Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/11/2016

Oman: la variabile indipendente del Golfo

di Francesca La Bella

A volte per cercare di capire i mutamenti di un’area in continuo movimento come il Medio Oriente è necessario osservare i Paesi che, apparentemente periferici, riescono ad assumere un ruolo integrante nelle più vaste dinamiche geopolitiche. E’ questo il caso dell’Oman. Il sultanato della Penisola Arabica, dopo l’inizio della guerra in Yemen, ha, infatti, assunto una posizione di mediazione nella questione e si è posto come attore con comportamenti difformi rispetto alle scelte dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). L’allontanamento dell’Oman dalla sfera di influenza saudita ha, però, un’ampiezza ben più vasta di quella strettamente relativa al conflitto yemenita e ripercuote i suoi effetti sia in ambito politico sia in ambito economico.

A riprova di questo allontanamento, il vertice che si terrà in Bahrain il mese prossimo per il rafforzamento dei legami tra gli stati che compongono il CCG con la prevista creazione di una Unione del Golfo non vedrà la presenza delle autorità dell’Oman. Secondo quanto affermato a tal proposito da Ganem Al Bu Ainain, Ministro degli affari parlamentari bahrainita, l’Unione del Golfo sarà molto più avanzata rispetto al Consiglio di cooperazione. In questo senso, i Paesi che aderiranno all’Unione attraverso misure politiche ed economiche avranno un livello di integrazione più avanzato di quelli che si limiteranno a rimanere nel Consiglio di Cooperazione. La contrarietà al progetto dell’Oman non nasce oggi e già nel 2013 Yusuf bin Alawi, Ministro degli Esteri omanita, aveva preso posizione contro l’Unione. La proposta saudita di rafforzamento dei legami tra i Paesi del Golfo è stata, infatti, a lungo considerata esclusivamente tesa a marginalizzare l’influenza iraniana sulla sponda occidentale del Golfo Persico. In quest’ottica, la scelta dell’Oman di non aderire ha fatto si che alcuni analisti tratteggiassero l’atteggiamento del sultanato come un tentativo di porsi al di sopra delle parti, ostentando una totale neutralità: alcuni di essi, al tempo, parlavano in tal senso dell’Oman come la Svizzera del Golfo.

Ad oggi, però, la situazione sembra essere mutata. L’Oman ha preso le distanze dall’intervento militare in Yemen guidato dall’Arabia Saudita e, secondo alcuni rapporti, la dirigenza di stanza a Muscat si sarebbe parzialmente discostata dalla precedente politica diplomatica, prendendo parte attiva, anche se non ufficialmente, al fianco delle milizie Houthi. All’Oman viene, infatti, imputato un ruolo di tramite tra l’Iran e le milizie ribelli yemenite. La situazione è, però, delicata. La capacità di porsi come mediatore tra le diverse forze in campo nel panorama yemenita ha avuto un risvolto positivo per tutte le parti coinvolte ed una rottura con l’Oman inciderebbe necessariamente anche sui colloqui di pace yemeniti. A metà novembre, infatti, il Segretario di Stato americano John Kerry si è recato proprio in Oman per incontrare il Sultano Qaboos Bin Said per discutere della necessità di trovare una soluzione politica duratura per lo Yemen e per ringraziare la diplomazia omanita per la mediazione in campo yemenita che ha portato nelle scorse settimane al rilascio di cittadini americani detenuti in Yemen come Wallead Yusuf Pitts Luqman, trasportato a Muscat da ribelli Sanaa su un aereo militare dell’Oman il 7 novembre.

Da un lato, dunque, i legami tra Muscat e Teheran vengono considerati fondamentali per mantenere un fragile equilibrio nel contesto yemenita. Dall’altro, l’atteggiamento dell’Oman rende palese la debolezza intrinseca della politica dell’Arabia Saudita che, qualora non riuscisse a stringere a sé le forze del Golfo, si troverebbe privata del suo ruolo di leader regionale e ancor più isolata. La particolare dinamica d’area sembra, in questo senso, riflesso diretto delle linee di tendenza generali che vedono un rinnovato attivismo e riconoscimento del ruolo iraniano ed un progressivo arretramento delle forze saudite in tutti i contesti bellici della regione.

“Contratto dei metalmeccanici. Una svolta verso il passato”

Intervista a Sergio Bellavita, di Usb Lavoro Privato


Buongiorno, Sergio. Parliamo di questo contratto dei metalmeccanici siglato tre giorni fa. Un contratto che è destinato ad aprire quella che voi definire una “nuova era nelle relazioni industriali nel nostro paese”. Quali sono gli aspetti più critici del contratto siglato, tra gli altri, dalla Fiom?

Diciamo innanzitutto che il contratto metalmeccanico ha sempre segnato, nel bene e nel male, dei momenti importanti, anche dei passaggi di svolta, nelle relazioni industriali e anche sul piano sociale del paese. Questa volta li segna in negativo. Più che di perplessità parlerei di punti che sono di totale contrarietà rispetto al giudizio che diamo noi. In particolare viene concesso alle imprese, quindi a Federmeccanica, una cosa che nessun contratto di categoria aveva finora mai concesso; e cioè l’assorbimento degli aumenti dati attraverso il contratto nazionale. In sostanza, i lavoratori che lottano dal 1° gennaio 2017 per avere il salario fisso non potranno chiederlo perché le imprese e i sindacati firmatari Cgil-Cisl-Uil hanno concordato di chiedere solo premi variabili e premi in natura. Ma quando anche i lavoratori riuscissero a spuntare il salario fisso, le aziende potranno assorbirlo e quindi in qualche modo questa lotta per il salario verrà vanificata dal fatto che gli aumenti dal contratto nazionale non arriveranno più. Questo è il vero punto di svolta nelle relazioni. In sostanza Federmeccanica incassa che i due livelli contrattuali non si sommano più, ma c’è un unico livello salariale centralizzato, misero e autoritario. Misero perché legato all’indicatore Ipca, che è ben al di sotto dell'inflazione rilevata dall’Istat, tra l’altro depurato anche dai costi esterni al sistema. Autoritario perché incentrato sul modello dell’esigibilità degli accordi (le regole stabilite nel contratto diventano rigide e immodificabili fino al rinnovo successivo, ndr), che sostanzialmente vuole impedire che ci sia il conflitto, che ci sia l’organizzazione dei bisogni nei luoghi di lavoro. Centralizzato perché lo scambio che hanno fatto Cgil-Cisl-Uil è quello di firmare un contratto nazionale che gli consente di incassare cospicue risorse dagli enti bilaterali e dalle quote, ma centralizza il sistema di relazioni e impedisce ai lavoratori di poter migliorare la propria condizione. Nei fatti siamo davanti ad un blocco salariale.

In effetti le reazioni positive, se non addirittura entusiaste, sono arrivate dal governo e dalle imprese. Dovrebbero essere un segnale chiaro sulla direzione in cui va un accordo di questo tipo... Tu facevi riferimento a tre aspetti nuovi del contratto, mettendo in evidenza quello autoritario che è quello, probabilmente, che più mi ha colpito. Quale è la possibilità, quali son gli strumenti che oggi i lavoratori hanno in mano per difendersi da attacchi che sono ormai all’ordine del giorno?

Il modello diventa autoritario innanzitutto per la ragione che bloccando le dinamiche salariali impedisci che ci sia la libera contrattazione, in qualche modo. L’unica contrattazione possibile è quella sulla prestazione lavorativa, perché – diciamoci la verità – oggi siamo davanti alla contrattazione di ricatto: il padrone ti dà un centesimo, ma te lo dà a fronte del fatto che gli produci di più, quindi sgobbi di più; a fronte del fatto che chiudi un occhio sulle condizioni di sicurezza, che tagli il diritto alla malattia, che accetti di lavorare su più turni fino ai 21 (settimanali, ndr). Ci sono molte imprese che ormai stanno abbondantemente attingendo al massimo utilizzo degli impianti, che è poi il massimo sfruttamento del lavoro umano. E il modello è poi autoritario anche perché è costruito intorno all'accordo del “10 gennaio” (il 10 gennaio 2014 è stato siglato l'Accordo Interconfederale tra CGIL CISL UIL e Confindustria in merito al Testo Unico sulla rappresentanza, ndr) che ovviamente per i sindacati firmatari ha un impatto rilevante. Nel momento in cui accettano tutte le clausole contrattuali si impegnano a rispettarle fino in fondo. Quindi i lavoratori oggi non avranno più la possibilità di rivolgersi a queste organizzazioni sindacali per migliorare la propria condizione, perché dovranno soggiacere alle singole clausole contrattuali. Questo è l’aspetto più devastante in assoluto.

Com'è stata bloccata la contrattazione salariale in miglioramento al contratto?

Nell’accordo dei metalmeccanici firmato sabato 26 è stata cancellato dal testo la parola “anche” sul capitolo che riguarda il premio di risultato; quindi quando si diceva che il lavoratore può contrattare salario “anche” variabile, quell’“anche” significava che c’era spazio anche per contrattare, conquistare, salario fisso, garantito, strutturale.

Uno spazio che ora non c’è più.

Aver cancellato la parola “anche” consegna la contrattazione da una parte solo ai buoni benzina e quant’altro, dall’altra alla “contrattazione di ricatto”; quindi tutto è giocato sulla prestazione lavorativa. Ed è evidente che siccome i sindacati firmatari fanno obbligatoriamente rispettare ogni singola clausola del contratto per quello che prevede il Testo unico di gennaio, è chiaro che questo intreccio non può più consentire ai lavoratori di organizzarsi con i sindacati per migliorare la propria condizione.

Sembra decisamente chiaro e terribile...

C’è un punto che voglio aggiungere però. Il meccanismo di adeguamento dei salari ex post è stato proposto in realtà dalla Fiom, in particolare, che è stata l’organizzazione decisiva per questo salto indietro dei metalmeccanici; perché non è un’innovazione, ha molto di stantio e di muffa... Decisivo è quello che viene sottratto ai lavoratori: la possibilità di costruire una rivendicazione salariale. Il meccanismo di adeguamento dei salari ex post, è chiamato così perché annualmente tutte le parti si incontrano e dovrebbero allineare i salari sulla base dell’indicatore Ipca. Ciò significa che le piattaforme non potranno più essere costruite sulla base di valutazioni autonome del sindacato. I lavoratori non potranno più sapere quale è la richiesta economica e la piattaforma. Il contratto si riduce ad una scala mobile misera, a perdere, dei salari.

Quindi salari sempre più ridotti e soprattutto lo spazio per la contrattazione che si fa sempre più stretto. Ringraziamo Sergio Bellavita di Usb lavoro privato. Grazie Sergio per essere stato con noi.

Grazie a voi, ciao.

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Weeda Ahmad: “Ostacolare i criminali di guerra con una rete internazionale di sostegno”


Weeda Ahmad è la presidente dell’associazione afghana Saajs (Social Association Afghan Justice Seekers) da anni impegnata a raccogliere testimonianze sui crimini di guerra compiuti da figure politiche afghane tuttora presenti sulla scena nazionale e internazionale con incarichi istituzionali. Ha partecipato assieme ad altri attivisti dei diritti l’egiziano Malek Adly (in video), l’irachena Nibras Almamuri, l’indiano Assem Trivedi, il siriano Zaidoun al Zoabi, il mauritano Biram Dah Abeid, al convegno “Difendiamoli!” organizzato ieri presso la Camera dei Deputati da diverse associazioni che sostengono la protezione dei Diritti Umani.

Weeda è utile confrontarsi con attivisti di altre nazioni sul tema dei diritti umani negati?

Il dialogo e la collaborazione fra chi si batte per il rispetto dei diritti umani nei vari Paesi sono indispensabili, i difensori delle libertà rappresentano un mezzo formidabile di sostegno reciproco a livello internazionale. Proprio perché i profanatori di questi diritti e i criminali sono uniti fra loro, trovo giusto coordinare le attività di chi si difende.

Cosa s’aspetta l’associazione Saajs da simili convegni?

Ci aspettiamo che le testimonianze e i propositi che qui si confrontano non restino rinchiusi nei recinti d’un salone, pur importante come questo del Parlamento Italiano. Non vorremmo che terminato l’ennesimo convegno tutto venga archiviato, poiché in tal modo si favorisce l’oblìo. Auspichiamo la nascita di comitati permanenti che possano sviluppare confronti e un percorso comune.

Così da portare al cospetto del Tribunale Internazionale dell’Aja le nefandezze di più Paesi?

Sarebbe giusto. Certo, prendiamo l’esempio afghano: il nostro governo dal 2003, sotto la prima presidenza Karzai, ha riconosciuto il Tribunale dell’Aja però si dichiarava competente per crimini avvenuti dopo quell’anno; lasciando, dunque, scoperta tutta la fase della guerra civile (1992-96) in cui i signori della guerra dal hanno massacrato 80.000 concittadini e tralasciando il periodo del terrore talebano fino al 2001. Negli anni successivi al 2003 a Kabul è stato creato un comitato governativo che doveva rapportarsi alla Corte dell’Aja, in questa struttura è presente Salahuddin Rabbani, figlio dell’ex signore della guerra che fu anche presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, ed è attuale ministro degli esteri dell’amministrazione Ghani. Strutture che vedono la presenza di questi uomini ovviamente non lavoreranno per inseguire la giustizia sulle atrocità del passato.

Prevale maggiormente la condivisione del dolore o la frustrazione per la mancata giustizia?

Ci sono entrambe, non lo nascondo. C’è anche quel senso d’immobilità delle cose, però c’è il desiderio di guardare avanti e non arrendersi. Non abbiamo altra via.

Nel vostro Paese giungono notizie delle vessazioni altrui?

Purtroppo abbiamo un sistema mediatico acquiescente e complice verso il potere che non presta attenzione al quadro internazionale. I familiari delle vittime civili – che nel quindicennio d’occupazione occidentale sono continuate a esistere – non hanno bisogno di conoscere dai media gli scempi, vengono informati sul posto o, se abitano in altre zone, sono avvertiti da gente comune e funzionari governativi. I giovani che usano i social network si trovano di fronte a un bivio: sul web esistono siti d’informazione ufficiale come Tolo tv, e quelli d’opposizione fondamentalista e d’altra tendenza. Ognuno osserva i suoi canali, li usa e lì cerca proprie referenze, non c’è dialogo fra le parti.

Ai deputati italiani che sostengono un governo che finanzia truppe d’occupazione nel vostro Paese, cosa chiedete? Cosa rivendicate?

A questi parlamentari non chiediamo nulla perché se sostengono la missione Nato sono complici di ciò che fanno le truppe d’occupazione. Ribadisco: dal 2001 con l’Enduring Freedom, la missione Isaf e ora col Resolute Support i crimini di guerra non sono diminuiti. Noi domandiamo solidarietà al popolo italiano, alle strutture di sostegno dei diritti umani, alle Ong, al volontariato.

Quale svolta prevede in Afghanistan: i talebani verranno cooptati al governo?

Sono pessimista. L’integrazione dei talebani nel governo è possibile, e questo sposterà ancor più l’orientamento del Paese verso il fondamentalismo in politica e nei costumi, ma tutto ciò non basterà a limitare gli spazi dell’Isis. Se dovesse proseguire un’occupazione occidentale, i miliziani potrebbero sostituire i taliban nel ruolo di resistenti.

Cosa avete pensato dell’apertura compiuta dal presidente Ghani verso Hekmatyar, noto come ‘il macellaio di Kabul’?

Che il governo “democratico” getta la maschera. Come ai tempi di Karzai questi personaggi servono due padroni: gli statunitensi che li insediano e i fondamentalisti interni con cui fanno affari.

Anni di lavoro a raccogliere testimonianze sulle vittime dei signori della guerra andati in fumo?

Non proprio. La coscienza acquisita con quest’esperienza e i frutti della stessa – le testimonianze documentate – non sono lavoro perso. Tornano utili perché creano determinazione e senso civico in nuove leve di attivisti. Inoltre conserviamo molte copie dei documenti, nella sede dell’associazione e in vari luoghi segreti. A media o lunga scadenza, tutto servirà per inchiodare i criminali.

Aumenta fra la gente il sostegno al vostro lavoro oppure prevalgono nuovamente paura e omertà?

L’omertà no. La nostra gente odia i politici afghani sia per le condizioni di miseria in cui costringono milioni di persone, sia per la corruzione e il servilismo verso lo straniero occupante e non. La paura è, invece, presente. In troppi di più generazioni hanno perso fiducia per le tante promesse tradite negli ultimi quarant’anni. La paura è un fattore oggettivo e si mescola con la sfiducia. Ma c’è anche speranza. Ci aiutano i giovani, sull’onda di quell’energica incoscienza che porta a impegnarsi per degli ideali in condizioni di assoluto volontariato. Noi non molliamo. Non molliamo affatto.

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Francia, la destra sceglie Fillon

di Michele Paris

La prevedibile vittoria dell’ex primo ministro francese, François Fillon, nel secondo turno delle primarie per le presidenziali del partito neo-gollista, Les Republicaines (LR), apre molto probabilmente la strada a una sfida per l’Eliseo tra due candidati schierati in maniera chiara alla destra dello scacchiere politico d’oltralpe. L’opinione diffusa, in Francia e altrove, è infatti che Fillon e la leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, si sfideranno la prossima primavera nel ballottaggio che deciderà il successore alla guida del paese dell’ormai screditato presidente del Partito Socialista (PS), François Hollande.

Giunto a sorpresa al primo posto nel primo turno delle primarie del centro-destra una settimana fa, Fillon ha conquistato domenica più del 66% dei voti espressi, imponendosi in quasi tutti i dipartimenti e territori d’oltremare della repubblica. Il suo rivale, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé, si è fermato al 33,5% e ha sopravanzato Fillon solo nel suo dipartimento – la Gironda – e in quello centrale della Corrèze, nonché in tre territori d’oltremare (Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Guyana).

L’affluenza a quelle che erano primarie aperte è stata superiore di circa il 4% rispetto al primo turno, quando già si era registrato un numero record di 4,2 milioni di votanti. A influire sulla partecipazione alle primarie dell’LR è stata probabilmente l’ostilità nei confronti del presidente in carica, il discredito di Juppé, identificato come il più emblematico rappresentate di un establishment corrotto ed elitario, e la percezione – decisamente ingannevole – di essere in presenza di un candidato di rottura in grado di attuare politiche più popolari di quelle adottate da governi e presidenti succedutisi negli ultimi anni.

Scorrendo anche solo superficialmente il suo programma e giudicando dalle prese di posizione pubbliche in queste settimane, la candidatura e la possibile vittoria di Fillon nelle presidenziali determinerebbero una nuova importante spinta verso destra degli equilibri politici in Francia, con più di un punto di contatto con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti.

L’orientamento nazionalista di Fillon, assieme a proposte come il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici e il taglio della spesa dello stato per oltre 100 miliardi di euro non lasciano molti dubbi su chi sarà a sostenere il peso del promesso “rilancio” dell’economia transalpina.

In campagna elettorale, Fillon ha inoltre corteggiato la destra cattolica francese, avanzando l’ipotesi di limitare l’accesso all’aborto e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. I toni catastrofici contro il “fondamentalismo” islamista lasciano poi intendere da un lato un’ulteriore escalation militare in Medio Oriente e, dall’altro, la volontà di alimentare le divisioni tra la popolazione, attraverso la criminalizzazione degli immigrati di origine araba, in preparazione di nuove misure anti-sociali.

In fin dei conti, il successo imprevisto di Fillon nelle primarie del suo partito è il risultato di una strategia che è consistita fondamentalmente nel proporre una variante ancora più di destra delle iniziative avanzate da Juppé. Strategia vincente, almeno per il momento, vista la promozione e lo sdoganamento delle forze reazionarie in atto in Francia come altrove, soprattutto in assenza di un’alternativa percorribile a sinistra dopo il disastro degli oltre quattro anni di governo Socialista.

Che le politiche neo-liberiste promesse da Fillon, acceso ammiratore di Margaret Thatcher, non suscitino l’entusiasmo dei francesi, nonostante l’apparente popolarità evidenziata dalle primarie, è confermata da alcuni sondaggi. Il quotidiano Libération ha ricordato ad esempio domenica un’indagine che aveva rivelato come tra il 60% e il 70% degli interpellati si fosse detto contrario ad alcune misure previste dal programma di Fillon, come i licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’eliminazione della tassa sui grandi patrimoni (ISF), l’innalzamento dell’età di accesso alla pensione a 65 anni e l’aumento dell’IVA per compensare la riduzione del carico fiscale delle aziende.

D’altra parte, Hollande e i primi ministri Socialisti nominati a partire dal 2012 hanno scelto senza riserve la via dell’austerity e della distruzione delle protezioni sociali e dei diritti del lavoro per far fronte alla crisi del capitalismo francese. Misure che hanno fatto esplodere lo scontro sociale, evidente nelle proteste oceaniche della scorsa estate contro la cosiddetta “loi travail”, a cui si è risposto con l’implementazione di uno stato di emergenza di fatto permanente, sia pure giustificato dagli attentati terroristici di Parigi e Nizza.

Le politiche di Hollande, oltre che ad aver messo a rischio l’unità del PS, hanno fatto precipitare i livelli di gradimento suoi e del suo partito, condannando la “sinistra” francese alla marginalità e, forse ancora peggio, a muoversi ancor più verso destra nell’illusione di evitare una batosta elettorale che si annuncia clamorosa.

La “nomination” del centro-destra francese assegnata a Fillon e, ancor più, il suo eventuale ingresso all’Eliseo, prospettano anche un’accelerazione delle divisioni e delle rivalità in Europa e in Occidente. In questo senso, la possibile elezione di Fillon si inserirebbe in un quadro già segnato dal successo di forze centrifughe come la “Brexit” e la presidenza Trump negli USA, per non parlare di un successo del NO nell’imminente referendum costituzionale in Italia.

Fillon sembra infatti intenzionato a normalizzare le relazioni con la Russia, mentre non nasconde l’ambizione di fare della Francia la potenza dominante nel continente, gettando così le basi, almeno in prospettiva futura, per un peggioramento dei rapporti con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania.

Sui giornali francesi si sta discutendo infine delle possibilità di vittoria di Fillon in un eventuale testa a testa con Marine Le Pen nel secondo turno delle presidenziali, dando ragionevolmente per scontato che il candidato Socialista, chiunque esso sia, non riesca ad accedere al ballottaggio.

Alcuni all’interno dell’FN hanno già espresso preoccupazione per la candidatura di Fillon, più difficilmente attaccabile rispetto a un Juppé – disposto a qualsiasi compromesso con la “sinistra” – o a un Sarkozy, gravato dal bilancio dei suoi cinque anni all’Eliseo. Come ha spiegato lunedì un’analisi del voto sempre di Libération, Fillon ha forti credenziali di destra che “riducono lo spazio di manovra del Fronte”, essendo l’ex premier un “cattolico conservatore” che rivendica a pieno la “sovranità” francese e, allo stesso modo dell’estrema destra, si dice favorevole al riavvicinamento alla Russia di Putin.

Con Fillon alla guida del centro-destra nelle presidenziali, tuttavia, il dibattito in Francia nei prossimi mesi si sposterà sempre più a destra e, com’è puntualmente avvenuto negli ultimi anni, ciò finirà per favorire proprio il Fronte Nazionale. Già l’implementazione di politiche da stato di polizia e contro gli immigrati del governo Socialista hanno legittimato le posizioni più autoritarie dell’FN, contribuendo a dare a quest’ultimo una facciata di credibilità.

A ciò vanno poi aggiunti gli sforzi del Fronte per ripulire la propria immagine, evitando l’ostentazione delle posizioni e dei simboli più provocatori, ma anche arruolando personalità con storie politiche apparentemente lontane dall’estrema destra.

Se, inoltre, la candidatura di Fillon potrebbe privare la Le Pen e i suoi di alcune armi per attaccarlo, è altrettanto vero che le politiche economiche ultra-liberiste del leader dell’LR, di fronte al sostanziale vuoto a sinistra, apriranno altri spazi di manovra per permettere alla destra populista, razzista e xenofoba di proporsi come unica forza che si batte per la giustizia sociale e i diritti dei francesi comuni.

Per queste ragioni, come già qualcuno paventa in Francia e non solo, l’eventuale sfida per l’Eliseo tra Fillon e Le Pen potrebbe avere connotati almeno in parte diversi dal ballottaggio del 2002 tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, rendendo più difficile l’aggregazione delle forze “democratiche e repubblicane” attorno al candidato gollista e trasformando forse il voto in un confronto più equilibrato del previsto.

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Terremoto. Governo e Protezione Civile prendano esempio da Tolentino e Pieve Torina

Gli sfollati non hanno bisogno solo di un tetto e un letto su cui dormire. Le Brigate della Solidarietà Attiva ritengono che debbano essere rispettate la libertà di scelta, la dignità e l'intimità dei nuclei familiari, per questo abbiamo dato voce ai nuclei di popolazione molto critici con la soluzione proposta dal governo dei "grandi campi container" (foto sotto) in cui concentrare centinaia di persone, costrette a condividere cucina, servizi igienici e spazi comuni. Sosteniamo da mesi invece che l'alternativa ci sia e consiste nel regolamentare e nell'autorizzare, con il contributo dello Stato, chi ne ha la possibilità ad allestire il container nelle vicinanze della propria casa inagibile utilizzando i medesimi allacci di acqua, energia elettrica e fognature.

Applicare l'alternativa proposta consentirebbe inoltre di rimodulare i campi container predisposti dal Governo in maniera da accogliere le esigenze dei cittadini. Anche per questo ci sentiamo in sintonia con i Comuni di Pieve Torina e di Tolentino per la soluzione proposta, che vi illustriamo attraverso il comunicato stampa diramato ieri da Tolentino: "Nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale il Sindaco Giuseppe Pezzanesi ha proposto un documento unitario, approvato all’unanimità, volto ad adottare un apposito atto che disciplini la localizzazione, realizzazione temporanea e successiva rimozione di manufatti temporanei, stante la loro caratteristica di provvisorietà da parte di coloro che hanno la propria abitazione inagibile. L’intenzione è quella di emettere una ordinanza finalizzata a disciplinare la localizzazione e realizzazione privata di manufatti temporanei fissi o mobili rivolta ai cittadini che hanno la propria abitazione o sedi di attività economica o professionale temporanea. Quindi un atto finalizzato ad individuare soluzioni che consentano un’adeguata sistemazione alloggiativa delle popolazioni, in contesti in cui operino strutture che garantiscano il regolare svolgimento della vita della comunità locale e ad assicurare il presidio di sicurezza del territorio, nonché di scongiurare l’esodo verso altre città. I manufatti potranno essere realizzati e istallati solo laddove sia possibile avere un allaccio alla rete fognaria esistente o in alternativa sia possibile realizzare lo scarico delle acque reflue con altri dispositivi conformi alla normativa. I manufatti dovranno essere realizzati nel rispetto della normativa antisismica e con la garanzia di tutti i requisiti minimi di sicurezza (certificazione degli impianti tecnologici, relativi allacci alle reti esistenti) igienico sanitario e antincendio. Dovranno rispettare le distanze minime previste dal Codice civile, essere ad un solo piano ed avere una altezza massima non superiore ai 2,70 metri e con dimensioni massime di 45 mq. Resta inteso che i manufatti temporanei dovranno essere rimossi al cessare dello stato di emergenza e comunque non oltre il ripristino delle condizioni di agibilità del fabbricato precedentemente occupato. Per l’istallazione dovrà essere presentata una domanda contenente l’impegno alla rimozione con allegata polizia fideiussoria per poter escludere l’Amministrazione pubblica da eventuali spese aggiuntive per lo smantellamento".

Brigate della solidarietà Attiva


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La scienza e la tecnologia secondo Fidel Castro

di Massimo Zucchetti

La scomparsa del Comandante Fidel Castro Ruz, avvenuta in questi giorni, mi ha portato a scrivere un breve ricordo di quelli che sono stati – avendoli verificati di persona – il suo pensiero sulla Scienza e la Tecnologia, la sua influenza sullo sviluppo di queste discipline a Cuba e nel mondo, e di come questo suo pensiero abbia contributo a Cuba di conservare la sua indipendenza.

Partiamo dalla mia esperienza personale, e non certo per mettere me stesso in mostra, ma per cercare di far capire a quale titolo vengano scritte queste righe: in questi giorni abbondano infatti sedicenti neo-esperti di Cuba, che nell’isola caraibica non hanno mai messo piede, se non al massimo per una settimana all-inclusive in un albergo a Varadero. Ho partecipato – dagli anni '90 fino all’anno scorso – a molte Conferenze internazionali a Cuba, in particolare relative a materie vicine alla mia disciplina, cioè la fisica nucleare e lo studio dell’ambiente. Nella serie di convegni internazionali WONP (Workshop On Nuclear Physics) e NURT (Nuclear and Related Techniques) ho potuto presentare molti miei lavori scientifici, trovando sempre ottima accoglienza, pubblico ampio, colleghi interessati con i quali ho anche intessuto rapporti di collaborazione.

Un solo esempio per tutti: nel 2001 presentai un lavoro scientifico sull’impatto ambientale e sulla salute dell’utilizzo militare dell’Uranio Impoverito [1], uno dei primi lavori presentati a livello internazionale da un italiano dopo la guerra contro la Jugoslavia nel 1999. Attenzione alla data: nel 2001 era molto difficile parlare scientificamente di quel problema, dato che nel democratico occidente vigeva una vulgata de facto che relegava l’allarme sull’uso di quel materiale radioattivo ad una protesta complottista. Ora, nel 2016, sappiamo che la NATO fece un uso criminale di quegli ordigni nei Balcani (come prima in Iraq e poi in altre guerre), mentre il governo “di sinistra” italiano, prima partecipò con le proprie basi ai bombardamenti, e poi inviò i soldati italiani in Kosovo, senza alcuna protezione contro l’inquinamento da polveri radioattive e composti chimici cancerogeni: l’odissea delle malattie e delle morti dei nostri militari si protrae tuttora. A Cuba, così come quando parlai di fusione termonucleare controllata a deuterio-elio-3, di monitoraggio e previsione dei sismi mediante il gas radon, ed altri argomenti scientifici di avanguardia, trovai spazio, accoglienza, attenzione, critica costruttiva, e dignità scientifica.

Fidel Castro era un avvocato, ma vi sono nella sua famiglia due scienziati di grande valore proprio nel mio stesso campo. Il suo primo figlio, il prof. Fidel Castro Diaz Balart, fisico nucleare noto anche a livello internazionale. E suo nipote diretto, anch’egli fisico nucleare, che non molto tempo fa ha completato i suoi studi conseguendo il Dottorato di Ricerca presso una prestigiosa università francese. Di entrambi mi onoro di essere amico, ed è pensando specialmente a loro che ho scritto questo mio breve ricordo.

L’attenzione di Fidel Castro verso la scienza e la tecnologia non hanno certo bisogno del mio endorsement. Ricordiamo tuttavia alcuni brani di un suo discorso del gennaio 1960, appena un anno dopo il trionfo della Rivoluzione:
“El futuro de nuestra Patria tiene que ser necesariamente un futuro de hombres de ciencia, de hombres de pensamiento, porgue precisamente es lo que más estamos sembrando, lo que más estamos sembrando son oportunidades a la inteligencia”.

Hay que despertar el interés de nuestra juventud para que investigue, para que conozca, para que se entrene, ya que esos conocimientos tienen valor en todos los ordenes”.

Nuestro país en el terreno de la investigación, deberá hacer dos cosas: acopiar información de todo lo que se va haciendo en otras partes, no debemos inventar dos veces lo que esta inventado una vez y a la vez realizar aquellas investigaciones concretas sobres las cuales en concreto necesitamos resolver determinados problemas, adaptar el resultado de las investigaciones a otros países a las necesidades de nuestro país”.

Tampoco sería posible investigar en todas las ramas… Nosotros no podemos ser fuertes en todo de ahí la importancia de determinar en que podemos ser más fuertes y más especializados porque nosotros tenemos una ventaja, el recurso humano”. (Revista Juventud y Técnica, Nº 297, p. 29)
Ed è con molta attenzione che ho cercato di dare a queste frasi una traduzione decente in italiano:
“Il futuro del nostro paese deve necessariamente essere un futuro di uomini di scienza, uomini di pensiero, perché è proprio quello che stiamo seminando: quello che stiamo seminando sono opportunità per l'intelligenza.

Dobbiamo risvegliare l'interesse dei nostri giovani per studiare, conoscere, essere formati, perché la conoscenza ha valore a tutti i livelli.

Per il nostro Paese, nel campo della ricerca, è necessario fare due cose: raccogliere informazioni su tutto quanto viene fatto altrove, perché non dobbiamo re-inventare un doppione di quanto si è già scoperto, e quindi dobbiamo concentrarci su quelle ricerche specifiche delle quali abbiamo bisogno per risolvere certi nostri problemi, cioè adattare i risultati delle indagini in altri paesi alle esigenze del nostro paese.

Perché sarebbe impossibile fare ricerca in tutti gli aspetti dello scibile. Non possiamo essere forti in tutto: da qui l'importanza di determinare dove possiamo essere più forti e più specializzati, perché abbiamo un vantaggio, le risorse umane.”
In una nazione – nel 1960 – appena uscita da una guerra di liberazione, dopo decenni di dominio di fatto coloniale tramite una dittatura, con la maggior parte della popolazione ancora analfabeta e senza accesso all’istruzione, e nessun ruolo rilevante in ambito scientifico, questi concetti potevano apparire una sfida forse troppo visionaria e coraggiosa: ma tuttavia, come si legge nella seconda parte, molto concreta e priva di promesse irrealizzabili e voli pindarici. Quanto venne detto nel 1960, fu realizzato pienamente e si andò ben oltre. Cuba ha un tasso di alfabetizzazione, scolarizzazione, accesso all’istruzione universitaria che non ha pari in nessuna nazione circonvicina, e fra i primi al mondo. Oltre a questo, nell’ambito della ricerca avanzata, Cuba ha raggiunto nei decenni più recenti livelli di eccellenza internazionale in molte discipline. Un elenco completo va oltre le intenzioni di questo scritto: ma voglio ricordare l’eccellenza raggiunta in molti campi della biotecnologia, della medicina, della genetica, delle scienze informatiche, che ho potuto constatare di persona, oltre che in molti altri.

Passano trent’anni da quel 1960, e Fidel Castro entra nell’ultimo suo periodo di potere politico attivo, prima di abbandonare gradualmente ogni carica. Molte realizzazioni si sono compiute, ma Cuba è sotto attacco da parte del Capitalismo internazionale, nel tentativo di isolarla e di renderlo il prossimo possibile parco dei divertimenti, dopo il 1989 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dice Fidel Castro nel 1991:
“No puede haber socialismo sin ciencia.

La supervivencia de la Revolución y del socialismo, la preservación de la independencia de este país depende hoy, fundamentalmente de la ciencia y la técnica. Y no voy a decir que sea únicamente un problema de la ciencia y la técnica; yo diría que es, en primer lugar, un problema político, una cuestión de conciencia, de espíritu de lucha, de voluntad, decisión, y valor para resistir, para enfrentar dificultades, cualesquieran que sean. Este esfuerzo de la ciencia y de la técnica requiere de una premisa política, que es la voluntad de luchar y de vencer.

Lo que tengamos en el futuro tenemos que crearlo nosotros, tenemos que conquistarlo con nuestros brazos, con nuestro sudor y con nuestra inteligencia. Podemos llegar a hacer mucho y podemos llegar muy lejos, porque tenemos lo que no tienen otros: la cantidad de talento acumulado de nuestra sociedad, la cantidad de inteligencia desarrolladas. Con lo que tenemos podemos alcanzar lo que queramos.”

(Pensamiento de Fidel Castro Ruz. Tercera Parte. VI Forum, 1991.)
Che sempre nella mia traduzione, significa in italiano:
“Non ci può essere il socialismo senza la scienza.

La sopravvivenza della rivoluzione e del socialismo, preservando l'indipendenza di questo paese, dipende oggi prevalentemente dalla scienza e dalla tecnologia. E non voglio dire che è solo un problema di scienza e tecnologia; Direi, prima di tutto, un problema politico, una questione di coscienza, spirito combattivo, di volontà, determinazione, e il coraggio di resistere, ad affrontare le difficoltà, qualsiasi esse siano. Questo sforzo della scienza e della tecnologia richiede una premessa politica, che è la volontà di combattere e vincere.

Quello che avremo in futuro, lo dobbiamo creare noi, dobbiamo conquistarlo con le nostre mani, con il nostro sudore e la nostra intelligenza. Possiamo ottenere molto e possiamo andare lontano, perché abbiamo ciò che altri non hanno: la quantità di talento accumulato nella nostra società, la quantità di intelligenza sviluppata. Con quello che abbiamo possiamo ottenere ciò che vogliamo.”
Un altro quarto di secolo è passato da quel discorso. Cuba c’è. E non si trova ormai nessuno, neppure fra i discendenti della mafia cubano-statunitense di Batista ed i suoi tardi epigoni internazionali, che riesca ad enumerare, fra i propri argomenti contro Cuba, l’arretratezza culturale, tecnologica, scientifica. Al di là delle convinzioni di ognuno in campo politico, questi sono i fatti. Con gran dispetto dei profeti di sventura, Fidel Castro è stato forse l’unico rivoluzionario al mondo ad aver fatto una rivoluzione, aver vinto, ed averla mantenuta: crediamo che uno dei modi con i quali questo sia stato realizzato sia anche l’aver creduto nella scienza, nella cultura, nella tecnologia non come patrimonio di pochi, ma alla portata e al servizio di tutti.

Note – Per un approfondimento.

• Josefa Cuadra Vázquez, María Caridad Herrera Gómez. El pensamiento de Fidel Castro en relación con la ciencia y su influencia en los profesionales de Cultura Física (Fidel Castro’s thought about science and its influence in the professional of Physical Culture), Facultad de Cultura Física, Universidad de Guantánamo (Cuba). http://www.efdeportes.com/efd156/fidel-castro-y-los-profesionales-de-cultura-fisica.htm• Castro Días Balart (2001) Amanecer del tercer milenio, Ciencia, Innovación y Futuro. Instituto Cubano del Libro, Ciudad de la Habana.
• Castro Ruz, Fidel (1995) Discurso en el Acto Central del Congreso Pedagogía 1995. Periódico Granma.
• Castro Ruz, Fidel (2000) Discurso pronunciado en el Aniversario de la Sociedad Espeleológica de Cuba (1960). Rumbo hacia el futuro.
• Palabras de Fidel Castro Ruz. Ciencia y Técnica (premisa política).
http://www.forumcyt.cu/generalidades/fidel
NOTE

[1] M. Zucchetti, Some facts on depleted uranium, its military use, its effects on the health of population. Conference Paper · February 2001. DOI: 10.13140/RG.2.1.3379.8647. Conference: 3rd International Symposium on Nuclear and Related Techniques NURT 2001, At La Habana (Cuba). Scaricabile liberamente dal sito web: https://www.researchgate.net/publication/293649268_Some_facts_on_depleted_uranium_its_military_use_its_effects_on_the_health_of_population

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Il destino delle banche italiane dipende dal referendum? Solo un patetico imbroglio

Ieri sul Financial Times leggevamo: "Alti funzionari e banchieri dichiarano che fino a otto banche italiane rischiano il fallimento se Renzi perde il referendum costituzionale". Non è indispensabile conoscere i nomi di questi segreti informatori del FT: svariati capitani dell'alta finanza hanno apertamente evocato in questi giorni la minaccia di turbolenze bancarie se domenica i No alla riforma dovessero prevalere. Il motivo, essi dicono, è che un'eventuale sconfitta costringerebbe il Premier e i suoi ministri a dimettersi, con la conseguenza di interrompere i tentativi del governo di stabilizzare il sistema bancario italiano.

Oggi che la borsa è in rosso e che le banche vanno per l'ennesima volta sotto, una pletora di commentatori nostrani rilancia le parole degli alti finanzieri: il pericolo sta nelle urne, nel rischio di una vittoria del No al referendum.

Questa lettura della partita referendaria è del tutto fuorviante, e francamente anche un po' patetica. La ragione è semplice: essa presuppone che le iniziative del governo, dall'istituzione del fondo Atlante alla gestione del dossier Montepaschi, siano in grado di scongiurare una crisi bancaria.

La verità, purtroppo, è che le misure adottate finora dal governo sono state del tutto inadeguate, e persino controproducenti. Il caso Montepaschi è un esempio emblematico. Matteo Renzi avrebbe dovuto finalmente avviare la ricapitalizzazione pubblica della banca, come in questi anni si è fatto innumerevoli volte nel resto del mondo, dagli Stati Uniti alla Germania. A tale scopo, Renzi avrebbe potuto persino ricorrere all'applicazione di regole europee vigenti, secondo le quali il salvataggio statale di una banca è consentito senza bail-in qualora sia in gioco la stabilità finanziaria di un paese.

Invece, riesumando una stantia retorica liberista, il Premier ha voluto imporre una sgangherata "soluzione di mercato": vale a dire, trovare investitori privati disposti ad acquistare la banca a prezzi di saldo. Questa iniziativa non sta funzionando, per usare un eufemismo. Nello scenario attuale, chi detiene ingenti capitali prevede ulteriori cali dei prezzi e magari svalutazioni incontrollate, che permetterebbero di fare incetta delle banche dei paesi in difficoltà a prezzi ancor più scontati. Ecco perché è così difficile trovare oggi degli acquirenti privati. L'unica certezza della "soluzione di mercato" è che anche nel caso in cui essa fallisca Montepaschi dovrà comunque pagare laute commissioni a JP Morgan, la banca d'affari a cui Renzi ha affidato la gestione dell'operazione.

La linea d'azione del governo aiuta dunque a stabilizzare il sistema bancario nazionale? Chi lo sostiene è un bell'incosciente. O forse ha interessi in gioco.

Con Dani Rodrik e altri sostenemmo proprio sul Financial Times che i guai dei mercati finanziari e dei sistemi bancari, italiani e non solo, dipendono da cause profonde, legate alla struttura dell'Unione monetaria e alla funesta politica deflazionista con cui le autorità europee e i governi nazionali stanno gestendo la crisi: in questo scenario nuovi tracolli bancari e quindi ulteriori crisi dell'eurozona saranno eventi inesorabili. L'unica ragione per cui finora le turbolenze sono state circoscritte sta nel fatto che la BCE ha inondato i mercati di liquidità ad ogni fiammata ribassista. Ma ad ogni attacco il banchiere centrale deve rispondere con azioni sempre più incisive ed estese, al limite rivolte non più solo ai titoli pubblici ma anche privati. Ecco perché gli speculatori non stanno cambiando idea: essi sono pronti a buttare giù il mercato ogni volta che sorga un dubbio sulla capacità di Mario Draghi di convincere il direttorio a spingere sempre di più la politica monetaria oltre i confini degli accordi europei.

In un simile inviluppo macroeconomico, il referendum è solo uno dei tanti pretesti possibili: in realtà ogni occasione è propizia per alimentare nuove onde al ribasso del mercato. Con buona pace di chi sostiene che sotto l'euro siamo protetti.

Se si volesse davvero iniziare ad affrontare la situazione bisognerebbe prepararsi a nazionalizzazioni bancarie e a controlli sui movimenti di capitale, con o senza il consenso delle istituzioni europee. Simili soluzioni trovano riscontri persino all'interno del Fondo Monetario Internazionale e sono state ampiamente praticate altrove, ma in Italia non sembrano attecchire. A quanto pare, siamo talmente sedotti dalle "soluzioni di mercato" che qualcuno sarebbe capace di rifilarcele anche in caso di uscita dall'euro. Di questo passo, al cospetto di una crisi di portata storica, potremmo a breve essere additati come una delle ultime province occidentali tuttora disposte a bersi le vecchie, sballate ricette del liberismo finanziario.

La situazione delle banche in Italia è dunque grave ma non è seria. Legare la stabilità del sistema bancario agli esiti del referendum e al destino del governo Renzi è solo un patetico imbroglio.

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Il modello liberale per il corso economico della Russia

Per il secondo anno consecutivo, il presidente del colosso energetico russo “Gazprom”, Aleksej Miller guida la classifica di Forbes dei 25 top manager russi più pagati nel 2015. Purtroppo, Miller si è dovuto accontentare di 17,7 milioni $, rispetto ai 27 milioni del 2014. In periodi di crisi, sono cose che succedono, anche a loro; del resto, pure il suo diretto inseguitore, il presidente dell'altro gigante energetico, “Rosneft”, Igor Sečin, ha intascato appena 13 milioni, invece dei 17,5 dell'anno precedente; e così il direttore di “Sberbank”, German Gref, fermo a 11 milioni (13,5 nel 2014). In generale, il totale degli “stipendi” dei 25 manager russi più pagati nel 2015, è sceso dai 113,8 milioni $ del 2014, ai 78,3 del 2015 e dall'elenco sono addirittura scomparsi nomi di spicco quali l'ex direttore delle Ferrovie, Vladimir Jakunin, il capo di “Rusgidro” Evgenij Dod o l'ex dirigente di “Bašneft”, Aleksandr Korsik.

Parlando di “Bašneft” e dello scandalo che ha portato all'arresto dell'ex Ministro per lo sviluppo economico, Aleksej Uljukaev – accusato di aver intascato 2 milioni $ per dare il consenso all'acquisizione, da parte di “Rosneft”, del pacchetto azionario di proprietà statale di “Bašneft” – va rilevato che il boss della banca VTB, Andrej Kostin (nel 2014 occupava il secondo posto nella classifica di Forbes, con 21 milioni $; non si dispongono dati per il 2015) ritiene che l'uscita di Uljukaev “non cambi il corso economico governativo, che è stabilito da Presidente, Governo e Primo ministro”. D'altronde, lo stesso Vladimir Putin, secondo la Tass, ha dichiarato che l'arresto di Uljukaev non influirà in alcun modo sull'acquisizione di “Bašneft” da parte di “Rosneft”. Putin ha ricordato che, nonostante il pacchetto di controllo di “Rosneft” appartenga allo stato, un'altra quota significativa è di proprietà della British Petroleum e "tanto il governo, quanto il management di Rosneft continueranno a operare per la vendita del pacchetto della stessa Rosneft”: le privatizzazioni innanzitutto. Un piccolo dettaglio: ancora la Tass scive che Uljukaev era anche presidente del consiglio di sorveglianza proprio di VTB holding, la cui controllata, "VTB Capital", era intervenuta in qualità di investor consulting nell'affare “Bašneft”; quando si dicono le coincidenze, fortunate.

Tra i meno fortunati, invece, stando ai sondaggi del Centro “Pubblica opinione”, un terzo delle famiglie russe (33%) parla di peggioramento delle proprie condizioni di vita, dovuto in gran parte alla diminuzione dei salari o alla perdita del lavoro di un membro della famiglia. Ed è difficile immaginare che si tratti di una calo del tenore di vita tipo quello toccato ai poveri Miller, Gref o Sečin, se è vero che i salari medi corrono ancora sul filo dei 15mila rubli mensili. Vero è che, secondo il sondaggio, un quinto degli intervistati avrebbe avvertito un innalzamento del livello di reddito, anche se non se ne specificano le cifre. D'altro canto, il 59% parla di un aumento delle spese per il sostentamento familiare. Briciole, in effetti, rispetto alle forti uscite cui è ora chiamato a far fronte, da disoccupato, il povero Uljukaev, per mantenere ville, appartamenti di lusso e terreni valutati (solo quelli registrati nella zona di Mosca e provincia e soltanto quelli intestati a lui direttamente) a circa mezzo miliardo di rubli.

Secondo i sondaggi dell'ufficiale VTsIOM, invece, l'86% dei russi avverte l'ostilità tra ricchi e poveri; il 74% la contrapposizione tra dirigenti e funzionari inferiori; il 73% tra imprenditori e lavoratori salariati. La disparità tra classe operaia e intellighenzia è sentita dal 58% degli intervistati. E non c'è da meravigliarsi: un mese fa, rotfront.su scriveva che i profitti delle banche russe più grosse, tra gennaio e settembre, sono cresciuti di cinque volte rispetto allo stesso periodo del 2015. Se i banchieri, in tutto lo scorso anno, avevano arraffato qualcosa come 192 miliardi di rubli, nei soli primi nove mesi del 2016 ne hanno intascati 635: 103 miliardi nel solo mese di settembre. Rotfront.su riporta il caso della “Sberbank”, che paga il 6% di interessi sui depositi e prende il 18% sui crediti.

D'altro canto, Dmitrij Migunov e Marat Seleznev, su lenta.ru, scrivono di circa 20 milioni di persone (dati ufficiali) che vivono al di sotto della soglia di povertà. Secondo il Global Wealth Report del Credit Suisse, da metà 2015 a metà 2016 il benessere dei russi è sceso del 14,4%, dopo che, grazie all'alto prezzo del petrolio, era cresciuto di 8 volte negli anni 2000-2007. Inoltre, il 10% delle famiglie controllerebbe l'89% della ricchezza nazionale (contro il 78% in USA e il 73% in Cina). Ma il vice presidente della Commissione lavoro della Duma, Nikolaj Kolomejtsev, afferma che il dato è troppo ottimistico: sarebbe non più di un 3% di famiglie a controllare la quasi totalità dell'economia russa. Tra i fattori di riduzione dei livelli di vita in Russia, il Credit Suisse menziona anche la svalutazione del rublo, passato dai 25 rubli per 1 $ nel 2007 ai 64 nel 2016.

Prendendo per buone le valutazioni accademiche, allora l'Istituto di Politica sociale della Scuola superiore di economia ha stabilito che, allo scorso settembre, il reddito pro capite in Russia era pari a 30.125 rubli: in termini reali, il 97,2% di quello di un anno fa e il 91,3% del settembre del 2014. Sembra che settembre 2016 sia stato il 23° mese consecutivo di contrazione dei redditi reali. Lo stipendio medio a settembre era di 36.115 rubli; in termini reali: il 102,8% rispetto al settembre 2015 e il 92,1% del settembre 2014. Ma, ovviamente, in quel termine medio rientrano anche i salari di 15.000 rubli percepiti da 72 russi su 100. Di contro, la crescita dei prezzi al consumo è stata dello 0,2% a settembre rispetto ad agosto e l'aumento complessivo nei primi tre trimestri di quest'anno è stato del 4,1%, mentre era stato del 10,4% nel 2015. Da novembre 2014 a settembre 2016, la crescita media dei prezzi al consumo è stata del 22,4%, oscillando tra il 23,2% per i generi alimentari e il 19,6% per i servizi. Rispetto all'ottobre 2014, il volume totale delle vendite al dettaglio di beni e servizi si è ridotto del 15,3% e per i prodotti alimentari la riduzione è stata del 15,7%.

La pensione media era di 12.440 rubli lo scorso settembre: il 96,7% del 2015 e il 92,8% del 2014. E proprio oggi l'ufficiale RT scrive che, secondo le previsioni, la pensione sociale, nel 2018, corrisponderà al 97,8% del minimo di sopravvivenza (9.159 rubli contro 9.364) e solo nel 2019 potrebbe risalire al 102% di quella soglia estrema.

La percentuale di intervistati che, in base alle proprie stime soggettive, giudica la propria situazione finanziaria come “povera o molto povera”, è stata a settembre del 22%; il 41% della popolazione (con punte fino al 60% tra pensionati e persone sole) ha dichiarato di non avere redditi sufficienti per vestiti o cibo. Sempre a settembre, il 73% degli intervistati ha dichiarato di continuare ad acquistare i prodotti alimentari meno cari e di rinunciare del tutto ad altri prodotti. E' stata del 40% la percentuale di famiglie che hanno dichiarato di essersi scontrate con problemi sul mercato del lavoro negli ultimi tre mesi; e tra quei problemi, sempre più diffusa è la “regola” dei salari pagati con mesi di ritardo. Life.ru scriveva stamani che le imprese, cui appena sei mesi fa erano state applicate “dure” sanzioni per mancati o posticipati pagamenti, sono state di nuovo autorizzate dal Ministero del lavoro a ritardare il pagamento dei premi; premi che, però, molto spesso e in diverse regioni, costituiscono la parte sostanziale del salario.

In generale, secondo la ricerca dell'Istituto di Politica sociale, “la società russa è formata per il 60% di classi medie, con un reddito pro-capite che oscilla dal 75% al 200% dell'indice medio. Allo stesso tempo, il reddito medio della popolazione supera appena di una volta e mezzo il minimo di sopravvivenza, il che determina un livello abbastanza modesto di vita della maggior parte della popolazione. Le particolarità che distinguono i modelli di stratificazione rispetto al reddito” continuano gli autori, “sono la quasi totale assenza di una povertà assoluta (quella cioè che presuppone un reddito non superiore al 25% di quello medio) e, al tempo stesso, una discreta percentuale (20%) di strati “vulnerabili”, caratterizzati da un'alta probabilità di cadere in povertà per il deterioramento della situazione economica”.

Dunque, per citare ancora rotfront.su, appaiono a dir poco “allegre” le constatazioni della presidente della Banca centrale, Elvira Nabiullina, secondo la quale, dato che "il precedente modello economico basato sulle esportazioni di materie prime e lo stimolo dei consumi, anche attraverso il credito al consumo, è esaurito", allora "il nuovo modello presuppone che i nostri cittadini, invece di consumare, conserveranno in banca il denaro in rubli, senza temere l'inflazione”. Il fatto è che, scrive rotfront.su, se a Mosca o in alcune grandi metropoli russe, “il boom consumistico è stato associato con iPhone, auto costose e altre merci superflue, in provincia molte famiglie vivono in condizioni di povertà e sono costrette a indebitarsi solo per mantenersi in vita. Quindi, sorge spontanea la domanda: cosa può costringere queste famiglie a ridurre ulteriormente i propri consumi, già così inverosimilmente miseri, e iniziare a risparmiare denaro per il futuro? Perché negarsi gli alimenti essenziali e nutrire i bambini con le tagliatelle solubili? Spuntano nuove chiese in base ai capricci del Patriarcato, nuovi “Centri Eltsin”, stadi enormi per i Mondiali di calcio e le Olimpiadi – per queste cose i soldi si trovano sempre, a prescindere da qualsiasi inflazione”.

E' il modello avviato venticinque anni fa e non ci si può illudere che solo l'arresto di questo o quell'oligarca recalcitrante, di questo o quel manager o ministro corrotto possa cambiarlo.

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