Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

12/11/2015

Due pilloline amare su Expo


Il fatto sorprendente, riguardo l’occhio dell’opinione pubblica, è che tutte le attenzioni si basano su focus passeggeri, che non durano più di uno o due giorni.

Settimana scorsa eravamo tutti indignati per la riduzione di pena all’individuo pentito o presunto tale, poi quell’indignazione è passata e, sostanzialmente, il fatto non sussiste più.

Mi ha sempre affascinato la velocità con la quale ci si dimentica delle cose. Un altro esempio è lo scandalo di Expo, tra tangenti, fondi neri e i cazzi e i mazzi. Per una settimana – parbleu! – indignazione trasversale e univoca, poi basta, poi il nulla; poi tutti in coda al padiglione del Giappone, a scrivere messaggi sul legno, lamentarsi d’essere lì e via continuando.

Io – sarò puntiglioso, sarò brontolone – certe cose non riesco a mandarle giù, a dimenticarle. Anche se Expo è finito, anche se abbiamo dato una lezione al mondo.

Personalmente, ci sono due o tre pilloline, riguardo Expo, che proprio non riesco a buttar giù.

Partirei dal controllo del profilo eseguito su chi faceva domanda per lavorare nei padiglioni: se si risultava essere aderenti a un qualche collettivo della sinistra extraparlamentare, si era automaticamente scartati, nemmeno presi in considerazione. Una discriminazione in base agli ideali politici degna del ventennio, oserei dire.

Continuerei dicendo che, per sei mesi, qualunque tipologia di sciopero nel settore autotrasporti è stata inibita e vietata, negando così un diritto sancito per costituzione, sospendendo, in questo modo, i diritti democratici del cittadino.

Ancora, si può dire qualcosa riguardo il fatto che nessuna delle persone che ha lavorato all’evento ha ancora visto un salario. Si può dire qualcosa riguardo i lavoratori del padiglione del Belgio, che dopo due giorni dall’avvio della manifestazione hanno mollato in massa il lavoro, perché non pagati. Notizia che è stata abilmente taciuta dai giornali italiani.

Possiamo poi analizzare per bene cosa rappresenta l’evento, finanziato e appoggiato dalle multinazionali, le stesse multinazionali che sfruttano e distruggono le terre e i territori che la manifestazione si prefiggeva di esaltare e, bene, possiamo appurare che non è stata null’altro che una vetrina per la parte ricca del mondo, che godeva del sudore di quella povera.

Proprio come nel medioevo, direi, quando a corte i nobili godevano del frutto della terra lavorato dai contadini e dai servi della gleba.

Io non vedo molta differenza, perché parto dal presupposto che, ad Expo, non c’erano i contadini vietnamiti, i raccoglitori brasiliani, i coltivatori messicani dietro le bancarelle, ma persone che stavano lucrando sul frutto del loro lavoro, pagato una miseria.

Poi che McDonalds, che l’America Latina la sta distruggendo, venga a fare i bei discorsi sullo sviluppo sostenibile – e che la gente creda a queste cazzate – mi lascia veramente allibito e divertito.
Per non parlare di Nestlé – chissà se in Congo si ricordano ancora le tonnellate di latte andato a male che erano state spedite come aiuti umanitari –.

Al netto di queste cose, posso ben dire, io nemmeno mi sono indignato per lo scandalo delle tangenti e di tutta quella roba là.

Perché dei soldi non me ne fotte una sega. Sui soldi posso solo dire che trovo quantomeno scorretto che venga finanziato un evento con soldi pubblici ad esclusivo profitto di privati. Solo quello.

Io ero incazzato già da prima, perché Expo è stato un evento ipocrita, nel quale l’aguzzino ha fatto finta d’essere buono e magnanimo e ha mostrato il suo sorriso migliore a quella parte di mondo che, all’evento, nemmeno è potuta venire perché troppo povera, perché troppo impegnata a sopravvivere.

E se dite che “beh, però è stato un bell’evento”, vuol dire che non avete capito un cazzo. E se lo dite definendovi di sinistra, forse dovreste farvi delle domande serie a riguardo.
Belli i padiglioni, per carità. Belle le luci, gli spettacoli. Bello l’albero della vita.
Per me è plastica, plastica macchiata col sangue di chi ha lavorato – per 20 centesimi al giorno o meno – i prodotti che sono stati messi in mostra all’evento dell’anno.

E non sono indignato. Sono incazzato. Sono ancora incazzato.
La differenza tra chi sta da una parte precisa e chi, invece, se fosse in una strada finirebbe investito (cit.) è che i primi si incazzano, i secondi si indignano, dicono ma com’è possibile?! e poi si dimenticano di tutto. Di tutto.

E, ve lo dico subito, non sono disposto a dibattere a riguardo, perché se non riuscite a capire cosa sto dicendo, vuol dire che tra me e voi c’è una barricata ideale, che non può essere abbattuta.
Perché i dati e le informazioni ci sono, e basta reperirli e se non li avete trovati è perché non li avete cercati.

Perché in fondo siete indifferenti, e queste cose non vi interessano.
E, per questo fatto, dal mio punto di vista siete collusi e io, per dirla con Clement Duval, in cuor mio non vi perdono.

Per questo, se dovete scrivere sviolinate moderate su quello o quell’altro cazzo campato in aria, vi dico, non fatelo.

Non scrivo per avere ragione, ma perché sto da una parte.
Fondamentalmente quella che perde, ma, pur perdente, è la parte dalla quale stanno le persone vive.

Vostro,

Inchiostro.

Fonte

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