Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/12/2021
Poveri ricchi!! Ma non è invidia, è odio di classe
I ricchi, i “borghesi”, da una trentina d’anni hanno ripreso saldamente in mano le leve del potere e conducono una spietata lotta di classe dall’alto verso il basso. Non occorre scomodare sempre e solo il miliardario Warren Buffet, in Italia è sufficiente sentire gente come Briatore o, peggio ancora, vedere come agiscono concretamente accanendosi contro il Reddito di Cittadinanza (unica misura concreta contro la povertà partorita dai governi degli ultimi trenta anni) oppure sventolando il premio ricevuto per aver contribuito a licenziare430 operai. Ma fiutano anche l’aria e sentono che nei loro riguardi sta montando un odio sociale che vorrebbero esercitare esclusivamente a senso unico.
Ma chi ha in mano soldi, potere e reputazione non solo non vuole sentir parlare di redistribuzione della ricchezza, patrimoniale, progressività delle imposte, non vuole neanche sentire qualcuno che glielo ricordi apertamente o che, come direbbe il prof. Gattei, manifesti egreferenza (1) nei confronti dei padroni. Insomma pretendono anche la pubblica benevolenza o addirittura la riconoscenza.
L’autore e giornalista tedesco Rainer Zitelman (2) si è visto tradurre in italiano il suo libro “Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi! Come e perché condanniamo chi ha i soldi”, pubblicato pochi giorni fa dall’Istituto Bruno Leoni (un istituto di ossessi e ossessionati ultraliberisti che però ha i suoi zampini nel governo Draghi, ndr) e nel quale ha analizzato l’invidia sociale in cinque paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia e Germania.
Ne parla ampiamente lo stesso Rainer Zitelman in un suo articolo pubblicato su Il Foglio dal titolo “Morte ai ricchi. Storia di un’ossessione”, secondo cui in molti paesi del mondo, si sta alzando una marea crescente di pregiudizi e persino di odio contro i ricchi.
Zitelman scrive che “Recentemente, dei dimostranti hanno eretto una ghigliottina davanti alla casa del fondatore di Amazon, Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo. La loro protesta è stata pensata con l’intento di richiamare la Rivoluzione francese, durante la quale i rivoluzionari usavano le ghigliottine per giustiziare gli aristocratici (e talvolta anche i loro stessi compagni d’armi). Nella mia città natale, Berlino, anche le manifestazioni “contro la città dei ricchi” erano promosse utilizzando immagini di ghigliottine, e sui manifesti e sugli striscioni era presente lo slogan: “Uccidi il tuo padrone di casa”. Oggi siamo sensibili, e a volte anche qualcosa in più di “sensibili”, ai pregiudizi contro le minoranze. I ricchi sono forse l’unica minoranza contro la quale si ritiene accettabile spargere odio nei talk-show televisivi senza che nessuno si arrabbi”.
Seriamente preoccupato per le sorti dei ricchi, Zitelmann arriva a scrivere che: “I ricchi non hanno preoccupazioni materiali e sono ampiamente ammirati, ma questo è solo un lato della medaglia: l’invidia e l’ostilità nei loro confronti rappresenta invece l’altro lato della medaglia. Nel corso della storia, le minoranze che hanno avuto successo da un punto di vista economico sono state spesso (e lo sono tuttora) bersaglio di ostilità. Sfortunatamente, a volte le parole non rimangono parole, ma si tramutano in fatti. L’unico modo per impedire che parole d’odio diventino azioni d’odio è affrontare e combattere i pregiudizi, compresi quelli che prendono di mira le persone con grandi patrimoni. Anche se non è noto a tutti, recentemente (cioè nel corso del Ventesimo secolo) i ricchi non solo sono stati regolarmente bersaglio di ostilità, ma sono stati anche perseguitati e uccisi”.
Ovviamente tra i casi in cui i ricchi se la sono vista brutta, Zitelmann cita in modo decisamente improprio sia la Rivoluzione Sovietica che i riot contro i commercianti cinesi in Indonesia, cita Cuba e, inesorabilmente, l’Olocausto degli ebrei in Europa. Ma sul piano fiscale ci mette anche la Svezia a causa della alta tassazione sui patrimoni.
A vedere la storia, secondo Zitelmann “In tutto il mondo si accumulano orrori e cadaveri, nella perenne lotta per liberarsi della minaccia costituita dai ricchi: banchieri, mercanti, commercianti, imprenditori…”. In generale, le minoranze prese di mira sono state oggetto di pregiudizi molto prima di essere annientate o allontanate. Di solito erano stati considerati per lungo tempo dei “capri espiatori”, accusati di essere i responsabili per complessi sviluppi sociali che erano incomprensibili alla maggior parte delle persone. Durante le crisi sociali ed economiche, questo odio di lunga data è esploso in violente aggressioni contro queste minoranze che fungevano da capri espiatori”.
Per realizzare il libro, Zitelmann ha utilizzato dei sondaggi condotti da Ipsos Mori che hanno fornito i dati per calcolare un “coefficiente di invidia sociale” in paesi come Francia, Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Italia. Più alto è il coefficiente di invidia sociale, maggiore è la porzione di persone, all’interno della popolazione di un paese, che provano astio verso i ricchi.
I coefficienti di invidia sociale registrati in Francia e Germania (pari rispettivamente a 1,26 e 0,97) sono significativamente più alti di quelli riscontrati negli Stati Uniti (0,42) e nel Regno Unito (0,37).
L’Italia, con un coefficiente di invidia sociale dello 0,62 si pone a metà strada tra gli alti coefficienti di Germania e Francia e i bassi coefficienti di Stati Uniti e Gran Bretagna.
Lo studio rivela anche che gli statunitensi più giovani (tra i 16 e i 29 anni) sono molto più critici nei confronti dei ricchi rispetto ai loro connazionali più anziani. Gli statunitensi con oltre 60 anni, invece, hanno un’opinione molto diversa: solo il 15 per cento è d’accordo, mentre il 50 per cento rifiuta categoricamente questo giudizio.
In Italia accade il contrario che negli Stati Uniti: i giovani hanno una visione molto più positiva dei ricchi rispetto agli italiani più anziani. Come detto, la media per l’Italia nel suo complesso è di 0,62. Per gli italiani più giovani, il “coefficiente di invidia sociale” è addirittura di 0,31, mentre per gli italiani più anziani sale fino a posizionarsi al livello di 1,32.
Insomma le “pantere grigie” sembrano avere il dente avvelenato con i ricchi assai più dei giovani. Sarà così forse perché hanno assistito direttamente alle conseguenze sociali della restaurazione di ricchezza, potere e arroganza dei ricchi nel nostro paese dagli anni Ottanta in poi, mentre hanno visto concretamente i benefici sociali e diffusi di quando i ricchi “stavano sotto botta”. E siccome stare sotto botta ai ricchi italiani non è piaciuto affatto, da questo nasce l’odio di classe dei ricchi contro i ceti sociali subaterni ben richiamato da Edoardo Sanguinetti. Ma poi chi li ha visti all’opera come fa – in tutta reciprocità – a non odiarli? Altro che invidia sociale!!
E se qualcuno, come è capitato nel backstage di uno studio televisivo, ti dice: ma perchè voi ce l’avete sempre con le imprese? La faccia che fanno quando rispondi che “voi le chiamate imprese, noi li chiamiamo ancora i padroni!” non ha prezzo.
Ci si può anche trastullare con i coefficienti per provare a giustificare l’ingiustificabile. Ma la realtà, come i fatti, hanno la testa dura. La storia della società è e rimane la storia della lotta tra le classi e non si può accettare che sia solo dall’alto contro il basso.
Note:
(1) Il concetto di “egreferenza” riscoperto dallo storico dell’economia Giorgio Gattei, rappresenta il contrario della “deferenza”, atteggiamento con cui le classi subalterne si rapportavano ai loro padroni prima che il movimento operaio cominciasse a pareggiare i conti. Un atteggiamento “egreferente” non è ancora apertamente oppositivo o antagonista ma manifesta il primo passo verso la fine della subalternità. E’ quello che possiamo vedere nel silenzio ostile quando parlano i padroni o nel fatto che non ci si tolga più il cappello o ci si alzi in piedi in loro presenza. E’ ostilità sorda, vicina e propedeutica alla soglia di esplosione.
(2) Raineir Zitelmann, giornalista del DieWelt, da giovane era maoista ma ben presto scoprì che i ricchi erano più affascinanti dei proletari. Nel 2017 le ricerche di Zitelmann sugli individui con un patrimonio di decine e centinaia di milioni di dollari sono state raccolte nel libro “The Wealth Elite”.
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Nuovi aumenti bollette di gas e luce. Un deterrente in Europa per imporre il nucleare “green”?
I possibili aumenti di gennaio andranno così ad aggiungersi a quelli già scattati nel corso del 2021. La spesa della famiglia “tipo” per le bollette di luce e gas potrebbe raggiungere il record di 3.368 euro all’anno, con un incremento di 1.227 euro rispetto alla spesa sostenuta nei precedenti 12 mesi.
Per il presidente di Nomisma, Tabarelli, i circa tre miliardi appena inseriti dal governo nella manovra di bilancio per calmierare le tariffe potrebbero non bastare. Ieri il governo incontrando CgilCislUil ha lasciato intendere che potrebbe mettere sul piatto qualcosina in più, ma si parla di 500mila euro, del tutto insufficienti a calmierare aumenti di centinaia di euro nelle bollette di più di venti milioni di famiglie.
Sulle soluzioni si apre una divaricazione dentro l’Unione Europea
Sulla questione delle tariffe energetiche, e di quelle del gas soprattutto, il governo è preso dentro la tenaglia agente nell’Unione Europea e la divaricazione tra gli Stati interventisti e quelli ultraliberisti.
L’Agi riferisce di un documento firmato sostanzialmente dai paesi euromediterranei (Italia, Francia, Spagna, Grecia e Romania che rappresentano il 45% della popolazione dell’Unione Europea), il quale sostiene che “Dobbiamo agire nel breve termine, per garantire che i consumatori percepiscano nei prezzi i vantaggi delle tecnologie a emissioni zero, proteggendoli dalla crescente volatilità dei mercati del gas naturale”. In tal senso hanno presentato richiesta al Consiglio Energia di “modificare l’articolo 5 della Direttiva elettricità al fine di consentire agli Stati membri di applicare meccanismi di regolamentazione, progettati a livello Ue, e garantire che i consumatori finali paghino prezzi dell’elettricità che riflettano i costi del mix di generazione utilizzato per servire i loro consumi”. Ossia avere un rapporto più diretto tra il prezzo pagato dai consumatori e i costi di produzione dell’energia.
In alternativa, chiedono una modifica dell’articolo 9 per “consentire agli Stati membri di imporre servizi di interesse economico generale volti a garantire ai consumatori finali l’accesso a una fornitura di energia elettrica a zero emissioni e concorrenziale che rifletta i costi di generazione”. Per loro l’attuale struttura del mercato energetico Ue “non è a prova di futuro”. Nella sostanza, chiedono di non considerare più il prezzo del gas come elemento per definire il prezzo dell’elettricità e adottare un metodo che possa prevedere, ad esempio, il costo medio di tutte le fonti che compongono l’elettricità. E vorrebbero, inoltre, lo stoccaggio e l’approvvigionamento comune del gas a livello europeo.
Ma a questa richiesta si contrappone quella di altri nove paesi europei in cui si riafferma che l’Ue non debba intervenire sui mercati dell’elettricità nonostante la carenza di gas, che determina il prezzo del kilowatt/ora, in quanto “potrebbe minare la sicurezza dell’approvvigionamento e lo sviluppo delle energie rinnovabili”. Non solo, viene infatti riaffermata la supremazia della competitività anche sui prezzi: “non possiamo sostenere alcuna misura che rappresenti una deviazione dai principi competitivi del nostro design del mercato dell’elettricità e del gas”, si legge in un documento firmato da Germania, Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia e Paesi Bassi (che rappresentano il 29% della popolazione Ue).
Per modificare una direttiva europea – che dev’essere accettata dalla Commissione – serve la maggioranza del Consiglio.
La commissaria all’Energia, Kadri Simson, ha assicurato che saranno presi in esame entrambi i documenti ma ha tuttavia riportato due analisi preliminari significative. La prima, è quella dell’Acer (l’Agenzia per la cooperazione dei regolatori dell’energia), da cui emerge che “l’attuale modello di prezzo, in cui le fonti energetiche più economiche vengono acquistate e utilizzate per prime, è l’opzione migliore per le famiglie e le imprese dell’Ue" e sottolinea “i rischi che potrebbero comportare meccanismi di tariffazione alternativi per la decarbonizzazione efficiente in termini di costi, gli scambi transfrontalieri e la sicurezza dell’approvvigionamento”.
La seconda analisi porta la firma dell’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati che “rileva che la volatilità dei prezzi nel mercato del carbonio dell’Ue è paragonabile a quella dei mercati del petrolio e del carbone e inferiore a quella dei mercati del gas” e “non ha riscontrato prove di manipolazione sui mercati energetici dell’Ue".
La Commissione Europea decide il 14 dicembre sulla strategia energetica
“Detto questo, l’attuale situazione del mercato elettrico non è perfetta. L’Ue deve aumentare la flessibilità della rete, compresi lo stoccaggio, gli interconnettori, le reti intelligenti e la gestione della domanda”, ha ammesso Simson. E qualche passo verrà compiuto il 14 dicembre con l’adozione del pacchetto per il mercato del gas e dell’idrogeno, che includerà anche la revisione del regolamento sulla sicurezza dell’approvvigionamento di gas.
Emerge quasi con brutale evidenza come la soluzione che verrà adottata dalla Commissione europea alla fine sarà quella del nucleare (fin qui definito idrogeno in tutti i documenti per non suscitare allarmi, ndr). E il terrorismo psicologico ed economico sulle famiglie attraverso l’aumento delle tariffe di gas ed elettricità, servirà come deterrente verso ogni opposizione al nucleare sdoganato come energia “green”. Il 14 dicembre avremo la verifica. Si accettano scommesse.
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Italia. Impoverita, poco istruita, demograficamente regressiva, esposta alle follie
Inevitabilmente il rapporto ha esaminato le conseguenze della pandemia di Covid sulla nostra società rivelando punti di vista presenti in essa fino a qualche mese fa presenti sottotraccia ma che hanno poi acquisito rilievo con le settimanali manifestazioni contro il green pass. Secondo il Censis questo ha rivelato quella che viene definita come la “società irrazionale”.
Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid infatti non esiste e per il 10,9% il vaccino è inutile. C’è poi un 5,8% convinto che la Terra sia piatta e il 10% secondo cui l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna. Per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. Secondo il Censis la spiegazione sta nelle aspettative soggettive tradite che hanno provocato la fuga nel pensiero magico.
E proprio a proposito di aspettative, il rapporto rileva che per l’81% degli italiani oggi è molto difficile per un giovane ottenere il riconoscimento delle risorse profuse nello studio. Insieme a questo c’è il rischio di un rimbalzo nella scarsità come fattori di freno alla ripresa economica e le incognite che pesano sulla ripresa dei consumi.
La realtà di fondo – secondo il Censis – è che accanto alla maggioranza sociale ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità. “È un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà”.
“Si osserva una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste. Dalle tecno-fobie: il 19,9% degli italiani considera il 5G uno strumento molto sofisticato per controllare le menti delle persone”.
Ma, secondo il rapporto, l’irrazionale che oggi si manifesta nella nostra società “non è semplicemente una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde, seguendo una parabola che va dal rancore al sovranismo psichico, e che ora evolve diventando il gran rifiuto del discorso razionale, cioè degli strumenti con cui in passato abbiamo costruito il progresso e il nostro benessere: la scienza, la medicina, i farmaci, le innovazioni tecnologiche. Ciò dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali”.
Per il Censis è questo a creare un circolo vizioso basato su bassa crescita economica, quindi ridotti ritorni in termini di gettito fiscale, conseguentemente l’innesco della spirale del debito pubblico, una diffusa insoddisfazione sociale e la ricusazione del paradigma razionale. La fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte, pur essendo legittime in quanto alimentate dalle stesse promesse razionali. Infatti, l’81% degli italiani ritiene che oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio.
Un altro dato interessante, e strettamente connesso a quello sopraindicato, è quello sulla debole alfabetizzazione del paese, dove un terzo dei lavoratori occupati possiede al massimo la licenza media. Si tratta di 6,5 milioni di persone con una età compresa tra 15 e i 64 anni, di cui 500.000 non hanno titoli di studio o al massimo hanno conseguito la licenza elementare.
Ma non è l’età a dover ingannare. Anche tra i lavoratori più giovani (i quasi 5 milioni di occupati tra i 15 e i 34 anni) quasi un milione possiedono al massimo la licenza media (il 19,2% del totale), mentre sono 2.659.000 quelli che hanno un diploma (54,2%) e solo 1.304.000 sono laureati (26,6%).
Dunque, secondo il Censis, in Italia si rileva una occupazione povera di capitale umano, una disoccupazione che coinvolge anche un numero rilevante di laureati e offerte di lavoro non orientate a inserire persone con livelli di istruzione elevati, tutti fattori che indeboliscono la motivazione a investire nel capitale umano.
E, aggiungiamo noi, se andiamo a vedere la struttura del PNRR proprio in materia di istruzione e formazione, questa scommessa sull’aumento del “capitale umano” appare debolissima in quanto investe solo sulla scuola per l’infanzia e la formazione tecnico-industriale.
Affrontare la sfida della digitalizzazione in presenza di sacche così rilevanti di analfabetismo funzionale, significa accentuare profondamente le già accresciute disuguaglianze sociali.
Non a caso nel rapporto del Censis emergono anche le crescenti preoccupazioni sulla situazione concreta delle famiglie.
Solo il 15,2% degli italiani ritiene infatti che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà.
La ricchezza privata complessiva in Italia rimane sempre intorno ai 9.939 miliardi di euro. Il patrimonio in beni reali ammonta a 6.100 miliardi (il 61,4% del totale), mentre depositi e strumenti finanziari valgono 4.806 miliardi (che al netto delle passività finanziarie, pari a 967 miliardi, corrispondono al 38,6% della ricchezza totale).
Ma, secondo i dati rilevati dal Censis, nell’ultimo decennio (2010-2020) la ricchezza privata degli italiani si è ridotta del 5,3% in termini reali, come esito della caduta del valore dei beni reali (-17,0%), non compensata dalla crescita delle attività finanziarie (+16,2%).
Gli ultimi dieci anni segnano quindi una netta discontinuità rispetto al passato: si è interrotta la corsa verso l’alto delle attività reali che proseguiva spedita dagli anni ’80. La riduzione del patrimonio, esito della diminuzione del reddito lordo delle famiglie (-3,8% in termini reali nel decennio), mostra come si sia indebolita la capacità degli italiani di formare nuova ricchezza.
Tutto questo riverbera sulle ambizioni alla ripresa economica. I rischi di natura socio-economica già palesatisi durante la pandemia con la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, il crollo dei consumi, la povertà diffusa, secondo il Censis vengono oggi rimpiazzati dalla paura di non essere in grado di alimentare la ripresa, di inciampare in vecchi ostacoli mai rimossi o in altri che si parano innanzi all’improvviso, tanto più insidiosi quanto più la nostra rincorsa si dimostrerà veloce. Una su tutti la ripresa dell’inflazione e il rialzo dei prezzi.
Qui si palesano tutti i limiti di analisi come quelle del Censis, che assegnano eccessivo peso ai consumi come rivelatori del benessere sociale. Il rapporto segnala come il notevole recupero dei consumi delle famiglie nel secondo trimestre del 2021 rispetto al 2020 (+14,4% ) sia il prodotto dell’allentamento delle misure di contenimento del contagio.
Adesso si prevedono consumi in crescita del 5,2% su base annua, ma ritenuti al di sotto della crescita del Pil e quindi inadeguati a ricollocare il Paese sui livelli di spesa delle famiglie del 2019.
Relativamente a questo indicatore, il rapporto del Censis segnala come in Italia il tasso medio annuo di crescita reale dei consumi si sia progressivamente ridotto nel tempo, passando dal +3,9% degli anni ’70 al +2,5% degli anni ’80, al +1,7% degli anni ’90, fino alla stagnazione nei primi dieci anni del nuovo millennio dove si è attestato su un +0,2% e infine l’anno della pandemia ha trascinato in negativo la media decennale: al -1,2%.
Infine, secondo il rapporto, l’Italia deve fare i conti con “l’inverno demografico”. Tra il 2015 e il 2020 si è verificata una contrazione del 16,8% delle nascite. Nel 2020 il numero di nati ogni 1.000 abitanti è sceso per la prima volta sotto la soglia dei 7 (6,8), il valore più basso di tutti i Paesi dell’Unione europea (media Ue: 9,1).
La popolazione complessiva diminuisce anno dopo anno: 906.146 persone in meno tra il 2015 e il 2020. Secondo gli scenari di previsione, la popolazione attiva (15-64 anni), pari oggi al 63,8% del totale, scenderà al 60,9% nel 2030 e al 54,1% nel 2050.
Secondo un’indagine del Censis, effettuata poco prima della pandemia del 2020, il 33,1% dei capifamiglia con meno di 45 anni dichiarava l’intenzione di sposarsi o di convivere e il 29,8% aveva l’intenzione di fare un figlio. Ma soltanto il 26,5% ha continuato a progettare o ha effettivamente intrapreso un matrimonio o una convivenza stabile. In un caso su dieci il progetto originale è stato annullato.
La grande maggioranza delle famiglie che stavano pensando di avere un figlio ha deciso di rinviare (55,3%) o di rinunciare definitivamente al progetto genitoriale (11,1%).
Un quadro decisamente desolante quello rilevato dal Censis, ma perfettamente leggibile nella realtà. Il “riscatto sociale” non potrà basarsi sui parametri del “destino” a cui fino ad oggi governi, Confindustria, banche ed istituzioni europee hanno ingabbiato il nostro paese. Né a questo si riveleranno in alcun modo utili gli “uomini del destino” come Draghi.
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03/12/2021
Leonardo Aerostrutture, ecco il “pacco” di Natale per i 4 stabilimenti del Sud
È il “pacco di Natale” servito ai dipendenti dopo mesi di silenzi e di rassicurazioni dei sindacati complici e dopo che per tutta la pandemia questa azienda a partecipazione di Stato è stata definita “strategica per il Paese”, in quanto leader mondiale in settori che vanno dalla Difesa fino alla costruzione di strutture aeronautiche civili.
Ancora più assurdo è il fatto che dopo mesi di sottovalutazione della crisi del settore aeronautico, dei problemi reali e delle preoccupazioni delle maestranze, Fim, Fiom e Uilm chiamino uno sciopero praticamente “a babbo morto” con una mobilitazione che rischia di essere inefficace e tardiva.
USB appoggerà tutte le iniziative di lotta in campo, ci mancherebbe, ma non vogliamo assolutamente prendere parte ad un teatro, un gioco delle parti che vede calare una mannaia già prevista e dichiarata prima della crisi pandemica e che si abbatte oggi sulle teste dei lavoratori e delle lavoratrici Ex Alenia.
Lo smantellamento e la chiusura conseguente dei siti di costruzioni di parti e pezzi aeronautici civili/militari per i grandi Boeing o Airbus, in Leonardo è in atto già da anni: il settore Aerostrutture è ritenuto non strategico per gli intessi aziendali, che nei fatti attraverso l’opera di inspiegabili ed inefficaci investimenti hanno guardato, senza risultati tangibili, solo al settore militare e a tutto il mondo ad esso collegato, cybersecurity compresa.
Il Governo Draghi continua l'opera di smantellamento di segmenti strategici del Paese ed è ora di unire le lotte e le vertenze contro tali scellerati piani di svendita e privatizzazioni. Anche il famoso e misterioso “Patto del Quirinale” tra Francia e Italia sta già producendo i suoi primi frutti negativi sugli interessi dell'Italia a vantaggio di un altro Paese dell'Eurozona.
È in arrivo, infatti, l’acquisizione da parte di aziende francesi di asset strategici di Leonardo e di conseguenza dell'Italia, che operano nella Difesa e nell'Aerospazio (Oto Melara, Wass), come successo pochi anni fa per l'Ansaldo STS (costruttore di treni e azienda sanissima anche lei gruppo Leonardo) svenduto ai giapponesi di Hitachi.
Come USB non possiamo che sostenere con convinzione ma anche con una nostra visione la mobilitazione che le lavoratrici e i lavoratori Leonardo intendono intraprendere: in questi giorni è emersa con chiarezza la volontà di lottare a difesa del salario, dell'occupazione e del futuro dell'azienda per un territorio già segnato pesantemente dalle crisi industriali. Staremo al fianco, sempre, di chi intende contrastare tali scellerate politiche in un settore strategico per il Paese che deve rimanere in mani pubbliche.
Nazionalizzare tali asset industriali e strategici garantirebbe i reali interessi del Paese e la garanzia degli attuali livelli occupazionali anche per il futuro.
Dobbiamo unire le vertenze e cacciare il governo Draghi. Aderire al No Draghi Day indetto per sabato 4 dicembre diventa un primo passaggio di lotta importante che vedrà coinvolta, assieme ad altre 25 piazze d’Italia, la città di Napoli con l’iniziativa in Piazza del Gesù alle 14.30.
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USA-Cina, sfida nel Pacifico
La crisi nelle Salomone affonda le radici almeno nella decisione, presa nell’autunno del 2019 dal primo ministro tuttora in carica Manasseh Sogavare, di cambiare il riconoscimento diplomatico da Taiwan alla Cina. Dietro a questa iniziativa c’erano in primo luogo fattori economici che, in linea con la legittima strategia di allargamento della propria influenza internazionale da parte di Pechino, hanno infatti successivamente portato investimenti importanti in questo paese/arcipelago del Pacifico, a cominciare da quello da oltre 800 milioni di dollari destinati alla riattivazione di un giacimento di oro.
La sostituzione di Taipei con Pechino aveva subito messo in allarme una parte della classe politica delle Salomone, quella cioè tradizionalmente legata all’Occidente e agli Stati Uniti in particolare. Il punto di riferimento di Washington era e resta il primo ministro dell’isola/provincia di Malaita, Daniel Suidani, il cui ruolo nell’incitamento alla rivolta della scorsa settimana è stato decisivo.
Alimentando le spinte separatiste che storicamente pervadono questa provincia, Suidani aveva lanciato una campagna anti-cinese dai toni nemmeno troppo velatamente razzisti e continuato a mantenere contatti di natura diplomatica ed economica con Taiwan. Ancora prima del riconoscimento di Pechino come governo legittimo della Cina, nell’estate del 2019 Suidani aveva incontrato una folta delegazione del governo americano, già presente a Malaita tramite organizzazioni come la famigerata USAID o l’Istituto Internazionale Repubblicano.
Dopo quel summit, Washington aveva staccato un assegno da 25 milioni di dollari per la costruzione di un porto sull’isola di Malaita, suscitando l’ira del governo centrale di Sogavare perché il finanziamento era finito direttamente nelle casse dell’amministrazione provinciale. In seguito, il primo ministro era stato accusato di avere ceduto alla corruzione cinese, mentre dal Congresso americano si erano alzate voci che chiedevano l’imposizione di sanzioni punitive nei confronti delle isole Salomone.
I tentativi di rovesciare il governo di Sogavare si sono da allora moltiplicati e la crisi è sembrata raggiungere il punto di rottura tra il 24 e il 26 novembre scorso, quando per tre giorni la capitale Honiara è stata messa a ferro e fuoco da gruppi di rivoltosi, guidati da un’organizzazione separatista della provincia di Malaita legata a Suidani. Più di mille contestatori avevano anche cercato di fare irruzione nella sede del Parlamento, prima di essere fermati dalle forze di sicurezza. Decine di edifici sono andati distrutti, compreso un comando di polizia e la residenza del premier. La rivolta ha preso di mira soprattutto negozi ed esercizi gestiti da cittadini cinesi e tra le macerie di un palazzo dato alle fiamme sono stati rinvenuti tre corpi carbonizzati. In totale, per le violenze e i saccheggi sono finite agli arresti un centinaio di persone.
In molti hanno sostenuto che le proteste dei giorni scorsi sono state in larga misura spontanee, fatte esplodere da fattori come povertà, disoccupazione diffusa, sfruttamento delle risorse a vantaggio dei grandi interessi domestici e internazionali. Questi elementi hanno avuto senza il minimo dubbio un peso sul caos che ha attraversato per alcuni giorni la capitale Honiara, ma la competizione politica tra i centri di potere che fanno capo a Sogavare e a Suidani e, soprattutto, tra le potenze internazionali ha dato l’impulso decisivo a quello che ha assunto tutti i contorni di un tentativo di colpo di stato.
Gli animi sull’isola di Malaita erano inoltre già surriscaldati dal mese di ottobre, dopo cioè che nell’assemblea provinciale le forze politiche vicine al primo ministro Sogavare avevano introdotto una mozione di sfiducia contro Suidani. La mossa era stata accolta dalle proteste di migliaia di sostenitori di quest’ultimo nelle strade della capitale della provincia, Auki, e alla fine la mozione era stata respinta. Suidani aveva poi continuato a ricevere aiuti da Taiwan, ad esempio di materiale medico per combattere la pandemia, e, dopo una trasferta medica a Taipei, si era lanciato in una delicata discussione sulla possibilità di organizzare un referendum indipendentista nella provincia di Malaita.
La crisi nelle isole Salomone ha avuto un altro risvolto apparentemente singolare durante le violenze nella capitale. Su richiesta di Sogavare, cioè, il governo australiano del premier Scott Morrison ha inviato più di cento soldati e agenti di polizia per aiutare le forze di sicurezza indigene a sedare la rivolta. Altre decine di uomini sono arrivati anche dalla Nuova Zelanda, dalla Nuova Guinea, dalle isole Samoa e dalle Figi. Il contributo di Canberra è stato condannato duramente da Suidani, il quale ha accusato l’Australia di voler “favorire la permanenza al potere di un primo ministro corrotto”.
A prima vista, l’iniziativa australiana sembrerebbe insolita, dal momento che Canberra è totalmente allineata alla linea strategica dettata da Washington e partecipa con ogni probabilità alle manovre in atto per favorire Suidani in funzione anti-cinese. L’invio di forze australiane nelle Salomone potrebbe perciò servire a stabilire una presenza prolungata che consenta di ottenere l’obiettivo di rimuovere dal suo incarico il premier Sogavare. L’Australia aveva già guidato una “missione umanitaria” in questo paese a partire dal 2003 e ciò aveva favorito una campagna di destabilizzazione sempre nei confronti di Sogavare, precedentemente alla guida del governo tra il 2006 e il 2007, conclusasi proprio con un voto di sfiducia nei suoi confronti in parlamento.
Le rassicurazioni di Canberra circa la durata limitata della presenza dei militari australiani nelle isole Salomone e la loro estraneità alle vicende politiche interne sono in ogni caso tutt’altro che credibili. L’Australia ha tradizionalmente enormi interessi nell’area del Pacifico, dove da decenni opera sia in maniera aperta sia dietro le quinte per influenzare le decisioni dei vari governi. A ciò va aggiunto il fatto che la classe dirigente australiana opera di concerto con gli Stati Uniti ed è ormai pienamente coinvolta nell’offensiva anti-cinese di Washington che, appunto, ha tra i propri campi di battaglia le isole dell’Oceano Pacifico.
C’è quindi da scommettere che l’Australia e gli USA continueranno a manovrare per ottenere la testa di Sogavare, malgrado la rivolta alimentata contro il suo governo sia stata per il momento repressa. Il prossimo appuntamento cruciale, anche se probabilmente non decisivo, sarà in questo quadro la mozione di sfiducia contro il premier che l’opposizione presenterà in parlamento nei prossimi giorni. Sogavare ha affermato di non avere dubbi sulla sua sopravvivenza politica, grazie alla maggioranza su cui può contare, ma gli equilibri potrebbero anche cambiare in seguito alle manovre che senza dubbio sono già in atto sotto la regia di Washington e Canberra.
Fonte
Culture e pratiche di sorveglianza. Costruzione identitaria e privacy tra rassegnazione digitale e datificazione forzata
di Gioacchino Toni
Riferendosi
all’età contemporanea, le scienze sociali tendono ad assegnare una
certa importanza al ruolo dei social media nella “costruzione del sé”,
nella “costruzione antropologica della persona”. Nel recente volume di Veronica Barassi, I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita (Luiss University Press, 2021) [su Carmilla],
l’autrice evidenzia come, nell’era del capitalismo della sorveglianza,
con la possibilità offerta dalle piattaforme digitali di raccontare
storie personali negoziando la posizione che si occupa in società,
sorgano alcune importanti questioni su cui vale la pena riflettere.
Innanzitutto si opera nell’impossibilità di controllare il contesto in cui le informazioni personali vengono condivise e ciò, sottolinea la studiosa, determina il collasso dell’integrità contestuale, dunque la perdita di controllo nella costruzione del sé in quanto non si padroneggiano più le modalità con cui ci si presenta in pubblico. Si tenga presente che alla creazione dell’identità online concorrono tanto atti coscienti (materiali caricati volontariamente) che pratiche reattive (like lasciati, commenti ecc.) spesso in assenza di un’adeguata riflessione.
Nel costruire la propria identità online si concorre anche alla costruzione di quella altrui, come avviene nello sharenting, ove i genitori, insieme alla propria, concorrono a costruire l’identità online dei figli persino da prima della loro nascita. In generale si può affermare che manchi il pieno controllo sulla costruzione della propria (e altrui) identità online visto che si opera in un contesto in cui ogni traccia digitale può essere utilizzata da sistemi di intelligenza artificiale e di analisi predittiva per giudicare gli individui sin dall’infanzia.
Se a partire dalla fine degli anni Ottanta la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha posto l’accento su come i bambini non debbano essere intesi come individui subordinati agli adulti e bisognosi di protezione ma piuttosto come soggetti autonomi dotati di specifici diritti, il capitalismo della sorveglianza [su Carmilla], evidenzia Barassi, li ha nei fatti privati della loro autonomia. Sia perché il “consenso dei genitori” diviene il grimaldello per trattare i loro dati sia perché le loro tracce digitali sono prodotte, raccolte e condivise da altri soggetti ben al di là del consenso e del controllo genitoriale. Ciò avviene in svariati ambiti – istruzione, intrattenimento, salute... – e le tracce digitali dei bambini prodotte tanto da loro stessi quanto da altri [su Carmilla] vengono utilizzate per indagare i loro modelli comportamentali, per fare ipotesi circa le loro tendenze psicologiche e per costruire storie pubbliche relative alla loro identità.
Essendo che le tracce digitali hanno a che vedere con l’identità sociale, nell’era del capitalismo digitale, sostiene Barassi, i social media sono divenuti un terreno di conflitto e negoziazione per le famiglie. Insistere tuttavia quasi esclusivamente sulle responsabilità dei genitori smaniosi di condividere dati sui figli rischia di mettere in secondo piano le responsabilità delle multinazionali della raccolta-elaborazione dei dati. Piattaforme dedicate all’infanzia come Messanger Kids di Facebook condividono le informazioni raccolte con terzi e ciò avviene perché tutte le principali Big Tech stanno investendo parecchio nella profilazione dell’infanzia e lo stanno facendo davvero con ogni mezzo necessario aggirando facilmente le legislazioni in materia.
Sebbene a proposito dell’impatto dei social media sul benessere psicologico dei bambini vi siano posizioni differenti all’interno dell’ambito accademico, non è difficile immaginare come tali piattaforme possano perlomeno contribuire a rafforzare culture e stereotipi negativi. Alcuni studi hanno mostrato, ad esempio, come le bambine siano indotte a conformarsi a stereotipi sessualizzati al fine di essere accettate socialmente. Trattandosi di strumenti espressamente realizzati per facilitare la raccolta, il tracciamento e la cessione dei dati ad altri soggetti, non è difficile immaginare come tutto questo materiale raccolto ed elaborato possa incidere sulla vita degli individui.
In una società ad alto tasso di digitalizzazione sono molteplici le modalità con cui si raccolgono dati sui bambini. La studiosa mette in evidenza come dietro ad alcune pratiche, spesso fruite come del tutto innocue e non intrusive, si nascondano vere e proprie strategie di profilazione. Si pensi non solo ai dati raccolti sui bambini dalle piattaforme didattiche utilizzate nelle scuole, di cui non è affatto chiara la gestione da parte delle aziende fornitrici del “servizio”, al tracciamento facciale a cui sono sottoposti sin da piccoli negli aeroporti e persino all’ingresso di parchi giochi come Disneyland, ove vengono loro fotografati i volti all’ingresso motivando blandamente tale pratica, nei rarissimi casi in cui i genitori ne chiedano il motivo, come un’operazione volta alla sicurezza, come ad esempio facilitare il loro rinvenimento in caso di smarrimento. Sebbene cosa ne faccia il colosso Disney delle foto scattate ai volti dei bambini non è dato a sapere, certo è che si tratta di dati estremamente sensibili essendo la fotografia del volto a tutti gli effetti un dato biometrico unicamente riconducibile all’identità di un individuo al pari dell’impronta digitale e della voce.
Altri sistemi di profilazione con cui entrano in contatto facilmente i bambini sono i giochi scaricati sugli smartphone o su altri dispositivi – che in alcuni casi, nota la studiosa, continuano a carpire immagini tramite la la videocamera dell’apparecchio anche quando il gioco non è in funzione – i dati raccolti da piattaforme di intrattenimento come Netflix che, non a caso, lavorano sulla creazione di profili ID univoci. Persino le ricerche effettuate dai genitori attraverso i motori di ricerca online a proposito di disturbi o malattie dei figli concorrono all’accumulo di dati sensibili utili alla costruzione della loro identità digitale sin da bambini.
Tutto ciò non può che porre importanti interrogativi circa il concetto di privacy tenendo presente come questo derivi da uno specifico contesto politico, sociale e culturale. Buona parte del dibattito attorno alla privacy rapportata alle nuove tecnologie ruota attorno all’idea di una necessaria e netta distinzione tra una sfera pubblica (visibile) e una privata (riservata). Se l’avvento dei social media, su cui si è indotti a esibire/condividere tutto di se stessi [su Carmilla], sembra annullare sempre più la distinzione tra pubblico e privato, conviene secondo Barassi soffermarsi sull’importanza di tale dicotomia in quanto «consente di capire la filosofia individualista – e problematica – che definisce l’approccio occidentale verso la privacy e la protezione dei dati» (p. 89). La dicotomia tra ciò che è pubblico e ciò che è privato nella cultura occidentale «suggerisce che c’è una chiara differenza tra la sfera collettiva e quella personale, tra Stato e individuo, tra ciò che è visibile e ciò che è segreto» (p. 89).
Il concetto di privacy occidentale ha le sue radici nell’idea «che dobbiamo proteggere il nostro interesse personale e le nostre famiglie nucleari prima di pensare alla dimensione pubblica/collettiva» (p. 89). Ed è in tale filosofia individualista della privacy che secondo la studiosa si annida il vero problema:
rapportare il concetto di privacy a quello di interesse individuale porta sempre a una riduzione del suo valore una volta che la privacy viene posta di fronte all’interesse collettivo. Questo è chiaro se pensiamo ai dibattiti sul riconoscimento facciale, sul contact tracing o su altre tecnologie implementate in nome dell’interesse collettivo. Dall’altra parte, intendere la privacy come fenomeno individuale ci porta a cercare soprattutto soluzioni individualiste a problemi che sono invece di natura collettiva (p. 90).
Circa la privacy dei bambini, dall’indagine svolta da Barassi emerge con forza nei genitori una sorta di “rassegnazione digitale”, dettata dall’impressione di non aver altra scelta, di cui approfitta il capitalismo della sorveglianza che però, nota la studiosa, si avvale anche della “partecipazione digitale forzata”. I soggetti fornitori di servizi a cui ricorrono quotidianamente le famiglie, dai servizi sanitari alle istituzioni educative, sempre più si affidano alla raccolta e all’analisi dei dati personali.
È attraverso la partecipazione digitale forzata a una pluralità di istituzioni, private e non, che i bambini vengono datificati, ed è per questa ragione che dobbiamo andare oltre la privacy come interesse privato dei bambini per studiare invece cosa voglia dire crescere in una società dove siamo continuamente costretti ad accettare termini condizioni di utilizzo, e dove i dati dei nostri figli vengono raccolti e condivisi in modi che sfuggono alla nostra comprensione e a l nostro controllo. Solo così riusciremo a fare luce sulle ingiustizie e sulle ineguaglianze della nostra società datificata, e sul fatto che il mondo in cui pensiamo al valore della privacy nella vita di tutti i giorni dipende spesso dalla nostra posizione sociale [...] C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel diverso impatto che queste trasformazioni hanno avuto sulle famiglie altamente istruite o ad alto reddito da un lato, e su quelle a basso reddito o meno istruite dall’altro (pp. 94-95).
La diseguaglianza sociale in effetti, sottolinea la studiosa, gioca un ruolo importante nelle modalità in cui viene vissuta e affrontata la datificazione a cui si è sottoposti quotidianamente. I sistemi automatizzati di intelligenza artificiale tendono ad amplificare tale ingiustizia. Nelle società a forte datificazione i dati raccolti ed elaborati finiscono per essere utilizzati per profilare e indirizzare le vite degli individui. Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul problema della privacy, occorrerebbe piuttosto indagare quanto «la sorveglianza digitale e la datificazione di massa [siano] strettamente interconnesse con la giustizia sociale» (p. 97).
Sebbene
spesso si parli di profilazione riferendosi al ricorso a tecnologie e
algoritmi per l’analisi predittiva, in realtà, sottolinea Barassi, si
tratta innanzitutto di «un processo antropologico che si estende oltre
il mondo digitale e che ha a che vedere con la classificazione e la
creazione di categorie, di raggruppare persone, animali, piante e cibi
sulla base delle loro similitudini e differenze. È attraverso la
creazione di categorie che definiamo le regole sociali» (p. 103). Tale
pratica viene utilizzata anche per identificare il rischio. «Nella
società moderna la profilazione è anche storicizzatone connessa al
controllo della popolazione e all’oppressione razziale e sociale» (p.
103). La profilazione ha finito per far parte della vita quotidiana
tanto nel farvi ricorso quanto nell’esservi sottoposti [su Carmilla]; «la profilazione è per definizione una pratica di correlazione di dati che serve per formare un giudizio» (p. 104).
Sebbene la profilazione sia un fenomeno sociale, antropologico e personale in atto da ben prima della trasformazione digitale, è nel passaggio di millennio che si determinano cambiamenti sostanziali: l’avvento di nuove tecnologie ha comportato tanto un aumento spropositato della quantità di informazioni personali che possono essere raccolte e intrecciate, quanto di strumenti utili a ottenerle al fine di realizzare profilazioni sempre più sofisticate. Nel saggio Big Other: Surveillance Capitalism and the Prospects of an Information CIvilization (2015) pubblicato sul “Journal of Information Technology” (30 gennaio 2015), Shoshana Zuboff ha spiegato come a suo avviso sia più efficace indicare tale contesto come “Big Other”, piuttosto che “Big Data”, in quanto tale dicitura rende meglio l’idea dell’architettura globale – composta da computer, network, sistema di accordi e relazioni... – di cui si avvale il capitalismo della sorveglianza nello scambiare, vendere e rivendere i dati personali.
Barassi evidenzia come un ruolo centrale all’interno di tale Big Other sia svolto dai “data broker”, aziende che raccolgono informazioni personali sui consumatori, le aggregano sotto forma di profili digitali per poi venderli a terzi. La raccolta di dati avviene sia dai registri pubblici sia dalle piattaforme digitali e dalle ricerche di mercato, oltre che acquistandole dalle aziende che gestiscono app e social media. Un data broker può identificare, ad esempio, un individuo anche in base al suo aver manifestato interesse all’argomento diabete non solo per vendere l’informazione a produttori di alimenti senza zucchero, ma anche alle assicurazioni che, in base a ciò, lo classificheranno come “individuo a rischio” alzando il prezzo della sua polizza. Analogamente gli individui vengono profilati sulla base del reddito, dello stile di vita, dell’etnia, della religione, dell’essere o meno socievoli o introversi e così via agendo di conseguenza nei loro confronti. La raccolta di questi dati avviene in un regime da Far West a partire dalla più tenera età così da poter aggiornare costantemente e affinare il profilo individuale.
La studiosa sottolinea anche come i dati raccolti dalle Big Tech in ambito domestico non siano soltanto personali/individuali ma raccontino anche la famiglia intesa come gruppo sociale a partire dai contesti socioeconomici, valoriali e comportamentali e tutto ciò può condurre a gravi forme di discriminazione. Un’inchiesta di ProPublica, organizzazione no-profit statunitense, ha rivelato come Facebook consentisse pubblicità mirate discriminatorie rivolte alle sole “famiglie bianche”. Barassi sottolinea come tali meccanismi possano imprigionare i bambini in stereotipi discriminatori e riduzionisti limitandone la mobilità sociale; si rischia di divenire sempre più prigionieri delle classificazioni assegnate al proprio profilo digitale.
Dal 2019 Amazon raccoglie informazioni fisiche ed emotive degli utenti attraverso la profilazione della voce, mentre Google ed Apple stanno lavorando da tempo a sensori in grado di monitorare gli stati emotivi degli individui e tutti questi dati vanno ad aggiungersi a quelli raccolti a scopo di profilazione quando si cercano informazioni sulla salute su un motore di ricerca. Come non bastasse, le Big Tech affiancano alla raccolta dati sulla salute ingenti investimenti nell’ambito dei sistemi sanitari. Qualcosa di analogo avviene nel sistema scolastico-educativo ed anche in questo caso le grandi corporation tecnologiche hanno saputo approfittare dell’emergenza sanitaria per spingere sull’acceleratore della loro entrata in pompa magna nel sistema dell’istruzione.
I media occidentali da qualche tempo danno notizia con un certo allarmismo del sofisticato sistema di sorveglianza di massa e di analisi dei dati raccolti sui singoli individui e sulle aziende messo a punto dal governo cinese tra il 2014 e il 2020 al fine di assegnare un punteggio di “affidabilità” fiscale e civica in base al quale gratificare o punire i soggetti attraverso agevolazioni o restrizioni in base al rating conseguito. All’interesse per il sistema di sorveglianza cinese non sembra però corrispondere altrettanta attenzione a proposito di ciò che accade nei paesi occidentali, ove da qualche decennio «governi e forze dell’ordine stanno utilizzando i sistemi IA per profilarci, giudicarci e determinare i nostri diritti» (p. 122), impattando in maniera importante soprattutto sul futuro delle generazioni più giovani.
Sebbene non sia certo una novità il fatto che governi e istituzioni raccolgano dati o sorveglino i comportamenti dei cittadini, la società moderna ha indubbiamente “razionalizzato” tale pratica soprattutto in funzione efficientista-produttivista rafforzando insieme alla burocrazia statale gli interessi aziendali. In apertura del nuovo millennio, scrive Barassi, anche sfruttando l’allarmismo post attentati terroristici che hanno colpito gli Stati Uniti e l’Europa, molti governi hanno iniziato ad integrare le tecnologie di sorveglianza quotidiana dei dati con i sistemi di identificazione e autenticazione degli individui.
Alcuni studi hanno dimostrato come le pratiche di profilazione digitale messe in atto in diversi paesi, oltre ad essere discriminatorie, minino alle fondamenta i sistemi legali in quanto determinano in segreto quanto un cittadino sia da considerare “un rischio” per la società senza concedergli la possibilità di usufruire di un’adeguata tutela legale. Altro che “giusto processo”; soprattutto grazie alle leggi anti-terrorismo emanate dopo l’11 settembre 2001 ci si può ritrovare “condannati” senza nemmeno conoscerne il motivo.
Barassi riporta il caso della Palantir Technologies, vero e proprio colosso privato della sorveglianza e profilazione dei cittadini, capace di offrire servizi di raccolta e analisi dei dati ai governi e alle aziende private soprattutto occidentali. Ai sevizi di tale azienda, creata nel 2003, ricorrono le principali agenzie governative statunitensi (dall’FBI alla CIA, dal’Immigration and Customs Enforcement al Department of Homeland Security ed al Department of Justice). Attiva in oltre 150 paesi nel 2010, la Palantir Technologies ha saputo sfruttare abilmente l’attuale pandemia per diffondere i sui servizi in Europa.
La profilazione digitale dei cittadini si rivela strategica per molti paesi occidentali in cui istituzioni governative e apparati di polizia ricorrono sempre più a sistemi di IA, il più delle volte gestiti direttamente da aziende private, per prendere decisioni importanti sulla vita dei cittadini. Barassi sottolinea anche come numerosi studi abbiano dimostrato come le tecniche per il riconoscimento facciale, ad esempio, siano tutt’altro che attendibili e come le stesse tecnologie per l’analisi predittiva, oltre che non affidabili, tendano ad amplificare i pregiudizi e ad alimentare la diseguaglianza sociale. Una ricerca del 2019 pubblicata su “Science”, ad esempio, ha rivelato come il sistema sanitario statunitense ricorra ad algoritmi razzisti nel prendere decisioni in merito alla salute pubblica.
«Nell’era del capitalismo della sorveglianza non esistono più dati “innocui”, perché i dati che offriamo come consumatori molto spesso vengono utilizzati per determinare i nostri diritti di cittadini» (p. 133). Il software CLEAR, ad esempio, attinge dati di oltre 400 milioni di consumatori da un’ottantina di società che si occupano di bollette domestiche di vario tipo per poi rivenderli ad istituzioni governative che si occupano di frode fiscale e sanitaria, di immigrazione e riciclaggio di denaro o di prendere decisioni relative all’affidamento di bambini. «Senza che se ne rendano conto, i dati che gli utenti [...] producono in qualità di consumatori domestici possono venire incrociati, condivisi e utilizzati per investigazioni federali» (p. 134). Altro inquietante caso riportato da Barassi riguarda Clearview AI, società produttrice di software per il riconoscimento facciale. Un inchiesta del “New York Times” del 2020 ha evidenziato come in alcune giurisdizioni statunitensi le forze di polizia utilizzassero tale software per confrontare le fotografie di individui ritenuti sospetti con gli oltre tre miliardi di immagini presenti online, soprattutto sui social.
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È di questi giorni la notizia delle sanzioni comminate in Italia dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato a due tra le maggiori Big Tech
Tra gli utenti di Apple e Google e le due aziende esiste “un rapporto di consumo, anche in assenza di esborso monetario“. Perché “la controprestazione”, cioè il pagamento, “è rappresentata dai dati che essi cedono utilizzando i servizi di Google e di Apple”. È con questa premessa che l’Antitrust ha multato i due gruppi per un totale di 20 milioni di euro – 10 ciascuno, il massimo edittale – per due violazioni del Codice del Consumo, una per carenze informative e un’altra per pratiche aggressive legate all’acquisizione e all’utilizzo dei dati dei consumatori a fini commerciali (Apple e Google, multa Antitrust da 20 milioni: “Informazioni carenti sull’uso dei dati personali degli utenti e pratiche aggressive”, “Il Fatto Quotidiano”, 26 novembre 2021.
Nel Comunicato stampa emesso dall’AGCM il 26 novembre 2021 viene evidenziato come nella fase di creazione dell’account, Google «l’accettazione da parte dell’utente al trasferimento e/o all’utilizzo dei propri dati per fini commerciali» risulti pre-impostata consentendo così «il trasferimento e l’uso dei dati da parte di Google, una volta che questi vengano generati, senza la necessità di altri passaggi in cui l’utente possa di volta in volta confermare o modificare la scelta pre-impostata dall’azienda». Nel caso di Apple, prosegue il Comunicato stampa, l’architettura di acquisizione «non rende possibile l’esercizio della propria volontà sull’utilizzo a fini commerciali dei propri dati. Dunque, il consumatore viene condizionato nella scelta di consumo e subisce la cessione delle informazioni personali, di cui Apple può disporre per le proprie finalità promozionali effettuate in modalità diverse». Nel dettaglio si vedano: Testo del provvedimento Google – Testo del provvedimento Apple
Alla luce di quanto detto in precedenza, è difficile immaginare che tutti questi dati sugli utenti raccolti subdolamente, legalmente o meno, vengano sfruttati “solo” a livello commerciale. Intanto si accumulano, poi potranno essere messi sul mercato ed essere elaborati e utilizzati per gli scopi più diversi.
È il capitalismo della sorveglianza, bellezza. E tu non ci puoi far niente! Se ci si deve per forza rassegnare a tale ennesimo adagio impotente, occorrerebbe allora riprendere anche l’efficace titolo di un recente film italiano: E noi come stronzi rimanemmo a guardare (2021, di Pierfrancesco Diliberto “Pif”).
