Sul piano dell’occupazione, anche qui le previsioni della Bce sono negative per i prossimi anni. L’appello a una politica di rilancio e crescita viene puntualmente stritolata dall’approccio di austerità voluto dai cosiddetti paesi centrali, non deficitari, che non ammettono elasticità.
La medicina da prendere, secondo Francoforte, sarebbe un mix di maggiore flessibilità salariale e del mercato del lavoro con riforme coraggiose volte a favorire la concorrenza del mercato.
Come se non bastasse tutto ciò, a deprimere ulteriormente l’Eurozona (e non parliamo in questa sede della Grecia) arrivano i tagli a tutto spiano effettuati da Moody’s sui rating di banche ed enti. In Italia, a finire nel mirino dell’agenzia di rating sono 24 istituti bancari (per ora solo sotto osservazione), colpendo ovviamente tutte le principali banche, ma anche Eni, Poste Italiane, Generali, Unipol nonché diversi enti territoriali. Milano, Torino, Venezia, Firenze, Lombardia, Toscana, Umbria, Veneto, più diverse province subiscono una retrocessione nell’affidabilità del debito.
Nonostante le brillanti performance e la stima incassata dal primo ministro Mario Monti, tanto in Europa quanto a Washington, l’Italia rimane al palo: certamente influisce la stagnazione globale e la durissima cura Monti (di ispirazione europea). Ma l’Italia, a vent’anni dal capitolo Tangentopoli, continua a rimanere immobilizzata nelle sabbie mobili della corruzione, dell’illegalità e del malaffare. Una fotografia sconfortante scattata dal presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino che individua nei tre pilastri della mala gestio i responsabili del cattivo stato di salute dell’Italia. Le dimensioni del bubbone, denuncia il presidente della magistratura contabile, “sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce”.
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