Alle minacce sono seguiti i fatti. Come era stato annunciato in un video diffuso la settimana scorsa, i miliziani di Boko Haram hanno attaccato una base militare nel quartiere amministrativo di Kolofata, nel nordovest del Camerun, Paese confinante con la Nigeria e già altre volte entrato nel mirino del gruppo islamista capeggiato da Abubakar Shekau, che ha la sua roccaforte nelle regioni nigeriane nordorientali, dove sta seminando morte e terrore.
Secondo le Forze armate camerunensi, dopo cinque ore di
combattimenti, i miliziani sono stati respinti e in 143 sono stati
uccisi. Una delle peggiori perdite subite da Boko Haram oltreconfine, ha
riferito il portavoce del governo di Yaoundé.
Ma nelle ultime settimane le milizie di Abubakar Shekau hanno inaugurato la campagna elettorale per le prossime elezioni della Nigeria, il 14 febbraio, con una strage nel villaggio e nella base militare di Baga,
nello Stato del Borno. Hanno attaccato una ventina di località e hanno
proclamato il califfato nelle zone sotto il loro controllo.
Un massacro i cui numeri sono ancora oggetto di discussione. L’iniziale bilancio di circa duemila morti riportato dalla Ong Amnesty International, è stato ridimensionato ieri da un portavoce delle Forze armate nigeriane, il maggior generale Chris Olukolade, che ha parlato di circa 150 vittime, tra civili, soldati e miliziani. I sopravvissuti, invece, hanno riferito all’Associated Press di centinaia di morti.
“Le persone sono state uccise come fossero insetti”, ha detto
un testimone, raccontando come i miliziani hanno aperto il fuoco sugli
abitanti in fuga. E ci sono anche testimonianze di un inefficace
intervento dei militari, anche loro finiti spesso sotto accusa per i
metodi brutali e le violazioni (detenzioni illegali, torture, omicidi)
commessi contro la popolazione civile nel Nord del Paese.
L’esercito nigeriano è corrotto e brutale, accusato di vigliaccheria
dalla gente del posto. Secondo i racconti, i militari hanno spesso
aperto il fuoco sui cittadini radunatisi nelle piazze per protestare
dopo gli attentati. Il 25enne Ibrahim Gambo, che fa parte di una milizia
locale formata per difendersi da Boko Haram, ha raccontato, sempre all’Associated Press,
che durante l’attacco a Baka l’esercito avrebbe chiesto al suo gruppo
di ritirarsi per consentire un raid aereo contro gli islamisti, che però
non si è verificato.
Numeri a parte, resta l’orrore di una campagna sanguinaria portata
avanti dal gruppo islamista attivo dal 2009, che le Forze armate
nigeriane non riescono a fermare, lamentando di essere mal pagante e mal
equipaggiate, e che si sta intensificando con l’avvicinarsi delle
elezioni. Il regolare svolgimento del voto nelle zone sotto il
controllo di Boko Haram è a rischio. Eppure il presidente Goodluck
Jonathan, 57 anni, in carica dal 2010 e in corsa per il secondo mandato,
ha negato di essere il responsabile del fallimento del contrasto agli
islamisti che spadroneggiano nel Nord musulmano, la zona più
povera della Nigeria (il Sud è prevalentemente cristiano e più ricco), e
di avere ereditato dai suoi predecessori il problema. Ma
l’ascesa di Boko Haram è avvenuta sotto la sua presidenza. È durante il
suo mandato che sono sparite nel nulla circa duecento studentesse rapite
dagli islamisti, uno dei blitz di Boko Haram che si è guadagnato gli
onori della cronaca e a cui il governo aveva promesso una
risposta efficace, cioè di riportare a casa le ragazze destinate a
essere schiave e concubine dei miliziani. Non sembra che Abuja
faccia qualcosa di concreto per fermare l’espansione del gruppo
islamista che, inoltre, raccoglie il consenso di una popolazione, quella
del Nord, bistrattata e povera.
Secondo alcuni analisti, la minaccia rappresentata da Boko Haram non è
avvertita allo stesso modo in tutta la Nigeria e, quindi, potrebbe non
essere neanche uno dei principali cavalli di battaglia elettorale. E
c’è chi pensa che l’inefficacia dell’azione governativa contro gli
islamisti giochi a favore di Jonathan che non raccoglierebbe consensi
nel nordest. Interi villaggi e zone sono sotto il controllo dei
miliziani di Boko Haram e il caos che seminano mette a rischio il voto e
la tenuta di una Nigeria sempre più divisa.
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