Dietro le apparenze, l’autonomia
differenziata sembra essere parte di un più generale processo di
costruzione di una Europa (e di un’Italia) “a due velocità”. Le regioni
italiane con il Pil più elevato vogliono competere alla pari con le
regioni più ricche e produttive d’Europa, senza quei lacci e lacciuoli
che un ordinamento unitario potrebbe far valere (contratti collettivi di
lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, per
citarne alcuni), disponendo, inoltre, di risorse più elevate, grazie al
trattenimento in loco di una parte consistente del gettito fiscale.
In
Francia, una recente riforma ha ridotto il numero delle regioni da 22 a
13. Le regioni troppo piccole o poco popolate avevano bisogno di raggiungere “una dimensione adeguata alle sfide economiche e di
mobilità”, tale da consentire “di competere con le collettività simili
in Europa”. Fra tali collettività regionali si citano la Catalogna, la
Baviera e, guarda caso, la Lombardia. Al di là delle indubbie e anche
notevoli differenze, riforma regionale francese ed autonomia
differenziata compongono un quadro sostanzialmente unitario. Chi legga
con attenzione le bozze di intesa dell’autonomia differenziata trova ben
pochi riferimenti di tipo identitario e molta governance, efficienza
amministrativa, crescita economica, sinergia con le imprese, promozione
dell’innovazione. Il dibattito sull’impatto potenzialmente devastante di
una regionalizzazione di sanità, scuola e ricerca ha posto in secondo
piano questo punto, il quale ci offre, in realtà, la chiave di volta di
tutto l’edificio.
A ben vedere, anche la gestione dell’istruzione e
della ricerca risponde alla necessità di formare manodopera per le
aziende del territorio. In questa corsa spietata, l’Italia è percepita
dalle regioni ricche come un carrozzone troppo lento ed ammaccato, per
riuscire a tenere il passo con i bolidi del Nord Europa, loro naturale
punto di riferimento. Il resto è folklore, una caramella dal gusto
vagamente dolciastro ad uso e consumo (anche elettorale) dei nostalgici
dei dialetti e dei sapori perduti.
*****
Per comprendere in tutta la loro
complessità – ragioni di fondo e razionalità generale che le ispira – le
dinamiche sottese all’autonomia differenziata e gli effetti che
potrebbero derivare da una sua realizzazione, è necessario allontanarsi
dai confini nazionali ed aprirsi su uno scenario europeo.
Un contributo
particolarmente significativo in tale direzione viene certamente dalla
Francia, dove la riforma regionale promossa dalla legge 2015-29 del 16
gennaio 2015 (entrata ufficialmente in vigore il 1° gennaio dell’anno
successivo) ha ridisegnato il territorio, riducendo il numero delle
regioni da 22 a 13. La riduzione si è ottenuta attraverso la creazione
di sette nuove regioni, nate dalla fusione di 16 vecchie regioni, alle
quali si aggiungono le sei che hanno mantenuto inalterata la loro entità
territoriale. La riforma, fortemente voluta dall’allora Presidente
François Hollande ed approvata dal Parlamento, malgrado le perplessità
di molti politici e i malumori e le proteste delle collettività
coinvolte e che non sono state consultate, si poneva come obiettivo
principale quello di dotare le regioni “
di una massa critica” che permettesse loro
“di esercitare le competenze strategiche loro attribuite e di realizzare una maggiore efficienza”. (
https://journals.openedition.org/echogeo/14506?lang=en).
La diversità del quadro politico-istituzionale tra i due Paesi e della
composizione socio-economica (per non parlare del retaggio storico)
vieta qualsiasi facile parallelismo con il processo innescato in Italia
dalla riforma del titolo V; basti qui accennare ad una differenza non di
poco conto: la riforma delle regioni in Francia procede dallo stato
centrale che stabilisce una diversa ripartizione territoriale ed un
incremento uniforme delle competenze attribuite alle regioni (sostegno
alle imprese, formazione, territorio, trasporti) al fine di potenziare
efficienza e coesione dello stato stesso. Il quadro complessivo che ne
risulta si colloca abbastanza lontano dal rischio di dissoluzione
dell’unità nazionale insito nell’autonomia differenziata, la quale
spingerà le diverse regioni del nostro Paese a correre ciascuna per
conto proprio nella richiesta di ambiti di gestione diretta, nella
speranza di conseguire benefici e/o arginare perdite.
Non solo: le
regioni francesi oggetto di fusione risultavano, secondo l’opinione dei
sostenitori della riforma, troppo piccole o poco popolate per potersi
fare carico vantaggiosamente dello sviluppo economico del loro
territorio e, quindi, in una posizione di debolezza rispetto alle
regioni economicamente e demograficamente più forti. Qui, la spinta di
fondo sembra invertita rispetto a quella “secessione dei ricchi” che
presiede in Italia all’autonomia differenziata.
Eppure, al di là delle
indubbie e anche notevoli differenze, nonostante le diverse modalità di
autorappresentazione, nonché di realizzazione istituzionale, riforma
regionale francese ed autonomia differenziata finiscono per incontrarsi
su un terreno comune, e si chiariscono a vicenda, fino a comporre un
quadro sostanzialmente unitario. La
massa critica così ottenuta dalle nuove regioni d’Oltralpe si configura come “
una dimensione adeguata alle sfide economiche e di mobilità”, tale da consentire non solo un rilancio delle competenze strategiche, ma anche “
di competere con le collettività simili in Europa”. (
http://prefectures-regions.gouv.fr/corse/layout/set/print/Outils/FAQ) Fra tali collettività regionali si citano la Catalogna, la Baviera, la Lombardia. (
https://www.jstor.org/stable/40782088?seq=1#page_scan_tab_contents).
Dall’altro lato del confine, tra le materie per le quali molte regioni
chiedono l’attribuzione di ulteriore autonomia figura
l’internazionalizzazione delle imprese e del commercio con l’estero.
L’impatto sociale e culturale potenzialmente devastante di una
regionalizzazione di sanità, scuola e ricerca ha posto in secondo piano
questo punto, il quale, dietro il suo carattere apparentemente anodino,
quasi rituale in un universo dominato dalle istanze economiche, ci
offre, in realtà, la chiave di volta di tutto l’edificio.
Chi legga con
attenzione le bozze elaborate dalle diverse regioni italiane per
negoziare con lo Stato “ulteriori forme e condizioni particolari di
autonomia ai sensi dell’articolo 116, terzo comma della Costituzione”
trova ben pochi riferimenti di tipo identitario, tarati sulla
valorizzazione della cultura locale, di usi e costumi comunitari e molta
governance, efficienza amministrativa, crescita economica,
sinergia con le imprese, promozione dell’innovazione. Anche la gestione
dell’istruzione e della ricerca risponde alla necessità di formare
manodopera a diversi livelli – dall’esecutivo al direttivo – per le
aziende del territorio. L’impressione che se ne ricava è che il percorso
intrapreso con l’autonomia differenziata sia parte organica di un più
generale processo di “agganciamento e costruzione reale di un nucleo
duro della U.E. in una Europa (e in un’Italia) a due velocità” (
http://contropiano.org/news/politica-news/2019/02/21/discutendo-di-unita-della-sinistra-nella-metropoli-milanese-0112628
Ovvero: le regioni italiane con il Pil più elevato vogliono competere
alla pari con le regioni più ricche e produttive d’Europa, in un quadro
di semplificazione burocratica e senza quei lacci e lacciuoli (sempre
più allentati, a dire il vero) che un ordinamento unitario potrebbe far
valere con maggior forza (contratti collettivi di lavoro, tutela
paesaggistica, valore legale del titolo di studio, per citarne alcuni),
disponendo, inoltre, di risorse più elevate, grazie al trattenimento
in loco di
una parte consistente del gettito fiscale.
Insomma, quella che tende a
presentarsi come un’operazione di ancoraggio e prossimità alle realtà
locali è, in realtà, una spericolata incursione nella competizione
globale, per la quale lo Stato italiano (malgrado tutte le riforme
all’insegna del neoliberismo degli ultimi trent’anni) non sembra ancora
offrire garanzie adeguate. Il resto è folklore, una caramella dal gusto
vagamente dolciastro ad uso e consumo (anche elettorale) dei nostalgici
dei dialetti e dei sapori perduti. D’altronde, l’inserimento nei
programmi scolastici di ore di lingua e cultura locale sembra, ad oggi,
avere attecchito con un certo successo solo in Veneto. Senza trascurare i
rischi inerenti a tale proposta (e la cui disamina esula dai limiti del
presente lavoro), non è casuale che nelle varie bozze d’intesa, ciò che
interessa in materia d’istruzione sia, piuttosto, il reclutamento degli
insegnanti, l’alternanza scuola-lavoro, i rapporti con le imprese,
l’orientamento universitario, la gestione delle scuole private. La
proiezione delle regioni oltre i confini nazionali e la loro ambizione
di proporsi come attori politici di primo piano si appoggia sui trattati
europei, in particolare quello di Maastricht, cui si deve la creazione
del Comitato europeo delle Regioni (C.d.R.) che permette ai poteri
locali (regioni, province, comuni, città) di intervenire direttamente in
seno all’Unione Europea, laddove siano in gioco proposte di legge le
quali coinvolgano i territori che ricadono sotto la loro
amministrazione.
Inoltre, il trattato di Lisbona riconosce al C.d.R. il
diritto di interpellare la Corte di giustizia europea in caso di
violazione dei suoi diritti e qualora ritenga che un testo di legge
dell’U.E. non rispetti il principio di sussidiarietà o le competenze
locali. Come è noto, le regioni hanno stabilito loro rappresentanze a
Bruxelles, il cui obiettivo è quello di promuovere le regioni stesse,
attraverso
lobbying, ricerca di fondi, supporto a imprese,
università e diversi enti territoriali. Tali rappresentanze sono note ai
cittadini italiani, più che per queste attività, per i costi
esorbitanti (affitto od acquisto delle sedi, emolumenti dei funzionari e
degli immancabili consulenti...) rivelati, qualche anno fa, da alcune
inchieste giornalistiche (
https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-07/regioni-bruxelles-costose-sedi-135707.shtml?uuid=Abn9SvKG).
Le tre regioni capofila nell’avviare il percorso dell’autonomia
differenziata sono, naturalmente, fra le più attive a Bruxelles e
conoscere il loro spettro di azione nella capitale belga può fornire
qualche utile spunto per comprendere meglio il nuovo ruolo delle regioni
nell’ambito dell’U.E. “Casa Lombardia” ospita diverse associazioni, fra
cui Assolombarda, la Conferenza dei rettori delle università della
regione, il Consiglio regionale Lombardo, la Federlegno, il Politecnico,
l’Unioncamere Lombardia, la Cattolica, il parco Tecnologico padano, le
Ferrovie Nord, la Conftrasporti. Ha attivato una rete di 5000 contatti
con organismi comunitari ed analoghe rappresentanze di regioni e stati
europei. È proprio grazie a questa corposa rete di relazioni che la
regione Lombardia ha potuto vincere un bando da 17 milioni di euro per
un progetto volto a migliorare l’habitat delle aree naturali regionali
inserite nella rete Natura 2000. Quanto all’Emilia- Romagna, essa è
particolarmente attenta a stabilire collegamenti fra università ed
aziende nell’ottica di promuovere l’innovazione tecnologica in ambiti
molto diversi che spaziano dall’agricoltura alla meccatronica, passando
per l’edilizia, la meccanica, la salute e l’industria culturale. Il
Veneto, infine, ha realizzato un servizio di Europrogettazione che
assiste il territorio nei progetti europei e nella ricerca di partner, ciò
che gli ha consentito di portare nella regione ben 85 ricerche partner e
di esportarne 32 in altre regioni europee. (Tutti questi dati sono
stati presi da
https://www.glistatigenerali.com/istituzioni-ue/eccellenze-silenzi-cosa-fanno-le-regioni-italiane-a-bruxelles/)
Sono, naturalmente, dati incompleti, ma sufficienti per suggerire
un’idea del nuovo ruolo assunto dalle regioni in ambito europeo e della
vera posta in gioco messa sul piatto dell’autonomia differenziata. Un
ulteriore tassello è rappresentato dalla quantità e dall’estensione
delle reti formate dalle diverse regioni europee, a partire da interessi
comuni che si dispiegano soprattutto nei settori della formazione, del
mercato del lavoro, della ricerca, dell’innovazione, del turismo
sostenibile e dei trasporti. Il protagonismo politico, le convenienze e
le opportunità economiche, l’efficacia, l’efficienza e la competitività
garantite dalle reti costituiscono le coordinate di una nuova relazione
fra regioni, stati nazionali ed Unione Europea che sembra orientarsi
verso un potenziamento delle competenze delle prime a discapito di
quelle sino ad oggi prerogativa dei secondi.
Lo scenario non è leggibile
solo in chiave quantitativa: il dato saliente è rappresentato, infatti,
dal rapporto diretto fra regioni ed U.E. e fra le diverse regioni tra
di loro. L’Europa delle regioni o delle macro-regioni, pur nel
mantenimento di queste all’interno di un quadro nazionale di
appartenenza sempre più esangue e formale, potrebbe essere uno degli
esiti di questo processo, la modalità più adeguata per la creazione di
una comunità sovranazionale leggera ed agile, fondata su progetti e
disponibile al libero gioco del mercato, senza quelle fastidiose remore
ereditate dal passato che ancora pretendono di intralciarne
l’affermazione in ogni ambito vitale.
Le regioni-pilota dell’autonomia
differenziata (di cui si potrebbe anche ipotizzare la riconfigurazione
come macro-regione del Nord), in virtù del loro grande dinamismo
economico, ambiscono ad inserirsi in questo processo da protagoniste,
nell’ottica di un’Italia e di un’Europa a più velocità, secondo il metro
dell’efficienza e della competitività. In questo quadro, il localismo,
ben lontano dall’essere istanza di autodeterminazione di una comunità
desiderosa di darsi ordinamenti e forme di vita radicati nella propria
storia e cultura, è spregiudicato trampolino di lancio verso una
dimensione internazionale all’insegna della competizione globale. In
questa corsa spietata, l’Italia è percepita da tali regioni come un
carrozzone troppo lento ed ammaccato, per riuscire a tenere il passo con
i bolidi del Nord Europa , loro naturale punto di riferimento. Con
buona pace del campanile di San Marco, della
bela madunina e del solidarismo cooperativo.
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