Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/10/2019

Morte di Al Baghdadi, la versione di Trump non convince

Così come dichiarato a suo tempo per Osama Bin Laden, anche i resti del capo dell’Isis Al Baghdadi sarebbero stati dispersi in mare dopo essere stato ucciso da un commando delle forze speciali Usa. A confermare questa versione sono stati i vertici del Pentagono in una conferenza stampa a cui ha partecipato il capo di stato maggiore interforze Usa Mark Milley.

Ma la versione ufficiale di Trump e dei vertici militari statunitensi, non convince alcuni giornali inglesi e americani, dal ‘New York Times’ al ‘The Guardian’, che hanno pubblicato servizi e inchieste nelle quali si comincia a dubitare della ricostruzione fatta da Trump circa la morte di Abu Bakr al-Baghdadi.

Sono diversi i punti critici rilevati dal quotidiano New York Times, in particolare la descrizione del Califfo che urla e piange nel tunnel dove poi si è fatto esplodere.

Secondo il New York Times, infatti, le immagini alle quali hanno assistito Trump e i suoi collaboratori nella ‘situation room’ erano senza audio. Non solo, di Baghdadi braccato nel tunnel il presidente americano non ha potuto nemmeno vedere le immagini in diretta. Gli ultimi minuti di vita del leader dell’Isis, infatti, sono state riprese dalle telecamere installate sugli elmetti dei soldati americani che stavano facendo il blitz. Quei video però sono stati consegnati a Trump soltanto dopo la conferenza stampa.

Su una domanda specifica della Abc sul racconto cinematografico di Trump, il capo del Pentagono Mark Esper ha provato a tergiversare dicendo di essere all’oscuro di certi dettagli e di ritenere che il presidente abbia parlato con i militari sul campo per farsi dare tutte le informazioni.

Anche il britannico “The Guardian” decostruisce la versione fornita da Trump.

In Italia a sollevare apertamente dubbi è un veterano del giornalismo sul fronte come Alberto Negri, il quale si è dichiarato assai perplesso per alcune ‘incongruenze’ che emergerebbero dalla versione dei fatti fornita dal presidente americano. “Non c’era audio, non si vedeva quasi niente perché era notte – scrive Negri su Facebook – si distinguevano a stento le sagome degli attaccanti e dei jihadisti.

Ma Trump, grazie a una fervida immaginazione, è stato in grado di descrivere nei dettagli la morte di Al Baghdadi.

I russi non sono convinti, turchi e curdi lo assecondano, i siriani tacciono, se non per protestare contro l’annuncio di Trump di voler occupare i loro pozzi petroliferi. I testimoni in zona parlano di tre ore di battaglia, raid e bombardamenti: fatti da chi e come? Da un aereo Usa e da sei elicotteri che poi dovevano tornare in Iraq? In Iraq o in Turchia che è a 5 minuti di volo ed è un Paese con basi Usa e Nato?

Un racconto che fa acqua da tutte le parti: forse a Trump il Pentagono ha dato informazioni monche perché non si fida”.

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Ditelo a Trump: il Medio Oriente non è Hollywood e avanza un nuovo ordine

Alberto Negri – il manifesto

L’inaffidabile racconto hollywoodiano di Trump sulla fine di al Baghdadi. In Medio Oriente intanto si profila un nuovo ordine dopo gli anni dominati dalle milizie e dagli attori non statuali

C’era una volta… in Siria, anzi a Hollywood, ma questa volta non c’è Tarantino alla regia e il copione fa acqua da tutte le parti. Anche i russi del ministero della Difesa smentiscono Trump: non abbiamo mai aperto nessuno spazio aereo agli americani.

Oltre al racconto di Trump sull’uccisione del capo dell’Isis – con battute inventate da lui visto che nella “situation room” della Casa Bianca non c’era neppure l’audio – è il momento di chiedersi cosa stia accadendo in una regione dove la mappa geopolitica è rapidamente cambiata nel giro di due settimane.

Ma il racconto di Trump merita qualche sottolineatura. In particolare la sua descrizione del Califfo che urla e piange nel tunnel dove si è fatto esplodere. In primo luogo «un codardo», come dice lui, non si fa saltare in aria. E poi è un falso. Non solo le immagini che ha visto Trump erano senza audio, ma non ha potuto seguire neppure quelle nel tunnel perché i video dei soldati sono stati consegnati solo dopo la conferenza stampa. Ma Trump, con fervida immaginazione, ha inventato i dettagli della morte di Al Baghdadi, imbarazzando anche il capo del Pentagono Mark Esper.

I testimoni siriani parlano di tre ore di raid e bombardamenti: non è stato un blitz, ma una battaglia. Fatta da chi e come? Da un aereo Usa e da sei elicotteri che poi dovevano tornare in Iraq con 70 minuti di volo? Oppure in Turchia, che è a 5 minuti di volo ed è un Paese con basi Usa e Nato?

Un racconto non credibile: forse a Trump il Pentagono ha dato informazioni monche perché non si fida. È non si fidano i russi che controllano i cieli siriani con jet, radar e contraerea. Il portavoce ministero della Difesa russo Igor Konashenkov ha dichiarato che Mosca «non è in possesso di prove affidabili sulla morte del leader dell’Isis», sottolineando che coloro che riferiscono della partecipazione dei russi all’operazione – ovvero lo stesso Trump – hanno riportato dettagli sbagliati, alimentando dubbi sul raid.

In Medio Oriente intanto si profila un nuovo ordine dopo gli anni dominati dalle milizie e dagli attori non statuali. L’Isis al culmine della sua espansione tra Siria e Iraq dominava un territorio vasto come l’Italia con un popolazione di 10-12 milioni, mentre altri dovevano sottostare comunque ai gruppi affiliati ad Al Qaida o ad altre bande jihadiste.

La stessa area di Idlib, ai confini con la Turchia, dove oggi è prevalente il gruppo qaidista Hayat Tahrir al Sham (ex Al Nusra), in concorrenza con l’Isis, conta un paio di milioni di abitanti. Mentre le milizie curde hanno dovuto abbandonare sotto i colpi di Erdogan un territorio strategico con città per loro decisive, sostituiti da turchi, milizie filo-Ankara, russi e soldati di Assad tornati in forze in un’area dove non c’erano da anni.

Ora queste milizie, islamiste e non, devono tornare sotto il cappello dello stato siriano, turco o iracheno. La Turchia è chiamata da Putin e dall’Iran a rispettare i patti di Astana, restituire Idlib a Damasco e farsi carico dei jihadisti che ha già in parte incorporato nelle milizie anti-curde schierate nella «fascia di sicurezza»: il Rojava abbandonato dagli americani.

E a proposito di foreign fighter dell’Isis sono centinaia quelli europei detenuti nella Siria settentrionale, territorio il cui futuro è assai incerto. I governi europei, riluttanti a riportarli a casa cercano, come ha fatto Macron con l’Iraq, di processarli e condannarli morte nella regione. Esiste ora il rischio che molti possano sfuggire e anche l’Europa prima o poi dovrà riprenderseli.

A guidare il processo di «ritorno all’ordine» statuale non sono gli Usa e tantomeno l’Europa, ma il capo del Cremlino. Uno schema che potrebbe replicarsi in Libia dove Putin, con egiziani ed Emirati, sostiene Haftar, mentre Erdogan appoggia con le armi Al Sarraj alleato degli italiani. Ma L’Italia militarmente non conta, quindi dovrà negoziare anche con Putin per stabilizzare la Libia, visto che gli alleati europei e americani, come si vedrà anche alla conferenza di Berlino, non tengono conto alcuno delle istanze nostrane.

L’altro protagonista mediorientale è Assad che si conferma l’ultimo raìs arabo, erede di quel partito Baath dato per morto e sepolto con la fine di Saddam Hussein in Iraq nel 2003.

Porta a casa un successo anche l’Iran: ogni rafforzamento di Assad è un punto a favore della repubblica islamica, i cui alleati sono stati messi in difficoltà dalle rivolte popolari in Iraq e nel Libano degli Hezbollah.

La mezzaluna sciita è quindi chiamata a una nuova prova di sopravvivenza anche se è stato fatto fuori un nemico mortale come Al Baghadi. Ma sono altri i due nemici che oggi agitano le piazze arabe, oltre le barriere settarie, più insidiosi e quasi imbattibili: l’ingiustizia sociale e la corruzione.

Ditelo a Trump che il Medio Oriente non è Hollywood.

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Più di cinque milioni di italiani emigrati all’estero. La spoliazione di un paese periferico

Alle valige di cartone hanno sostituito i trolley, ma milioni di italiani – spinti da una situazione economico-sociale che disattende molte delle aspettative su un futuro in questo paese – sono tornati ad emigrare all’estero come molti dei loro antenati.

A confermarlo è il Rapporto Migrantes sugli Italiani nel mondo, svelando proporzioni del fenomeno emigratorio che rendono ridicoli e strumentali gli allarmi e le campagne razziste sull’immigrazione. Su un totale di oltre 60 milioni di cittadini residenti in Italia a gennaio 2019, alla stessa data ben l’8,8% di questi ormai vivono all’estero. In termini assoluti, gli iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire), aggiornati all’1 gennaio 2019, sono saliti 5.288.281. Gli immigrati stranieri in Italia sono 5.255.503 un numero equivalente, anzi inferiore.

I dati sono contenuti nella XIV edizione del ‘Rapporto italiani nel mondo’ della Fondazione Migrantes e non temono smentite dai fatti. Dal 2006 al 2019 – si evince dal report – l’emigrazione italiana è aumentata del +70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’Aire a quasi 5,3 milioni.

Quasi la metà degli italiani iscritti all’Anagrafe degli italiani residente all’estero è originaria del Meridione d’Italia (48,9%, di cui il 32% Sud e il 16,9% Isole); ma ben il 35,5% proviene dal Nord Italia e solo il 15,6% dal Centro, quasi la metà sono donne.

La classe di età più rappresentata è quella di coloro che hanno tra i 35 e i 49 anni (1.236.654; il 23,4%). Ma subito dopo ci sono quelli tra i 18 e i 34 anni (1.178.717; 22,3%).

Sono l’Unione europea (41,6%) e l’America Centro-Meridionale (32,4%) le due aree continentali maggiormente interessate dalla presenza dei residenti italiani. Le comunità più consistenti si trovano in Argentina (quasi 843 mila), in Germania (poco più di 764 mila), in Svizzera (623mila), in Brasile (447mila), in Francia (422mila), nel Regno Unito (327mila) e Stati Uniti d’America (272mila).

“Nel complesso, negli ultimi dieci anni il numero di persone iscritte all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) è aumentato del 50%, dato che però sottostima il numero di persone realmente emigrate all’estero in quanto non tutti coloro che lasciano il paese si iscrivono a questa anagrafe” precisa però la rete universitaria Noi Restiamo che da anni si batte per bloccare questa sottrazione di risorse umane dal nostro paese. Sotto accusa la destrutturazione pilotata del sistema di istruzione formativa che incentiva l’emigrazione all’estero di molti giovani laureate e laureati. “La crisi economica si è rivelata infatti un’opportunità per la ristrutturazione produttiva nel continente intorno alla Germania e ai suoi satelliti, e per una conseguente accentuazione della polarizzazione tra centro e periferia. La struttura produttiva del nostro paese si sposta verso settori a basso contenuto tecnologico, e parallelamente assistiamo ai tagli agli investimenti in ricerca e sviluppo e alla ristrutturazione del sistema formativo, segnato da un notevole ridimensionamento dell’alta formazione (eccetto pochi poli universitari di eccellenza che anzi si consolidano)” sottolineano gli universitari di Noi Restiamo, “Il mercato del lavoro è caratterizzato da precarizzazione generalizzata e da percentuali altissime di disoccupazione, in particolare per quanto riguarda le fasce giovanili. Il sistema formativo punta alla creazione di un’élite sempre più qualificata, escludendo una fetta sempre maggiore della popolazione”.

Non risparmiano critiche anche alla narrazione fittizia della cosiddetta generazione Erasmus su cui sono state costruite tante mistificazione: “Data la situazione sia del mercato del lavoro che dell’istruzione in Italia, sempre più persone scelgono la via dell’emigrazione; una scelta che però risulta forzata e indotta dalle desolanti condizioni attuali e dalle deprimenti prospettive future di un’intera generazione. La retorica e la propaganda relativa alla “generazione Erasmus” nascondono volutamente e in maniera ingannevole le criticità italiane e degli altri paesi della periferia europea. Per quanto riguarda l’Italia, i dati evidenziano la drammaticità del fenomeno migratorio e di una situazione che sta progressivamente aggravandosi”.

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Prodi il “dissociato”. La miseria di questa classe dirigente

Nella “storia universale dell’infamia” – grazie a Borges – c’è sempre posto per qualche volto nuovo.

Dopo aver ascoltato qualche passaggio della chiacchierata con Lucia Annunziata, su RaiTre, crediamo proprio che un posto speciale tocchi di diritto a Romano Prodi.

Partiamo da quel che ha detto, perché – come diceva un prodiano di complemento in Palombella rossa – “le parole sono importanti”.

Lucia Annunziata: «Draghi si è caratterizzato in una prima fase come un grande privatizzatore…».

Romano Prodi: «Erano obblighi europei! Erano obblighi europei! Scusi, a me che ero stato a costruire l’IRI, a risanarla, a metterla a posto, mi è stato dato il compito da Ciampi che PRIVATIZZARE ERA UN COMPITO OBBLIGATORIO PER TUTTI I NOSTRI RIFERIMENTI EUROPEI.

Quindi si immagini se io ero così contento di disfare le cose che avevo costruito, ma bisognava farlo per rispondere alle regole generali di un mercato in cui noi eravamo. E questo non era sempre un compito gradevole, ma l’abbiamo fatto come bisognava farlo».

Si potrebbe ironizzare a lungo su questa dissociazione postuma dalle politiche che hanno distrutto la parte migliore della struttura industriale di questo paese, accompagnate dal mantra “ce lo chiede l’Europa”. Magari ricordando quando Prodi assicurava che “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”.

Ma non c’è proprio niente da ridere.

È un segno di quanto, anche dalle parti del “padre nobile del Pd”, ci si renda conto che il disastro economico, sociale e infine politico su cui è cresciuta la destra fascioleghista ha genitori ignobili. Proprio nel Pd (o come si chiamava allora) e in chi ne ha sostenuto i governi con suicida subalternità (Bertinotti e i suoi boys).

All’inizio degli anni ‘90 è cambiato il mondo, con il crollo del Muro e del “socialismo reale”. In quel periodo sono state fatte le scelte strategiche che hanno indirizzato anche l’Europa nei successivi 30 anni. Di queste scelte Prodi (con Bersani, Rutelli, D’Alema, Treu, e il codazzo chiamato “Ulivo”) è stato massimo protagonista. Due volte presidente del Consiglio, osannato a sinistra perché “unico a battere due volte Berlusconi”, presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004, ex presidente dell’Iri e poi suo liquidatore.

Un personaggio centrale dell’economia e della politica italiana che – vent’anni dopo le immonde decisioni da lui condivise-decise-firmate – se ne esce dicendo “io ho solo obbedito agli ordini” (di Ciampi e dell’Unione Europea), come un Eichmann qualsiasi. Ci sarebbero gli estremi per un processo per alto tradimento, se questo fosse un paese serio...

Naturalmente è falso che sia stato solo un “esecutore di ordini”. Non si attraversano per sbaglio le strutture di direzione di cui ha fatto parte da protagonista per oltre 40 anni (lo ricordiamo ministro dell’industria nel governo Andreotti nel 1978, in pieno sequestro di Aldo Moro), sia in Italia che in Europa.

La privatizzazione-smantellamento dell’Iri è stato un atto criminale che ha privato questo paese del meglio dell’industria e della rete infrastrutturale (Telecom, Italsider, Alfa Romeo, Montedison, Autostrade, Alitalia, Tirrenia, i porti e gli aeroporti, ecc), consegnandola alla peggiore classe “imprenditoriale” dell’Occidente. Basterebbe fare l‘elenco: Colaninno (Telecom, poi sostituito da Tronchetti Provera, i francesi, gli spagnoli, ecc), Riva (finito com’è finito, con l’Ilva consegnata agli indiani è una città condannata a morte), Agnelli, Benetton, e via scendendo.

In pratica Prodi e il Pd (incrocio perverso di ex democristiani ed ex “comunisti”) hanno agito come Eltsin in Russia: hanno svenduto il cuore del patrimonio industriale, per quattro soldi. Distruggendo il motore della “crescita” che aveva caratterizzato l’Italia nel dopoguerra.

Tocca ricordare, infatti, che “le imprese private” non sono mai state capaci, qui, di essere protagoniste dello sviluppo. Era stato indispensabile che lo svillaneggiato “potere pubblico” agisse in base a una programmazione economica (c’era persino un ministero con questo nome), attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri, fondato addirittura da Beneduce in periodo fascista) e la proprietà statale delle aziende nominate prima. Intorno a quel “motore” i “privati” (a cominciare dalla sussidiatissima Fiat) si acconciavano a fare i propri affari, sempre pronti a fuggire al primo stormir di crisi.

Si chiamava economia mista – pubblica più privata – con qualche paragone, in piccolo, col “miracolo cinese” degli ultimi 40 anni.

Come in Russia con Eltsin, dopo le privatizzazioni l’economia ha perso completamente spinta propulsiva, capacità di innovazione (i “privati” – tranne rari casi – disdegnano l’investimento in ricerca, per tirchieria e visione corta), ruolo internazionale.

Come con Eltsin, molti poteri “europei” e statunitensi erano molto interessati a questo suicidio mal assistito. E hanno banchettato alla grande.

Una devastazione che oggi renderebbe problematico anche un diverso indirizzo del paese, per un altro modo e altre finalità del produrre. E lo vediamo ad ogni crisi industriale recente (Embraco, Whirpool, Ilva, Alitalia, Jabil, ecc), perché “i privati”, che siano multinazionali o meno, sono stati autorizzati a fare quello che vogliono (prendendo anche finanziamenti pubblici...). E quindi anche, se lo ritengono vantaggioso, a chiudere e trasferire altrove la produzione.

Un cambiamento di sistema deciso quasi 30 anni fa. E di cui Prodi è stato uno dei player di prima fila.

Un cambiamento di sistema che – come nell’Europa dell’Est e persino in Germania – ha distrutto anche le condizioni di vita di quote crescenti della popolazione, a partire dai lavoratori dipendenti (la precarizzazione contrattuale ha preso il via con il “pacchetto Treu”, con Prodi a palazzo Chigi, e poi esteso da Berlusconi con la “legge Biagi”). Oltre che diritti sul lavoro e servizi sociali.


È questo il processo che – governato dall’Unione Europea in ogni paese – ha posto le basi, il “brodo di coltura” che ha fatto proliferare la flora batterica fascista e leghista che oggi tracima (e che ha sempre attivamente collaborato a quelle scelte).

Questo, a Prodi e ai suo complici di allora, va imputato ogni giorno come il maggiore dei crimini perpetrato contro il movimento operaio e la possibilità materiale di scegliere come vivere in questo paese.

Non sono il “meno peggio”, sono la levatrice dei Salvini.

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29/10/2019

Il puzzle europeo perde il collante

Può sembrare curioso, in giorni monopolizzati dal voto in Umbria e dalle sue indubbie conseguenze politiche per l’Italia, girare lo sguardo sulla crisi dell’Unione Europea.

I malevoli diranno: “ma c’avete la fissa...”

E invece ci sembra proprio che sia diventato impossibile capire perché il “malessere popolare” prende direzioni così folli (la Lega in Italia, Afd in Germania, Le Pen in Francia, ecc) se non si fanno i conti fino in fondo con la governance continentale, le politiche che questa ha imposto e che vorrebbe portare avanti senza grandi mutamenti, con i disastri provocati nelle economie e quindi nella “coesione sociale” dei diversi paesi.

Non solo di quelli euromediterranei, a questo punto, visto che anche la Germania è quasi ufficialmente in recessione.

La polarizzazione estrema del voto in Turingia – dove vincono la sinistra (non tanto) estrema con Die Linke e l’ultradestra più estrema con Afd – sono apparentemente in contraddizione con il voto umbro (tutto a destra, niente a sinistra, qualcosa – ma in tracollo – al centro).

La differenza ci sembra evidente: in Turingia (Germania Est, ex DDR) è ancora viva la memoria di uno “stato sociale” magari non ricchissimo, ma certamente più egualitario della giungla liberista attuale, e c’è almeno un partito che dice di perseguire politiche sociali di redistribuzione, localmente guidato anche da dirigenti che non hanno rinnegato ogni cosa (non dappertutto è così, per la Linke).

In Italia, i presunti “eredi” di quella tradizione (nella vulgata popolare) sono invece diventati i più fedeli esecutori dell’ordoliberismo targato Bruxelles e Francoforte, tanto da rendere credibile la marea di balle sparate dai “sovranisti de noantri”, che abbaiano in campagna elettorale ma abbassano tutte le creste anti-europeiste quando invece vanno a Palazzo Chigi.

Fin qui, però, l’Unione Europea aveva tenuto il timone della baracca in modo abbastanza fermo da nascondere – o far sottostimare – i punti di crisi (riscrittura delle filiere produttive a beneficio dell’industria tedesca, precarizzazione del lavoro, salari bassi in tutta Europa, ecc.), ponendo l’accento sui “benefici” teorici derivanti da una struttura continentale e ingigantendo/ridicolizzando (a ragione, persino) le tentazioni di ritorno allo staterello nazionale.

Senza che i nostri media mainstream ne diano qualche almeno vago accenno, invece, questa struttura sovranazionale sta incontrando difficoltà crescenti. Non tanto per l’opposizione popolare (confusa, distorta, strumentalizzata, dunque inefficace), quanto per la competizione interna tra strutture/filiere/apparati che trovano ancora un forte fondamento nazionale sotto la vernice della retorica “europeista”.

Il sempre sagace Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, ne fa un quadro sintetico ma lucidissimo. Squarci di realtà da mandare a mente, per sbeffeggiare quanti ancora si trascinano nella confusione tra “europeismo” e internazionalismo. O, più seriamente, per calcolare i rischi dell’evoluzione politica e sociale a medio termine.

Non c’è nulla di più pericoloso, infatti, di un sistema marcio che vorrebbe presentarsi come “unitario e benefico” nel mentre si vedono ormai apertamente gli effetti disastrosi della sua azione. E soprattutto si sentono, a livello popolare.

Magari è difficile – per molti – risalire dalla propria triste condizione particolare alle cause “generali e unitarie” che la provocano. Questo favorisce i truffatori politici, quelli che indicano falsi nemici (migranti, rom, “comunisti”, come ai tempi dei nazisti), ma solo o soprattutto dove i “progressisti”, “la sinistra”, i “rivoluzionari” non fanno seriamente il proprio mestiere. Tra il movimento dei Gilets Jaunes e le selfie-adunate salviniane la distanza è infinita.

Una crisi devastante gira ancora per tutto il mondo occidentale. In America Latina le cause e l’avversario (la destra al servizio degli Stati Uniti) sono chiari a milioni di persone. In Europa, sotto il tallone dell’Unione Europea, la “percezione” è più confusa, complice anche il “finto progressismo” di cui si ammantano le forze politiche tradizionali, conservatrici e tecnocratiche.

Ma chi non si rende conto della filiera del comando, finisce per combattere contro se stesso, aiutando “i padroni” a mantenersi a galla.

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Europa, perché il puzzle va in pezzi

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Mentre a Bruxelles ed a Francoforte si celebrano i riti dell’addio, per accomiatarsi da chi in questi anni ha guidato la Commissione e la Bce, le preoccupazioni per il futuro dell’Unione si accrescono, malcelate.

Lotte di potere a Bruxelles

Salta di un mese l’insediamento della nuova Commissione europea, che era previsto per il 1° novembre. La Presidente Ursula von der Leyn non è riuscita a completarne l’iter di formazione, per via dello smacco clamoroso che ha subìto da parte del Parlamento europeo, che ha bocciato a scrutinio segreto la candidatura francese di Sylvie Goulard, fortemente sostenuta dal Presidente Emanuel Macron e Ministro della Difesa dell’attuale governo francese.

Praticamente, le hanno votato a favore solo i rappresentanti di Renew Europe, il gruppo cui aderiscono i macronisti: i Popolari si sarebbero vendicati della scelta della von der Leyen come Presidente della Commissione, e quindi del veto che fu posto da Macron al mantenimento del tradizionale sistema dello spitzenkandidaten che avrebbe portato automaticamente alla designazione di Manfred Weber.

Ad essere indigesto è stato anche l’eccezionale peso del portafogli assegnatole, che spazia dal Mercato interno all’Industria della difesa, fino a quella digitale. Tante competenze, tanti soldi; forse troppi: ma era esattamente questo il senso dell’accordo raggiunto tra von der Leyen e Macron. Anche per il Presidente francese è stata un segnale pesante.

Occorrerà rimpiazzare anche le due candidature della romena Rovana Plumb, indicata per il portafoglio dei Trasporti, e dell’ungherese Laszlo Trocsanyi, in corsa per l’Allargamento, che sono state dichiarate “non in grado di esercitare le proprie funzioni conformemente ai trattati e al codice di condotta”.

Il nuovo candidato francese è Thierry Breton, che vanta una grande esperienza sia politica che manageriale. Aver ricoperto tanti incarichi societari potrebbe dar luogo a conflitti di interesse, ma anche la Francia vuole in Europa un uomo di assoluta fiducia. I Commissari europei sembrano ormai altrettanti ministri, solo che hanno sede e soldi a Bruxelles.

Spagna, tra elezioni politiche e tensioni a Barcellona

Il prossimo 10 novembre, la Spagna tornerà alle urne: sono le seconde elezioni in sette mesi e le quarte in quattro anni, un caso senza precedenti in Europa. Il Psoe, nonostante la maggioranza relativa ottenuta sotto la guida di Pedro Sànchez, non riesce a formare un governo aggregando Unidos Podemos, che è guidata da Pablo Iglesias. Costui non si lascia sedurre dalle poltrone e pone continuamente condizioni in materia di difesa delle classi deboli e dei lavoratori che i Socialisti ritengono eccessive. Un sistema politico frammentato, con posizioni inconciliabili tra loro, è l’eredità degli anni della crisi.

Le pesanti condanne irrogate di recente ai dirigenti catalani che parteciparono alle iniziative indipendentiste di due anni fa hanno rinfocolato le tensioni. A Barcellona, si sono ripetute manifestazioni di piazza, cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone.

Anche in questo caso, emerge un tema di fondo che riguarda l’Unione. Se per un verso l’enfatizzazione dell’Europa delle Regioni e le iniziative transfrontaliere servono a frammentare l’unità politica statale e ad accelerare l’abbattimento delle frontiere nazionali, le azioni per la coesione si sono dimostrate assai poco efficaci. I divari economici e sociali sono aumentati, alimentando le richieste di autonomia nelle aree più ricche ed il senso di abbandono in quelle più povere.

Crisi in Romania

Nella disattenzione generale, da mesi c’è grande tensione a Bucarest. Vecchi equilibri di potere sono saltati, creando una situazione di pericolosa incertezza anche istituzionale. È un Paese fondamentale sul piano geopolitico, oltre ad essere molto rilevante dal punto di vista economico. Mentre in Polonia ed in Ungheria si consolidano le rispettive leadership sovraniste, la Romania consuma quella stabilità che negli scorsi anni le aveva consentito una crescita sostenuta. E’ un brutto varco, nello scacchiere orientale.

Adesione all’Ue di Albania e Macedonia

Nessun allargamento, per ora. Se ne riparlerà a maggio, quando si svolgerà una conferenza generale sui Balcani occidentali. Non è affatto casuale che, nell’ultimo Consiglio, sia stata la Francia ad opporsi all’ingresso di Albania e Macedonia del nord nell’Unione: deve bloccare la germanizzazione strisciante di tutta l’area, che Berlino considera da sempre il suo “giardino di casa”. L’asse franco-tedesco, sul piano geopolitico, non esiste: ognuno aspira ad una propria egemonia, e contrasta quella altrui.

Turchia e Cipro: l’inesistente politica estera dell’Unione

L’ingresso delle truppe turche nel nord della Siria ha provocato reazioni quanto mai diverse: l’Italia ha convocato subito l’Ambasciatore turco, rinviando alla sede europea la decisione sull’embargo alla vendita di armi. Francia e Germania hanno agito con maggiore cautela: fermandosi ad un appello a fermare l’offensiva. Sul piano concreto, si sono poi limitate a sospendere le vendite future dei soli armamenti utilizzabili in questo genere di operazioni, soluzione in qualche modo poi seguita dall’Italia. La cautela tedesca risponde alla minaccia turca di aprile i campi profughi che ospitano centinaia di migliaia di persone fuggite dal conflitto siriano. Si sarebbe riaperta la rotta dell’emigrazione che attraversa i Balcani, per giungere in Germania. Per Angela Merkel sarebbe stato un disastro.

Le tensioni con la Turchia riguardano anche lo sfruttamento di giacimenti nell’area marittima di Cipro, che viene rivendicata dalla Turchia: italiani e francesi, che operano per lo sfruttamento, dovrebbero ottenere la protezione dei rispettivi Paesi, forse anche militare. Il paradosso è che siamo tutti parte della Nato: un’alleanza che si sta dimostrando al suo interno assai fragile, proprio come l’Unione.

Anche in questa occasione, non è comparsa pubblicamente la figura dell’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e la Sicurezza: ad un titolo tanto altisonante corrisponde un ruolo che è stato finora altrettanto poco efficace. Anche la costosissima rete diplomatica che l’Unione sta realizzando da anni rappresenta un lusso poco utile.

Gran Bretagna, sulla Brexit ancora più confusione

L’atmosfera è sempre più avvelenata. Nessuno sa né come, né quando avverrà il recesso dall’Unione. Il Premier Boris Johnson si è dovuto rimangiare la promessa di far uscire comunque la Gran Bretagna dall’Unione il prossimo 31 ottobre, con o senza accordo.

Non solo Westminster gli ha varato una legge che impone al governo l’obbligo di chiedere a Bruxelles un rinvio della data del recesso nel caso non sia stato approvato un accordo, ma poi nel giro di quarantott’ore gli ha inflitto un ulteriore, duplice smacco. L’esame parlamentare della nuova ipotesi di accordo di recesso è stato sospeso.

Londra ha così ribaltato il suo stallo politico su Bruxelles, in modo a dir poco pirandelliano, inviando due missive: con una, redatta su carta bianca e non firmata, ha chiesto il rinvio del termine del recesso, adempiendo all’obbligo di legge; con l’altra, il Premier Johnson ha comunicato ufficialmente la propria contrarietà politica a qualsiasi rinvio.

Anche Bruxelles si è divisa: pur convenendo tutti sulla opportunità di concedere un rinvio, la Francia si è detta disponibile ad offrire solo una dilazione tecnica, di un mese, e non già fino al 31 gennaio 2020. In questo modo si darebbe lo stesso tempo sia a Westminster, per approvare l’ipotesi di accordo, che alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen per formare la nuova Commissione. La Francia non vuole assolutamente rischiare che la Gran Bretagna rimanga ancora nell’Unione: ne va della strategia di ribilanciamento dei rapporti di forza con la Germania su cui si è impegnata a fondo.

La questione si è ulteriormente complicata dopo la decisione del Premier Johnson di chiedere a Westminster l’assenso per andare alle elezioni anticipate il prossimo 12 dicembre, proseguendo però nell’esame del nuovo schema di accordo fino al 5 novembre. È una mossa a sorpresa, di cui nessuno si fida, per ragioni opposte, tanto a Londra che a Bruxelles.

Intanto, per andare allo scioglimento anticipato, a Westminster serve la maggioranza dei due terzi, e quindi anche il voto favorevole dei Laburisti. Ma questi vogliono mantenere il vantaggio acquisito nei confronti di Johnson, ed essere sicuri di andare alle elezioni prima di votare qualsiasi accordo con Bruxelles. Alle elezioni ci vogliono andare con le mani libere.

Ancora maggiore diffidenza circola a Bruxelles: fissando le elezioni inglesi al 12 dicembre, si scavalla la dilazione tecnica di un mese che la Francia è disposta a concedere per circoscrivere al massimo i tempi di approvazione dell’accordo da parte dell’Inghilterra. C’è chi ha il timore che dalle elezioni inglesi possa uscire una maggioranza dei Conservatori in grado di far passare la Hard Brexit, e chi al contrario teme una vittoria dei Laburisti, che interpreterebbero il voto popolare come un ribaltamento del risultato referendario ed a quel punto potrebbero chiedere la revoca del recesso della Gran Bretagna dall’Unione.

Aver usato come una clava contro la Gran Bretagna la decisione di uscire dall’Unione, rendendo il recesso quanto più doloroso possibile, fino al punto di provocare una crisi istituzionale a Londra, si sta trasformando in un rischio esistenziale per la stessa UE. Se la Brexit dovesse riuscire, al di là dei danni economici per tutti, i partner europei si dovranno ripartire un onere rilevantissimo di bilancio per mandare avanti l’Unione.

Per evitare un aumento delle contribuzioni nazionali, si dovrebbero ridurre le spese dell’Unione: una ipotesi completamente opposta rispetto alla strategia in atto, che mira ad aumentare le competenze e le dimensioni del bilancio dell’Unione, ad imitazione di qualsiasi Stato federale. La Germania ha già messo le mani avanti: di mettere mano al portafogli non ci pensa affatto.

Dopo le fanfare della Commissione uscente sulla prospettiva di una sovranità condivisa, conferendo nuovi poteri all’Unione, si torna mestamente al punto di partenza: ognun per sé.

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Il Quinto Elemento (1997) di Luc Besson - Minirece


Russia, Cina e India hanno trovato un modo per aggirare il sistema SWIFT e le sanzioni USA

Secondo il quotidiano russo Izvestia, che fa riferimento a fonti vicine alla Banca Centrale Russa, Mosca, Pechino e Delhi avrebbero trovato un modo per aggirare il problema dell'accesso alla rete SWIFT.

Esperti russi, cinesi e indiani stanno lavorando per organizzare un sistema alternativo a SWIFT per rispondere a un possibile blocco dell'accesso di questi paesi alla più grande rete interbancaria, ha riferito il quotidiano russo Izvestia che cita due fonti vicine alla Banca centrale della Russia.

Il presidente della commissione per i mercati finanziari della Duma di Stato, Anatoly Aksakov, ha anche affermato che l'argomento è stato discusso dai partner BRICS.

Secondo il giornale, si prevede di collegare il sistema russo di messaggistica finanziaria (PSSA) con il sistema cinese di pagamenti internazionali (CIPS). Al contrario, l'India non ha un sistema nazionale di comunicazione finanziaria, si prevede di unire la piattaforma della Banca centrale russa con il promettente progetto di una struttura indiana indipendente, ha affermato una fonte sul mercato finanziario.

Come ha spiegato la fonte a Izvestia, i paesi stanno prendendo in considerazione la possibilità di connettere piattaforme utilizzando un sistema gateway transcodificando i messaggi dal formato originale al formato finale.

SWIFT come strumento di pressione

SWIFT è un sistema interbancario internazionale che fornisce servizi di messaggistica e trasferimento interbancario standardizzati nonché interfacce a oltre 10.800 istituzioni in oltre 200 paesi.

Nell'ottobre 2014, la società ha annunciato che sarebbe stata sotto pressione da parte di diversi Stati affinché si unissero senza successo alle sanzioni anti-russe.

Nel 2018, la direzione SWIFT non è riuscita a resistere alle pressioni degli Stati Uniti e ha deciso di disconnettere dal suo sistema la Banca centrale dell'Iran e altre istituzioni finanziarie iraniane soggette alle sanzioni statunitensi.

"Il fatto che Donald Trump abbia intimidito i dirigenti di SWIFT e li abbia costretti a disconnettere l'Iran dal suo sistema ha spinto il resto del mondo a capire che "se l'America può farlo con l'Iran, la stessa cosa un giorno potrebbe succedere a noi, abbiamo bisogno di un sistema alternativo ", ha detto a Sputnik Steve Keen, professore di economia alla Kingston University di Londra.

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28/10/2019

Matteo vince, Matteo perde

di Alessandra Daniele

Perché Salvini vince tutte le elezioni?

Perché i suoi elettori sono gli ultimi rimasti a correre a votare.

Sono più o meno 2 su 10, ma sono gli unici abbastanza tonti da credere ancora che votare cambi davvero qualcosa.

A non aver capito che i loro selfie col Capitano contano quanto quelli dei turisti a Disneyland coi figuranti travestiti da Topolino, Cenerentola, o Darth Vader.

I loro voti a livello locale serviranno solo a foraggiare la vecchia classe politica corrotta di Forza Italia che s’è riciclata con la Lega.

E a livello nazionale daranno un altro alibi al Cazzarillo, il governo Renzi-Grillo, la Santa Alleanza contro il Lato Oscuro.

In realtà Matteo Salvini è solo un figurante travestito da Darth Vader.

Uno youtuber ciccione che succhia i rosari e abbraccia gli alberi, mentre in Sardegna i suoi elettori ancora aspettano che gli risolva la crisi del prezzo del latte come aveva promesso.

Nel frattempo, lasciato il Partito Democratico, Matteo Renzi s’è inventato il Partito Post-Democratico, che sta sempre al governo senza presentarsi mai a nessuna elezione, e guadagna deputati solo per contagio e assimilazione di quelli altrui. Stile zombie.

Il Cazzaro stavolta è sincero: non gli va più di recitare seriamente la farsa elettorale, e si capisce anche dal simbolo che ha scelto per il suo fanclub: un gabbiano rosa shocking.

Intanto, quattro mosche di velluto grigio, Zingaretti, Conte, Di Maio, e Speranza, hanno chiuso la campagna elettorale in Umbria fingendo di non sapere d’avere già perso, e nello stesso tempo già vinto comunque, perché il governo dell’Italia si decide a Washington e a Bruxelles, non a Norcia, anche se è un’armata Brancaleone.

E perché i risultati elettorali oggi contano quanto i sondaggi, cioè un cazzo.

Carta vince, carta perde, è il solito gioco.

Gli elettori credono di scegliere.

E il banco vince sempre.

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Turingia e Umbria, due elezioni con analogie significative

Domenica si sono tenute due elezioni regionali in Germania e Italia. Le due elezioni hanno interessato regioni piccole, la Turingia e l’Umbria, che hanno rispettivamente 2 milioni e 900mila abitanti su una popolazione complessiva di 80 e 60 milioni. Ma, malgrado le dimensioni e il fatto che i due Paesi appaiano diversi sotto alcuni aspetti, il risultato delle elezioni rivela interessanti analogie e qualche altrettanto interessante differenza. In generale si può dire che le due elezioni sono significative della crisi politica che investe l’establishment politico europeo. Una crisi che sembrava sventata dai risultati delle elezioni europee, che avevano registrato una tenuta maggiore di quanto ci si aspettasse dei partiti filo-austerity facenti parte dei gruppi del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo.

In primo luogo, va osservato che i partiti che detenevano da lungo tempo la leadership nelle due regioni l’hanno persa cedendo molti voti ad altre forze politiche. A essere penalizzate sono le forze che fanno parte delle coalizioni di governo a livello nazionale e che storicamente si sono fatte promotrici delle politiche di austerity europee. A guadagnare voti, invece, sono soprattutto le forze di estrema destra cosiddette euroscettiche. Il risultato appare, quindi, una bocciatura dei rispettivi governi e delle politiche di austerity e filo-europeiste che stanno mettendo in atto.

In Umbria, regione storicamente rossa, per la prima volta dagli anni ’70 la sinistra non è più al governo. La sconfitta della coalizione tra Pd e M5s, che avrebbe dovuto replicare su scala locale la coalizione che sostiene il governo Conte bis, è una vera débacle: ben venti punti percentuali (57,55%) separano la neo-governatrice leghista dal candidato di centro-sinistra (37,48%). Ugualmente significativi sono i risultati dei singoli partiti: il Pd scende dal 37,76% al 22,4% e il M5s addirittura dimezza i voti, passando dal 14,55% al 7,4%.

Anche in Germania a perdere sono i partner della coalizione di governo, la Cdu e il partito socialdemocratico (Spd). In Turingia la Cdu di Angela Merkel, già primo partito, scende al terzo posto, passando dal 33% al 21,8% dei voti e la Spd cala dal 12,4% all’8,2%.

A guadagnare, sia in Italia che in Germania sono le forze di estrema destra. In Italia, in un contesto in cui peraltro aumenta la partecipazione al voto, è la Lega di Salvini che si impone, più che raddoppiando i voti dal 13,99% del 2015 al 37% del 2019. Al risultato leghista si aggiunge quello altrettanto positivo di Fratelli d’Italia, che passa dal 6,23% al 10,4%. Anche in Turingia, è l’Afd, partito xenofobo e di estrema destra a più che raddoppiare i propri voti, passando dal 10,6% al 23,4%, e diventando così il secondo partito, scavalcando la Cdu.

Ma esiste una importante differenza tra la Turingia e l’Umbria. Mentre in Umbria la sinistra vera, che non sia quella liberaldemocratica del Pd, è stata del tutto assente, in Turingia le elezioni hanno fatto registrare un ottimo risultato del partito di sinistra radicale, Die Linke, che è addirittura cresciuto dal 28,2% al 31%, posizionandosi al primo posto. Questo significa che c’è spazio per la sinistra, purché questa in Italia come in Germania porti avanti con coerenza le sue posizioni e contrasti il neoliberismo. Non è un caso che mentre la Spd, che da anni è junior partner della Cdu nei governi tedeschi e di fatto sta implementando le politiche neoliberiste europee, non riesce ad arrestare il calo dei suoi consensi.

Il risultato elettorale in Italia è sicuramente figlio anche della delusione dell’elettorato grillino per il fatto che il M5s si è presentato in coalizione con il Pd, cioè con il partito il cui ultimo governatore era stato costretto alle dimissioni per uno scandalo relativo alla sanità. Per un partito che aveva fatto dell’onestà uno slogan centrale si è trattato di una contraddizione che non ha mancato di avere il suo effetto. Ma non si tratta solo di questo. L’Umbria è la regione del Centro-Nord che si trova più in difficoltà sul piano economico e meno lontana dai bassi livelli economici del Mezzogiorno con un Pil pro capite di appena 24.500 euro contro i 28.500 della media nazionale. Stesso discorso, ma in modo anche più accentuato si può fare per la Turingia, che è una regione dell’ex Germania est. A distanza di trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, di cui si è celebrato l’anniversario pochi giorni fa, i divari tra la parte occidentale e orientale della Germania non sono stati colmati. Le enfatiche celebrazioni del crollo del muro sono del tutto fuori posto. Infatti, si vede a tutt’oggi come l’unificazione sia stata un vera e propria annessione economica da parte della Germania occidentale della Germania orientale, come è stato ben documentato da Vladimiro Giacché in un libro di qualche anno fa e ora riedito. Basti, inoltre, ricordare che Eurostat certifica che il tasso di persone a rischio povertà o esclusione sociale in Turingia è uno dei maggiori della Germania, essendo pari al 22,3% contro una media nazionale del 19%, mentre il Pil pro capite è di 28.900 euro contro i 39.600 della media nazionale.

La crisi delle forze tradizionali del bipolarismo/bipartitismo, che si regge sul centro-sinistra e sul centro-destra, è tutt’altro che terminata. Anzi, il rallentamento economico che sta interessando tutta l’Europa, compresa la Germania, oltre a dimostrare che la crisi strutturale del capitale non è terminata ma si sta ripresentando, dimostra anche che le politiche che l’Europa sta portando aventi sono fallimentari. La crisi politica manifestatasi con le elezioni regionali in Turingia e Umbria è figlia della crisi economica strutturale del capitale e del modo in cui le forze politiche principali la stanno affrontando.

La Lega, così come la Afd, hanno avuto buon gioco a portare avanti la loro propaganda in un tale contesto. L’estrema destra non può essere fermata limitandosi ad agitare lo spettro del fascismo, perché sono le azioni dei governi, e in particolare delle forze della sinistra tradizionale (Pd e Spd), a fornirgli il migliore brodo di coltura per svilupparsi. In questo senso, la pessima manovra economica italiana è caduta a proposito per dimostrare l’incapacità del governo ad affrontare la situazione di grave peggioramento delle condizioni economiche e sociali.

Il contrasto alla destra passa per la ricostruzione di una sinistra radicale che non lasci la critica alla Ue alla destra e che sappia porsi come alternativa reale alle politiche neoliberiste dei popolari e della socialdemocrazia. La Linke dimostra che esiste uno spazio per lavorare a tal fine. È a quell’esempio, modulato e adattato ovviamente alle caratteristiche specifiche del nostro paese, che bisogna ispirarsi.

Fonte

Non mi persuade l'argomentazione per cui i risultati di Lega e AfD derivino da una bocciatura dei partiti dediti all'austerità.
A mio parere è più il risultato del domino che mediaticamente è stato "concesso" a questi partiti e alla loro comunicazione politica.