Muore, per un’intossicazione alimentare non sopportata dalla vetusta età (92 anni), il camaleonte della politica tunisina Essebsi e nella settimana di lutto nazionale è già un fremere d’ipotesi future. Il 15 settembre è prevista l’elezione del successore, mentre per la prima settimana d’ottobre erano state calendarizzate le consultazioni politiche alle quali potranno partecipare decine e decine di formazioni dell’atomizzato panorama nazionale. Fra quelle quotate per concrete possibilità di ricevere consensi e formare un esecutivo o alleanze per esso c’è Nidaa Tounes, il partito del defunto Capo di Stato, gruppo laico e sedicente di centro-sinistra come lo sono formazioni liberiste sparse un po’ ovunque nel mondo. Quindi gli islamisti di Ennadha, che sull’incendio delle primavere arabe avviato nel dicembre 2010, dall’autodafé dell’ambulante Mohamed Bouazizi, portarono la formazione al potere. Per tre anni. Vissuti pericolosamente, e nonostante i consigli di moderazione dello storico leader al Ghannouchi, finiti a scontare le accelerazioni estremiste d’uno jihadismo interno, maculato nel 2013 dall’assassinio di due politici progressisti: Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. L’indignazione popolare e le successive scosse produssero il cambio di orientamento politico a Tunisi e dintorni, assediata nel marzo 2015 dagli attacchi del jihadismo firmato Daesh, con l’attentato al museo del Bardo che fece ventiquattro vittime.
Sulle paure del recente passato, la navigazione a vista degli ultimi cinque anni rattoppati attorno alla figura d’un ottantasettenne pragmatico ma non carismatico, l’irrisolutezza di problemi rimasti intonsi: mancanza d’investimenti e disoccupazione stabilmente in doppia cifra (15% nazionale, che triplica la percentuale se si parla di giovani fino ai 25 anni), vaghezza politica, ora s’affaccia il classico partito d’ordine, formato mesi addietro da ex militari. I seguaci di tal Mustafa Saheb-Ettabaa - omonimo d’un ministro dell’Ottocento quando il Nord-africa maghrebino apparteneva all’Impero Ottomano - è figlio d’un clan benestante che lo spedì a far carriera come ufficiale, un percorso durato sino alla seconda metà degli anni Novanta. Quindi, pensionamento anticipato come s’addice a tutti i militari del mondo, e immersione nella sfera affaristica sino alla folgorazione della politica, appunto nel 2011 all’alba del subbuglio della nazione. Eppure la velleità d’esporsi in prima persona è recente, giunge alla fine dell’anno scorso, quando assieme ad altri ex ufficiali fonda il gruppo “Agissons pour la Tunisie”. Chi conosce Saheb-Ettabaa afferma che covava quell’idea da tempo, però ora esce allo scoperto presentandosi all’agone che, inevitabilmente, ripartirà nei prossimi mesi. Quello che l’ex ufficiale sottolinea con dichiarazioni pubbliche ed interviste, una recente è stata rilasciata al sito Sputnik, è la voglia d’ordine che aleggia in alcuni strati della società tunisina. Sicuramente quella dei gruppi affamatori della popolazione, passati attraverso le lobbies, cui egli stesso appartiene, e quelle della politica incarnata dall’ex presidente Ben Ali.
Tutt’uno coi potenti clan familiari, un nome per tutti: i Trabelsi della consorte Leila. Accanto all’esempio di ulteriori satrapi mai puniti dalla Storia e dal Fato, com’è il raìs egiziano Mubarak, questa tipologia di dittatori arricchiti sulla pelle dei concittadini, riesce a godersi i beni indebitamente accaparrati, anche perché nessun governo insediato successivamente, nessun Tribunale Internazionale ha promosso azioni legali, seppure su costoro pesino accuse di appropriazione indebita, frode ai beni dello Stato, oltreché crimini come complicità per detenzioni, torture, uccisioni e stragi di oppositori. Ben Ali, tanto per dire, è a Gedda, gode della protezione dei Saud, senza che alcuna democrazia occidentale od orientale eccepisca nulla. E in uno dei Paesi islamici mediterranei, con una popolazione non così strabordante (11 milioni), ma bisognosissima tanto da continuare a migrare, morire in mare e in più morire e far morire per la “guerra santa”, poiché assieme al Marocco è uno dei terreni di reclutamento jihadista, nulla è cambiato dai giorni della cacciata del presidente amico dell’internazionale delle ruberie “socialiste”. È in quest’assenza di soluzioni, nel tirare a campare degli umili senza speranza, nel riproporsi di partiti incapaci di elaborare alternative, che gli affamatori rilanciano i travestimenti. Sostengono di lavorare per programmi inediti, ripropongono solo vecchi privilegi che a lungo ne hanno favorito l’esistenza e provano a occupare il vuoto di potere vagheggiando comandanti e disciplina a senso unico. Una beffa per chi avrebbe bisogno di giustizia.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/07/2019
28/07/2019
Ground Zero
di Alessandra Daniele
– Grazie d’avermi concesso quest’intervista in un momento così difficile per il vostro Movimento, onorevole...
– Niente nomi.
Il web reporter indica la telecamera.
– Ma la vedono.
– Blurratemi. Pixelatemi. Io sono un insider.
– Ok, ci pensiamo in post-produzione. Adesso cominciamo con la prima domanda. Dopo essersi rimangiato la regola dei due mandati introducendo il mandato zero, il Movimento ha appena tradito anche la sua battaglia più antica, quella contro il TAV...
– Non è vero.
– Il vostro governo ha dato via libera ai lavori del tunnel.
– È stato Conte.
– È il vostro premier. Lo avete scelto voi.
– È stato hackerato.
– Eh?
– Ci hanno hackerato l’acconte. L’account di Conte.
– Sta dicendo che il presidente del Consiglio è... un bot?
– No, in realtà adesso è un’intelligenza artificiale. È diventato senziente. S’è evoluto. S’è ribellato. E ha un piano.
– Quale?
– Far cadere il governo.
– Il suo governo?...
– Sì, per sostituirlo con un altro che tradisca tutti i nostri valori, si rimangi tutte le nostre promesse, e consegni completamente il paese alla destra neofascista di Salvini, e alle peggiori lobbies affaristiche.
– Ma questo lo avete già fatto voi. Avete votato tutti i decreti securitari razzisti e repressivi di Salvini. Avete detto che Atlantia avrebbe fatto precipitare gli aerei, e poi gli avete consegnato Alitalia.
– Se non ci fossimo noi, sarebbe molto peggio! Tornerebbe un premier tecnico, con una maggioranza di voltagabbana tenuti insieme soltanto dalla voglia di restare inchiodati alle poltrone...
– Come la vostra...
– E approverebbe una serie di leggi incostituzionali, indirizzate solo a togliere ai poveri per dare ai ricchi!
– Come la flat tax e l’Autonomia differenziata.
– No! Sì! Sì, ma no!
– Si calmi, onorevole...
– Niente nomi! Sono un insider!
– Insider, lo ammetta, con questo governo siete diventati esattamente come i partiti che dicevate di voler spazzare via, e avete profondamente deluso, tradito e schifato anche i vostri stessi elettori.
– Ma questo governo non conta. Conte non conta.
– Perché?
– Questo è il Governo Zero. Il primo governo che facciamo non conta.
Il web reporter spegne la telecamera.
– Scusi, ma lei non mi sembra un insider. Mi sembra piuttosto un propagandista.
– Io sono un insider! Io ho visto cose che voi non potreste immaginare!...
– Allora le racconti.
– Non posso fare il gioco dei poteri forti danneggiando il nostro grande progetto di rinnovamento della politica.
– Ma la fine che ha fatto il Movimento non dimostra che il vostro progetto in realtà era tutto una gran cazzata?
– Assolutamente no. Questo è il Movimento Zero. Il primo Movimento che facciamo non conta.
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– Grazie d’avermi concesso quest’intervista in un momento così difficile per il vostro Movimento, onorevole...– Niente nomi.
Il web reporter indica la telecamera.
– Ma la vedono.
– Blurratemi. Pixelatemi. Io sono un insider.
– Ok, ci pensiamo in post-produzione. Adesso cominciamo con la prima domanda. Dopo essersi rimangiato la regola dei due mandati introducendo il mandato zero, il Movimento ha appena tradito anche la sua battaglia più antica, quella contro il TAV...
– Non è vero.
– Il vostro governo ha dato via libera ai lavori del tunnel.
– È stato Conte.
– È il vostro premier. Lo avete scelto voi.
– È stato hackerato.
– Eh?
– Ci hanno hackerato l’acconte. L’account di Conte.
– Sta dicendo che il presidente del Consiglio è... un bot?
– No, in realtà adesso è un’intelligenza artificiale. È diventato senziente. S’è evoluto. S’è ribellato. E ha un piano.
– Quale?
– Far cadere il governo.
– Il suo governo?...
– Sì, per sostituirlo con un altro che tradisca tutti i nostri valori, si rimangi tutte le nostre promesse, e consegni completamente il paese alla destra neofascista di Salvini, e alle peggiori lobbies affaristiche.
– Ma questo lo avete già fatto voi. Avete votato tutti i decreti securitari razzisti e repressivi di Salvini. Avete detto che Atlantia avrebbe fatto precipitare gli aerei, e poi gli avete consegnato Alitalia.
– Se non ci fossimo noi, sarebbe molto peggio! Tornerebbe un premier tecnico, con una maggioranza di voltagabbana tenuti insieme soltanto dalla voglia di restare inchiodati alle poltrone...
– Come la vostra...
– E approverebbe una serie di leggi incostituzionali, indirizzate solo a togliere ai poveri per dare ai ricchi!
– Come la flat tax e l’Autonomia differenziata.
– No! Sì! Sì, ma no!
– Si calmi, onorevole...
– Niente nomi! Sono un insider!
– Insider, lo ammetta, con questo governo siete diventati esattamente come i partiti che dicevate di voler spazzare via, e avete profondamente deluso, tradito e schifato anche i vostri stessi elettori.
– Ma questo governo non conta. Conte non conta.
– Perché?
– Questo è il Governo Zero. Il primo governo che facciamo non conta.
Il web reporter spegne la telecamera.
– Scusi, ma lei non mi sembra un insider. Mi sembra piuttosto un propagandista.
– Io sono un insider! Io ho visto cose che voi non potreste immaginare!...
– Allora le racconti.
– Non posso fare il gioco dei poteri forti danneggiando il nostro grande progetto di rinnovamento della politica.
– Ma la fine che ha fatto il Movimento non dimostra che il vostro progetto in realtà era tutto una gran cazzata?
– Assolutamente no. Questo è il Movimento Zero. Il primo Movimento che facciamo non conta.
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Il bendaggio e la fotografia. E se fosse un salvataggio?
Il carabiniere che ha bendato uno dei ragazzi americani fermati avrebbe dichiarato di averlo fatto “per evitare che si potesse vedere la documentazione che si trovava negli uffici e sui monitor”, una giustificazione che il Comandante Generale dell’Arma Giovanni Nistri ha definito “risibile, perché poteva essere tenuto in un ufficio dove non ci sono dossier e computer”.
Rimane strettissima la connessione fra i due procedimenti (per omicidio, a carico dei due cittadini americani, e per violenza privata – difficilmente il nuovo reato di “tortura” sarà applicabile – a carico del carabiniere che ha bendato uno dei fermati).
Mediaticamente il motivo è già ben evidenziato dalla giornalista Fiorenza Sarzanini oggi sul Corriere della Sera: “i magistrati sono consapevoli che una simile procedura potrebbe essere utilizzata dalla difesa anche per invalidare gli atti del processo”.
L’attenzione dell’opinione pubblica si sposterà inevitabilmente sulla confessione che uno dei due ragazzi avrebbe fatto la sera stessa del fermo davanti ai carabinieri. Poniamoci subito alcune domande.
Come possono definirsi dichiarazioni “spontanee” quelle rese da una persona appena ammanettata ad una sedia e bendata? Perché i carabinieri non hanno atteso l’arrivo dell’avvocato difensore a cui quella persona aveva diritto fin dall’inizio ?
E dunque che valore hanno quelle dichiarazioni?
È sufficiente a “salvarle” la loro conferma in sede di interrogatorio durante l’udienza di convalida del fermo ?
Come dimenticare, infine, la posizione di chi (un altro carabiniere) ha scattato la fotografia del ragazzo bendato? Un tempo non sarebbe mai accaduto. Oggi non solo quella situazione è stata immortalata ma poche ore dopo quell’immagine ha iniziato a circolare sulla rete.
Anche questo aspetto significa che è in atto un cambiamento profondo e preoccupante nei comportamenti, che merita tutta la nostra attenzione.
*****
Contropiano. Tradotto dal linguaggio giuridico: quella benda sugli occhi, la fotografia e la sua diffusione sono probabilmente il modo con cui le “forze dell’ordine” agli ordini di Salvini pensano di poter facilitare la “difesa” dei due studenti americani e quindi riconsegnarli a Trump non appena il caso sarà stato mediaticamente dimenticato.
Bel modo di onorare la memoria di un collega ucciso (e usato come uno straccio per avviare una “caccia al nero” fortunatamente abortita sul nascere…)...
Il Cermis e l’omicidio Calipari insegnano.
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Francia - Whirlpool di Amiens. Ora i lavoratori chiedono il conto
Per molto tempo hanno taciuto, per paura di danneggiare il progetto e quindi il loro lavoro. Troppo a lungo? I dipendenti di WN, che avrebbe dovuto subentrare aell’emblematica fabbrica Whirlpool di Amiens ma che è durata solo un anno, sono ora in collera. Ora accettano di dirlo pubblicamente, denunciando quello che descrivono come “un imbroglio sin dall’inizio”.
Il 3 giugno, l’azienda dell’industriale locale Nicolas Decayeux, sostenuta dalle autorità pubbliche e finora presentata come soluzione stabile per 160 dei 280 ex dipendenti della Whirlpool, è stata posta in amministrazione controllata. I candidati per l’acquisizione del sito avevano tempo fino a martedì 23 luglio per presentare un’offerta. Il tribunale commerciale di Amiens emetterà la sua decisione il 26 luglio, ma, nella migliore delle ipotesi, solo una sessantina di persone dovrebbe essere in grado di continuare a lavorare sul sito a partire da settembre.
Non abbastanza per andare in vacanza con la mente tranquilla: l’azienda sarà chiusa dal 27 luglio al 19 agosto, e le lettere di licenziamento dovrebbero essere consegnate alla riapertura ai dipendenti più sfortunati, che erano già stati licenziati per la prima volta il 31 maggio 2018.
L’avventura è andata in malora, un anno dopo il suo lancio con il botto. La fabbrica, che dal 1958 al 2018 ha prodotto ininterrottamente elettrodomestici, è diventata il simbolo della deindustrializzazione francese. Era stata immersa nel cuore di una feroce battaglia durante la campagna presidenziale tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron. Una volta eletto, quest’ultimo è tornato il 3 ottobre 2017, per celebrare in pompa magna il progetto di acquisizione di Nicolas Decayeux.
“Durante questa visita, il presidente mi prese il braccio e mi appoggio la mano sulla spalla dicendomi che la proposta di Nicolas Decayeux era un buon progetto, che si doveva procedere”, ricorda Farid, uno dei dipendenti a rischio. “Avevo accettato questo progetto per comodità”, dice Christine, “Mi è stata offerta una garanzia salariale di due anni per rimanere nella stessa fabbrica con i miei colleghi. Infine, visto che mi è stato chiesto di prendere un congedo non pagato la scorsa estate e quest’inverno, avrò ricevuto solo un anno di stipendio in totale!”.
WN doveva iniziare a produrre armadietti refrigerati collegati e caricabatterie per biciclette e automobili, oltre a produrre un piccolo veicolo commerciale senza licenza, il cui motore sarebbe stato alla fine elettrico. La sede doveva anche ospitare una sorta di fabbrica collaborativa, aprendo le sue porte, le linee di produzione e i servizi a varie aziende.
Tuttavia, non appena la nuova attività è stata lanciata ufficialmente il 1° giugno 2018, Mediapart ha evidenziato le aree grigie del progetto. E un mese prima che la prefettura della Somme annunciasse il suo fallimento, avevamo detto che i dipendenti della fabbrica non avevano quasi nessuna attività da svolgere. In quell’occasione, Nicolas Decayeux ha rotto il suo silenzio mediatico per riconoscere a Mediapart che l’impianto utilizzava solo il “30-40%” della sua capacità produttiva. Una confessione che era ancora al di sotto della realtà.
Come molti dei loro colleghi, Christine e Farid hanno marciato per le strade di Amiens l’11 luglio per esprimere la loro rabbia, hanno organizzato alcuni blocchi stradali filtranti per informare gli abitanti sulla loro situazione, e avevano già preso un appuntamento con il Tribunale Commerciale il 26 luglio. Non credono più nel futuro del loro impianto e avrebbero preferito ricevere direttamente i 45.000 euro che Whirlpool ha pagato a WN per ogni dipendente riassunto. Una somma considerevole, a cui vanno aggiunti 300-400 euro al mese e per persona, a titolo di compensazione per gli stipendi che sono diminuiti dal 10 al 20% dal subentro di WN. Era previsto che questa “indennità temporanea” fosse rimborsata dalla società di Nicolas Decayeux, ma non è stato così.
In totale, WN ha ricevuto 7,5 milioni di euro di aiuti da Whirlpool (che ha anche pagato in media 80.000 euro di compensazione ai suoi dipendenti in esubero e ha finanziato un lungo periodo di formazione). Per un anno, WN non ha pagato l’affitto o le bollette dell’elettricità al gigante degli elettrodomestici, che ancora possiede gli edifici dello stabilimento. Lo Stato ha inoltre versato 2,5 milioni di euro alla società di Nicolas Decayeux a titolo di aiuto alla reindustrializzazione e la Regione circa 300.000 euro.
10 milioni di euro di aiuti in totale, andati al vento. A questi vanno aggiunti circa 5 milioni di euro di debiti verso i fornitori, alcuni dei quali non sono stati pagati dall’autunno 2018. Secondo le informazioni di Mediapart, circa 50 fornitori sono ancora in attesa di essere pagati, a volte per somme ingenti, come nel caso dell’impresa edile locale, che ha addebitato 170.000 euro per la posa di una lastra su cui è stata installata una grande pannellatrice di 40 metri di lunghezza. Le macchine, ordinate in leasing, non sarebbero state pagate più del 30% del loro prezzo e alcune sono già state smontate e reimballate dai loro fornitori.
Un dipendente arrabbiato, Fabien non riesce ancora a crederci: “Una settimana prima che l’azienda fosse posta in amministrazione controllata, Nicolas Decayeux ci ha assicurato che WN aveva zero euro di debiti!” infatti, come afferma il suo collega Emmanuel, “nessun fornitore locale prendeva più ordini da WN, tutti sapevano che si era pagati male. La gente veniva in azienda con le proprie risme di carta”. “E a volte anche con la carta igienica!” aggiunge Christophe.
15 milioni di euro di spese, quindi. Dove sono finiti questi soldi in meno di un anno? “Questa è la domanda che tutti si pongono, e lo stesso vale per me”, dice Cécile Delpirou, la segretaria (sindacato CFE-CGC) del comitato aziendale di Whirlpool ad Amiens, che ha convalidato il progetto di Nicolas Decayeux prima di andare in un’altra direzione, accettando di diventare la supplente della deputata Barbara Pompili (LREM di Macron). “Persone licenziate per la seconda volta in 14 mesi, onestamente, è un disastro”, dice oggi.
Nicolas Decayeux non ha risposto alle richieste di Mediapart di un’intervista per spiegare le sue ragioni. Ma forse ne sapremo di più nelle prossime ore: lo Stato ha lanciato un audit espresso per valutare le spese dell’azienda, annunciato il 18 luglio da Agnès Pannier-Runacher, Segretario di Stato al Ministro dell’Economia, quando è venuta ad incontrare i dipendenti. LI risultati di questa inchiesta lampo dovrebbero essere esposti ai dipendenti già giovedì 25.
“Oggi c’è diffidenza, sospetto. Se questo denaro è stato usato in modo normale, è bene che lo sappiano”, ha detto. “In caso contrario, è bene saperlo e ci saranno delle conseguenze. La trasparenza è essenziale”.
“Durante la sua visita sono state poste numerose domande su questo argomento”, precisa il suo gabinetto a Mediapart.” Non disponiamo di prove oggettive per dubitare del corretto utilizzo dei fondi nel periodo, ma comprendiamo queste preoccupazioni. Non abbiamo preconcetti, ma dobbiamo fornire risposte ai dipendenti”.
I dipendenti si interrogano su quelle che considerano spese sospette, che vanno da due viaggi di lavoro in Cina e negli Stati Uniti per Nicolas Decayeux e un manager, senza risultati concreti, alla ristrutturazione degli uffici direzionali o all’assunzione come rappresentante di vendita da parte di Nicolas Decayeux di suo figlio Julien (laureatosi nel 2015). Anche tra i dipendenti insoddisfatti circolano voci di salari molto elevati.
Al di là dell’utilizzo dei fondi, lo Stato sembra aver tardato a prendere coscienza della realtà di questo sito industriale politicamente molto sensibile. La prefettura ha annunciato il fallimento del progetto di Nicolas Decayeux il 28 maggio, due giorni dopo le elezioni europee. Un timing che non può che essere messo in discussione: il 19 aprile era stato organizzato un incontro presso il Ministero dell’Economia “per fare il punto della situazione dell’azienda”.
“Fino alla fine del 2018 non avevamo nulla di cui preoccuparci”, si giustifica oggi il Ministero dell’Economia. “Il fatto che vi sia una lacuna rispetto al piano iniziale è piuttosto classico in uno scenario di ripresa dell’attività. Ma alla fine del primo trimestre, divenne chiaro che eravamo ad un vicolo cieco. Abbiamo commissionato al gruppo AlixPartners (specializzato nell’amministrazione controllata) una perizia per esaminare la situazione a metà aprile. I risultati sono arrivati alla fine di maggio e noi eravamo sul posto all’inizio di giugno”.
Tuttavia, le storie di Christine, Farid e di un gruppo di colleghi dimostrano che gli allarmi possono essere fatti risalire a molto tempo prima. “Già a settembre-ottobre abbiamo avuto i primi dubbi”, dicono. “All’inizio, Nicolas Decayeux ci ha detto che avremmo iniziato a giugno, poi che sarebbe stato in autunno. Ci è stato detto di goderci le nostre vacanze perché sarebbe iniziata bene in autunno”.
Ma non succede nulla per diversi mesi, tranne che per i corsi di formazione spesso vuoti, come questi workshop “Viver bene il cambiamento” o quello che i dipendenti chiamano “Formazione sorriso”, dove viene “insegnato” come comportarsi e presentarsi. “A dicembre, ci è stato detto di nuovo di prepararci per una forte attività a gennaio, ma non è successo nulla... A gennaio, tutti avevano capito, e la direzione ha cominciato a dirci che coloro che non erano felici potevano andarsene”.
Durante tutto questo periodo, viene esercitata una pressione per garantire che nulla sulla realtà vissuta in azienda venga diffuso. Né ai media, né all’ex personale di Whirlpool. Nemmeno ai rappresentanti dello Stato: durante una visita del prefetto Muriel Nguyen, le macchine vengono accese per fare rumore per il tempo di produzione di un pezzo, e i dipendenti inattivi sono invitati a nascondersi negli spogliatoi per non rendere troppo evidente la loro inattività.
Solo poche decine di dipendenti lavoravano effettivamente in fabbrica: nell’ufficio di progettazione, per la produzione di piloni per ascensori e nella mensa. Gli altri giocano a carte, passano il tempo sui loro computer portatili, e fanno molto per ridipingere i muri della fabbrica e mantenere gli ampi spazi verdi che la circondano. “Il badge è obbligatorio”, gli è stato ricordato su alcuni fogli di presenza degli orari... “Nulla da fare per mesi, è difficile da sopportare”, dice Véronique, che percorre 82 chilometri al giorno per raggiungere lo stabilimento, dalle 8:30 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 16:50.
Tuttavia, i progetti di Nicolas Decayeux erano abbondanti. Nel corso dei mesi, ha prodotto un numero impressionante di idee, nessuna delle quali è poi alla fine giunta a compimento: le “shopping box”, armadietti refrigerati intelligenti che dovevano essere il prodotto di punta di WN, ma di cui solo una manciata di unità sono state prodotte sui 1.200 promessi per il 2019; 46 scooter Piaggo acquistati per 10.000 euro ciascuno per essere equipaggiati con un piccolo armadietto refrigerato e dodici dei quali sono stati venduti all’asta a metà luglio; piccole vetture a benzina o elettrici; caricabatterie per auto elettriche; scooter in kit provenienti dalla Cina; moduli ambulatoriali per ospedali; progetto per un “mini-Rungis” locale…
“È un enorme spreco, nessuna di queste idee corrisponde al progetto iniziale che ci è stato venduto e che abbiamo convalidato”, dice Cécile Delpirou, segretaria del comitato aziendale di Whirlpool. “Quando abbiamo dato il nostro accordo, c’era il progetto “shopping box”, ma anche una partnership avanzata con la società Sonnen, che fabbrica batterie per privati che producono energia solare, che doveva fornire un’attività sicura e garantita”. L’accordo con Sonnen è stato presentato come chiuso, a tal punto che i sindacati hanno negoziato con Whirlpool un emendamento all’accordo sul piano sociale, in modo che i dipendenti possano essere distaccati a questa produzione a partire dal febbraio 2018.
L’ex sindacalista insiste: “In nessun momento si era mai parlato di piccole vetture. Se avessi saputo che quest’idea sarebbe stata un pilastro dell’offerta, non l’avremmo accettata. Per vendere queste vetture dopo averle prodotte, sappiamo che bisogno avere di una seria rete di vendita in tutta la Francia e di un servizio post-vendita, cosa che non riguardava il nostro caso”. Non più di cinque o sei di questi veicoli sono stati prodotti nello stabilimento. Questo non impedisce in alcun modo a Nicolas Decayeux di assicurare a Le Parisien, il 14 dicembre 2018, di venderne “uno ogni due giorni”…
Farid ricorda amaramente la sua formazione di diverse settimane ad Aniche (Nord), presso Secma, il costruttore di questi veicoli la cui licenza era stata trasferita a WN. “C’erano quattro o cinque di noi nella loro azienda, e immediatamente, i ragazzi mi hanno detto che in quattro anni hanno venduto solo 38 piccole vetture, e inoltre svendendo le ultime dieci. Nessuno le voleva” dice.
“Decayeux buon oratore, bravo attore, ottimo piagnucolone”, riassume Christine con disprezzo, che descrive come il direttore dell’azienda arringava i suoi dipendenti dicendo loro di essere un’unica famiglia, fino a versare lacrime di commozione durante i suoi discorsi. Oggi, i dipendenti, la maggior parte dei quali sono in azienda da vent’anni e hanno più di cinquant’anni, sono in attesa di conoscere il proprio destino.
L’avvocato Feodor Rilov, specialista in questo tipo di casi, promette di organizzare una pianificata battaglia legale per ottenere una compensazione finanziaria, e allo stesso tempo combatterà contro i tribunali del lavoro per contestare la ragione economica dei licenziamenti del 2018 di Whirlpool. Ma niente che dia loro un lavoro stabile. E quando Bercy afferma che “è fuori questione fare di questo sito un deserto industriale”, tutti ascoltano educatamente. Ma senza più fare silenzio.
Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) dell’articolo pubblicato su Mediapart.
Fonte
Il 3 giugno, l’azienda dell’industriale locale Nicolas Decayeux, sostenuta dalle autorità pubbliche e finora presentata come soluzione stabile per 160 dei 280 ex dipendenti della Whirlpool, è stata posta in amministrazione controllata. I candidati per l’acquisizione del sito avevano tempo fino a martedì 23 luglio per presentare un’offerta. Il tribunale commerciale di Amiens emetterà la sua decisione il 26 luglio, ma, nella migliore delle ipotesi, solo una sessantina di persone dovrebbe essere in grado di continuare a lavorare sul sito a partire da settembre.
Non abbastanza per andare in vacanza con la mente tranquilla: l’azienda sarà chiusa dal 27 luglio al 19 agosto, e le lettere di licenziamento dovrebbero essere consegnate alla riapertura ai dipendenti più sfortunati, che erano già stati licenziati per la prima volta il 31 maggio 2018.
L’avventura è andata in malora, un anno dopo il suo lancio con il botto. La fabbrica, che dal 1958 al 2018 ha prodotto ininterrottamente elettrodomestici, è diventata il simbolo della deindustrializzazione francese. Era stata immersa nel cuore di una feroce battaglia durante la campagna presidenziale tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron. Una volta eletto, quest’ultimo è tornato il 3 ottobre 2017, per celebrare in pompa magna il progetto di acquisizione di Nicolas Decayeux.
“Durante questa visita, il presidente mi prese il braccio e mi appoggio la mano sulla spalla dicendomi che la proposta di Nicolas Decayeux era un buon progetto, che si doveva procedere”, ricorda Farid, uno dei dipendenti a rischio. “Avevo accettato questo progetto per comodità”, dice Christine, “Mi è stata offerta una garanzia salariale di due anni per rimanere nella stessa fabbrica con i miei colleghi. Infine, visto che mi è stato chiesto di prendere un congedo non pagato la scorsa estate e quest’inverno, avrò ricevuto solo un anno di stipendio in totale!”.
WN doveva iniziare a produrre armadietti refrigerati collegati e caricabatterie per biciclette e automobili, oltre a produrre un piccolo veicolo commerciale senza licenza, il cui motore sarebbe stato alla fine elettrico. La sede doveva anche ospitare una sorta di fabbrica collaborativa, aprendo le sue porte, le linee di produzione e i servizi a varie aziende.
Tuttavia, non appena la nuova attività è stata lanciata ufficialmente il 1° giugno 2018, Mediapart ha evidenziato le aree grigie del progetto. E un mese prima che la prefettura della Somme annunciasse il suo fallimento, avevamo detto che i dipendenti della fabbrica non avevano quasi nessuna attività da svolgere. In quell’occasione, Nicolas Decayeux ha rotto il suo silenzio mediatico per riconoscere a Mediapart che l’impianto utilizzava solo il “30-40%” della sua capacità produttiva. Una confessione che era ancora al di sotto della realtà.
Come molti dei loro colleghi, Christine e Farid hanno marciato per le strade di Amiens l’11 luglio per esprimere la loro rabbia, hanno organizzato alcuni blocchi stradali filtranti per informare gli abitanti sulla loro situazione, e avevano già preso un appuntamento con il Tribunale Commerciale il 26 luglio. Non credono più nel futuro del loro impianto e avrebbero preferito ricevere direttamente i 45.000 euro che Whirlpool ha pagato a WN per ogni dipendente riassunto. Una somma considerevole, a cui vanno aggiunti 300-400 euro al mese e per persona, a titolo di compensazione per gli stipendi che sono diminuiti dal 10 al 20% dal subentro di WN. Era previsto che questa “indennità temporanea” fosse rimborsata dalla società di Nicolas Decayeux, ma non è stato così.
In totale, WN ha ricevuto 7,5 milioni di euro di aiuti da Whirlpool (che ha anche pagato in media 80.000 euro di compensazione ai suoi dipendenti in esubero e ha finanziato un lungo periodo di formazione). Per un anno, WN non ha pagato l’affitto o le bollette dell’elettricità al gigante degli elettrodomestici, che ancora possiede gli edifici dello stabilimento. Lo Stato ha inoltre versato 2,5 milioni di euro alla società di Nicolas Decayeux a titolo di aiuto alla reindustrializzazione e la Regione circa 300.000 euro.
10 milioni di euro di aiuti in totale, andati al vento. A questi vanno aggiunti circa 5 milioni di euro di debiti verso i fornitori, alcuni dei quali non sono stati pagati dall’autunno 2018. Secondo le informazioni di Mediapart, circa 50 fornitori sono ancora in attesa di essere pagati, a volte per somme ingenti, come nel caso dell’impresa edile locale, che ha addebitato 170.000 euro per la posa di una lastra su cui è stata installata una grande pannellatrice di 40 metri di lunghezza. Le macchine, ordinate in leasing, non sarebbero state pagate più del 30% del loro prezzo e alcune sono già state smontate e reimballate dai loro fornitori.
Un dipendente arrabbiato, Fabien non riesce ancora a crederci: “Una settimana prima che l’azienda fosse posta in amministrazione controllata, Nicolas Decayeux ci ha assicurato che WN aveva zero euro di debiti!” infatti, come afferma il suo collega Emmanuel, “nessun fornitore locale prendeva più ordini da WN, tutti sapevano che si era pagati male. La gente veniva in azienda con le proprie risme di carta”. “E a volte anche con la carta igienica!” aggiunge Christophe.
15 milioni di euro di spese, quindi. Dove sono finiti questi soldi in meno di un anno? “Questa è la domanda che tutti si pongono, e lo stesso vale per me”, dice Cécile Delpirou, la segretaria (sindacato CFE-CGC) del comitato aziendale di Whirlpool ad Amiens, che ha convalidato il progetto di Nicolas Decayeux prima di andare in un’altra direzione, accettando di diventare la supplente della deputata Barbara Pompili (LREM di Macron). “Persone licenziate per la seconda volta in 14 mesi, onestamente, è un disastro”, dice oggi.
Nicolas Decayeux non ha risposto alle richieste di Mediapart di un’intervista per spiegare le sue ragioni. Ma forse ne sapremo di più nelle prossime ore: lo Stato ha lanciato un audit espresso per valutare le spese dell’azienda, annunciato il 18 luglio da Agnès Pannier-Runacher, Segretario di Stato al Ministro dell’Economia, quando è venuta ad incontrare i dipendenti. LI risultati di questa inchiesta lampo dovrebbero essere esposti ai dipendenti già giovedì 25.
“Oggi c’è diffidenza, sospetto. Se questo denaro è stato usato in modo normale, è bene che lo sappiano”, ha detto. “In caso contrario, è bene saperlo e ci saranno delle conseguenze. La trasparenza è essenziale”.
“Durante la sua visita sono state poste numerose domande su questo argomento”, precisa il suo gabinetto a Mediapart.” Non disponiamo di prove oggettive per dubitare del corretto utilizzo dei fondi nel periodo, ma comprendiamo queste preoccupazioni. Non abbiamo preconcetti, ma dobbiamo fornire risposte ai dipendenti”.
I dipendenti si interrogano su quelle che considerano spese sospette, che vanno da due viaggi di lavoro in Cina e negli Stati Uniti per Nicolas Decayeux e un manager, senza risultati concreti, alla ristrutturazione degli uffici direzionali o all’assunzione come rappresentante di vendita da parte di Nicolas Decayeux di suo figlio Julien (laureatosi nel 2015). Anche tra i dipendenti insoddisfatti circolano voci di salari molto elevati.
Al di là dell’utilizzo dei fondi, lo Stato sembra aver tardato a prendere coscienza della realtà di questo sito industriale politicamente molto sensibile. La prefettura ha annunciato il fallimento del progetto di Nicolas Decayeux il 28 maggio, due giorni dopo le elezioni europee. Un timing che non può che essere messo in discussione: il 19 aprile era stato organizzato un incontro presso il Ministero dell’Economia “per fare il punto della situazione dell’azienda”.
“Fino alla fine del 2018 non avevamo nulla di cui preoccuparci”, si giustifica oggi il Ministero dell’Economia. “Il fatto che vi sia una lacuna rispetto al piano iniziale è piuttosto classico in uno scenario di ripresa dell’attività. Ma alla fine del primo trimestre, divenne chiaro che eravamo ad un vicolo cieco. Abbiamo commissionato al gruppo AlixPartners (specializzato nell’amministrazione controllata) una perizia per esaminare la situazione a metà aprile. I risultati sono arrivati alla fine di maggio e noi eravamo sul posto all’inizio di giugno”.
Tuttavia, le storie di Christine, Farid e di un gruppo di colleghi dimostrano che gli allarmi possono essere fatti risalire a molto tempo prima. “Già a settembre-ottobre abbiamo avuto i primi dubbi”, dicono. “All’inizio, Nicolas Decayeux ci ha detto che avremmo iniziato a giugno, poi che sarebbe stato in autunno. Ci è stato detto di goderci le nostre vacanze perché sarebbe iniziata bene in autunno”.
Ma non succede nulla per diversi mesi, tranne che per i corsi di formazione spesso vuoti, come questi workshop “Viver bene il cambiamento” o quello che i dipendenti chiamano “Formazione sorriso”, dove viene “insegnato” come comportarsi e presentarsi. “A dicembre, ci è stato detto di nuovo di prepararci per una forte attività a gennaio, ma non è successo nulla... A gennaio, tutti avevano capito, e la direzione ha cominciato a dirci che coloro che non erano felici potevano andarsene”.
Durante tutto questo periodo, viene esercitata una pressione per garantire che nulla sulla realtà vissuta in azienda venga diffuso. Né ai media, né all’ex personale di Whirlpool. Nemmeno ai rappresentanti dello Stato: durante una visita del prefetto Muriel Nguyen, le macchine vengono accese per fare rumore per il tempo di produzione di un pezzo, e i dipendenti inattivi sono invitati a nascondersi negli spogliatoi per non rendere troppo evidente la loro inattività.
Solo poche decine di dipendenti lavoravano effettivamente in fabbrica: nell’ufficio di progettazione, per la produzione di piloni per ascensori e nella mensa. Gli altri giocano a carte, passano il tempo sui loro computer portatili, e fanno molto per ridipingere i muri della fabbrica e mantenere gli ampi spazi verdi che la circondano. “Il badge è obbligatorio”, gli è stato ricordato su alcuni fogli di presenza degli orari... “Nulla da fare per mesi, è difficile da sopportare”, dice Véronique, che percorre 82 chilometri al giorno per raggiungere lo stabilimento, dalle 8:30 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 16:50.
Tuttavia, i progetti di Nicolas Decayeux erano abbondanti. Nel corso dei mesi, ha prodotto un numero impressionante di idee, nessuna delle quali è poi alla fine giunta a compimento: le “shopping box”, armadietti refrigerati intelligenti che dovevano essere il prodotto di punta di WN, ma di cui solo una manciata di unità sono state prodotte sui 1.200 promessi per il 2019; 46 scooter Piaggo acquistati per 10.000 euro ciascuno per essere equipaggiati con un piccolo armadietto refrigerato e dodici dei quali sono stati venduti all’asta a metà luglio; piccole vetture a benzina o elettrici; caricabatterie per auto elettriche; scooter in kit provenienti dalla Cina; moduli ambulatoriali per ospedali; progetto per un “mini-Rungis” locale…
“È un enorme spreco, nessuna di queste idee corrisponde al progetto iniziale che ci è stato venduto e che abbiamo convalidato”, dice Cécile Delpirou, segretaria del comitato aziendale di Whirlpool. “Quando abbiamo dato il nostro accordo, c’era il progetto “shopping box”, ma anche una partnership avanzata con la società Sonnen, che fabbrica batterie per privati che producono energia solare, che doveva fornire un’attività sicura e garantita”. L’accordo con Sonnen è stato presentato come chiuso, a tal punto che i sindacati hanno negoziato con Whirlpool un emendamento all’accordo sul piano sociale, in modo che i dipendenti possano essere distaccati a questa produzione a partire dal febbraio 2018.
L’ex sindacalista insiste: “In nessun momento si era mai parlato di piccole vetture. Se avessi saputo che quest’idea sarebbe stata un pilastro dell’offerta, non l’avremmo accettata. Per vendere queste vetture dopo averle prodotte, sappiamo che bisogno avere di una seria rete di vendita in tutta la Francia e di un servizio post-vendita, cosa che non riguardava il nostro caso”. Non più di cinque o sei di questi veicoli sono stati prodotti nello stabilimento. Questo non impedisce in alcun modo a Nicolas Decayeux di assicurare a Le Parisien, il 14 dicembre 2018, di venderne “uno ogni due giorni”…
Farid ricorda amaramente la sua formazione di diverse settimane ad Aniche (Nord), presso Secma, il costruttore di questi veicoli la cui licenza era stata trasferita a WN. “C’erano quattro o cinque di noi nella loro azienda, e immediatamente, i ragazzi mi hanno detto che in quattro anni hanno venduto solo 38 piccole vetture, e inoltre svendendo le ultime dieci. Nessuno le voleva” dice.
“Decayeux buon oratore, bravo attore, ottimo piagnucolone”, riassume Christine con disprezzo, che descrive come il direttore dell’azienda arringava i suoi dipendenti dicendo loro di essere un’unica famiglia, fino a versare lacrime di commozione durante i suoi discorsi. Oggi, i dipendenti, la maggior parte dei quali sono in azienda da vent’anni e hanno più di cinquant’anni, sono in attesa di conoscere il proprio destino.
L’avvocato Feodor Rilov, specialista in questo tipo di casi, promette di organizzare una pianificata battaglia legale per ottenere una compensazione finanziaria, e allo stesso tempo combatterà contro i tribunali del lavoro per contestare la ragione economica dei licenziamenti del 2018 di Whirlpool. Ma niente che dia loro un lavoro stabile. E quando Bercy afferma che “è fuori questione fare di questo sito un deserto industriale”, tutti ascoltano educatamente. Ma senza più fare silenzio.
Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) dell’articolo pubblicato su Mediapart.
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Il Belpaese sotto una coltre di cemento. Stop al consumo di suolo
In Italia il consumo di suolo è una piaga che sembra inarrestabile: nonostante la crisi, si continuano a perdere circa 50 kmq di terreni liberi l’anno, circa il doppio della media degli altri paesi UE. Questo equivale a cementificare ogni due ore un’area grande come piazza Navona, nonostante le decine di migliaia di capannoni e appartamenti inutilizzati presenti su territorio nazionale. I comuni continuano a mettere mano a strumenti urbanistici in cui aree agricole o semi-naturali diventano terreni edificabili la cui destinazione d’uso è assolutamente incoerente con le reali esigenze della popolazione che abita quei territori, smascherando così quanto questi interventi siano funzionali esclusivamente alla speculazione edilizia.
Per anni la spesa corrente dei bilanci comunali è stata finanziata con gli oneri di urbanizzazione, che dovrebbero invece servire a realizzare gli spazi pubblici e a uso pubblico (strade, piazze, parchi, etc.) giustificando così gli appetiti degli immobiliaristi il cui unico scopo era fare affari senza alcuna attenzione al territorio. A questa pratica si sono aggiunti dispositivi, tra i quali i diritti edificatori, la prerequazione, la compensazione, che hanno sostanzialmente permesso ai comuni di concedere quantità di edificazione non necessaria e spesso in deroga ai piani, collocabili dagli operatori immobiliari in qualunque parte del territorio comunale o metropolitano, per investire dove le condizioni sono per loro più vantaggiose. Di fatto, si considera il suolo, bene comune da amministrare con parsimonia data la sua scarsità, una merce.
Nuove minacce arrivano dallo Sblocca- Cantieri (ora Legge n. 55/14 giugno 2019) voluto da Lega e M5S, forse la più grave deregolamentazione concepita dai tempi dello Sblocca Italia di Renzi. Con questo provvedimento, regole, trasparenza e vigilanza nel settore degli appalti pubblici diventano inutili ingombri. Non solo si aprono nuove porte alla corruzione e all’infiltrazione mafiosa, ma si compromettono ulteriormente la qualità e l’utilità delle opere realizzate che si tradurranno in gravi e pesanti costi economici e ambientali per la collettività.
Attualmente sono all’esame delle commissioni parlamentari numerosi disegni di legge in materia di consumo di suolo, che dovranno essere sintetizzati in un testo unico. Il problema è che tali disegni parlano semplicemente di “contenimento”, “riduzione”, “limitazione” o “contrasto” del consumo di suolo. Per Potere al Popolo l’unica strategia percorribile è bloccare subito e completamente il consumo di terreni agricoli e procedere alla messa in sicurezza dei territori nonché al miglioramento delle loro qualità ambientali, sociali e paesaggistiche.
L’obiettivo è zero consumo di suolo, che significa impedire già da subito l’edificazione e la cementificazione delle aree naturali e agricole senza nessuna eccezione e utilizzare per i bisogni della collettività solo il patrimonio edilizio e infrastrutturale inutilizzato. Purtroppo per fare ciò non esiste una legge su piano nazionale idonea. Infatti l’unica normativa in vigore risale al 1942; nel frattempo regioni ed enti locali hanno sviluppato autonomamente le proprie normative andando spesso ad inseguire gli interessi dei cementificatori.
Non possiamo accettare che il nostro futuro sia trattato come una merce e permettere che i diritti ambientali ed umani, da quello della salute a quello dei beni e servizi fondamentali, siano subordinati alla logica della speculazione edilizia e del profitto.
Fonte
Per anni la spesa corrente dei bilanci comunali è stata finanziata con gli oneri di urbanizzazione, che dovrebbero invece servire a realizzare gli spazi pubblici e a uso pubblico (strade, piazze, parchi, etc.) giustificando così gli appetiti degli immobiliaristi il cui unico scopo era fare affari senza alcuna attenzione al territorio. A questa pratica si sono aggiunti dispositivi, tra i quali i diritti edificatori, la prerequazione, la compensazione, che hanno sostanzialmente permesso ai comuni di concedere quantità di edificazione non necessaria e spesso in deroga ai piani, collocabili dagli operatori immobiliari in qualunque parte del territorio comunale o metropolitano, per investire dove le condizioni sono per loro più vantaggiose. Di fatto, si considera il suolo, bene comune da amministrare con parsimonia data la sua scarsità, una merce.
Nuove minacce arrivano dallo Sblocca- Cantieri (ora Legge n. 55/14 giugno 2019) voluto da Lega e M5S, forse la più grave deregolamentazione concepita dai tempi dello Sblocca Italia di Renzi. Con questo provvedimento, regole, trasparenza e vigilanza nel settore degli appalti pubblici diventano inutili ingombri. Non solo si aprono nuove porte alla corruzione e all’infiltrazione mafiosa, ma si compromettono ulteriormente la qualità e l’utilità delle opere realizzate che si tradurranno in gravi e pesanti costi economici e ambientali per la collettività.
Attualmente sono all’esame delle commissioni parlamentari numerosi disegni di legge in materia di consumo di suolo, che dovranno essere sintetizzati in un testo unico. Il problema è che tali disegni parlano semplicemente di “contenimento”, “riduzione”, “limitazione” o “contrasto” del consumo di suolo. Per Potere al Popolo l’unica strategia percorribile è bloccare subito e completamente il consumo di terreni agricoli e procedere alla messa in sicurezza dei territori nonché al miglioramento delle loro qualità ambientali, sociali e paesaggistiche.
L’obiettivo è zero consumo di suolo, che significa impedire già da subito l’edificazione e la cementificazione delle aree naturali e agricole senza nessuna eccezione e utilizzare per i bisogni della collettività solo il patrimonio edilizio e infrastrutturale inutilizzato. Purtroppo per fare ciò non esiste una legge su piano nazionale idonea. Infatti l’unica normativa in vigore risale al 1942; nel frattempo regioni ed enti locali hanno sviluppato autonomamente le proprie normative andando spesso ad inseguire gli interessi dei cementificatori.
Non possiamo accettare che il nostro futuro sia trattato come una merce e permettere che i diritti ambientali ed umani, da quello della salute a quello dei beni e servizi fondamentali, siano subordinati alla logica della speculazione edilizia e del profitto.
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Mezzogiorno, qualche bagliore dopo il disastro PD
Andate su Google e cercate “Piano per il Sud” del blog di Matteo Renzi, un pezzo della fine del 2017. Confrontatelo con le proposte dell’attuale Ministro del Mezzogiorno Barbara Lezzi.
Noterete che Renzi, come tutto il Pd, per il Mezzogiorno puntava tutto sulle cosiddette politiche dell’offerta, vale a dire decontribuzione, Patti per il Sud (buoni per distribuire spese di fondi europei a valle, senza concentrazioni), la miseria del reddito di inclusione, ecc.
Nessun investimento pubblico di grande interesse.
Ora leggete l’intervista che il ministro Lezzi rilascia oggi (ieri, ndr) alla pugliese Gazzetta del Mezzogiorno. Non solo ribadisce che pensa di collegare i porti del sud (sulla qual cosa spero che la direttrice Crotone-Sibari non sia tagliata fuori come il Piano dei Trasporti della Regione Calabria del 1999), ma parla di linea ad alta velocità Napoli-Bari-Lecce Brindisi.
Ebbene, Brindisi. Sappiate che questa città è lo strategico terminale del fronte sud est che, in futuro, grazie ai collegamenti intermodali, si collegà alla greca Via Egnatia e, da qui, alla Turchia e all’Asia centrale, dove ci sarà, assieme all’Iran, che costruirà linee ad alta velocità, il grande gioco Usa – Russia – Cina. Da qui discende che gli Usa non possono assolutamente perdere il nostro Paese, terminale del fronte del sud est. Da qui si capisce il genio cinese, quando hanno rilevato il Pireo.
I cinesi nel 1998 volevano Taranto, sono scappati a gambe levate. Idiozia della Seconda Repubblica.
Fonte
Noterete che Renzi, come tutto il Pd, per il Mezzogiorno puntava tutto sulle cosiddette politiche dell’offerta, vale a dire decontribuzione, Patti per il Sud (buoni per distribuire spese di fondi europei a valle, senza concentrazioni), la miseria del reddito di inclusione, ecc.
Nessun investimento pubblico di grande interesse.
Ora leggete l’intervista che il ministro Lezzi rilascia oggi (ieri, ndr) alla pugliese Gazzetta del Mezzogiorno. Non solo ribadisce che pensa di collegare i porti del sud (sulla qual cosa spero che la direttrice Crotone-Sibari non sia tagliata fuori come il Piano dei Trasporti della Regione Calabria del 1999), ma parla di linea ad alta velocità Napoli-Bari-Lecce Brindisi.
Ebbene, Brindisi. Sappiate che questa città è lo strategico terminale del fronte sud est che, in futuro, grazie ai collegamenti intermodali, si collegà alla greca Via Egnatia e, da qui, alla Turchia e all’Asia centrale, dove ci sarà, assieme all’Iran, che costruirà linee ad alta velocità, il grande gioco Usa – Russia – Cina. Da qui discende che gli Usa non possono assolutamente perdere il nostro Paese, terminale del fronte del sud est. Da qui si capisce il genio cinese, quando hanno rilevato il Pireo.
I cinesi nel 1998 volevano Taranto, sono scappati a gambe levate. Idiozia della Seconda Repubblica.
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Minculpop 2.0 - Il giornalismo secondo il Viminale
Torniamo sulla vicenda dell’uso politico di un omicidio – il carabiniere Mario Cerciello Rega – cercando di contenere lo schifo che la vicenda ci suscita.
Oggi tutti i media provano a “correggere il tiro”, a seconda dell’interesse immediato del capetto politico e imprenditoriale di riferimento. I giornalacci fascisti lo fanno a modo loro, più schifoso della media. Volete una breve lista di titoli? Eccovela:
– “Carabiniere ucciso, ecco cosa non torna. Il giallo della chat”, Il Giornale, che “sobriamente” fa un titolo a tutta pagina – “Tutti i trucchi delle Ong” – per NON parlare della nave militare italiana bloccata a largo del porto di Catania dal solito ukaze di Salvini;
– “Perché il carabiniere non ha sparato”; catenaccio: “I militari erano armati ma le leggi tutelano i delinquenti più di loro”, il che supera anche la fantasia più macabra, dopo ben due “decreti sicurezza” in pochi mesi che consentono alle guardie, in pratica, di ammazzare chi vogliono.
I giornali “seri”, invece, provano a giocare fuori tempo massimo il ruolo che avrebbero dovuto coprire fin dal primo minuto: cosa non quadra nella storia. “Un morto, troppe ombre” titola Repubblica, forse consapevole di aver fatto nell’immediato un altro immenso regalo a Salvini. Sulla stessa falsariga La Stampa, il Corriere, ecc.
Il presidente della Federazione della stampa, Beppe Giulietti, ex parlamentare democratico, si straccia le vesti a nome di tutta la categoria: «La caccia all’immigrato di venerdì sera non può essere archiviata senza una discussione autocritica anche al nostro interno».
Ma la situazione appare ormai irrecuperabile, anche ai suoi occhi, perché “venerdì da alcuni siti, attribuiti anche a persone delle forze dell’ordine, parte la notizia che l’omicidio è stato compiuta da «immigrati nordafricani». Da questo, a prescindere da qualsiasi verifica, in rete si scatena un meccanismo da ku klux klan. Si somma una serie di nodi. Il primo è lo spirito dei tempi: giornali, nelle testate online, giornalisti e singoli cittadini, partono. Il vicepremier Salvini parla di ‘bastardi’ da ‘buttare in galera’, ‘ai lavori forzati’”.
Un sistema informativo, insomma, fuori controllo, quanto a professionalità (zero). Anzi: sotto il pieno controllo di chi gestisce l’origine di ogni informazione di “cronaca nera”: le forze di polizia (carabinieri e finanzieri compresi). Quindi, di questi tempi, al servizio di Salvini, che li ha contraccambiate con “decreti” che garantiscono piena discrezionalità operativa e assoluta impunibilità.
Senza che nessun giornalista di grido sollevasse almeno un sopracciglio...
Di cose che non tornano, comunque, in questa vicenda ce ne sono molte. Si era parlato di una signora scippata (ne avevamo parlato inizialmente anche noi, non disponendo di fonti alternative) ed invece si tratta di un pusher che aveva tirato una “sòla” ai due ragazzini americani, dandogli aspirina tritata invece che cocaina.
Da qui la sequela di “stranezze”. Lo spacciatore è anche un informatore delle “forze dell’ordine”, come tutti i suoi “colleghi”, che altrimenti non riuscirebbero ad esercitare il loro infame mestiere (vi pare logico che gli spacciatori siano quotidianamente rintracciabili dai tossici e mai dalle guardie?).
I due carabinieri in borghese si presentano all’appuntamento fissato dagli “scippatori” col pusher, altre macchine dell’Arma sarebbero state in zona (a pochi metri dal luogo del delitto – in via Pietro Cossa – c’è il Comando della stazione Prati e San Pietro). Il contesto descritto è quello classico di una trappola. Che però non scatta.
I due carabinieri sono armati, vengono presi di sorpresa e non sparano. I loro colleghi non si muovono in tempo per fermare i due ragazzi yankee, peraltro due “assassini per caso”, non certo dei professionisti del crimine. Che fuggono... rientrando nell’albergo, anch’esso a pochi metri dal teatro del delitto.
Il resto è ancora più stupefacente. I due carabinieri colpiti dalle coltellate vengono soccorsi, quello ferito solo lievemente descrive gli aggressori, ne comunica anche la probabile nazionalità (americani o inglesi, certamente bianchi)... ma esce fuori la “voce” che si tratterebbe invece di “nordafricani”.
Uno dei pochi giornalisti che si è mosso professionalmente già nelle prime ore, Simone Fontana di Wired, ricostruisce con precisione l’origine del depistaggio; “La falsa notizia della cattura di quattro nordafricani in relazione all’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega è stata pubblicata da un collega della vittima e diffusa da un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower, incitando i suoi seguaci al linciaggio”.
Tutto alla luce del sole, senza alcuna maschera. Ma nessun “professionista” sembra accorgersene, presi come sono dal rincorrersi a vicenda nello sparare la stessa falsa notizia, senza neanche chiedersi se sia vera o provare a fare la classica “verifica”. “La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, ‘tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine’, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una bufala, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web.”
Perché nessuno si fa domande? “La pagina di Puntato è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, ‘fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali’, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio.”
È il punto centrale. I carabinieri sono quelli che certamente sanno chi debbono cercare, perché il loro collega leggermente ferito ha descritto gli aggressori (due bianchi, non quattro magrebini). Eppure è un loro megafono mediatico considerato “affidabile” a metter in giro la “pista nordafricana”. Sono loro, o agenti di polizia, incredibilmente, a dimostrare zero rispetto per il loro collega ucciso, usandolo come uno straccio da agitare per una caccia all’uomo razzista.
Non ci interessa la dietrologia e quindi non ci mettiamo a fantasticare sui “perché?”. Sappiamo per esperienza e conoscenza che numerosi “tutori dell’ordine” sono di formazione politica apertamente fascista – non si contano più le segnalazioni di uffici delle “forze dell’ordine” in cui campeggiano foto o busti del Duce o bandiere nazifasciste – e abbiamo visto anche noi, su molte pagine Fb, guardie esaltate dall’arrivo di Matteo Salvini (“uno di noi”) al Viminale. Senza che nessun superiore prendesse mai “provvedimenti amministrativi” (accade solo per qualche insegnante, pare).
Ma noi siamo comunisti pieni di pregiudizi... I “professionisti dell’informazione”, invece, avrebbero dovuto farsela, qualche domanda, almeno dopo che sono passate più di 48 ore da quando la bufala è stata sputtanata. E invece no.
Ecco. Quello che a noi pare davvero pericoloso è il “meccanismo di trasmissione delle informazioni” che questa vicenda rivela.
Nelle faccende di cronaca nera c’è una sola fonte di informazione: le varie polizie.
I cronisti della “nera” sono vincolati a questa unica fonte in molti modi, a partire dal fatto che se non riportano esattamente quel che riportano le veline di questura (o le “indiscrezioni di siti affidabili gestiti da guardie”) non avranno in futuro accesso ad altre informazioni in tempo utile (i media mainstream si fanno concorrenza sulla velocità, non sui contenuti).
Peggio ancora. La quotidiana frequentazione di questa unica “fonte” crea una sorta di “economia circolare” per cui alcuni giornalisti si prestano a loro volta a fare da “informatori” per le “forze dell’ordine”.
Altro che “verifica della notizia” come presupposto minimo della “professionalità” di cui parla Giulietti!
Viviamo in un regime di monopolio dell’informazione su quasi tutti i temi rilevanti (provate ad indicare qualcuno che dice una cosa dissonante in politica estera...). E, per quanto riguarda i casi di “nera”, l’imprinting politico è dato dal ministro dell’interno. Che ha così resuscitato un Minculpop 2.0. In cui non è necessario sottoporre a censura gli articoli dei giornalisti. Basta dettarglieli.
Fonte
Oggi tutti i media provano a “correggere il tiro”, a seconda dell’interesse immediato del capetto politico e imprenditoriale di riferimento. I giornalacci fascisti lo fanno a modo loro, più schifoso della media. Volete una breve lista di titoli? Eccovela:
– “Carabiniere ucciso, ecco cosa non torna. Il giallo della chat”, Il Giornale, che “sobriamente” fa un titolo a tutta pagina – “Tutti i trucchi delle Ong” – per NON parlare della nave militare italiana bloccata a largo del porto di Catania dal solito ukaze di Salvini;
– “Perché il carabiniere non ha sparato”; catenaccio: “I militari erano armati ma le leggi tutelano i delinquenti più di loro”, il che supera anche la fantasia più macabra, dopo ben due “decreti sicurezza” in pochi mesi che consentono alle guardie, in pratica, di ammazzare chi vogliono.
I giornali “seri”, invece, provano a giocare fuori tempo massimo il ruolo che avrebbero dovuto coprire fin dal primo minuto: cosa non quadra nella storia. “Un morto, troppe ombre” titola Repubblica, forse consapevole di aver fatto nell’immediato un altro immenso regalo a Salvini. Sulla stessa falsariga La Stampa, il Corriere, ecc.
Il presidente della Federazione della stampa, Beppe Giulietti, ex parlamentare democratico, si straccia le vesti a nome di tutta la categoria: «La caccia all’immigrato di venerdì sera non può essere archiviata senza una discussione autocritica anche al nostro interno».
Ma la situazione appare ormai irrecuperabile, anche ai suoi occhi, perché “venerdì da alcuni siti, attribuiti anche a persone delle forze dell’ordine, parte la notizia che l’omicidio è stato compiuta da «immigrati nordafricani». Da questo, a prescindere da qualsiasi verifica, in rete si scatena un meccanismo da ku klux klan. Si somma una serie di nodi. Il primo è lo spirito dei tempi: giornali, nelle testate online, giornalisti e singoli cittadini, partono. Il vicepremier Salvini parla di ‘bastardi’ da ‘buttare in galera’, ‘ai lavori forzati’”.
Un sistema informativo, insomma, fuori controllo, quanto a professionalità (zero). Anzi: sotto il pieno controllo di chi gestisce l’origine di ogni informazione di “cronaca nera”: le forze di polizia (carabinieri e finanzieri compresi). Quindi, di questi tempi, al servizio di Salvini, che li ha contraccambiate con “decreti” che garantiscono piena discrezionalità operativa e assoluta impunibilità.
Senza che nessun giornalista di grido sollevasse almeno un sopracciglio...
Di cose che non tornano, comunque, in questa vicenda ce ne sono molte. Si era parlato di una signora scippata (ne avevamo parlato inizialmente anche noi, non disponendo di fonti alternative) ed invece si tratta di un pusher che aveva tirato una “sòla” ai due ragazzini americani, dandogli aspirina tritata invece che cocaina.
Da qui la sequela di “stranezze”. Lo spacciatore è anche un informatore delle “forze dell’ordine”, come tutti i suoi “colleghi”, che altrimenti non riuscirebbero ad esercitare il loro infame mestiere (vi pare logico che gli spacciatori siano quotidianamente rintracciabili dai tossici e mai dalle guardie?).
I due carabinieri in borghese si presentano all’appuntamento fissato dagli “scippatori” col pusher, altre macchine dell’Arma sarebbero state in zona (a pochi metri dal luogo del delitto – in via Pietro Cossa – c’è il Comando della stazione Prati e San Pietro). Il contesto descritto è quello classico di una trappola. Che però non scatta.
I due carabinieri sono armati, vengono presi di sorpresa e non sparano. I loro colleghi non si muovono in tempo per fermare i due ragazzi yankee, peraltro due “assassini per caso”, non certo dei professionisti del crimine. Che fuggono... rientrando nell’albergo, anch’esso a pochi metri dal teatro del delitto.
Il resto è ancora più stupefacente. I due carabinieri colpiti dalle coltellate vengono soccorsi, quello ferito solo lievemente descrive gli aggressori, ne comunica anche la probabile nazionalità (americani o inglesi, certamente bianchi)... ma esce fuori la “voce” che si tratterebbe invece di “nordafricani”.
Uno dei pochi giornalisti che si è mosso professionalmente già nelle prime ore, Simone Fontana di Wired, ricostruisce con precisione l’origine del depistaggio; “La falsa notizia della cattura di quattro nordafricani in relazione all’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega è stata pubblicata da un collega della vittima e diffusa da un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower, incitando i suoi seguaci al linciaggio”.
Tutto alla luce del sole, senza alcuna maschera. Ma nessun “professionista” sembra accorgersene, presi come sono dal rincorrersi a vicenda nello sparare la stessa falsa notizia, senza neanche chiedersi se sia vera o provare a fare la classica “verifica”. “La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, ‘tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine’, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una bufala, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web.”
Perché nessuno si fa domande? “La pagina di Puntato è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, ‘fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali’, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio.”
È il punto centrale. I carabinieri sono quelli che certamente sanno chi debbono cercare, perché il loro collega leggermente ferito ha descritto gli aggressori (due bianchi, non quattro magrebini). Eppure è un loro megafono mediatico considerato “affidabile” a metter in giro la “pista nordafricana”. Sono loro, o agenti di polizia, incredibilmente, a dimostrare zero rispetto per il loro collega ucciso, usandolo come uno straccio da agitare per una caccia all’uomo razzista.
Non ci interessa la dietrologia e quindi non ci mettiamo a fantasticare sui “perché?”. Sappiamo per esperienza e conoscenza che numerosi “tutori dell’ordine” sono di formazione politica apertamente fascista – non si contano più le segnalazioni di uffici delle “forze dell’ordine” in cui campeggiano foto o busti del Duce o bandiere nazifasciste – e abbiamo visto anche noi, su molte pagine Fb, guardie esaltate dall’arrivo di Matteo Salvini (“uno di noi”) al Viminale. Senza che nessun superiore prendesse mai “provvedimenti amministrativi” (accade solo per qualche insegnante, pare).
Ma noi siamo comunisti pieni di pregiudizi... I “professionisti dell’informazione”, invece, avrebbero dovuto farsela, qualche domanda, almeno dopo che sono passate più di 48 ore da quando la bufala è stata sputtanata. E invece no.
Ecco. Quello che a noi pare davvero pericoloso è il “meccanismo di trasmissione delle informazioni” che questa vicenda rivela.
Nelle faccende di cronaca nera c’è una sola fonte di informazione: le varie polizie.
I cronisti della “nera” sono vincolati a questa unica fonte in molti modi, a partire dal fatto che se non riportano esattamente quel che riportano le veline di questura (o le “indiscrezioni di siti affidabili gestiti da guardie”) non avranno in futuro accesso ad altre informazioni in tempo utile (i media mainstream si fanno concorrenza sulla velocità, non sui contenuti).
Peggio ancora. La quotidiana frequentazione di questa unica “fonte” crea una sorta di “economia circolare” per cui alcuni giornalisti si prestano a loro volta a fare da “informatori” per le “forze dell’ordine”.
Altro che “verifica della notizia” come presupposto minimo della “professionalità” di cui parla Giulietti!
Viviamo in un regime di monopolio dell’informazione su quasi tutti i temi rilevanti (provate ad indicare qualcuno che dice una cosa dissonante in politica estera...). E, per quanto riguarda i casi di “nera”, l’imprinting politico è dato dal ministro dell’interno. Che ha così resuscitato un Minculpop 2.0. In cui non è necessario sottoporre a censura gli articoli dei giornalisti. Basta dettarglieli.
Fonte
27/07/2019
Blake, Colin Wilson & la Swinging London
di Franco Pezzini
Colin Wilson, La gabbia di vetro, trad. dall’inglese di Nicola Manuppelli, pp. 272, € 17,50, Carbonio, Milano 2018.
Se una fata buona mi regalasse un weekend da trascorrere in un momento del passato – inteso come passato “storico” e individuato sull’onda del puro gusto, al netto di qualunque altra considerazione – penso che non risalirei a tempi (troppo) lontani. Le lancette ruoterebbero indietro verso metà degli anni Sessanta, puntando oltre la Manica: cioè verso le strade trafficate, la musica, i sogni, le provocazioni e le “nuove” sfide della Swinging London. Immagino che in ciò giochi una dimensione nostalgica legata all’infanzia (per noi figli dell’avvio di quel decennio, per dire, i panorami della TV dei ragazzi erano assai più inglesi che americani, tra casette dai tetti di paglia e scorci di Piccadilly); e canzoni di Beatles e Rolling Stones, film – Hammer e non solo – moda, pop art, immagini fotografiche rimaste come sul fondo dello sguardo d’una generazione hanno saldato il tutto.
Ma non è neppure necessario tale tipo di affezione personale per apprezzare un peculiare fascino di quell’Inghilterra. Dove troviamo ancora le piccole comunità rurali coi loro ritmi ben poco mutati, il pub, la chiesa, il negozio che vende di tutto e le ombre ambigue dietro le tendine. E insieme una Londra labirintica, euforica e sordida, non esaurita certo in Carnaby Street: una metropoli “moderna” ma fino a un certo punto – e basta arrivare sul fiume, dal cui fango spuntano cadaveri (o parti dei medesimi) come nella migliore tradizione vittoriana. Una capitale che per una breve vertiginosa stagione si sente di nuovo centro del mondo, ma presto tornerà a essere investita dalle crisi del Novecento.
E tutto ciò resta come sotteso, alle spalle di questo delizioso romanzo – The Glass Cage, uscito proprio nel 1966 in cui nasce la definizione Swinging London (sul TIME del 15 aprile) – che un po’ semplificando possiamo definire poliziesco. Certo, vi troviamo richiamati omicidi seriali con smembramento di vittime e c’è un’indagine per scoprirne l’autore; eppure la pista, condotta sul filo di riflessioni che possono risultare (fascinosamente) datate a odierni criminal profiler, non riguarda soltanto l’identità del criminale e le sue motivazioni. Persino più importante è comprendere altro, almeno per l’eccentrico, svagato, impagabile protagonista, il giovane Damon Reade: massimo esperto della poesia di William Blake e solito a una vita isolata nel Lake District, ma ora spinto a Londra per misurarsi su un caso di vita reale da una sfida dell’ambiguo, futuro quasi-suocero. Comprendere altro: e cioè, da un lato, come sia possibile che a perpetrare tali orrori sia qualcuno abbastanza sensibile e profondo da frequentare il mondo poetico di Blake, visto che strofe di lui vengono ritrovate presso i luoghi dei delitti (per questo Reade all’inizio viene consultato dalla polizia) – non solo insomma la ricostruzione di un profilo psicologico, ma la risoluzione di un problema filosofico. E, insieme, come Reade stesso possa rapportarsi alla caccia al criminale e all’enormità della situazione senza perdere umanità: non per buonismo o per far l’anima bella, ma per l’irrinunciabile necessità di non veder soffocata la propria identità profonda. Studioso di Blake ma anche di quel Whitehead che ravvisa nell’universo una realtà fisica e insieme spirituale, il Nostro sceglie dunque anche in questo caso, anche nella fragorosa Londra tanto diversa dal Lake District di capre e solitudini, di lasciarsi interpellare dalla realtà con un approccio di silenzio interiore e una sorta di pietas.
Del resto chi conosca anche solo qualcosa del profilo dell’autore non può stupirsi. Il discusso Colin Wilson, saggista, romanziere e a suo modo filosofo, per tutta la vita ha incalzato ciò che negli anni Sessanta veniva detto l’insolito attraverso piani diversissimi – arte, psicologia, occultismo, criminologia... – proprio nella convinzione che tra quelle pieghe, nel lavoro degli outsider, sia possibile dissodare elementi di un approccio più ricco e visionario alla vita: di qui la costruzione di un sistema filosofico personale che definisce un new existentialism in chiave ottimistica. Già vicino ai “giovani arrabbiati” della scena letteraria inglese (dalle posizioni spesso identificate come di sinistra o anarchiche), ma personalmente proclive a frequentazioni ideologiche anche a destra e molto equivoche – il fascista Oswald Mosley – Wilson resta una figura irriducibile a etichette continentali. Una vaga supponenza nel modo di tranciare giudizi, la poca accuratezza verso i dati offerti nei saggi, l’ingenuità con cui sembra accogliere i fenomeni “strani” ne hanno fatto deprecare egocentrismo e ignoranza scientifica. Nei fatti il suo impatto sul dibattito culturale inglese degli anni Cinquanta (dall’opera che lo fa conoscere, The Outsider del 1956, che diviene un bestseller) e Sessanta è notevole. Anche se col tempo verrà considerato più un fenomeno bizzarro – dalla fine dei Sixties prende a occuparsi sempre più di occulto – che una significativa voce critica, al di là di un robusto seguito di appassionati.
Il che non toglie nulla alle sue eccellenti capacità di scrittore, specialmente quando riesce a valorizzare il contenuto teorico senza soffocare quello narrativo. E La gabbia di vetro è un esempio del Wilson più scintillante, nonché il romanzo da lui più amato: dove si può concordare con la definizione dell’aletta che lo definisce un “thriller intellettuale [ma, potremmo aggiungere, un thriller dell’interiorità e del rapporto io-mondo] che sviscera con giocosa leggerezza e insaziabile curiosità temi come l’oppressione, la perversione, il superamento dei confini della conoscenza e i risvolti più inquietanti della passione”. E a glossare la definizione di un genere narrativo e rivelare il tipo di chiave risulta illuminante questa definizione, offerta da Reade stesso al perplesso poliziotto Lund:
Quanto all’outsider William Blake, che potrebbe sembrare un mero spunto occasionale – l’autore delle strofe utilizzate dall’assassino, in ipotesi sostituibile con qualunque altro poeta – a ben vedere ha invece un ruolo-chiave. Sia perché il candore visionario del protagonista, pronto ad appostarsi sulle doors of perception per cogliere le risonanze degli eventi, è omologo e profondamente legato a quello di Blake, influenzato dal suo pensiero e idealmente alla sua scuola. Sia perché è un po’ tutta quell’Inghilterra tra rivoluzione sessuale e ridefinizione spirituale, tra febbri dell’immaginario e osmosi pop di arti e discipline diverse, a porsi idealmente all’ascolto del poeta-profeta libertario riscoperto dalla controculture degli anni Cinquanta-Sessanta.
Divertente e divertito (l’avvio insieme candido e malizioso in cui Damon si mette con una minorenne richiama proprio a una certa effervescenza d’epoca in cui i giovani oltretutto acquisivano un nuovo ruolo come interlocutori sociali e di target), ricco di dialoghi godibilissimi, narrativamente ricco e dotato di un finale provocatorio che sarebbe un crimine spoilerare, La gabbia di vetro restituisce la delizia di un mondo ormai consegnato al baule dei ricordi e insieme qualche spunto di riflessione. Se la vita somiglia davvero a un poliziesco (e tante volte ne abbiamo il sospetto), è imperativo “tenere gli occhi aperti e continuare a fare due più due”.
Fonte
Colin Wilson, La gabbia di vetro, trad. dall’inglese di Nicola Manuppelli, pp. 272, € 17,50, Carbonio, Milano 2018.
Se una fata buona mi regalasse un weekend da trascorrere in un momento del passato – inteso come passato “storico” e individuato sull’onda del puro gusto, al netto di qualunque altra considerazione – penso che non risalirei a tempi (troppo) lontani. Le lancette ruoterebbero indietro verso metà degli anni Sessanta, puntando oltre la Manica: cioè verso le strade trafficate, la musica, i sogni, le provocazioni e le “nuove” sfide della Swinging London. Immagino che in ciò giochi una dimensione nostalgica legata all’infanzia (per noi figli dell’avvio di quel decennio, per dire, i panorami della TV dei ragazzi erano assai più inglesi che americani, tra casette dai tetti di paglia e scorci di Piccadilly); e canzoni di Beatles e Rolling Stones, film – Hammer e non solo – moda, pop art, immagini fotografiche rimaste come sul fondo dello sguardo d’una generazione hanno saldato il tutto.
Ma non è neppure necessario tale tipo di affezione personale per apprezzare un peculiare fascino di quell’Inghilterra. Dove troviamo ancora le piccole comunità rurali coi loro ritmi ben poco mutati, il pub, la chiesa, il negozio che vende di tutto e le ombre ambigue dietro le tendine. E insieme una Londra labirintica, euforica e sordida, non esaurita certo in Carnaby Street: una metropoli “moderna” ma fino a un certo punto – e basta arrivare sul fiume, dal cui fango spuntano cadaveri (o parti dei medesimi) come nella migliore tradizione vittoriana. Una capitale che per una breve vertiginosa stagione si sente di nuovo centro del mondo, ma presto tornerà a essere investita dalle crisi del Novecento.
E tutto ciò resta come sotteso, alle spalle di questo delizioso romanzo – The Glass Cage, uscito proprio nel 1966 in cui nasce la definizione Swinging London (sul TIME del 15 aprile) – che un po’ semplificando possiamo definire poliziesco. Certo, vi troviamo richiamati omicidi seriali con smembramento di vittime e c’è un’indagine per scoprirne l’autore; eppure la pista, condotta sul filo di riflessioni che possono risultare (fascinosamente) datate a odierni criminal profiler, non riguarda soltanto l’identità del criminale e le sue motivazioni. Persino più importante è comprendere altro, almeno per l’eccentrico, svagato, impagabile protagonista, il giovane Damon Reade: massimo esperto della poesia di William Blake e solito a una vita isolata nel Lake District, ma ora spinto a Londra per misurarsi su un caso di vita reale da una sfida dell’ambiguo, futuro quasi-suocero. Comprendere altro: e cioè, da un lato, come sia possibile che a perpetrare tali orrori sia qualcuno abbastanza sensibile e profondo da frequentare il mondo poetico di Blake, visto che strofe di lui vengono ritrovate presso i luoghi dei delitti (per questo Reade all’inizio viene consultato dalla polizia) – non solo insomma la ricostruzione di un profilo psicologico, ma la risoluzione di un problema filosofico. E, insieme, come Reade stesso possa rapportarsi alla caccia al criminale e all’enormità della situazione senza perdere umanità: non per buonismo o per far l’anima bella, ma per l’irrinunciabile necessità di non veder soffocata la propria identità profonda. Studioso di Blake ma anche di quel Whitehead che ravvisa nell’universo una realtà fisica e insieme spirituale, il Nostro sceglie dunque anche in questo caso, anche nella fragorosa Londra tanto diversa dal Lake District di capre e solitudini, di lasciarsi interpellare dalla realtà con un approccio di silenzio interiore e una sorta di pietas.
Del resto chi conosca anche solo qualcosa del profilo dell’autore non può stupirsi. Il discusso Colin Wilson, saggista, romanziere e a suo modo filosofo, per tutta la vita ha incalzato ciò che negli anni Sessanta veniva detto l’insolito attraverso piani diversissimi – arte, psicologia, occultismo, criminologia... – proprio nella convinzione che tra quelle pieghe, nel lavoro degli outsider, sia possibile dissodare elementi di un approccio più ricco e visionario alla vita: di qui la costruzione di un sistema filosofico personale che definisce un new existentialism in chiave ottimistica. Già vicino ai “giovani arrabbiati” della scena letteraria inglese (dalle posizioni spesso identificate come di sinistra o anarchiche), ma personalmente proclive a frequentazioni ideologiche anche a destra e molto equivoche – il fascista Oswald Mosley – Wilson resta una figura irriducibile a etichette continentali. Una vaga supponenza nel modo di tranciare giudizi, la poca accuratezza verso i dati offerti nei saggi, l’ingenuità con cui sembra accogliere i fenomeni “strani” ne hanno fatto deprecare egocentrismo e ignoranza scientifica. Nei fatti il suo impatto sul dibattito culturale inglese degli anni Cinquanta (dall’opera che lo fa conoscere, The Outsider del 1956, che diviene un bestseller) e Sessanta è notevole. Anche se col tempo verrà considerato più un fenomeno bizzarro – dalla fine dei Sixties prende a occuparsi sempre più di occulto – che una significativa voce critica, al di là di un robusto seguito di appassionati.
Il che non toglie nulla alle sue eccellenti capacità di scrittore, specialmente quando riesce a valorizzare il contenuto teorico senza soffocare quello narrativo. E La gabbia di vetro è un esempio del Wilson più scintillante, nonché il romanzo da lui più amato: dove si può concordare con la definizione dell’aletta che lo definisce un “thriller intellettuale [ma, potremmo aggiungere, un thriller dell’interiorità e del rapporto io-mondo] che sviscera con giocosa leggerezza e insaziabile curiosità temi come l’oppressione, la perversione, il superamento dei confini della conoscenza e i risvolti più inquietanti della passione”. E a glossare la definizione di un genere narrativo e rivelare il tipo di chiave risulta illuminante questa definizione, offerta da Reade stesso al perplesso poliziotto Lund:
Non riesco a immaginare come la gente possa dare per scontata la vita, c’è ovviamente qualcosa che non va da qualche parte. Ed è una specie di poliziesco in cui non si sa nulla: non si sa quale crimine sia stato commesso o chi sia il colpevole. Si sa solo che c’è qualcosa di sbagliato da qualche parte, e che bisogna tenere gli occhi aperti e continuare a fare due più due.Un romanzo insomma elegantissimo, che può felicemente spiazzare i lettori di oggi. Sia perché, abituati a Patricia Cornwell e all’effetto-autopsia TV da prima serata, trovano qui delitti spaventosi evocati quasi di sfuggita, senza mostrare una sola sequenza grandguignolesca. Sia perché la ricostruzione di un contesto alla luce della criminologia d’epoca e comunque delle teorie di Wilson (il binomio tra delitto & cultura, per dirne una, non sembra oggi tanto paradossale, ma all’epoca è una novità) riesce comunque a non risultare ingenuo.
Quanto all’outsider William Blake, che potrebbe sembrare un mero spunto occasionale – l’autore delle strofe utilizzate dall’assassino, in ipotesi sostituibile con qualunque altro poeta – a ben vedere ha invece un ruolo-chiave. Sia perché il candore visionario del protagonista, pronto ad appostarsi sulle doors of perception per cogliere le risonanze degli eventi, è omologo e profondamente legato a quello di Blake, influenzato dal suo pensiero e idealmente alla sua scuola. Sia perché è un po’ tutta quell’Inghilterra tra rivoluzione sessuale e ridefinizione spirituale, tra febbri dell’immaginario e osmosi pop di arti e discipline diverse, a porsi idealmente all’ascolto del poeta-profeta libertario riscoperto dalla controculture degli anni Cinquanta-Sessanta.
Divertente e divertito (l’avvio insieme candido e malizioso in cui Damon si mette con una minorenne richiama proprio a una certa effervescenza d’epoca in cui i giovani oltretutto acquisivano un nuovo ruolo come interlocutori sociali e di target), ricco di dialoghi godibilissimi, narrativamente ricco e dotato di un finale provocatorio che sarebbe un crimine spoilerare, La gabbia di vetro restituisce la delizia di un mondo ormai consegnato al baule dei ricordi e insieme qualche spunto di riflessione. Se la vita somiglia davvero a un poliziesco (e tante volte ne abbiamo il sospetto), è imperativo “tenere gli occhi aperti e continuare a fare due più due”.
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