Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/01/2023

Rosetta (1999) di Jean-Pierre e Luc Dardenne - Minirece

Inciampare nella guerra mondiale

La fame di armi della leadership ucraina sembra sconfinata. Non appena gli Stati Uniti e la Germania hanno annunciato che avrebbero fornito i carri armati “Leopard” e “Abrams” all’Ucraina, il presidente ucraino Zelenskiy ha chiesto aerei da combattimento e missili.

Il cancelliere Scholz ha escluso mercoledì al Bundestag la consegna di aerei da combattimento o il dispiegamento di truppe di terra. Ma quanto è credibile dopo aver tracciato linee rosse più volte per poi attraversarle poco dopo? I colloqui iniziali tra il capo della NATO Stoltenberg e Zelensky sulla consegna di bombardieri nucleari F-35 sono già in corso, e sia gli Stati Uniti che la Francia non escludono la consegna di aerei da combattimento all’Ucraina.

“Stiamo combattendo una guerra contro la Russia”, ha affermato il ministro degli Esteri tedesco a una riunione del Consiglio d’Europa.

La signora Baerbock non sa cosa sta dicendo? O intende inviare soldati tedeschi per scortare carri armati tedeschi in battaglia contro la Russia nel prossimo futuro, poiché non c’è tempo per addestrare soldati ucraini? Oppure siamo stati tutti ingannati e questo addestramento è avvenuto da tempo, poiché mesi fa si è deciso di rifornire i carri armati Leopard?

Ad ogni modo, senza l’intervento diretto della NATO, l’Ucraina difficilmente raggiungerà il suo obiettivo di cacciare le truppe russe dal Donbass e dalla Crimea. “È difficile immaginare la vittoria senza una forza aerea”, ha detto Melnyk, viceministro degli Esteri ucraino e ammiratore di Bandera.

Quindi l’Occidente dovrà decidere: giocherà alla roulette russa e rischierà una guerra nucleare per la vittoria dell’Ucraina? O gli Stati Uniti e la NATO torneranno in sé e convinceranno l’Ucraina ad accettare una pace di compromesso? Ma quanto è cinico allora incoraggiare la leadership ucraina a mandare a morte decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di persone in più, fornendo costantemente nuove armi?

Siamo su una traiettoria discendente che potrebbe sfociare in una guerra mondiale e in un’apocalisse nucleare. Ed è anche chiaro che per entrare in guerra l’Occidente dovrebbe sacrificare quei “valori” che sono stati usati per giustificare la guerra, soprattutto la libertà di espressione e la democrazia. Perché un tale passo nell’abisso difficilmente potrebbe essere reso appetibile alla popolazione, anche con la continua propaganda mediatica.

“Solo tanta verità prevale quanto noi prevaliamo. La vittoria della ragione può essere solo la vittoria del ragionevole” – dobbiamo ora basarci su questa saggezza di Bertolt Brecht opponendoci alla coalizione di carri armati e bombardieri che parti dell’élite dominante stanno forgiando con una grande coalizione del ragionevole.

Questo deve alzare la voce e resistere, sul posto di lavoro, nei media, in parlamento e per strada!

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La RAI dichiara guerra alla Russia

Non sappiamo quanto fondamento abbia la leggenda metropolitana secondo la quale Bruno Vespa sia figlio naturale di Benito Mussolini. Probabilmente nessuna, anche se fu avallata da una discendente conclamata del Duce come Alessandra. Quello che è certo è che Vespa rappresenta l’archetipo del giornalista cortigiano, pronto a tutto pur di servire con vera e propria libidine il Potere, quale che esso sia.

Se il giornalista è quel professionista la cui meritoria funzione dovrebbe consistere nel rendere edotto il pubblico della realtà, diffondendo l’informazione su quanto avviene nel modo più obiettivo e imparziale possibile, ben si può intendere come tutta la lunga e fortunata carriera di Vespa abbia ben poco a che vedere con tale funzione.

Ce lo ricordiamo ancora giovinetto, o quasi, quando appollaiato sugli scranni del Telegiornale, ancora monopolista esclusivo dell’informazione pubblica e privata, propinava all’Italia sotto shock per la strage di piazza Fontana la balla della responsabilità di Valpreda e di Pinelli, destinata a coprire le trame dei fascisti e dei servizi italiani e statunitensi che di quella strage furono i veri autori.

Sono passati ben più di cinquant’anni e il nostro Bruno è più che mai sulla cresta dell’onda e ben inserito nei circoli del Potere di cui è sempre stato il fedele portavoce, senza tralasciare pruriginose attenzioni ai delitti che, solleticando i lati peggiori dell’animo umano, fanno maggiormente audience, e ci restituiscono un quadro inquietante della nostra società malata.

Non ci si può quindi stupire troppo del fatto che Vespa, abbinando il suo indubbio fiuto giornalistico coll’altrettanto indubbia propensione a servire perinde ac cadaver il Potere dominante del momento, si sia gettato a corpo morto sulle vicende ucraine per sponsorizzare in tutti i modi possibili Zhelensky e il progetto della NATO e di settori finora maggioritari del governo statunitense decisi a portare avanti la guerra contro la Russia fino all’ultimo ucraino e, se necessario, fino all’ultimo cittadino europeo.

È il progetto alla Stranamore oggi impersonato non tanto dal malfermo e senile Presidente Biden o dall’amorfo burocrate NATO Stoltenberg, per non parlare dei servi sciocchi presenti in massa nelle burocrazie e nei governi europei, quanto dal Segretario di Stato Blinken, portavoce dei settori oltranzisti che, pur di evitare la saldatura tra Russia ed Europa, hanno scelto di accettare il rischio di ridurre il nostro continente a un ammasso di macerie radioattive.

È questo il progetto nefasto che Vespa ha deciso più o meno consapevolmente di sposare, intervistando Zhelensky e poi invitandolo al Festival di Sanremo, con la complicità di un altro “artista” sovvenzionato in modo principesco dall’erario italiano, quale Amadeus.

Cornuti e mazziati, gli italiani non solo pagano di tasca propria Crosetto e le sue spese militari, contribuendo così a porre le premesse della propria autodistruzione bellica, ma anche il codazzo spettacolarizzato di nani e ballerine guerrafondai cui viene assegnato il principale palcoscenico multimediale in cui da tempo si esibisce la nostra disastrata autocoscienza nazionale.

Zelensky quindi potrà riproporre in quella sede il suo ripetitivo appello alla guerra e agli armamenti, approfittando della generosa ospitalità di Vespa, Amadeus e vertici RAI per porre un altro tassello della guerra globale e nucleare che si sta delineando. E questo proprio nel momento in cui il suo regime scricchiola, è costretto a ricorrere alla repressione generalizzata del dissenso e alla fucilazione dei soldati sempre più stanchi di questa inutile strage, palesando sempre più i suoi tratti genetici di autentico fascismo.

Il dubbio figlio naturale del Duce e l’indubbio erede politico del nazifascista ucraino Bandera si sono quindi ritrovati per ammannirci un’intollerabile spettacolarizzazione del conflitto fratricida che dura ormai da quasi un anno e, mentre fa ogni giorno migliaia di vittime ucraine e russe, minaccia di travolgere tutta l’Europa e il pianeta intero nel fuoco della guerra. Direi che la misura è colma.

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Il ruolo delle Nazioni Unite nel teatro delle ombre congolese

Il 2009 segna una svolta nella storia della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUC). A gennaio, la ribellione del Congresso Nazionale per la difesa del popolo (CNDP) è stata smantellata, il suo leader arrestato in Ruanda e la sua ala militare integrata nell’esercito congolese (FARDC).

In precedenza, quest’ultima e i Caschi Blu avevano assistito impotenti alle offensive delle truppe del generale Laurent Nkunda. Gli insorti avevano occupato vaste porzioni di territorio nella provincia orientale del Nord-Kivu e avrebbero potuto prendere in considerazione di marciare su Kinshasa.

Kigali aveva così aiutato il presidente congolese Joseph Kabila a salvare il posto. Prima infiltrando il CNDP per organizzare il putsch di Bosco Ntaganda – tentativo non riuscito del tutto – poi preparandosi a ricorrere alla forza per sconfiggere i ribelli, così costretti a deporre le armi.

Cambiamento di sistema

Se la « soluzione regionale » della crisi in versione ruandese era riuscita là dove i diciannovemila soldati dell’ONU avevano interpretato il ruolo di spettatori più o meno impotenti, nelle alte sfere della Casa di Vetro a Washington, in particolare all’interno del Dipartimento delle operazioni di mantenimento della pace (DOMP, o DPKO, secondo l’acronimo inglese), la convinzione di dotare la Missione di un mandato più robusto per fornire un sostegno attivo alle FARDC stava guadagnando terreno. Si imponeva un cambiamento di strategia, se non di sistema

All’epoca, il francese Alain Le Roy dirigeva il DPKO, secondo la consuetudine dell’istituzione creata nel 1992, della quale la Francia ha sempre detenuto il comando (a parte il primo mandato affidato a Marrack Goulding, con Koffi Annan come vice). Anche il Capo di Stato Maggiore dell’onnipotente Ufficio degli affari militari del DPKO era un francese, il generale Jean Baillaud.

Vice consigliere militare del Segretario generale (UNSG), secondo la nomina ufficiale, vi resterà fino al 2012. Ex paracadutista formato nelle missioni segrete nelle temibili Forze speciali transalpine – si legge la menzione « COS » (Comando delle operazioni speciali) nel suo profilo twetter – questo ufficiale è considerato un dottrinario.

Progettista della teoria dell’«Approccio globale» – aggiornamento della Dottrina della « Guerra rivoluzionaria » (DGR), la versione della contro-insurrezione elaborata dalla Scuola Militare di Parigi, e ad uso delle OPEX (Operazioni esterne) della Francia in Africa – Baillaud si trova nella giusta posizione e al momento giusto per appoggiare sul piano dottrinale la trasformazione radicale del concetto stesso di «mantenimento della pace » che si va preparando nei laboratori delle NU.

L’approccio contro insurrezionale

In effetti, come sottolinea nel suo notevole saggio, Militarizing the Peace: UN Intervention Against Congo’s Terrorist’ Rebels, l’americana Rachel Sweet, esperta delle Missioni delle Nazioni Unite: «La Missione delle Nazioni Unite ha sperimentato un nuovo approccio nel 2009, quando ha iniziato a supportare l’esercito congolese... Nel 2010, la Missione è stata riorganizzata con un mandato più aggressivo, al fine di stabilizzare le zone di conflitto nell’Est del paese cambiando il suo nome in MONUSCO, Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella RDCongo. Adottò un approccio “contro insurrezionale” per aiutare l’esercito congolese a “liberare, ripulire e mantenere i territori controllati dai ribelli”».

La sicurezza dei civili avrebbe dovuto essere così assicurata e l’autorità dello Stato ripristinata in tutto il paese.

Negli uffici della nuova MONUSCO viene elaborata una «Strategia di Sicurezza internazionale e Supporto alla stabilizzazione» («ISSSS»), «modellata sui principi della contro insurrezione, secondo la quale le operazioni militari di pulizia delle zone ribelli dovrebbero essere seguite da un processo di sostegno e di costruzione dello Stato» (The International Security and Stabilization Support Strategy, MONUSCO).

Con l’adozione di questo concetto di «stabilizzazione», la MONUSCO diventa l’esperimento pilota del DPKO, che sarà seguito via via dalla Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Mali (MINUSMA, aprile 2013) e dalla Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Centrafrica (MINUSCA, aprile 2014).

Dimenticando che lo Stato che stavano rafforzando era promotore o causa dell’insicurezza, si vedrà una decina di anni dopo come queste Missioni mancheranno il loro obiettivo dichiarato, la protezione dei civili: «Le missioni forniscono a questi governi una protezione e una legittimità di facciata di cui usano e abusano contro la loro popolazione. Nella RDC, ad esempio, la Monusco ha fornito supporto logistico e militare a un esercito che si distingue per le sue violazioni dei diritti umani» (T. Vircoulon, ex direttore Africa del think tank International crisis group, Il mantenimento della pace, versione ONU: radiografia dell’impotenza, Le Monde, 10/10/2017).

La Brigata di intervento

Tuttavia, nel 2013, la strategia di contro insurrezione e di sostegno allo Stato partner RDC da parte della MONUSCO diventa operativa. Per farla finita con la nuova rivolta dell’M23, iniziata nel marzo 2012, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) adotta la risoluzione 2098 nel marzo 2013. Il testo, redatto da Parigi, autorizza «a titolo eccezionale e senza che questo crei un precedente», lo schieramento a sostegno della forza del MONUSCO e dell’FARDC di una Brigata offensiva (Force intervention brigade, FIB), la prima nella storia delle Nazioni Unite.

A metà del 2013, la FIB si dispiega sul campo. Sotto forte pressione diplomatica e militare, in particolare degli elicotteri da combattimento MI-35 dell’esercito ucraino e dei Denel AH-2 della forza aerea sudafricana, in dotazione alla MONUSCO, l’M23 si ritira in Uganda.

Durante questo anno di guerra 2012-13, il generale francese Patrick Boubée de Gramont è responsabile della forza della MONUSCO. Collabora con il responsabile del DPKO, il suo compatriota Hervé Ladsous, per sostenere il governo di Kinshasa. Attraverso l’ONU, la Francia non ha mai lesinato gli sforzi per assicurare il mantenimento al potere di Joseph Kabila.

«I nostri ufficiali rappresentano la Francia in seno a tali comandi (del DPKO, ndr) e la loro azione volontaristica permette di servire direttamente gli interessi strategici e operativi del loro paese. Una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite può permettere alla Francia di evitare una costosa operazione nazionale risparmiandole rischi politici, e di raggiungere i suoi obiettivi politico-militari», affermerà più tardi su una rivista militare questo generale di divisione proveniente dalla Marina.

Con Ladsous, Boubée de Gramont è a capo della forza della MONUSCO in un sistema di alleanze ibride che mobilita, con le FARDC, milizie locali come APLCS e l’FDLR, i ribelli hutu ruandesi responsabili del genocidio dei tutsi nel 1994 nel paese delle mille colline ed ex compagni d’armi dei militari francesi. Paradosso vuole che la revisione strategica avviata nel 2009 in seno al DPKO fosse stata finalizzata, almeno nelle intenzioni dichiarate, allo sradicamento di questo gruppo...

Azione segreta e pressione psicologica

Durante la guerra contro l’M23, i combattimenti convenzionali furono accompagnati da azioni segrete e da una forte pressione psicologica su questo movimento e sulle popolazioni. Molte bombe furono sganciate su Goma, nel Nord Kivu, e in territorio ruandese. Degli atti seguiti da una campagna mediatica che ne attribuiva la responsabilità all’M23.....

Nel luglio 2013 Boubée de Gramont lascia la MOMUSCO. Lo sostituisce... Baillaud, che ha appena terminato il suo mandato all’Ufficio degli affari militari del DPKO, giusto in tempo per volare verso la RDC e poi andare in Uganda per partecipare alle discussioni preliminari agli Accordi di pace tra l’M23 e il governo congolese. Secondo una delle nostre fonti dell’epoca, il generale «inquadrava» gli ufficiali superiori delle FARDC presenti ai colloqui.

Il dispiegamento della Brigata fu deciso, secondo i testi per neutralizzare non solo l’M23, ma l’insieme dei gruppi armati dell’Est. Alla fine del 2013, viene annunciata una seconda campagna, orientata in linea di principio contro le FDLR; tuttavia il MONUSCO cambia rotta e suggerisce al governo congolese di procedere allo sradicamento dell’Allied Democratic Force (ADF), una ribellione ugandese attiva nel Grande Nord del Nord Kivu dal 1995.

È l’inizio di una serie di eventi turbolenti che coinvolgeranno l’esercito congolese in un contesto di forze oscure che agiscono nell’ombra.

Il primo ad essere incaricato delle operazioni contro l’ADF è il colonnello Mamadou Ndala, assassinato il 2 gennaio 2014, a Beni. Il movente e le circostanze esatte della sua morte non saranno mai chiariti, tuttavia, la corte militare riunita a Beni in novembre dello stesso anno condannerà alla pena capitale l’imputato principale, il colonnello dell’FARDC Samuel Birotsho, ex alto ufficiale della rivolta del RCD-K-ML di Mbusa Nyamwisi, accusato di collusione con l’ADF.

Entra in scena Mundos

Queste ultime saranno sconfitte a Madina nell’aprile 2014 dal generale Bahuma, inviato sul posto dopo l’omicidio di Ndala. Circa nello stesso periodo, Kinshasa aveva inviato a Beni un generale della Casa Militare del presidente Kabila, Akilimali Muhindo Mundosi, detto Mundos. Doveva indagare sui presunti preparativi di una nuova rivolta in gestazione da parte di vecchi elementi dell’RCD-K-ML, che avevano mantenuto una catena di comando parallela all’interno delle FARDC e progettavano di deporre Joseph Kabila.

Ad agosto, Bahuma muore improvvisamente e misteriosamente in Sudafrica. Mundos prende il suo posto a capo di un’unità speciale, la 31ª Brigata. Tra i suoi ranghi è anche integrato un colonnello membro del Consiglio nazionale di sicurezza (CNS) e analista personale di Kabila in materia di sicurezza.

Sul posto da marzo e ufficialmente per mobilitare i gruppi armati chiamati Mai Mai e convincerli ad allearsi con le FARDC, Frank Ntumba, questo è il nome dell’allora colonnello, probabilmente collaborava già con Mundos nel quadro di una missione segreta.

All’inizio di ottobre 2014, iniziano a Beni i primi massacri di contadini. Si apre un ciclo infernale, ancora in corso oggi. Le versioni ufficiali, governativa e delle Nazioni Unite, attribuiscono rapidamente i fatti all’ADF, malgrado che questa ribellione fosse stata appena disfatta e non si fosse mai distinta negli omicidi di civili.

A novembre 2014, un rapporto di deputati inviati a Beni per indagare, riferisce quanto segue: ordini contraddittori all’interno dell’FARDC, ufficiali che impediscono ai loro subordinati di intervenire durante le carneficine, che si svolgono anche vicino alle loro posizioni, complicità di alcuni ufficiali con gli assassini, «Immobilismo o inazione della MONUSCO».

Altre relazioni, tra cui quella delle Nazioni Unite, poi inchieste e reportages, mettono in discussione la versione ufficiale. Il nome di Mundos, degli ufficiali della 31ª Brigata e di altri reggimenti ritornarono sistematicamente: tutti sarebbero stati coinvolti nei massacri e, secondo alcune fonti, ne sarebbero stati i promotori.

È edificante leggere, tra gli altri, questi estratti della sintesi del Comitato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) che presiede alle sanzioni contro individui o entità ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani e/o di crimini di guerra. Secondo il testo, datato febbraio 2018: «Mundos ha reclutato ed equipaggiato ex combattenti di gruppi armati locali affinché partecipassero a esecuzioni extragiudiziali e ai massacri perpetrati dall’ADF.
Mentre era il comandante dell’operazione Sukola I delle FARDC, Mundos ha dato supporto e anche comandato una fazione di un sottogruppo dell’ADF, noto come ADF-Mwalika. Sotto il comando di Mundos, l’ADF-Mwalika ha compiuto attacchi contro civili con il sostegno supplementare dei combattenti delle FARDC, anche in questo caso sotto il comando di Mundos durante le operazioni»
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La Scuola di guerra di Kinshasa

Tuttavia, più di tre anni dopo la pubblicazione, che include Mundos nell’elenco delle persone sanzionate dalle Nazioni Unite, queste continuano a sostenere sul campo un esercito coinvolto in atrocità commesse contro le popolazioni. D’altronde e una volta partito da Beni, Mundos ha continuato la scalata nelle gerarchie dell’FARDC.

Nel gennaio 2021, il presidente della Repubblica Democratica del Congo Tshisekedi ha inaugurato la Scuola di Guerra di Kinshasa che è frutto del CHESD, il Collegio degli alti studi di strategia e difesa di Kinshasa, fondato dalla società francese THEMIIS (The Management Institute for International Security) e di cui il generale Baillaud è stato direttore accademico prima di lasciare il suo posto alla MONUSCO, nel luglio 2016.

Se la tragedia di Beni e dell’ADF si rivela così essere la storia di una contro insurrezione condotta secondo i suoi metodi più radicali (creazione di gerarchie parallele nell’esercito e mobilitazione di una falsa ribellione per attaccare i civili e inoculare la paura nelle popolazioni), è lecito o meno chiedersi se i suoi autori locali, nascosti in uno scenario oscuro e di dissimulazione, non fossero stati formati ai principi della «Guerra Rivoluzionaria» della Scuola Militare di Parigi, la più estrema delle dottrine anti-sovversive?

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Guerra in Ucraina - La maggioranza degli italiani ancora contraria all'invio di armi

Se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, è arrivata una ulteriore conferma che la maggioranza della popolazione nel nostro paese non è d’accordo con governo e parlamento nell’inviare ancora armi all’Ucraina. E che soprattutto vuole che la guerra cessi a qualunque costo, anche quello di bypassare la leaderhisp ucraina.

Un nuovo sondaggio di Euromedia Research, presentato dalla sua direttrice Alessandra Ghisleri, conferma infatti che la maggioranza degli italiani (il 52%) rimane contraria all’invio di armi all’Ucraina.

Il campione intervistato si schiera anche contro un eventuale intervento della Nato nel conflitto. E la maggioranza relativa pensa che la guerra finirà con un cessate il fuoco negoziato con la Russia che poi sarà imposto a Kiev. Le opzioni che raccolgono maggiori consensi sono quelle di: “Negoziare con i russi un cessate il fuoco alle spalle degli ucraini per imporlo agli aggrediti” (38,2%), “ridurre il sostegno militare a Kiev per convincere Zelensky dell’impossibilità di vittoria” (25,6%), “entrare in guerra per salvare l’Ucraina e distruggere la Russia a rischio di distruggere anche se stessi” (8,4%). Un quarto degli intervistati “non sa e non risponde” (27,8%).

Solo un terzo degli intervistati (33,9% ) ritiene doveroso il sostegno all’invio dei carri armati tedeschi Leopard 2 all’Ucraina, mentre il 58% è contrario in quanto vede in questa scelta la possibilità di un inasprimento del conflitto. Il 68% degli intervistati si dice contrario anche a un eventuale intervento della Nato nella guerra.

Gli italiani sentono il conflitto in Ucraina ancora lontano, ma tra i giovani la percezione è assai diversa: il 15,8% sente vicine le ostilità della guerra e il 51% le sente addirittura prossime.

La Ghisleri ha spiegato nel programma Rai “Porta a Porta” che la percezione che è peggiorata rispetto a un altro sondaggio – sempre a cura di Euromedia Research – effettuato a metà dicembre, nel quale i dati erano indubbiamente più improntati all’ottimismo rispetto ad adesso e che la percentuale di contrari all’invio di armi è aumentata rispetto a dicembre. Mentre i favorevoli sono leggermente in calo nonostante la propaganda di guerra a televisioni unificate.

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Sorrentino, i genitori e la scuola. Al di là dell’entusiasmo...

Da alcuni giorni gira sui social un video di 3 minuti, preso dalla serie Call my agent, in cui Paolo Sorrentino parla con un certo Vittorio della sua esperienza, in veste di nonno, degli incontri scuola famiglia.

Il video mi è arrivato da colleghi, entusiasti per come Sorrentino bacchettava i genitori e ne criticava l’entusiasmo immotivato, definito da lui “il sentimento più orrendo dell’essere umano”.

In un clima di esaltazione collettiva, c’è tra i genitori chi si propone come insegnate di batteria, chi di macarena, chi come allenatore di ciclismo pur guardandolo solo in televisione e poi c’è lui, Sorrentino, su cui alla fine cade lo sguardo di tutti e che declina l’invito degli astanti a fare le riprese dei corsi pomeridiani e ne spiega il perché.

Dice che quando i suoi figli erano piccoli, il pomeriggio dopo la scuola o durante le vacanze, semplicemente giocavano per i fatti loro e tutto sommato ora gli sembrano felici.

Il suo intervento gela gli interlocutori, alcuni dei quali lo bollano come assassino e delinquente. La scena si conclude con Sorrentino che comunica a Vittorio di aver scritto una lettera a Dio per chiedergli di educare i genitori.

Appena ho visto il video mi è arrivato subito quel misto di sottile cinismo, arguzia e supponenza che per molte persone è ragione di vanto, oltre che segno di superiorità intellettuale.

Questa modalità narrativa veicola una visione della realtà: dei genitori, che hanno tempo da perdere, dal basso delle loro passioni amatoriali o anche velleità distorte, propongono dei progetti pomeridiani nella scuola dei loro figli, accolti dalla maestra, che dalle poche battute sta al loro stesso gioco, animata dallo stesso entusiasmo immotivato.

Dalle reazioni che l’algoritmo mi ha messo davanti agli occhi sui social, ho notato che i docenti accoglievano Sorrentino come un giustiziere, con lo stesso entusiasmo che lui criticava nei genitori.

E non ho potuto non pensare: “Certo i genitori sono un problema grosso nella scuola, ma perché lo sono diventati? E poi, in quanti docenti, presidi, impiegati, ministri, artisti c’è lo stesso tipo di esaltazione vuota? E ancora, perché la gestione del tempo libero degli studenti, ma anche degli adulti è cambiata negli ultimi 30 anni? E infine, a cosa dobbiamo questo fiorire di progetti formativi e ricreativi nelle scuole, sia per alunni che per docenti?”

Cominciando dall’inizio, gli argini sono crollati perché ‘il cliente ha sempre ragione’, e il cliente è il genitore, che decide di scegliere una scuola piuttosto che un’altra, allungandone l’esistenza, evitando la riduzione delle sezioni e la nomina dei docenti su più scuole, complicandone così il lavoro. Il ricorso da parte del genitore è l’arma che vince a prescindere, non la fermano nemmeno i colpi di pistola.

Ma chi è stato a indebolire gli argini, spesso minandoli di proposito, se non ministri, presidi, docenti e in più gli intellettuali e i giornalisti che sparano a zero sulla categoria, fomentando e reindirizzando a piacimento e convenienza la rabbia sociale?

Nessuno è al riparo dall’esaltazione immotivata, che spesso nasconde disagi inconsapevoli e vuoti esistenziali compensati alla meno peggio, come un abisso coperto dallo scotch.

Scegliere di raccontarne una manifestazione particolare, però, è una scelta politica, così come ogni nostra azione lo è e in più quelle artistiche ne intensificano ulteriormente la resa.

I progetti nella scuola, oltre che per rimpolpare l’offerta formativa dell’istituto, con una ricaduta positiva sulla sua immagine, possono assolvere a due funzioni: da un lato danno delle possibilità formative e ricreative ai ragazzi che non potrebbero permettersele al di fuori di essa per questioni familiari, sociali, economiche o organizzative; dall’altro sono un’opportunità per i genitori lavoratori, senza rete familiare e con scarse risorse, di sapere che i propri figli sono in un luogo con dei coetanei, che al di là della parrocchia, sembra l’unico posto aggregativo gratuito rimasto.

Ora giungiamo all’ultima questione del perché i figli di Sorrentino, pur non avendo preso parte a nessun progetto, sono così felici oggi. Senza scadere in un facile umorismo, vorrei semplicemente capovolgere l’immagine e la domanda: perché oggi sembra così difficile per i ragazzi interagire ed aggregarsi fuori da contesti controllati e pensati dagli adulti?

Anche prima del covid, dai sondaggi si riscontrava un aumento di forme ansiose e depressive tra ragazzi sempre più giovani, come mai? Perché i soldi del PNRR pensati per aumentare il benessere nella scuola saranno utilizzati per la sua digitalizzazione?

Perché la maggior parte dei docenti si presta a un gioco al massacro, pur se cosciente della ricaduta su se stessi e sulla società tutta? Perché continua a sottomettersi a regole e leggi sempre più ottuse, per poi sollazzare scodinzolando al primo che fa della sgangherata ironia sulla propria condizione?

Evitare queste domande oltre alla ricerca delle risposte va a gonfiare ulteriormente quell’entusiasmo che è l’altra faccia del cinismo. La stessa falsa moneta.

E certi interventi e certe reazioni hanno lo stesso effetto della saliva in aria, che si diffondeva, ai miei tempi, nell’aula dopo la lezione di musica, ad opera del compagno che con tutta disinvoltura roteava in aria il tubo della diamonica, provocando quella pioggia in caduta irregolare sugli astanti, dopo aver suonato le note di brani tristi e monchi, quanto ogni scuola.

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Croazia - Il fascino discreto dell’Euro cede il passo alla rabbia

È passato quasi un mese da quando, il 1 gennaio scorso, la Croazia è entrata a far parte dell’Eurozona con l’adozione dell’euro come moneta. L’ingresso della Croazia nell’euro è stato accolto con gioia dai vertici della Bce e dell’Ue, ma nel Paese si è verificato un forte rialzo dei prezzi, specie di generi alimentari e dei servizi che sta facendo imbufalire la popolazione.

La Von der Leyen aveva ovviamente affermato che: “L’euro porterà grandi benefici economici e sociali alle persone e alle imprese della Croazia. Abbasserà le barriere per le aziende, ridurrà i costi per gli importatori e gli esportatori, portando a una scelta più ampia e a prezzi migliori per i consumatori. Insieme all’adesione a Schengen, l’adozione dell’euro darà un ulteriore impulso al settore turistico cruciale della Croazia”.

Ma i cittadini croati non sembrano essere così entusiasti come la Von der Leyen, anzi smentendo concretamente la sua retorica, denunciano che la maggior parte dei rincari dei prezzi riguarda arrotondamenti che in molti casi – come avvenuto in Italia nel 2002 – superano di molto la conversione della moneta, con rincari dal 5 fino al 20 per cento rispetto ai prezzi precedenti l’introduzione della moneta unica europea.

I cittadini croati, hanno denunciato fra l’altro rincari per pane e burro anche del 30%. Il primo ministro Andrej Plenković ha accusato “una parte dei commercianti e imprenditori di approfittare della transizione dalle kune croate all’euro con questo comportamento irresponsabile” ed ha annunciato possibili interventi se la situazione non si normalizzerà.

Gli ispettori statali hanno ispezionato negozi e mercati in tutto il Paese alla ricerca di abusi, ma sono state inflitte solo 240 multe.

Il governo aveva incontrato le associazioni di categoria dei commercianti, i cui leader erano stati convocati dal ministro dell’Economia Filipovic il 3 gennaio per poi tenere le bocche cucite con i cronisti una volta terminato il vertice.

Secondo il giornale croato Vlada i rappresentanti dei commercianti non hanno parlato con la stampa dopo l’incontro, ma avevano affermato prima dell’incontro che gli aumenti dei prezzi non erano dovuti all’arrotondamento dei prezzi ma ad altri fattori, tra cui la crisi del Covid-19 e la guerra in Ucraina.

Gli aumenti dei prezzi, oltre a causare un danno economico ai cittadini croati, gettano ombre sul passaggio dalla valuta nazionale alla moneta unica che il governo vorrebbe far passare alla storia come un successo.

“Tutto è andato nel migliore dei modi e senza problemi, dalla fornitura di banconote e monete alle operazioni di pagamento e al funzionamento degli sportelli automatici”, ha affermato Plenkovic. Il passaggio all’euro, a detta del premier, rappresenta “un enorme passo avanti verso la piena integrazione nell’Unione europea”.

Ma i proclami europeisti di Zagabria, dopo gli effetti sugli aumenti delle tariffe, stanno venendo usati come argomento forte dalla forze più ostili a Bruxelles.

Ad esempio la Croazia, dal 2023 non sarà sicuramente più una meta low cost per le vacanze dei turisti europei, e il turismo è una delle principali fonti di introiti economici per il paese.

La crisi energetica e la guerra in Ucraina avevano già fatto alzare l’inflazione in tutto il mondo ed anche in Croazia, con un tasso del 13,9% annuale.

La Petrol, una società slovena che controlla un quarto dei distributori di carburante croati, ha protestato contro il ‘price cap’ imposto dalle autorità lo scorso febbraio, chiudendo tutti i punti vendita per un’ora lo scorso 28 dicembre e ha lamentato una perdita di 34,6 milioni di euro, solo sul mercato croato, nei primi tre mesi del 2022.

La Petrol ha accusato i governi di Lubiana e Zagabria di non aver pagato le compensazioni previste e di essere pronta a far causa “a meno che il governo non smetta di intervenire sui prezzi”.

La HEP, l’azienda elettrica nazionale croata, sta erogando da mesi energia a costi calmierati nelle principali catene di distribuzione.

Ma già tutte e tre le principali società di telecomunicazioni hanno annunciato che aumenteranno i prezzi a febbraio e i media locali hanno riferito che anche le banche intendono aumentare i tassi di interesse per i nuovi mutui.

Venendo come turisti li avevamo pure avvisati i croati, adesso benvenuti nel meraviglioso mondo dell’Eurozona!!!

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Joseph Ratzinger. L’eredità del “pastore tedesco”

A neppure tre settimane dal commiato del “pastore tedesco” (per parafrasare una storica copertina de il manifesto di quando fu eletto papa) è uscito, per sua volontà postumo, quasi volesse continuare a incombere sul suo successore, il primo libro di Joseph Ratzinger scritto da emerito: “Che cos'è il Cristianesimo”.

Neanche il tempo dunque di iniziare a sedimentare le reazioni di quel momento, con l’inesorabile coro di condoglianze, sentite come pure di circostanza. Che si sono incentrate soprattutto sull’intellettuale e il teologo forbito, ricordato nella sua lunga vita per il pontificato e il “mite” decennio da ritirato.

Sono però stati in pochi a risalire agli anni precedenti e a parlare di lui quale conservatore. Anzi, di più: un reazionario che da inquisitore dell’infinito papato (27 anni) di Karol Wojtyla (in quanto suo prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) contribuì nella decade degli ’80 ad affossare la Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II.

Con al centro l’“opzione preferenziale per i poveri” e quelle “comunità ecclesiali di base” che intendevano ribaltare il secolare oppressivo schema coloniale (oligarchia versus peones) iniziato (a suon di “cappa e spada”) con la conquista.

Non fu un caso che ad aprire la II Conferenza dell’Episcopato latinoamericano a Medellin (Colombia) nell’agosto 1968 sia stato Paolo VI in persona, nel suo unico viaggio in America Latina (e mentre era in corso l’invasione sovietica della Cecoslovacchia).

Altrettanto precisa per tempismo fu la prima missione all’estero di Giovanni Paolo II nel gennaio 1979 a Puebla (Messico) due mesi dopo la sua elezione per, al contrario, arginare le conclusioni della III Conferenza di quei vescovi che avrebbero ratificato i contenuti e gli sviluppi della precedente. Come a dire che il destino del Concilio si giocò in gran parte proprio in America Latina.

Fu subito dopo che il Papa polacco reclutò l’ex arcivescovo di Monaco (diocesi successivamente assurta anch’essa alle cronache per la pedofilia) a capo del Sant’Uffizio, con l’obiettivo di affossare le aperture di quel Concilio ispirato da Giovanni XXIII (e attuato fin dove possibile da papa Montini) all’insegna di un ecumenismo che doveva essere aperto a tutti “gli uomini (e aggiungerebbe oggi papa Francesco “le donne”) di buona volontà”.

Senza parlare poi di quella nuova visione circolare e sinodale della Chiesa che il papa polacco ignorò, mantenendo il centralismo piramidale romano. Non che ci siano stati veti o abiure formali naturalmente. Salvo adottare quel mellifluo linguaggio frequente nel mondo ecclesiastico di cui Ratzinger era specialista: assumere (eventualmente) nella forma per non praticare nella sostanza.

L’asse Reagan-Woytila

Al contempo, nel subcontinente più cristiano-cattolico del pianeta, con quell’operazione venne spianata (forse pure inconsapevolmente) la strada al piano neoliberista di Ronald Reagan che contemplava fra le altre cose l’espansione delle sette evangeliche. Che già agli inizi degli anni ’80 annoveravano in Guatemala il generale golpista Efraín Ríos Montt, primo genocida delle popolazioni maya, e al contempo pastore della Iglesia del Verbo (mentre suo fratello Mario era vescovo cattolico).

Del resto risale ancora al 1969 il rapporto che Nelson Rockefeller consegnò al presidente Nixon al termine di una sua lunga missione oltre il Rio Bravo, dove lo allertava che, se non fermata, quella “sovversiva” teologia della liberazione avrebbe messo in pericolo alla radice l’imperiale dottrina Monroe dell’“America agli americani” (ristretti agli statunitensi).

Rapporto cui seguirono negli anni ’80 i due noti Documenti di Santa Fe redatti da ultraconservatori, dove per l’appunto si auspicavano investimenti milionari per la penetrazione dei predicatori fondamentalisti.

Ma almeno al Papa polacco si poteva concedere l’attenuante di provenire da un paese a “socialismo reale” e di essere di conseguenza attratto dalla sponda occidentale più conservatrice della “guerra fredda”. Che significava pure diffidare delle evoluzioni teologiche del Centro e Sudamerica con parvenze (spesso strumentali) di marxismo.

Così che “sua santità” si lasciò da subito influenzare dalla parte di vescovi latinoamericani (in testa il colombiano Lopez Trujillo e il peruviano Juan Luis Cipriani) che, sotto l’abile regia dell’Opus Dei, intendevano resistere in quanto storico braccio ecclesiastico (al fianco di quello militare) delle oligarchie locali.

Al Cardinale Ratzinger il compito di istruire le censure e le contestazioni a teologi come il peruviano Gustavo Gutierrez o i brasiliani Clodovis e Leonardo Boff (ma anche in Europa il coetaneo svizzero/tedesco Hans Küng e lo spagnolo José Maria Castillo).

Per non parlare del Padre gesuita basco Jon Sobrino, trapiantatosi in El Salvador, particolarmente preso di mira dal cardinale Joseph per i suoi scritti che umanizzavano eccessivamente la figura di Gesù di Nazareth, come a sostenere che se lui era “il figlio di dio” allora lo erano allo stesso modo tutti gli altri essere umani.

Sobrino era particolarmente vicino all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre celebrava messa, e la cui canonizzazione fu sbarrata per decenni dall’accoppiata papale polacco-tedesca. Fino all’insediamento sul soglio di Pietro dell’argentino Bergoglio che nel 2018 poté convertirlo in San Romero de America.

Guarda caso anche qui in coppia con Paolo VI che era stato l’unico papa a sostenere mons. Romero in vita. Così come nel 2014 Francesco, insieme alla precipitosa canonizzazione di Wojtyla, pretese, in contemporanea, anche quella di papa Roncalli.

Non poteva del resto che toccare al primo pontefice latinoamericano riabilitare pure, poco prima che morissero, i due sacerdoti-ministri del governo rivoluzionario sandinista Miguel d’Escoto (agli esteri) ed Ernesto Cardenal (alla cultura) sospesi a divinis all’indomani del viaggio di Wojtyla in Nicaragua quel fatidico venerdì 4 di marzo del 1983 (noi eravamo lì) quando fu clamorosamente contestato in piazza a Managua durante la messa. Evento poi rimosso per sempre dai resoconti dei decenni successivi.

L’ombra di Romero

Mentre il seguente 6 marzo, in El Salvador in piena guerra civile, fu ricevuto dal mandante dell’uccisione di Romero, l’ex maggiore Roberto D’Aubuisson (allora presidente del parlamento); non senza aver voluto almeno prima (rompendo il protocollo) inginocchiarsi sulla tomba dell’arcivescovo. Che aveva comunque clamorosamente delegittimato in vita nel maggio 1979 in Vaticano intimandogli che “doveva in qualche modo dialogare con quel governo”.

Quel tragico viaggio nell’istmo centroamericano, preparato anche con Ratzinger, culminò in Guatemala con il generale/reverendo Rios Montt che lo accolse all’aeroporto con tutti gli onori (per non parlare dell’apparizione di Wojtyla in Cile, quattro anni più tardi, al fianco del dittatore Pinochet).

All’indomani della caduta del Muro di Berlino Giovanni Paolo II rivolse finalmente le sue attenzioni all’unico sistema rimasto, quello del libero mercato retto dal “dio denaro”. Ma da allora nessuno gli fece più caso (vedi invasione dell’Iraq).

Cercò pure di recuperare in qualche modo l’America Latina chiedendo l’aiuto e promuovendo figure più aperte come Jorge Bergoglio e l’honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga. Col cardinale Ratzinger almeno formalmente più dialogante anche con figure come il teologo Gutierrez. Ma ormai era troppo tardi.

Basti dire che oggi, per esempio nel gigante Brasile, i seguaci del fondamentalismo religioso (nonché “bolsonaristi”) superano quasi in numero i cattolici. Da ultimo è giunto il subentro sul soglio di Roma di un Benedetto XVI “addolcito” quanto geopoliticamente algido. Incorso pure in qualche infelice scivolone sui temi da lui ritenuti prioritari: come la “lezione” di Ratisbona, o la riabilitazione dei “lefebreviani” e della messa in latino (con i fedeli alle spalle del celebrante). Tuttavia si è salvato in qualche modo con l’ultimo atto da pontefice: le dimissioni.

Chissà, dopo lo scoppio del Vatileaks, comprese che da sapiente studioso e spiritualista quale era non avrebbe potuto mettere mano alle riforme in quel vespaio che era la curia vaticana. E così è finito col campare più da emerito che da papa, chiuso in un relativo silenzio ma pur sempre continuando a fare da ingombrante riferimento degli esponenti ed apparati tradizionalisti del cattolicesimo.

Solo il suo fedelissimo assistente Georg Gaenswein si avventurò in qualche isolata quanto maligna forzatura. Anche se almeno a lui tocca riconoscere di aver rotto per primo la fitta coltre d’ipocrisia incombente sul lutto papale evocando da subito (dalla sua prospettiva) “i diavoli che circolano” nella Santa Sede.

Que descanse en paz dunque e comunque Benedetto Ratzinger, si direbbe oltre Atlantico; in quello che non poteva che essere il sepolcro occupato da papa Wojtyla prima di essere proclamato “santo”. Se intendeva combattere il relativismo con una rassicurante fede nel solo aldilà, al contrario avrà contribuito a rinsaldare il processo di secolarizzazione e decadenza della Chiesa Cattolica, con il conseguente svuotamento dei templi.

Mentre Francesco, unico “vicario di Cristo” rimasto, tenta, contra viento y marea si proferirebbe ancora laggiù, di risalire la china di quel visionario Concilio dell’“anche di qua”, eretto da due Papi e demolito dai loro due successori.

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