bashar al-Assad, tipo apertura di un secondo fronte nel confronto con gli Usa. Ma il colpo da maestro Lavrov l’aveva fatto nel 2013, concordando con la Casa Bianca lo smantellamento dell’arsenale chimico di Assad e così eliminando la ragione principale per cui gli Usa avrebbero potuto intervenire sul fronte siriano. Certo, Lavrov non gliel’aveva detto, a Obama, che poi sarebbero intervenuti loro, i russi. Ma forse se n’era scordato, mica si può tenere a mente tutto.

La partnership economica e politica della Russia con la Cina sta tutta dentro questa storia. Al Cremlino sarebbe piaciuto assai costruirne una con l’Europa, ma sappiamo com’è andata. Li abbiamo spinti a Est? E a Est i russi hanno trovato un altro popolo assai industrioso, inventore e produttore dalla notte dei tempi e, casualmente, tanto tanto assetato di energia. I cinesi, in pratica degli europei con gli occhi a mandorla. Possiamo lamentarcene? Mica tanto. L’Italia, per dirne una. La Russia è sempre stata un fornitore di gas puntuale e non troppo esoso. Adesso facciamo il Tap perché, dicono, dobbiamo diversificare le fonti di approvvigionamento. E loro ne vendono di più alla Cina, che prende quel gas, lo pompa nelle sue fabbriche e aumenta la propria forza contrattuale sul mercato globale. Come si è ben visto durante la visita di Xi Jinping in Europa, quando noi gli abbiamo venduto qualche arancia mentre la Germania gli ha passato le concessioni e i progetti per la produzione dell’auto elettrica e la Francia un bel po' di contratti nell’aerospazio. Cosine così.

E tornando quindi a quelle cene in cui ci si chiede dove andranno a parare Russia e Cina, sarebbe interessante anche capire che cos’abbia in testa il nuovo vertice della Ue. Al momento, per quel poco che se ne vede, sembra roba da far fregare le mani a Donald Trump. L’assalto (mancato, ma di poco: la nuova Presidentessa della Commissione è stata eletta per il classico pelo) dei sovranisti ha spostato a destra l’asse complessivo, con i Verdi fuori, i liberali (diciamo pure Emmanuel Macron) assai più dentro di prima, i socialisti appesi a un ramo e i popolari costretti a liquidare il candidato ufficiale e a scegliere Ursula van der Leyen, un ministro della Difesa molto filo-Nato e filo-Usa. Se l’Ussuri si è seccato, l’Atlantico si è un bel po’ ristretto. A ben vedere, nemmeno questa sembra, regnante Donald Trump e “America first!”, una bellissima notizia.

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Rino Gaetano ha cantato il popolo senza scadere nel populismo


Mi sono spesso interrogato su cosa avrebbe scritto Rino Gaetano oggi. Mi sono accorto che sarebbe un’operazione culturale inutile. Basta riavvolgere il nastro e ascoltare le visioni di un uomo in grado di raccontare l’Italia degli anni Settanta per molti, troppi aspetti attuale. Rino Gaetano, abbracciando le ansie delle classi sociali meno abbienti, ha saputo raccontare una società italiana corrotta, piena di vizi e pregiudizi. Lo ha fatto con sarcasmo, ma non è stato recepito dal grande pubblico dell’epoca. Il suo linguaggio è stato spesso ritenuto senza senso, le sue canzoni sono diventate hit da ballare in discoteca e il significato dei suoi testi si è perso nelle melodie leggere. Il suo rifiuto di schierarsi politicamente in pubblico lo ha sfavorito presso la critica bisognosa, in quegli anni più che mai, di istituzionalizzare.

L’occasione di riascoltare Rino Gaetano è offerta anche dalla versione rimasterizzata di Ahi Maria 40th, pubblicata di recente, l’ultima collezione dedicata al cantante. Ne sono uscite molte negli ultimi vent’anni, spesso adottando criteri insensati incapaci di tracciare il percorso di un autore in grado di raccontare l’Italia in maniera peculiare. Ahi Maria 40th ha il pregio di essere la prima raccolta edita con la famiglia Gaetano e i suoi discografici, che si sono anche occupati di curare un libro per restituire un profilo più veritiero del privato di Rino. Il cantautore crotonese, romano d’adozione, infatti è stato spesso mal raccontato, come nella miniserie della Rai del 2007 recitata da un pur ottimo Claudio Santamaria, in cui viene dipinto come un ubriacone depresso incline al tradimento, all’ossessiva ricerca dell’incarnazione dell’artista maledetto.

Decisamente frainteso durante la propria carriera, Rino Gaetano ha vissuto in ritardo un periodo di riscoperta dopo la morte improvvisa avvenuta il 2 giugno 1981 per un incidente stradale sulla Nomentana, quando aveva 31 anni. Non si è trasformato subito in un mito, come è avvenuto per altri artisti morti tragicamente, ma lo è diventato solo vent’anni dopo, quando alcuni interpreti famosi lo hanno omaggiato al concerto del primo maggio 2002, avvicinandolo a un pubblico giovane. La conoscenza del suo repertorio, però, è tuttora mediamente ferma a poche canzoni cult passate nelle pubblicità, nei talent, nelle discoteche o nei film, le stesse per cui era noto già all’epoca. Una popolarità che Rino Gaetano aveva raggiunto definitivamente nel 1978, anno della partecipazione al Festival di Sanremo.

Quando nel 1978 si presenta sul palco dell’Ariston, Rino Gaetano ha già scritto “Ma il cielo è sempre più blu”, il singolo che nel 1975 lo ha proiettato nel mondo della musica che conta. Per mantenere il successo, la casa discografica It lo spinge a presentarsi al Festival di Sanremo, che in quel momento sta attraversando una fase di crisi. Sarà proprio questa edizione a riportare in auge la kermesse canora verso il nuovo boom degli anni Ottanta. Un’edizione che funziona non tanto per i vincitori (i Matia Bazar), bensì per due protagonisti inattesi: la sedicenne Anna Oxa, arrivata seconda con “Un’emozione da poco”, e il ventottenne Rino Gaetano, che conquista il terzo posto con “Gianna”. Le canzoni del podio diventano hit in grado di scalare le classifiche, ma “Gianna” è quella che meglio resiste nel tempo, anche se contribuisce ad attribuire a Rino Gaetano l’etichetta di cantante nonsense.

L’autore televisivo Gianni Boncompagni, ad esempio, definisce il brano “senza senso” durante la trasmissione Discoring. Il nonsenso di Rino Gaetano, in realtà, ha un impianto logico: parte dalla decostruzione della parola e agisce per giustapposizione di immagini tipiche del teatro avanguardista di Majakovskij, e in particolar modo dell’assurdo di Ionesco. Quel teatro che Rino Gaetano ha sperimentato prima di diventare cantautore, recitando ad esempio il ruolo della volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene, dal quale trae parte della mimica fatta di gesti minimi e netti, ghigni, sbuffi e occhi strabuzzati che, associati alle parole, diventano sberleffi. La musica di Rino Gaetano va rivista anche in ottica di quell’orrenda censura a cui sono obbligati i cantanti dell’epoca, ovvero il playback, che questo interprete contrasta con una presenza scenica irriverente, fatta di strani balletti e sketch sfrontati. Come direbbe Carmelo Bene, Rino Gaetano eccede. Eccede a tal punto che più ci si avvicina alla parola emessa, più il suo nonsenso diventa incomunicabile. Ed è forse stata la vicinanza temporale e mediatica di chi l’ha ascoltato all’epoca ad aver generato un’incomprensione del suo repertorio, rendendolo noto al grande pubblico per quei pochi brani, quasi fosse un produttore di tormentoni, ma emarginato da un’élite culturale troppo occupata a difendere la canzone “impegnata” da quella “d’amore”, ritenuta minore.

In questo fraintendimento mediatico, il 1978 è anche l’anno di “Nuntereggae più”, la canzone-manifesto di Rino Gaetano. Il cantautore elenca una serie di titoli comparsi sui giornali dell’epoca menzionando partiti, modi di dire, lo scandalo della spiaggia di Capocotta con la morte di Wanna Montesi, e alcuni nomi celebri. Non si esprime con frasi verbali, non spiega l’associazione di idee che tiene insieme il testo. Rino Gaetano nella sua scrittura agisce per sottrazione, offrendo immagini immediate: reali, popolari, dissacranti al limite del grottesco, perciò ancora più disturbanti e quindi rigettate. Per questo motivo “Nuntereggae più” si presenta fin da subito scomoda, come dimostra il trattamento riservatogli da Maurizio Costanzo nel programma Acquario condotto per la Rai, indispettito per essere stato citato nel brano insieme a Susanna Agnelli, presente in trasmissione come intervistata.

Il “non ti reggo più”, declinato nel dialetto romano sul dittongo “ae” che richiama il reggae amato da Rino e recitato dalla voce fuori campo di Mauro Vicari, non è un urlo qualunquista come potrebbe apparire in un primo momento, ma una testimonianza d’amore che Rino Gaetano lascia alla società italiana, come confessa in un’intervista al critico letterario Enzo Siciliano. Nelle sue canzoni Rino Gaetano è come se si sedesse, “Al bar o nel metrò”, affianco alla gente comune per raccontare ciò che vede e ciò che sente dire, offrendo sicuramente una propria visione ma senza ergersi a portabandiera. Rino Gaetano è un cantautore del proletariato, in grado di indagarlo costantemente nelle paure e nelle tradizioni, nelle aspettative e nelle delusioni. La cifra artistica che lo contraddistingue è la capacità di rappresentare gli esclusi, raccontando i vizi e i malanni della società capitalista (“Spendi spandi effendi”) e delle sue istituzioni (“Rare tracce”) su arrangiamenti originali, a primo acchito allegri, ballabili, senza reclamare un’appartenenza partitica. La solitudine degli emarginati, l’alienazione degli operai all’interno delle grandi industrie, le usanze del sud e i flussi migratori, e ancora l’arrivismo delle lotte tra partiti ai danni delle classi rappresentate, o la malasanità: Rino Gaetano ha raccontato con voce graffiante e ironia tutti questi aspetti italiani, e insieme ha saputo cantare i temi più frivoli senza mai risultare banale. Basta ascoltare “A Kathmandu”, in cui vengono raccontati gli effetti delle droghe leggere, oppure l’amore che sboccia in estate di “Sfiorivano le viole”, o ancora gli umori di una donna che cresce all’interno della cultura italiana come “Aida”, per trovare continue citazioni storiche. Sempre della condizione femminile, Rino Gaetano ha raccontato i temi tabù come la masturbazione in “Sei ottavi” e la sessualità libera di “Berta filava” – altro grande successo dopo “Ma il cielo è sempre più blu” – con il suo diritto di far nascere un bambino “Che non era di Mario che non era di Gino”.

Viene così il 1978, anno cruciale nella carriera di Rino Gaetano, come si è visto. L’anno di un’Italia in piena crisi istituzionale, reduce dagli anni di piombo, le guerre di mafia, gli omicidi di Aldo Moro e Peppino Impastato, l’ultimo residuo della contestazione studentesca-operaia. A Sanremo Rino Gaetano vorrebbe gareggiare con “Nuntereggae più”, ma gli viene imposto di esibirsi con “Gianna”. Accetta e si presenta con un cilindro, il frac, una maglietta da marinaio, l’ukulele e le scarpe da ginnastica. Rino Gaetano canta e fa smorfie: per la prima volta a Sanremo viene pronunciata la parola “sesso” grazie a Gianna, una quindicenne che deve scegliere se subito politicizzarsi o prima perdere la verginità. È l’apice della sua carriera e dura poco: morirà tre anni dopo, in quell’incidente stradale.

All’interno di un’Italia in piena transizione Rino Gaetano è a tutti gli effetti un cantante “politico”, vicino ai sentimenti del popolo, capace di dipingere la società, ma non molti lo hanno compreso: è rimasto, di fatto, “senza senso”. Oggi però, con maggiore consapevolezza dei nostri coetanei dell’epoca, possediamo i mezzi e la giusta distanza temporale per comprendere la portata artistica di Rino Gaetano in grado di essere estremamente attuale nelle dinamiche quotidiane della nostra società.

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Sono sempre più convinto che Gaetano sia stato il cantautore più acuto degli anni '70.
La sua prematura scomparsa ha privato la società italiana di un artista dotato di una capacità di sintesi che sarebbe stata utilissima, probabilmente essenziale, per comprendere anzitempo – rispetto a come si è invece – verificato i malvagi anni '80 e '90.

Iraq - presioni statunitensi sul governo in chiave anti iraniana

di Stefano Mauro

Alcuni rappresentanti americani sono stati, nelle scorse settimane, in Iraq per discutere con il primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, riguardo all’interruzione degli scambi economici e finanziari con l’Iran e per richiedere lo scioglimento delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hasched Shaabi o Ump), considerate da Washington come una diretta emanazione di Teheran.

Richieste, secondo quanto afferma la stampa irachena, rifiutate dal primo ministro a causa della difficile posizione di Baghdad che si trova in mezzo ad un conflitto a “bassa intensità” tra Washington e Teheran. Lo stato iracheno, infatti, ha numerosi legami economici, commerciali, energetici e religiosi con l’Iran ed una simile scelta significherebbe sicuramente una destabilizzazione del già fragile governo di unità nazionale del premier iracheno.

Per quanto riguarda la seconda richiesta Mahdi ha cercato di trovare una soluzione “diplomatica” che riesca a preservare gli equilibri interni tra le differenti confessioni irachene, visto che le pressioni e le minacce americane rischiano di compromettere gli sforzi fatti fino ad oggi e di favorire Daesh che, nonostante la sconfitta di un anno fa, resta ancora presente nella provincia di Anbar.

Proprio in quest’ottica ha emesso un’ordinanza, denominata Diwani, che richiede “a tutte le fazioni di chiudere il loro quartier generale con la scelta di integrarsi all’interno delle forze armate o impegnarsi nell’arena politica (senza armi, ndr). Qualsiasi fazione che rifiuta segretamente o apertamente di rispettare queste istruzioni sarà considerata illegale”. L’ultimatum per il rispetto dell’ordinanza è il 31 luglio.

Una scelta considerata positiva dall’amministrazione americana, che però, potrebbe portare lo stato iracheno ad una lotta intestina. Se da una parte alcune organizzazioni dell’Hashed Shaabi hanno appreso e condiviso la scelta del premier – soprattutto per quanto riguarda i diritti di cui godranno i miliziani in termini di stipendi, protezione sociale e medica – da un altro punto di vista si sono dichiarati contrari ad una scelta che viene vista come “un’interferenza americana negli affari interni dell’Iraq”.

“Forse il governo centrale di Baghdad” – ha dichiarato il leader del gruppo Harakat Hezbollah al Nujaba, Akram al Kaabi – “ha dimenticato che sono state tutte le formazioni dell’Hashed Shaabi a respingere Daesh ed a sconfiggere le milizie jihadiste di Al Baghdadi”. “Bisogna anche ricordare che in quel periodo gli Usa non hanno fatto nulla per riorganizzare l’esercito iracheno ed aiutarci, mentre adesso richiedono un nostro smantellamento, quando siamo quasi sul punto di eliminare definitivamente la presenza jihadista dalle nostre regioni” – ha concluso al Kaabi.

Frizioni che potrebbero portare ad uno scontro diretto tra le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare – formate anche da battaglioni sunniti e cristiani – e le truppe americane presenti in Iraq.

Già nel periodo post elettorale l’inviato di Washington per la Coalizione internazionale anti-Daesh, Bret McGurk, aveva tentato di far eleggere un ufficiale iracheno, filo-americano, a capo del governo, prima che venisse nominato il premier Mahdi.

Episodio che aveva avuto un seguito, secondo la stampa irachena, con l’episodio che vide protagonista il generale di brigata Mahmoud al-Fallahi, comandante dell’esercito dell’Anbar e capo del confine con Siria, Giordania e Arabia Saudita. Al Fallahi, secondo il canale libanese al Mayadeen, aveva trasmesso alla CIA tutte le coordinate della posizione di Hezbollah-Iraq ad al-Qa’em, al confine siriano, le posizioni, le armi, la logistica ed i nomi dei comandanti dei gruppi Nujaba, e Kataib Imam Ali. Informazioni ottenute dall’intelligence iraniana, grazie al suo sistema di controllo su whattsapp, e che, successivamente, avevano portato ad un bombardamento israeliano proprio su quelle postazioni.

Il primo ministro iracheno, secondo il portale Iraq Daily, ha utilizzato questo stratagemma per diminuire il potere delle Ump, una mossa considerata “rischiosa” visto che Abdel Mahdi “non gode di sufficiente sostegno politico da parte dei partiti politici per soddisfare pienamente i desideri degli Stati Uniti”. Un’instabilità politica che, in caso di conflitto con l’Iran, potrebbe destabilizzare per l’ennesima volta i fragili equilibri interni tra le diverse confessioni e che potrebbe causare seri problemi alla stessa amministrazione americana.

Sono chiare le parole di al-Kaabi al riguardo: “Oggi l’Iraq è molto più forte e organizzato, ed è in grado di trasformare la presenza americana sul nostro territorio in un inferno”.

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Podemos e M5S vittime dell'effetto Zelig

Nei miei ultimi libri ho analizzato la mutazione genetica che ha fatto sì che le sinistre (tanto le socialdemocratiche che le radicali) siano trasmigrate nel campo liberale (sia pure con diverse sfumature), abbandonando la rappresentanza delle classi subalterne per rivolgere la propria attenzione ai ceti medi riflessivi. Ho anche tentato di indicare tanto le cause “esterne” (le trasformazioni del sistema capitalistico e il loro impatto sulla stratificazione di classe), quanto quelle “interne” (il mancato svecchiamento dell’apparato ideologico ereditato dal passato) del fenomeno. Si tratta di temi troppo impegnativi da affrontare nello spazio di un post, per cui mi limito qui a evidenziare quello che è forse il sintomo più clamoroso della mutazione, vale a dire l’impulso suicida che accomuna tutte le forze politiche che tuttora si definiscono di sinistra. In particolare, vorrei sottolineare che, a essere afflitti dal sintomo in questione, sono anche quei populismi “di sinistra” che pure sembravano avviati ad occupare il vuoto politico lasciato dalle “vecchie” sinistre, tanto da alimentare il sospetto che basti collocarsi in quell’area per condannarsi all’autodistruzione.

I casi di Podemos e dell’M5S sono particolarmente significativi. Si tratta di due forze che presentano differenze tutt’altro che marginali: l’M5S ha sempre affermato di non essere di destra né di sinistra, mentre Podemos, dopo esitazioni iniziali, ha rivendicato l’appartenenza al campo delle sinistre radicali; i programmi politici del primo appaiono studiati per rivolgersi a una base sociale trasversale, mentre quelli del secondo sono più orientati verso gli interessi degli strati sociali inferiori. Ma le affinità sono più significative: entrambi sono partiti di opinione, senza forti radici nella società e nel territorio, con una struttura verticale che vede un leader carismatico, con il suo cerchio magico, che intrattiene una relazione diretta con la base; entrambi privilegiano i media – vecchi e nuovi – rispetto alle vecchie strutture partitiche come canali di mobilitazione e organizzazione; i loro successi elettorali si fondano soprattutto sulla denuncia morale (con particolare attenzione al fenomeno della corruzione) dei vizi della “casta”, cioè delle tradizionali élite economiche, partitiche e mediatiche (anche se Podemos conserva una qualche velleità antisistema che l’M5S ha viceversa completamente  accantonato); entrambi sono partiti con parole d’ordine anti euro per adagiarsi ben presto su posizioni europeiste “critiche”; infine entrambi condividono con le sinistre tradizionali la cultura del politicamente corretto (Unidos Podemos si è addirittura ribattezzato Unidas Podemos, in ossequio alla retorica femminista).

In ragione di tali affinità, entrambe queste forze erano fin dall’inizio esposte, a mano a mano che venivano occupando quote significative del tradizionale spazio elettorale di sinistra, a una sorta di “effetto Zelig” (per citare il film di Woody Allen), al rischio, cioè, di sviluppare una sorta di assimilazione mimetica nei confronti dei titolari dello spazio in questione. E infatti così è avvenuto. Oggi Podemos, dopo avere regalato al rivitalizzato Psoe di Sanchez il ruolo di garante della democrazia di fronte alla minaccia (volutamente enfatizzata) del populismo di destra, ha visto dimezzare il proprio elettorato e si scopre indotto ad appoggiare un governo socialista (guidato cioè dal partito che per anni aveva accusato di essere corrotto e di condurre politiche antipopolari!) nel quale occuperà una posizione marginale e subordinata (per una impietosa analisi del disastro della sinistra radicale spagnola, invito chi conosce lo spagnolo ad ascoltare una lunga intervista dell’ex segretario di Izquierda Unida, Julio Anguita).

Peggio, se possibile, ha fatto l’M5S. Incapace di fronteggiare l’iniziativa politica della Lega, sempre più abile nell’incarnare un ampio blocco sociale che aggrega settori del capitale italiano più esposti ai danni collaterali del processo di globalizzazione e strati proletari preoccupati dalla concorrenza della forza lavoro straniera, ed esposti al degrado dei quartieri periferici. Incapace, soprattutto, di incalzare l’invadente partner di governo sul terreno delle disuguaglianze, dell’occupazione, della difesa degli interessi dell’intera comunità nazionale (e non solo di una parte di essa) di fronte ai diktat dell’Europa a trazione franco-tedesca. Così l’M5S anche se non si è (ancora) alleato con il PD, si è trasformato di fatto in una sorta di “copia” dei democratici: cala le brache su NoTav e austerità dettata dalla Ue; depone ogni velleità di nazionalizzazione (vedi i casi Autostrade e Ilva); oppone deboli resistenze al “separatismo dei ricchi” incarnato dalle richieste autonomiste delle regioni del Nord; fa poco o nulla per tutelare gli interessi del Meridione, cui pure deve i propri successi elettorali. Risultato: se si votasse oggi Salvini prenderebbe il doppio dei voti dei grillini, mentre l’M5S appare sempre più orientato a cercare sponda nel PD.

Non a caso, sul Corriere della Sera del 22 luglio troviamo un fondo di Paolo Mieli che gongola perché la Lega, pur avendo vinto le Europee, appare sempre più isolata, e un M5S in stato confusionale appare sempre più tentato di guardare “a sinistra”. Troviamo anche una lunga intervista di Dario Franceschini che rimprovera al PD di Renzi di avere regalato l’M5S all’abbraccio della Lega, senza capire le differenze fra le due attuali forze di governo (e invita implicitamente il PD di Zingaretti a porre rimedio a quell’errore). Insomma: le élite neoliberali sognano di ritornare al bipolarismo fra una destra e una sinistra (sia pure rivestite da abiti nuovi di zecca) che si alternino pacificamente nel ruolo di gestori degli affari delle classi dominanti.

In conclusione: qualsiasi forza politica che voglia realmente costruire un’alternativa di sistema, è caldamente invitata a evitare velleità di “rifondazione” della sinistra, perché quello spazio politico – insieme alla parola che lo connota – è ormai irreversibilmente associato alla conservazione dell’esistente. C’è ancora una destra, non c’è più una sinistra, quindi, per svolgere il ruolo che quest’ultima ha avuto nel Novecento, occorre inventare qualcos’altro.

Carlo Formenti

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Don Camillo (1952) di Julien Duvivier - Minirece


Autonomia differenziata e dissoluzione dell’unità nazionale: ce lo chiede l’Europa?

Dietro le apparenze, l’autonomia differenziata sembra essere parte di un più generale processo di costruzione di una Europa (e di un’Italia) “a due velocità”. Le regioni italiane con il Pil più elevato vogliono competere alla pari con le regioni più ricche e produttive d’Europa, senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere (contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, per citarne alcuni), disponendo, inoltre, di risorse più elevate, grazie al trattenimento in loco di una parte consistente del gettito fiscale.

In Francia, una recente riforma ha ridotto il numero delle regioni da 22 a 13. Le regioni troppo piccole o poco popolate avevano bisogno di raggiungere “una dimensione adeguata alle sfide economiche e di mobilità”, tale da consentire “di competere con le collettività simili in Europa”. Fra tali collettività regionali si citano la Catalogna, la Baviera e, guarda caso, la Lombardia. Al di là delle indubbie e anche notevoli differenze, riforma regionale francese ed autonomia differenziata compongono un quadro sostanzialmente unitario. Chi legga con attenzione le bozze di intesa dell’autonomia differenziata trova ben pochi riferimenti di tipo identitario e molta governance, efficienza amministrativa, crescita economica, sinergia con le imprese, promozione dell’innovazione. Il dibattito sull’impatto potenzialmente devastante di una regionalizzazione di sanità, scuola e ricerca ha posto in secondo piano questo punto, il quale ci offre, in realtà, la chiave di volta di tutto l’edificio.

A ben vedere, anche la gestione dell’istruzione e della ricerca risponde alla necessità di formare manodopera per le aziende del territorio. In questa corsa spietata, l’Italia è percepita dalle regioni ricche come un carrozzone troppo lento ed ammaccato, per riuscire a tenere il passo con i bolidi del Nord Europa, loro naturale punto di riferimento. Il resto è folklore, una caramella dal gusto vagamente dolciastro ad uso e consumo (anche elettorale) dei nostalgici dei dialetti e dei sapori perduti.

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Per comprendere in tutta la loro complessità – ragioni di fondo e razionalità generale che le ispira – le dinamiche sottese all’autonomia differenziata e gli effetti che potrebbero derivare da una sua realizzazione, è necessario allontanarsi dai confini nazionali ed aprirsi su uno scenario europeo.

Un contributo particolarmente significativo in tale direzione viene certamente dalla Francia, dove la riforma regionale promossa dalla legge 2015-29 del 16 gennaio 2015 (entrata ufficialmente in vigore il 1° gennaio dell’anno successivo) ha ridisegnato il territorio, riducendo il numero delle regioni da 22 a 13. La riduzione si è ottenuta attraverso la creazione di sette nuove regioni, nate dalla fusione di 16 vecchie regioni, alle quali si aggiungono le sei che hanno mantenuto inalterata la loro entità territoriale. La riforma, fortemente voluta dall’allora Presidente François Hollande ed approvata dal Parlamento, malgrado le perplessità di molti politici e i malumori e le proteste delle collettività coinvolte e che non sono state consultate, si poneva come obiettivo principale quello di dotare le regioni “di una massa critica” che permettesse loro “di esercitare le competenze strategiche loro attribuite e di realizzare una maggiore efficienza”. (https://journals.openedition.org/echogeo/14506?lang=en).

La diversità del quadro politico-istituzionale tra i due Paesi e della composizione socio-economica (per non parlare del retaggio storico) vieta qualsiasi facile parallelismo con il processo innescato in Italia dalla riforma del titolo V; basti qui accennare ad una differenza non di poco conto: la riforma delle regioni in Francia procede dallo stato centrale che stabilisce una diversa ripartizione territoriale ed un incremento uniforme delle competenze attribuite alle regioni (sostegno alle imprese, formazione, territorio, trasporti) al fine di potenziare efficienza e coesione dello stato stesso. Il quadro complessivo che ne risulta si colloca abbastanza lontano dal rischio di dissoluzione dell’unità nazionale insito nell’autonomia differenziata, la quale spingerà le diverse regioni del nostro Paese a correre ciascuna per conto proprio nella richiesta di ambiti di gestione diretta, nella speranza di conseguire benefici e/o arginare perdite.

Non solo: le regioni francesi oggetto di fusione risultavano, secondo l’opinione dei sostenitori della riforma, troppo piccole o poco popolate per potersi fare carico vantaggiosamente dello sviluppo economico del loro territorio e, quindi, in una posizione di debolezza rispetto alle regioni economicamente e demograficamente più forti. Qui, la spinta di fondo sembra invertita rispetto a quella “secessione dei ricchi” che presiede in Italia all’autonomia differenziata.

Eppure, al di là delle indubbie e anche notevoli differenze, nonostante le diverse modalità di autorappresentazione, nonché di realizzazione istituzionale, riforma regionale francese ed autonomia differenziata finiscono per incontrarsi su un terreno comune, e si chiariscono a vicenda, fino a comporre un quadro sostanzialmente unitario. La massa critica così ottenuta dalle nuove regioni d’Oltralpe si configura come “una dimensione adeguata alle sfide economiche e di mobilità”, tale da consentire non solo un rilancio delle competenze strategiche, ma anche “di competere con le collettività simili in Europa”. (http://prefectures-regions.gouv.fr/corse/layout/set/print/Outils/FAQ) Fra tali collettività regionali si citano la Catalogna, la Baviera, la Lombardia. (https://www.jstor.org/stable/40782088?seq=1#page_scan_tab_contents).

Dall’altro lato del confine, tra le materie per le quali molte regioni chiedono l’attribuzione di ulteriore autonomia figura l’internazionalizzazione delle imprese e del commercio con l’estero. L’impatto sociale e culturale potenzialmente devastante di una regionalizzazione di sanità, scuola e ricerca ha posto in secondo piano questo punto, il quale, dietro il suo carattere apparentemente anodino, quasi rituale in un universo dominato dalle istanze economiche, ci offre, in realtà, la chiave di volta di tutto l’edificio.

Chi legga con attenzione le bozze elaborate dalle diverse regioni italiane per negoziare con lo Stato “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’articolo 116, terzo comma della Costituzione” trova ben pochi riferimenti di tipo identitario, tarati sulla valorizzazione della cultura locale, di usi e costumi comunitari e molta governance, efficienza amministrativa, crescita economica, sinergia con le imprese, promozione dell’innovazione. Anche la gestione dell’istruzione e della ricerca risponde alla necessità di formare manodopera a diversi livelli – dall’esecutivo al direttivo – per le aziende del territorio. L’impressione che se ne ricava è che il percorso intrapreso con l’autonomia differenziata sia parte organica di un più generale processo di “agganciamento e costruzione reale di un nucleo duro della U.E. in una Europa (e in un’Italia) a due velocità” (http://contropiano.org/news/politica-news/2019/02/21/discutendo-di-unita-della-sinistra-nella-metropoli-milanese-0112628

Ovvero: le regioni italiane con il Pil più elevato vogliono competere alla pari con le regioni più ricche e produttive d’Europa, in un quadro di semplificazione burocratica e senza quei lacci e lacciuoli (sempre più allentati, a dire il vero) che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza (contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, per citarne alcuni), disponendo, inoltre, di risorse più elevate, grazie al trattenimento in loco di una parte consistente del gettito fiscale.

Insomma, quella che tende a presentarsi come un’operazione di ancoraggio e prossimità alle realtà locali è, in realtà, una spericolata incursione nella competizione globale, per la quale lo Stato italiano (malgrado tutte le riforme all’insegna del neoliberismo degli ultimi trent’anni) non sembra ancora offrire garanzie adeguate. Il resto è folklore, una caramella dal gusto vagamente dolciastro ad uso e consumo (anche elettorale) dei nostalgici dei dialetti e dei sapori perduti. D’altronde, l’inserimento nei programmi scolastici di ore di lingua e cultura locale sembra, ad oggi, avere attecchito con un certo successo solo in Veneto. Senza trascurare i rischi inerenti a tale proposta (e la cui disamina esula dai limiti del presente lavoro), non è casuale che nelle varie bozze d’intesa, ciò che interessa in materia d’istruzione sia, piuttosto, il reclutamento degli insegnanti, l’alternanza scuola-lavoro, i rapporti con le imprese, l’orientamento universitario, la gestione delle scuole private. La proiezione delle regioni oltre i confini nazionali e la loro ambizione di proporsi come attori politici di primo piano si appoggia sui trattati europei, in particolare quello di Maastricht, cui si deve la creazione del Comitato europeo delle Regioni (C.d.R.) che permette ai poteri locali (regioni, province, comuni, città) di intervenire direttamente in seno all’Unione Europea, laddove siano in gioco proposte di legge le quali coinvolgano i territori che ricadono sotto la loro amministrazione.

Inoltre, il trattato di Lisbona riconosce al C.d.R. il diritto di interpellare la Corte di giustizia europea in caso di violazione dei suoi diritti e qualora ritenga che un testo di legge dell’U.E. non rispetti il principio di sussidiarietà o le competenze locali. Come è noto, le regioni hanno stabilito loro rappresentanze a Bruxelles, il cui obiettivo è quello di promuovere le regioni stesse, attraverso lobbying, ricerca di fondi, supporto a imprese, università e diversi enti territoriali. Tali rappresentanze sono note ai cittadini italiani, più che per queste attività, per i costi esorbitanti (affitto od acquisto delle sedi, emolumenti dei funzionari e degli immancabili consulenti...) rivelati, qualche anno fa, da alcune inchieste giornalistiche (https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-07/regioni-bruxelles-costose-sedi-135707.shtml?uuid=Abn9SvKG).

Le tre regioni capofila nell’avviare il percorso dell’autonomia differenziata sono, naturalmente, fra le più attive a Bruxelles e conoscere il loro spettro di azione nella capitale belga può fornire qualche utile spunto per comprendere meglio il nuovo ruolo delle regioni nell’ambito dell’U.E. “Casa Lombardia” ospita diverse associazioni, fra cui Assolombarda, la Conferenza dei rettori delle università della regione, il Consiglio regionale Lombardo, la Federlegno, il Politecnico, l’Unioncamere Lombardia, la Cattolica, il parco Tecnologico padano, le Ferrovie Nord, la Conftrasporti. Ha attivato una rete di 5000 contatti con organismi comunitari ed analoghe rappresentanze di regioni e stati europei. È proprio grazie a questa corposa rete di relazioni che la regione Lombardia ha potuto vincere un bando da 17 milioni di euro per un progetto volto a migliorare l’habitat delle aree naturali regionali inserite nella rete Natura 2000. Quanto all’Emilia- Romagna, essa è particolarmente attenta a stabilire collegamenti fra università ed aziende nell’ottica di promuovere l’innovazione tecnologica in ambiti molto diversi che spaziano dall’agricoltura alla meccatronica, passando per l’edilizia, la meccanica, la salute e l’industria culturale. Il Veneto, infine, ha realizzato un servizio di Europrogettazione che assiste il territorio nei progetti europei e nella ricerca di partner, ciò che gli ha consentito di portare nella regione ben 85 ricerche partner e di esportarne 32 in altre regioni europee. (Tutti questi dati sono stati presi da https://www.glistatigenerali.com/istituzioni-ue/eccellenze-silenzi-cosa-fanno-le-regioni-italiane-a-bruxelles/)

Sono, naturalmente, dati incompleti, ma sufficienti per suggerire un’idea del nuovo ruolo assunto dalle regioni in ambito europeo e della vera posta in gioco messa sul piatto dell’autonomia differenziata. Un ulteriore tassello è rappresentato dalla quantità e dall’estensione delle reti formate dalle diverse regioni europee, a partire da interessi comuni che si dispiegano soprattutto nei settori della formazione, del mercato del lavoro, della ricerca, dell’innovazione, del turismo sostenibile e dei trasporti. Il protagonismo politico, le convenienze e le opportunità economiche, l’efficacia, l’efficienza e la competitività garantite dalle reti costituiscono le coordinate di una nuova relazione fra regioni, stati nazionali ed Unione Europea che sembra orientarsi verso un potenziamento delle competenze delle prime a discapito di quelle sino ad oggi prerogativa dei secondi.

Lo scenario non è leggibile solo in chiave quantitativa: il dato saliente è rappresentato, infatti, dal rapporto diretto fra regioni ed U.E. e fra le diverse regioni tra di loro. L’Europa delle regioni o delle macro-regioni, pur nel mantenimento di queste all’interno di un quadro nazionale di appartenenza sempre più esangue e formale, potrebbe essere uno degli esiti di questo processo, la modalità più adeguata per la creazione di una comunità sovranazionale leggera ed agile, fondata su progetti e disponibile al libero gioco del mercato, senza quelle fastidiose remore ereditate dal passato che ancora pretendono di intralciarne l’affermazione in ogni ambito vitale.

Le regioni-pilota dell’autonomia differenziata (di cui si potrebbe anche ipotizzare la riconfigurazione come macro-regione del Nord), in virtù del loro grande dinamismo economico, ambiscono ad inserirsi in questo processo da protagoniste, nell’ottica di un’Italia e di un’Europa a più velocità, secondo il metro dell’efficienza e della competitività. In questo quadro, il localismo, ben lontano dall’essere istanza di autodeterminazione di una comunità desiderosa di darsi ordinamenti e forme di vita radicati nella propria storia e cultura, è spregiudicato trampolino di lancio verso una dimensione internazionale all’insegna della competizione globale. In questa corsa spietata, l’Italia è percepita da tali regioni come un carrozzone troppo lento ed ammaccato, per riuscire a tenere il passo con i bolidi del Nord Europa , loro naturale punto di riferimento. Con buona pace del campanile di San Marco, della bela madunina e del solidarismo cooperativo.

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