Ci sono diverse prospettive da cui può
essere criticata la visione politica di Tsipras e del suo partito,
Syriza. Quello che però non va assecondato è l’attacco partito –
puntuale – da tutti gli organi del consenso generalista contro la
“probabile” vittoria di Syriza alle elezioni greche. Da diversi giorni,
sui principali organi d’informazione, Tsipras viene definito come
“populista”, certificando quell’espediente retorico per cui ogni
posizione politica che contrasti il consenso europeista viene tacciata
di populismo. Il populismo viene eletto a categoria politica
trasversale, non importa se di sinistra o di destra. C’è il
centrosinistra, il centrodestra e il populismo, senza soluzione di
continuità fra le differenti posizioni politiche contrarie alla UE e ai
suoi vincoli economici. E’ allora bene affermare con forza che il
problema politico di Tsipras non è il suo presunto populismo, che
Tsipras e Syriza non sono un partito populista, perché il populismo è
un’altra cosa. Syriza è un partito popolare, che attraverso la
partecipazione e il protagonismo nelle lotte di classe greche si è imposto come principale rappresentante del cambiamento politico.
Che poi questa conquistata rappresentanza sia oggi declinata in senso
riformista, neo-keynesiano, socialdemocratico, senza mettere in
discussione seriamente i presupposti politici che fondano la UE, questo è
il cuore del confronto politico che le forze politiche dovrebbero avere
con Syriza. Ma il populismo è un’altra cosa, e bisogna difendere (e
difenderci) da questa accusa mossa dal sistema politico-mediatico,
perché in altre circostanze potrebbe rivolgersi contro ogni altra forza
di classe. Il populismo è quello dei ricchi imprenditori alla Grillo che
fingono di rappresentare le ragioni dei lavoratori pacificando le loro
istanze; è quello dei partiti al governo mentre si approvavano gli
accordi economico-politici dell’Unione Europea e che oggi, per ragioni
elettorali, se ne scagliano contro, come la Lega Nord o SeL; populismo è
quello dei partiti nazionalisti e xenofobi alla Front National francese
o all’UKIP inglese, che individuano nel più povero, nel migrante, nel
lavoratore precario, il problema della propria crescita economica, non
considerando che è proprio la loro crescita economica a
generare quelle contraddizioni che portano all’esplosione
dell’immigrazione e della povertà nei paesi europei e non. Questo è il
populismo, la cifra politica di chi è responsabile di questa crisi e di
questo modello di sviluppo, ma che per ragioni elettorali se ne vorrebbe
descrivere come oppositore sfruttando gli istinti più bassi della
rabbia popolare. E con questa dinamica Syriza non c’entra nulla, perché
la sua visione politica, pur rimanendo interna ad un ordine del discorso
capitalista, non è responsabile, neanche moralmente, delle storture che
il liberismo ha prodotto per il mondo, ma che anzi ha sempre tentato di
combatterle.
Probabilmente Syriza non riuscirà, anche
vincendo le elezioni, a “rompere la gabbia” che sta spegnendo
l’economia greca, e più prosaicamente tenterà la via del compromesso,
strappando quei margini d’intervento economico che in fin dei conti la
UE è già disposta a concedere per evitare l’implosione politica. Un
compromesso presumibilmente al ribasso, che però potrebbe provocare
delle reazioni a catena di non facile previsione, e che meriterebbero di
essere indagate. Quello che però va rifiutato è il tentativo ideologico
del capitale di accomunare tutte le posizioni politiche contrarie alla
UE come “populiste”, come stanno facendo in questi giorni i principali
media mainstream. E questa battaglia non può essere taciuta perché
Tsipras non rappresenta il meglio di un discorso rivoluzionario.
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