Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione
salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al
fallimento. L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque
tutt’altro che scongiurata. Il problema è che le modalità di
sganciamento dalla moneta unica sono molteplici e ognuna ricadrebbe in
modi diversi sui diversi gruppi sociali. Esistono cioè modi “di destra” e
modi “di sinistra” di gestire un’eventuale uscita dall’euro. Ma esiste
una sinistra in grado di governare il processo?
di Emiliano Brancaccio
La crisi dell’Unione monetaria europea è stata interpretata in vari
modi. Una chiave di lettura particolarmente feconda analizza il
travaglio dell’eurozona alla luce di un conflitto irrisolto tra i
capitali delle nazioni che ne fanno parte: in particolare, tra i
capitali solvibili situati nei paesi “centrali” e i capitali
potenzialmente insolventi situati nei paesi “periferici” dell’Unione.
Tra i numerosi indicatori di questo scontro va segnalata l’accentuazione
delle divergenze tra i tassi d’insolvenza. Stando ai dati di Credit
Reform, nel 2011 in Germania le insolvenze delle imprese sono diminuite
del 5,8% e in Olanda si sono ridotte del 2,9%. Al contrario, in Italia,
Portogallo, Spagna e Grecia registriamo una crescita continua delle
aziende dichiarate insolventi, con aumenti rispettivamente del 17, 18,
19 e 27%. Queste divaricazioni, senza precedenti, trovano ulteriori
conferme nel 2012. Al divario tra i dati sulle insolvenze segue poi,
logicamente, un’accelerazione dei processi di acquisizione dei capitali
deboli ad opera dei più forti. [...]
[...] Chi parlava in tempi non sospetti di un rischio di
“mezzogiornificazione” europea aveva visto giusto: nel senso che il
dualismo economico che si riteneva essere un mero caso speciale,
caratteristico dei soli rapporti tra Nord e Sud Italia, sembra oggi
essersi elevato al rango di caso generale, rappresentativo delle
relazioni tra i paesi centrali e i paesi periferici dell’intera Europa.
Stando dunque alle dinamiche in corso, in un arco di tempo non
particolarmente esteso i paesi periferici dell’Unione potrebbero essere
ridotti al rango di fornitori di manodopera a buon mercato o, al più, di
meri azionisti di minoranza di capitali la cui testa pensante tenderà
sempre più spesso a situarsi al centro del continente.
Naturalmente, sarebbe un’ingenuità teleologica considerare scontato
un simile esito. Esso, infatti, incontra forti resistenze da parte delle
rappresentanze politiche dei capitali periferici. Gli sviluppi dello
scontro che ne consegue, tutto interno agli assetti capitalistici
europei, allo stato dei fatti restano incerti. Coloro i quali tuttora
sperano in una ricomposizione degli interessi con i capitali centrali
dell’Unione, invocano di continuo una riforma degli assetti
istituzionali europei, che riequilibri i rapporti tra i paesi membri o
consenta almeno di mitigare i tremendi effetti della
mezzogiornificazione delle periferie. Fino a questo momento, tuttavia,
si è trattato di vani auspici.
Alcuni avevano sperato che la crisi europea potesse costituire
un’occasione per aprire un confronto politico sugli squilibri
strutturali generati dall’attuale regime di accumulazione trainato dalla
finanza privata, e sulla esigenza di sostituirlo con una moderna
visione di “piano”, che conferisse ai poteri pubblici il ruolo di
creatori di prima istanza di nuova occupazione. Fino a questo momento,
tuttavia, questi temi non hanno quasi per nulla attecchito nel dibattito
europeo nemmeno a sinistra, figurarsi tra le istituzioni. A un livello
più modesto, anche la speranza dei partiti progressisti di rinsaldare
l’unità europea tramite l’adozione di “standard” salariali e del lavoro,
è immediatamente naufragata di fronte all’opportunismo della
socialdemocrazia tedesca, ostile a qualsiasi ipotesi di coordinamento
europeo della contrattazione. Ed ancora, persino l’auspicio minimale dei
governi periferici, di mitigare la crisi finanziaria attraverso
un’unione bancaria e una connessa assicurazione europea dei depositi,
sembra venir meno di fronte alla opposizione dei tedeschi, intenzionati a
favorire anche in campo bancario processi di centralizzazione dei
capitali di tipo darwiniano.
La deflazione salariale si sta rivelando inefficace
Stando così le cose, il tentativo di ricomporre il conflitto tra
capitali europei resta affidato a una sola ricetta, ben delineata in
questi mesi dalla Banca centrale europea: la crisi dei capitali situati
nei paesi periferici, e la conseguente mezzogiornificazione delle
periferie europee, potrebbero essere attenuate solo da un abbattimento
dei costi del lavoro per unità di prodotto. Se cioè riducessero il costo
unitario del lavoro, i paesi periferici potrebbero recuperare
competitività e sarebbero quindi in grado di ridurre il loro disavanzo
verso l’estero senza ricorrere alle politiche di austerità o, quanto
meno, ricorrendovi in misura meno accentuata di quanto non facciano
oggi. Tale proposta incontra oggi molti sostenitori presso le
istituzioni europee: Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del consiglio
direttivo della Bce, è uno dei suoi più espliciti sostenitori. Senza
dubbio, essa ha almeno il merito di chiarire che i problemi
dell’eurozona riguardano soprattutto i conti esteri dei paesi membri,
non i conti pubblici.
Ma qual è l’ordine di grandezza del mutamento che tale ricetta
implicherebbe? Olivier Blanchard, capo economista del Fmi, tempo fa
cercò di stimare l’abbattimento del costo del lavoro che sarebbe
necessario per rimettere in riequilibrio i conti esteri dei paesi
periferici: a parità di altre condizioni, i salari nominali dovrebbero
subire un crollo dal 20 al 30%. Per giunta secco, una tantum: in
sostanza, l’operaio portoghese che oggi è pagato 1000 euro, da domani
dovrebbe prendere 700 euro. In verità, quando la formulò per la prima
volta, nel 2006, Blanchard definì «esotica» questa opzione, ritenendola
politicamente inverosimile. La crisi tuttavia ha reso praticabili anche
le soluzioni più ardite e violente.
Ma, siamo certi che l’idea di ristabilire l’unita di classe dei
capitali europei scaricando l’onere del riequilibrio sui salari avrà
successo? Siamo certi cioè che la riduzione del costo del lavoro nelle
periferie consentirà di ricomporre lo scontro capitalistico in atto e
permetterà quindi di salvare l’attuale assetto istituzionale
dell’Unione? Per tentare di rispondere prendiamo il caso della Grecia,
che presenta varie peculiarità ma che ha più volte anticipato gli
andamenti di tutte le periferie dell’eurozona. Ebbene, in Grecia tra il
2008 e il 2012 si registra un calo medio dei salari monetari di tre
punti percentuali, un crollo dei salari reali di diciotto punti e una
caduta della quota salari di oltre quattro punti. E’ interessante anche
notare che il salario minimo fissato dalla legge è precipitato dal 2011 a
oggi del 44%, da 877 a 490 euro. Sono cadute colossali. Eppure,
nonostante tali precipitazioni, e nonostante una politica di depressione
dei redditi senza precedenti storici, la Grecia ha chiuso comunque il
2012 con un disavanzo verso l’estero di 3 punti percentuali in rapporto
al Pil. Il paese cioè continua a importare più di quanto esporti.
La precipitazione della crisi greca insegna che il feroce tentativo
di salvare l’Unione a colpi di deflazione salariale potrebbe anch’esso
esser destinato al fallimento. Se così fosse, la scelta di uscire
dall’euro e svalutare diventerebbe l’ultima carta per tentare di
rimettere in equilibrio le bilance verso l’estero dei paesi periferici.
Su una “exit strategy” dall’euro la sinistra è in ritardo
In uno scenario simile, è curioso che le sinistre insistano ancora
oggi con la riduttiva litania secondo cui «fuori dall’euro sarebbe
l’inferno». Come si fa cioè a non capire che il pigro affidarsi a simili
espressioni apodittiche vanifica qualsiasi sforzo di comprensione delle
reali dinamiche in corso e accentua l’emarginazione politica di tutti
gli eredi, più o meno degni e diretti, della tradizione novecentesca del
movimento operaio? Beninteso, una spiegazione raffinata della
irriducibile fedeltà della sinistra alla moneta unica potrebbe risiedere
nella tendenza storica delle rappresentanze del lavoro a cercare il
proprio antagonista dialettico nel grande capitale, laddove invece con i
piccoli capitali si fatica anche solo ad avviare una lotta per il
riconoscimento.
Se i termini del discorso fossero questi, si potrebbe anche
approfondire la questione. La verità del nostro tempo, tuttavia, si
situa a un livello decisamente più basso: l’adesione a oltranza della
sinistra all’euro costituisce oggi un mero riflesso narcisistico, una
eco del tempo andato, quando la globalizzazione avanzava senza apparenti
ostacoli e ci si illudeva di potere raccogliere residualmente qualche
suo frutto, o anche solo qualche briciola. Con lo sguardo ancora rivolto
a quella fase superata, la sinistra appare oggi più che mai fuori dal
tempo storico. Anche per questo, il suo posizionamento conta allo stato
attuale poco o punto negli sviluppi della crisi dell’Unione. L’eventuale
deflagrazione della moneta unica e al limite la messa in discussione
dello stesso mercato unico europeo dipenderanno dagli esiti di una
partita tutta interna agli assetti proprietari del capitale europeo,
rispetto alla quale il lavoro e le sue residue rappresentanze appaiono
subalterne come non mai. Il problema è che, al di là della grancassa
mediatica favorevole all’euro, nonostante gli impegni assunti dalla Bce
nella erogazione di liquidità, e considerata l’evanescenza delle
decisioni finora assunte in sede europea per l’avvio di programmi di
investimento pubblico nelle aree più in difficoltà, quella partita
continua a svilupparsi lungo un sentiero che a lungo andare rende
insostenibile l’Unione monetaria.
In questo scenario, possibile che le sinistre rifiutino anche solo di
avviare una riflessione sulle decisioni da assumere in caso di
precipitazione dell’Unione? Possibile che tuttora manchi una indicazione
di massima su una exit strategy dall’euro che permetta di
tutelare gli interessi del lavoro subordinato? La questione, si badi
bene, è cruciale. Le modalità di abbandono di un regime di cambi fissi
come l’eurozona sono infatti molteplici, e ognuna può ricadere in modi
diversi sui diversi gruppi sociali. In altre parole: esistono modi “di
destra” e modi “di sinistra” di gestire una eventuale uscita dall’euro. E
la sinistra è in netto ritardo.
Da tempo chi scrive ha cercato di insistere su questo punto, in
verità con scarso successo. Il dibattito italiano di politica economica
sembra infatti ormai riducibile a una mera disputa tra fautori del
cambio irrevocabile e sostenitori della libera fluttuazione delle
monete, come se l’ordine del discorso politico potesse essere in ultima
istanza ricondotto a una scelta del regime valutario. Eppure basterebbe
dare un occhio alla letteratura degli anni Settanta del secolo scorso
per capire che, almeno dal punto di vista dei rapporti sociali di
produzione, la questione è molto più complessa.
Tra i fondamentali aspetti che dovrebbero essere esaminati vi sono ad
esempio i cosiddetti «fire sales», come li definisce Paul Krugman; vale
a dire, la possibilità che lo sganciamento dall’euro, e la conseguente
svalutazione della moneta, possano determinare una caduta del valore dei
capitali nazionali di tale portata da mettere le autorità di governo di
fronte alla scelta tra favorire eventuali acquisizioni estere a buon
mercato oppure contrastarle. Per le sue implicazioni sui rapporti di
produzione, la prima soluzione può esser definita “di destra”. La
seconda soluzione potrebbe invece essere annoverabile tra le strategie
“di sinistra”. Quest’ultima opzione, tuttavia, richiederebbe una messa
in discussione, almeno parziale, non solo della moneta unica ma anche
del mercato unico europeo, con buona pace dei “liberoscambisti di
sinistra”. Le cose, come si può notare, si complicano.
Uscita dall’euro “di destra” o “di sinistra”: gli effetti sui salari
La questione dei fire sales è cruciale, ma le sue implicazioni non
sono di immediata lettura. Per cercare di afferrare in termini più
immediati le differenze tra una opzione di uscita dall’euro “da destra” e
una opzione di uscita “da sinistra”, in questa sede può essere allora
opportuno soffermare l’attenzione su due sole variabili: il salario
reale e la quota salari. A questo proposito, vari studi hanno segnalato
che l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione
risultano spesso correlati a una riduzione del salario reale, ossia a
una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Tra le ricerche più
influenti, è il caso di menzionare uno studio di Eichengreen e Sachs
sugli effetti delle svalutazioni che si realizzarono nel corso degli
anni Trenta, e un contributo di Lucas e Fallon sugli esiti delle crisi
valutarie che si verificarono negli anni Novanta.
I risultati di ricerche più recenti suggeriscono tuttavia una lettura
maggiormente articolata dei dati disponibili. Consideriamo nove casi di
sganciamento da un cambio fisso avvenuti nell’ultimo ventennio:
Finlandia, Gran Bretagna, Italia e Svezia nel 1992, Repubblica Ceca e
Sud Corea nel 1997, Argentina e Turchia nel 2001. Rileviamo che in due
dei nove casi alla svalutazione fa seguito un salario reale stazionario
nell’anno successivo, mentre negli altri sette casi si registra una sua
riduzione. L’entità del calo può essere modesta, come è accaduto in
Italia (meno di un punto percentuale), oppure può essere enorme, come è
il caso del Messico (meno tredici punti) e dell’Argentina (meno trenta
punti). Negli anni successivi gli andamenti sono piuttosto
diversificati: in alcuni casi il declino perdura, in altri la ripresa è
immediata. In tutti i casi tranne uno, tuttavia, dopo cinque anni dalla
svalutazione i salari reali tornano ai livelli precedenti ad essa, e
talvolta li superano.
Riguardo invece alla quota salari – vale a dire la quota di reddito
nazionale spettante ai lavoratori – l’andamento è più univoco e meno
rassicurante. In tutti i casi considerati, un anno dopo la svalutazione
la quota salari si riduce. E in tutti i casi, tranne uno, dopo cinque
anni la caduta della quota salari si fa ancora più consistente: in
Svezia il calo è di due punti percentuali, in Gran Bretagna di cinque
punti, in Finlandia di nove punti, addirittura in Turchia di dodici
punti. Il nesso con lo sganciamento dal cambio fisso è in molti casi
evidente: in Italia, per esempio, nei cinque anni precedenti alla
svalutazione la quota salari rimane pressoché stazionaria, mentre nei
cinque anni successivi cade di ben cinque punti percentuali.
I risultati ottenuti trovano conferme ulteriori ampliando l’insieme
di paesi oggetto dell’analisi. In tutti i casi emerge un ventaglio di
andamenti, dipendenti da una molteplicità di fattori e non tutti
facilmente decifrabili. Tali esiti aiutano tuttavia a chiarire un punto
essenziale: l’effetto di un’eventuale deflagrazione della moneta unica
europea sui rapporti tra le classi sociali non è univocamente
determinabile. Così come è da ritenersi risibile l’idea, molto diffusa a
sinistra, secondo cui l’abbandono dell’euro comporterebbe
inesorabilmente una svalutazione di tale portata da generare un crollo
verticale dei salari reali, così pure risulta infondata la tesi di chi
esclude l’eventualità di un impatto negativo sui salari e sulla
distribuzione del reddito. Un elemento certo tuttavia sussiste: l’uscita
da un regime di cambio fisso può avere un impatto negativo o meno sul
potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito
nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali – scala
mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati, ecc. – in grado di
agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttività.
Escludere tali meccanismi implica, in buona sostanza, un’uscita
dall’euro “da destra”. Contemplarli significa predisporre un’uscita “da
sinistra”.
La questione salariale e distributiva è solo un tassello degli enormi
problemi che derivano dall’insostenibilità dell’attuale assetto
dell’Unione europea. Cercare di affrontarla in modo fattuale ci aiuta
tuttavia a uscire da una lettura estremista e manichea della fase. I
dati ci dicono che fuori dall’euro non è affatto detto che vi sia un
inferno peggiore di quello che già ci circonda, ma non è nemmeno
scontato che si possa anche solo intravedere il sole di un nuovo
avvenire. Sia come sia, il processo storico è in rapido movimento:
nell’uno come nell’altro caso, il peggio che le residue rappresentanze
del lavoro possono fare è restare passivamente a guardare.
Riferimenti bibliografici
Brancaccio, E. (2012). “Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard”. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1.
Brancaccio, E. (2013). Dibattito con Lorenzo Bini Smaghi. Facoltà di Economia “G. Fuà”, Ancona, 15 maggio.
Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Il Saggiatore, Milano.
Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). “Exchange rates and economic recovery in the 1930s”. NBER Working Paper Series, n. 1498.
Fallon, P., Lucas, R.E. (2002). “The
impact of financial crises on labor markets, household incomes and
poverty: a review of evidence”. The World Bank Research Observer, vol.
17, n. 1.
Estratto di un articolo pubblicato su Alternative per il socialismo, n. 27, luglio-agosto 2013. La riproduzione è consentita specificando il carattere di estratto e citando la fonte.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/07/2013
L'inedita pericolosità dello scandalo Obama-Snowden passa attraverso l'economia dei big data
Tempi duri per l'ideologia Emergency,
quel corpo di suggestioni e convinzioni che considera come
invariabilmente positivi, degni di un incondizionato medium fiducia, gli
elementi di pensiero e pratiche progressiste sparsi a giro per il
pianeta. In pochi giorni due duri colpi, per chi li vuol vedere, a
questo genere di ideologia arrivano da due paesi, gli Usa e il Brasile,
che nella prima e nella seconda metà della scorsa decade avevano nutrito
la punta di diamante di quell'immaginario e di quel corpo di
convinzioni. Il primo viene da Obama, il nobel per la pace più
bombardiere della storia, che è partito dall'alleanza con il social
network alle elezioni per arrivare a spiarli come pratica prevalente e
intensiva. Il secondo viene dal partito dei lavoratori (sic) al potere
in Brasile, dove il governo che si voleva entro un processo di
mediazione tra movimenti, bilancio partecipato, grande business
industriale e delle infrastrutture e crescita della borsa di Rio si è
trovato di fronte a manifestazioni imponenti composte da praticamente
ogni strato della società brasiliana escluso quello dei ricchissimi.
Fonte
E' finita, per adesso, con la polizia a
tentare di reprimere i manifestanti in un centinaio di città indossando,
solita ironia della storia e potenza rappresentativa di youtube, anche
un bel casco bianco con stampati sopra i colori dell'arcobaleno.
Ma mentre la questione brasiliana ha una
propria evidenza e fornisce immediatamente chiavi di lettura, la
portata storica del Datagate che ha coinvolto l'amministrazione Obama è
molto più profonda di quanto possa immaginare l'ideologia italiana. Per
entrare nella portata, e nella pericolosità, dello scandalo Obama
bisogna quindi mettere insieme alcuni elementi.
Di sicuro poi la vicenda Snowden è molto
più seria di quella Assange facendo sembrare quest'ultimo come un
personaggio che appartiene ad un'epoca della rete, quella della
rivelazione di documenti riservati delle cancellerie, più dotata di un
sapore romantico che di un effettivo potere dell'informazione liberata.
Vediamo allora questi elementi.
ALCUNI FATTI ESSENZIALI: LO SCANDALO OBAMA DAL PARADIGMA ECHELON A QUELLO DEI BIG DATA
Al giorno d'oggi non c'è bisogno di
citare una mole corposa di testi per capirsi su un fatto ormai
autoevidente: il ritardo culturale con il quale i media italiani
costruiscono le notizie è frutto di due fattori. Il primo è legato al
potere di disinformazione presente nel ritardo culturale. Notizie
vecchie quindi imprecise, costruite con categorie approssimative,
favoriscono oggettivamente chi ha necessità di disinformare. E' il
primato dell'informazione professionale, di nicchia, discrezionale verso
quella pubblica e generale. Il secondo è invece legato allo schema
antropologico con il quale i media italiani costruiscono la notizia.
Schema che si basa sempre su richiami rigidi al passato, secondo il
retaggio ciceroniano dell'historia magistra vitae e quello di uno
sclerotico storicismo su cui ancora oggi si innestano, assieme al più
cortigiano gossip, alcuni schemi cognitivi fondamentali del mainstream
mediale italiano. Per cui la vicenda Snowden, e le sue rivelazioni prima
sulla raccolta dati in patria effettuata dalla NSA sulla popolazione e
poi su una simile raccolta effettuata in Europa è stata rispettivamente
classificata, dai media italiani, come vicenda da guerra fredda interna
(una sorta di maccartismo digitale) poi come riedizione della guerra
fredda esterna (in versione spionaggio, via "cimici", degli alleati ma
anche di nuove frizioni con Mosca sulla sorte di Snowden) e infine
secondo il modello Echelon (il grande impianto di spionaggio, emerso tra
gli anni novanta e il decennio scorso, a paradigma di raccolta dati
prevalentemente securitario-industriale).
Non che in questi schemi non ci sia un
granello di verità ma insistere a rappresentare le notizie con forme
cognitive di ritardo non permette di cogliere l'evoluzione
paradigmatica, del controllo e dell'estrazione dati, che è intrecciata
alla vicenda Obama-Datagate. Ma dove si coglie la novità, il salto
paradigmatico in questa vicenda?
Sicuramente non nello spionaggio della
propria popolazione, sempre praticato secondo le evoluzioni tecnologie e
dei dispositivi giuridici, nè quello degli alleati che è sempre servito
a ribadire la superiorità tecnologica americana e le gerarchie di
potere all'interno delle alleanze. La vera novità, la rottura
paradigmatica con gli schemi di controllo del passato la si comincia a
cogliere quando si analizzano notizie come questa.
Dallo Spiegel in lingua inglese emerge
la dimensione delle rivelazioni di Snowden riguardo all'estrazione di
dati dalla Germania verso gli Usa. Dimensione che non riguarda tanto
dati provenienti da "cimici" di nuova generazione, comunque limitate a
uffici o a diplomatici e top manager, ma proprio l'estrazione di big
data provenienti da ampie e significative porzioni di popolazione. Lo
Spiegel parla infatti apertamente di mezzo miliardo di connessioni
comunicative (telefonate, email, sms, chat, dati skype etc.) spiate in
Germania ogni mese. Non si tratta quindi di una questione da barbe finte
di una volta, di spiare solo diplomatici, membri di governo top manager
e militari. Per quanto producano dati corposi la necessità di aspirare
informazioni da queste categorie non spiega il carotaggio di una così
immensa parte di dati rappresentativa non di una élite ma di una
popolazione. Qualche altro dato? La NSA americana, che ha così
riadattato le basi in Germania provenienti dalla guerra fredda, secondo
la fonte Spiegel ha aspirato, negli ultimi mesi, dati da 20 milioni di
telefonate tedesche e dieci milioni di scambi via Internet tedesca al
giorno. A Natale 2012 la NSA americana ha collezionato dati su circa 13
milioni di telefonate tedesche e circa 6-7 milioni di scambi via
Internet. In un giorno ad alto traffico lavorativo come il 7 gennaio
2013, la NSA ha messo sotto sorveglianza 60 milioni di connessioni
comunicative. La zona più analizzata della Germania è stata Francoforte,
maggiore snodo internet del paese e punto di incrocio, sul piano
strategico, tra finanza, politica e tecnologia. La Germania risulta
sorvegliata quanto l'Iraq e la Cina, che ha protestato in modo vibrante
(quanto rimosso in occidente) e dieci volte più della Francia. Siamo di
fronte quindi ad un'estrazione dati che va ben oltre la necessità di
sorvegliare qualche migliaio di persone strategiche in un paese. O
comunque, anche se la logica fosse quella della pesca a strascico
(pescare molto per prendere i pesci giusti) siamo di fronte ad un
processo di generazione di dati che va ben oltre la sola dimensione
della sorveglianza delle élite. Perché quindi spiare la Germania, anche
il giorno di Natale, e la sua popolazione come se fosse una potenza
nemica da invadere?
La risposta è molto semplice e spiega
anche come l'estrazione di dati, da parte della NSA, sulla popolazione
americana non abbia fini esclusivamente militari e di controllo. Si
annida in una parola semplice, quanto di grande uso nel marketing
attuale: economia dei Big Data. Vediamo di cosa si tratta non prima di
rilevare come il genere di carotaggio, al quale è stata sottoposta la
popolazione tedesca, è avvenuto anche in Italia nell'ordine di
quattro-cinque milioni di connessioni comunicative analizzate al giorno
(fonte il Giornale, forse imbeccato dai servizi). Ma siamo nel paese in
cui fa più scandalo Fiorito che MPS, l'uso smodato di porchetta
piuttosto che di derivati finanziari, e quindi silenzio e disattenzione
sono sovrani. Infatti nel mainstream nazionale questa reale dimensione
del comportamento americano è stata di gran lunga offuscata. Compreso il
fatto che gli stessi Usa non hanno negato le accuse e hanno promesso,
in futuro, di condividere i dati prodotti. Ma queste sono parole alle
quali possono giusto far finta di credere casi umano-politici come
Epifani, Renzi e Napolitano. Sempre se non sono troppo indaffarati a
riparare le falle nel sistema politico, ancora causate dal pacchetto di
parlamentari detenuti dal gruppo Mediaset (espressione di un media
governato archeologicamente come la tv), oppure a sopravvivere
personalmente alla contrazione economico-finanziaria dell'eurozona.
COSA SONO I BIG DATA
"Cosa sono esattamente i Big Data? I
Big Data si caratterizzano attraverso le tre "V": volume (larga
quantità di dati), varietà (larga differenza nella tipologia di dati
raccolti), velocità (accumulazione costante di nuovi dati)."
(James Berman, Principles of Big Data. Preparing, Sharing, and Analyzing Complex Information, Elsevier, 2013).
Questo mantra delle 3 "V", ripreso da
Berman ma comune ad ogni sessione divulgativa sui Big Data, fin
dall'inizio degli anni 2000, ci introduce ad una dimensione che non è
solo di produzione di dati ma anche generatrice di economie e
regolatrice, in un prossimo futuro, dell'incrocio tra economia e
finanza. Più precisamente i Big Data sono aggregazioni di dati la cui
quantità accumulata richiede strumenti innovativi di classificazione ed
analisi dal punto di vista quantitativo e qualitativo ma anche
innovazioni tecnologiche nella conservazione (un po' come è accaduto per
gli hard-disk e le chiavi Usb sempre più capaci con la crescita dei
pc e della rete). Queste aggregazioni di dati, appunto i Big Data,
crescono secondo le leggi delle 3 "v", alle quali sono state aggiunte
altre "v" negli ultimi anni, quindi in volume (tanto che ci sono
rilevazioni che parlano del 2013 come l'anno in cui si produrrà, da
solo, il 90 per cento dei dati della storia. Per non parlare dei
prossimi); varietà (con dati provenienti da Pc, smartphone, tablet,
telecamere a circuito chiuso, macchinari di ogni genere, semafori,
apparecchi medici, aerei e tutto quando sia in grado di produrre dati); e
velocità (fino a costruire, praticamente da zero, un business stimato
anche all'8 per cento del Pil europeo nel 2020, cioè domani).
L'istituzione storica che dal 2001 si occupa di Big Data, la Gartner,
è ovviamente privata. Ha clienti nell'amministrazione federale, nel
militare, nel business finanziario. E fa capire che, essendo il top
storico della ricerca un privato, anche lo spionaggio dei big data ha
sempre una doppia ricaduta: militare e d'impresa. Ma soprattutto, ed è
qui il salto di paradigma nei processi di sorveglianza, i big data non
sono solo semplicemente "dati" ma processi digitali che, una volta
strutturati, generano una economia, fino, come abbiamo accennato, ad
essere stimata (fonte Wall Street Italia) al possibile otto per cento
del Pil europeo. I Big data si accumulano su tutto: sanità, sicurezza,
borsa, meteo, traffico, finanza, economia, relazioni sociali, stili di
consumo, inclinazioni sessuali, politiche e cicli economici. Generano
un'economia del loro trattamento e, allo stesso tempo, strutturano
l'economia secondo i criteri del loro trattamento. Compongono tecnologie
del sapere per favorire processi decisionali. Un cerchio, materiale e
digitale, dalle conseguenze, nell'economia come nella politica, tutte
ancora da esplorare. E' evidente che, sia nella sorveglianza della
popolazione Usa come di quella tedesca (o cinese), la NSA, che ha
rapporti con contractor come la Gartner (che più che un contractor
sembra un soggetto pilota), investe solo l'aspetto militare e
securitario. Il Datagate non è Echelon-2, come è stato generosamente (o
ingenuamente) detto. O meglio, non lo è fino a quando si comprende che,
con questo know-how e questa potenza tecnologica di controllo della
popolazione propria e straniera nella produzione dati, si possono
generare economie di big data. Garantendo l'esistenza un primato
tecnologico, del business economico-finanziario che oltrepassa la sola
dimensione militare-securitaria (alla quale i big data si intersecano
per natura). Echelon è cosi' società di controllo, Datagate economia di
produzione dati. Un'altra concezione del business che si impone oltre
che del militare. Prism non è quindi Echelon ma un piano dove si
intrecciano economia e militare in modo nuovo. A differenza del Warfare,
l'economia trascinata dalle spese militari, qui abbiamo il militare che
è direttamente generatore di dati quindi di economie, e di strategie di
governo della produzione di ricchezza, e gli stati maggiori
dell'esercito e dell'amministrazione intrecciati indissolubilmente con
imprese che leggono questi dati, li strutturano e li lanciano sul
mercato. Se si vuole, su un altro piano, è quello che è accaduto con
l'esercito cinese che, con le sue imprese, ha contributo al take-off del
capitalismo prima nelle allora zone speciali poi in tutta la Cina.
Prism, oltre ad essere spionaggio e controllo, va visto quindi
soprattutto come un monumentale dispositivo di lancio dell'economia dei
big data volto a garantire il primato americano in questo settore.
Pronto per integrare militare, tecnologia e finanza come già avvenuto
all'epoca del rigonfiamento della bolla dei tecnologici (a cavallo tra
anni '90 e anni zero). Estrarre dati da intere popolazioni serve a
questo, la sorveglianza è un business importante ma accessorio, la
potenza militare si rafforza proprio rafforzando la capacità di creare
economia. In questo senso c'è anche il tentativo di sorpassare la
concezione del militare come terreno di sostanziale estrazione delle
risorse di un paese verso quella del militare come generatore di
economie.
COME GLI USA PROCESSANO I BIG DATA ASPIRATI IN EUROPA: LA CATENA DEL VALORE
Il mantra "reducing costs increasing
productivity" (sempre Berman) è la consueta legge del valore stavolta
applicata all'economia Big Data. Il testo di Berman si vuole come quello
in grado di ricostruire la catena di produzione di valore che
trasforma i big data da non strutturati a strutturati per passare, dopo
una serie di tecniche di ripulitura e di integrazione dei dati, alla
fase di analisi. Che è la fase vera e propria della messa a valore,
quella per la quale Berman ha costruito il testo, dei Big Data. Che
diventano così tecnologie dell'analisi per la decisione e la
progettazione di processi e di prodotti. Tecnologie che producono
profitto perché i loro artefatti, che altro non sono che giudizi mediati
dall'analisi di megadati, sono in grado di essere accolti dal mercato,
riducendo i costi ed elevando la produttività in ogni settore. L'aspetto
da rimarcare è che questa catena del valore, sottoposta comunque a
tutti i processi di usura tipici delle economie capitalistiche, è già
presente nel processo di analisi dei big data americani.
Risulta così interessante dare un'occhiata a golem.de,
un sito tedesco sull'Information Technology che, nei giorni caldissimi
del datagate, che ha cercato di delineare le modalità di analisi dei
dati prodotti dalla sorveglianza di massa della popolazione.
E' interessante notare come le tre fasi
della catena di produzione del valore nei Big Data evidenziate da Bernan
(preparing, sharing, analyzing) trovino come attore principale, nella
collaborazione (più o meno ammessa) delle major della rete, sia FBI che
NSA. La Analysenkette overo la catena dell'analisi, come la chiama
golem.de, non è però tanto un processo di spionaggio. Le agenzie di
intelligence infatti, processando Big Data, non si comportano solo come
soggetti spionistici ma anche, e soprattutto dal punto di vista della
produzione del valore, come start-up della costruzione del primato
tecnologico, economico nella estrazione di valore dai Big Data stessi.
In un modo che evolve, in termini coestensivi, con la legge delle 3 "V"
che rappresenta il mondo fenomenico da intercettare se si vuol estrarre
valore dai Big Data. Non a caso quindi Zero Hedge, commentando lo stesso
articolo del Washington Post analizzato da golem.de, parla di simbiosi
tra militare, tecnologico ed economico e di reciproca, mutualistica cooperazione. Ed anche in Zero Hedge,
che ricordiamo è un influente sito di informazione finanziaria dove si
scrive collettivamente con lo pseudonimo Tyler Durden (da Fight Club),
si afferma che il processo strategico di analisi dei big data passa tra
FBI e NSA. Agenzie di intelligence che, a questo punto, entro questa
mutualità tra militare, tecnologico ed economico sono anche vere
start-up costruite per dare un vantaggio strategico agli Usa nel
nascente mondo dell'economia dei Big Data. Collochiamo quindi
correttamente i servizi vetrina di Wired sul futuro economico dei Big
Data, con interviste del genere "stella dell'open source riscrive il futuro dei big data"
nella loro dimensione. Si prevede che la crescita esponenziale dei
grandi dati generi un'economia in grado di produrre davvero punti di
Pil. Lo dice McKinsey, una delle agenzie più importanti al mondo di consulenza economico-finanziaria. Ma sopratutto McKinsey afferma che sono tutte da scrivere le modalità di estrazione
dei big data e quelle di costruzione delle professionalità. Cosa accade
quindi? Mettiamola così: Wired intervista i geni dell'open source sui
big data mentre FBI e NSA fanno da start-up per rendere stabile il
primato americano in questo genere di economia. La sorveglianza delle
popolazioni avviene quindi nell'ottica di una significativa crescita di
punti di Pil. Terreno di esperimento per queste start-up: il mondo
conosciuto. Davvero Google, Microsoft, Facebook, Twitter non possono
chiedere di meglio al governo americano.
Nei giorni scorsi la Germania, ai suoi
massimi livelli, ha chiesto ufficialmente agli Usa di non essere
trattata come un nemico. Bisogna quindi intendersi su cosa sia il nemico
in questo scenario. La Kölnische Rundschau,
riprendendo questa discussione, ha parlato di Germania trattata come
uno "stato canaglia". Ma va compresa una cosa: amico e nemico qui non si
dispongono secondo criteri puramente antropologico-militari. Ma entro
questa nuova mutualità di militare, tecnologico, economico e
finanziario. Per la Germania e le imprese tedesche di punta si tratta di
capire come essere sinergiche a questi processi. Perché la superiorità
Usa (militare, tecnologica, sul campo dell'analisi economica dei big
data intesi come volano dell'economia del futuro) è marcata. Anche
geograficamente, con basi americane, allargatesi durante il periodo
della guerra fredda, ed evidentemente riconvertite a monitoraggio e
produzione di big data sulla popolazione tedesca. Significativamente la
base NSA di Teufelberg
(vicino Berlino) accreditata come facente parte del progetto Echelon è
stata smantellata mentre c'è incertezza sulla location esatta degli
attuali impianti NSA in Germania.
La nuova catena del valore, frutto di
una evoluzione della concezione del militare, si lascia dietro Echelon
come archeologia industriale. E gli altri paesi, per non rimanere
indietro, sono costretti prima a protestare pubblicamente poi ad
inserirsi, in qualche modo, sulla scia del comportamento americano.
BIG DATA: DALLA SOCIETA' DI CONTROLLO ALL'ECONOMIA DELL'ANALISI DEI DATI
Queste considerazioni attribuibili allo staff di Angela Merkel, provenienti dal Rheinische Post, meritano un commento.
L'attuale cancelliera teme che gli Stati
Uniti, una volta in grado di analizzare i big data sulla popolazione
tedesca, possano prevedere i comportamenti dell'elettorato tedesco e
l'esito elettorale in maniera più sofisticata degli stessi partiti
tedeschi. Per Berman l'analisi, e quindi l'economia, dei Big Data è in
grado di sostituire sia il business che il ruolo dei sondaggi. E'
evidente che avendo enormi dati strutturati sulla popolazione
(inclinazioni politiche, scelte comportamentali in materia politica,
dibattiti, letture, frequentazioni) la complessità dell'analisi si
eleva. E la questione non è solamente elettorale ma riguarda anche il
settore finanziario. Porzioni significative del mercato dei future e dei
bond sono legati ai risultati elettorali specie per un paese chiave
come la Germania. Una maggiore capacità di previsione, non più basata su
qualche migliaio di interviste ma sui dati incrociati di milioni di
persone, è intuibile quanto potere economico-finanziario sia in grado di generare. A
questo punto qualche ragionamento di paradigma (sociale, antropologico,
politico) si impone. Gilles Deleuze, all'inizio degli anni '90 nella sua
celeberrima analisi del passaggio dalle società disciplinari alle
società di controllo definiva uno spostamento nelle modalità di governo
della popolazione e quindi dell'esercizio della politica tout court.
Questo spostamento era determinato, nella funzione del governo della
popolazione, dal passaggio dalla centralità delle strutture fisiche
disciplinari (l'ospedale, la fabbrica, la prigione etc.) a quella delle
tecnologie del controllo a distanza. Si era all'inizio degli anni '90,
diversi passaggi delle rivoluzioni tecnologiche dovevano ancora accadere
(si pensi non solo al mobile, ma anche ad internet che non c'era
ancora) ma l'indirizzo di sostituzione, controllo tecnologico a distanza
in luogo del disciplinamento diretto, erano chiari proprio in materia di
governo della popolazione. La vicenda Prism, lo scandalo Obama-Snowden,
ci aiutano invece ad inquadrare un altro salto di paradigma. Salto che
non è solo antropologico-politico ma riguarda anche un nuovo modo di
interpretare le leggi del valore. La tecnologia va infatti considerata,
se si guarda a tutta la vicenda Datagate, non tanto con il paradigma del
controllo a distanza della popolazione ma come quello della produzione
di valore. I Big data sono, come abbiamo visto, elementi costituenti
delle tecnologie di controllo della popolazione ma soprattutto sono
dispositivi di produzione di valore. Del resto lo stesso Foucault, sul
quale montava Deleuze per descrivere le società disciplinari e il loro
salto di paradigma, ricorda come le grandi istituzioni
dell'imprigionamento (la prigione, l'ospedale) possedessero l'esigenza
di rendere produttiva la popolazione. Bentham, per Foucault, non è tanto
un classico del prigionismo ma della messa a funzionalità produttiva
dei comportamenti tramite il disciplinamento dell'istituzione prigione.
La fabbrica, in Foucault, deve quindi al benthamismo il prestito di
tecnologie e strategie della messa a produzione dei comportamenti. La
vicenda Obama-Snowden va quindi letta in questo modo: come il segno di
un compiuto passaggio delle tecnologie digitali che fanno direttamente
presa sulla popolazione dalla dimensione del controllo a quella, più
diretta, di produzione di valore economico. Produzione di valore che
avviene attraverso l'analisi dei dati estratti nel monitoraggio della
popolazione. Si apre quindi la stagione dell'economia dell'analisi dei
dati come elemento regolatore dello sviluppo e dell'evoluzione delle tecnologie di monitoraggio della
popolazione. Controllare il criminale, il tossico, il reo, il
pervertito, l'elettore, la famiglia, il manager, il consumo del
teen-ager, l'amorale non è più questione di monitoraggio, di controllo
digitale come sorveglianza ma di diretta produzione di dati che generano
un'economia i cui processi di estrazione di valore inseguono dei big
data che crescono al ritmo impetuoso delle 3 "V". In questo Prism marca
concettualmente il passaggio dell'uso e della pensabilità delle
tecnologie di monitoraggio da quella che era definita come società di
controllo a quella che è definibile come economia dell'analisi dei dati.
Con poco rispetto di ciò che è società e con
molta attenzione a ciò che produce dati e quindi valore. In questo
senso la società, definita dell'eccedenza nei paradigmi di analisi
securitaria di inizio secolo, con questo genere di economia è presa in
considerazione in quando fonte di produzione di dati.
L'Inedita pericolosità dello scandalo
Obama-Snowden non sta quindi tanto nel fatto che siamo di fronte ad una
nuova generazione di tecnologie di monitoraggio della popolazione. Nuova
sia rispetto all'uso tecnologico delle società di controllo,
sviluppatesi con gli anni '90 dal braccialetto elettronico a Echelon. Ma
in quella dell'evidenza di una sperimentazione di una economia dei big
data le cui tecniche di estrazione di valore e le relative tecnologie di
governo della popolazione sono in mano ad un gruppo di imprese, ad una
amministrazione governativa e a due-tre agenzie di intelligence. Una
verticalizzazione del potere del comando sull'economia e sui processi
decisionali di tipo politico, tecnologico e commerciale dalle dimensioni
imprevedibili e, fino ad adesso, in poche e discrete mani. In questo il
militare, che tende a verticalizzare le catene di comando, si fa
davvero paradigma dell'economico.
Si tratta infine di guardare al cortile
che è casa nostra. Il Corriere della Sera è persino riuscito a dire,
dopo aver riconosciuto l'esistenza del fenomeno, che il controllo di
massa della popolazione serve per la creazione di nuovi dossier. Come
se monitorare chi lavora ad uno Starbucks di Pittsburg, o chi sta sugli
spalti dello stadio di Dortmund, avesse un senso dal punto di vista del
ricatto politico. Un parlamentare dell'opposizione ha parlato della necessità dell'intervento del Copasir come se, da quegli uffici, potesse
effettivamente uscire qualcosa. Il mito dello stato italiano che, basta
che lo voglia, è in grado di informarti è duro a morire. Sulla vicenda
si trova poi, a parte l'immancabile cospirazionismo, qualche trafiletto
sulla privacy c'è e qualche abbozzo di pensiero sui beni comuni
(a proposito, i dati estratti dagli italiani sono o no beni comuni degli
italiani? E chi li rivendica?). C'è chi ha parlato di uscita
dell'Italia dalla Nato, rivendicazione giustissima ma che non sposta di
un riga questo problema. In una economia dei big data, la superpotenza
egemone estrae dati come vuole, li elabora, alimenta il mercato, i
finanziamenti e le decisioni necessarie a produrre valore. Non solo nei
beni fisici o digitali ma anche in quelli legati all'immaginario. Visto
che si parla di fare trame di film, quelli con pubblico di massa,
analizzando prima le reazioni dei big data sui precedenti in materia possono
poi decidere la trama. Che tu esca dalla Nato o meno il processo rimane
intatto: dalla fase di sorveglianza (basi estere, satelliti,
sottomarini) a quella di alimentazione delle economie a quella del
controllo dell'economia tramite le tecnologie prodotte.
E' chiaro che in Italia mancano
strutture pubbliche e sapere collettivo necessari per affrontare il
problema. Concettualmente, tecnologicamente e politicamente. Problema
che è, come abbiamo visto, sia questione di diritto alla privacy che
legato alle modalità di sviluppo del nuovo capitalismo. Anzi, dopo aver
avuto Berlusconi e Renzi, due facce del simulacro del nuovo in politica,
non ci sarebbe da stupirsi se, in un prossimo futuro, un imprenditore
italiano dei big data, a sapere rigorosamente secretato, magari
sottoscrittore di Emergency diventasse il nuovo cavallo di battaglia
della politica istituzionale. La necessità del "nuovo" nello spettacolo
della politica può arrivare ad imporre processi di questo genere.
Comunque vada, e qualsiasi siano le traiettorie che prenderà l'economia
dei big data, questo paese è completamente indifeso dal punto di vista
del sapere e delle tecnologie pubbliche, della qualità
dell'informazione, della consapevolezza collettiva e della tutela dei
beni comuni digitali. Il pensiero cosiddetto progressista è poi
completamente in disarmo su questi temi. Pronto a
divagare su scadenze autoproclamatesi politiche e del tutto prive di
senso. I movimenti poi sono troppo grassroot per arrivare ad osservare
su questo piano di complessità.
Resta Obama. Inside Job, forse il film
più letale per l'ideologia obamiana, ce lo rende come pericoloso brand capace di tenere alta la legittimazione per l'economia della bolla
finanziaria globale. Prism, che non è un film ma un processo in atto,
ce lo rende come quel tipo di potere in grado di scatenare un'economia
dei big data che deve passare sopra ogni libertà, ogni diritto alla
privacy per mantenere il primato economico-finanziario del nesso
militare-tecnologia-moneta degli Stati Uniti. Obama, a differenza di
Bush, è il vero presidente del XXI secolo. Molto più pericoloso per i
dati che genera rispetto alle batterie missilistiche che mette in campo.
Un qualcosa in confronto al quale i caschi arcobaleno della polizia di
Dilma Roussef sembrano quasi una novella che ha del consolatorio.
per Senza Soste nique la police
vedi anche
Fonte
Ilva traslocherà in Cina?
Non sarebbe la prima volta che accade un trasloco siderurgico. Nel 1994, ad esempio, un forno dell’acciaieria Arvedi fu smontato e portato in Cina.
Perché produrre in Cina
Anche per Taranto si può fare tecnicamente così. Pezzo dopo pezzo gli impianti dell’Ilva – nonostante le loro dimensioni – possono essere smontati e trasferiti nella Repubblica Popolare Cinese. Il piano è semplice e affascinante: produrre senza controlli ambientali, senza il fiato sul collo della magistratura e degli ambientalisti e con prospettive di mercato decisamente migliori. E in più: costo del lavoro più basso ed energia a buon mercato. Il piano servirebbe anche a mettere in salvo impianti che potrebbero essere confiscati per risarcire gli eventuali danni.
Questo è lo scenario ipotizzato da chi avverte: non tirate troppo la corda altrimenti Ilva lascia l’Italia portando con sé il salvabile. Ossia un patrimonio che ammonta a 2,4 miliardi di euro.
Scenario mondiale con eccesso di capacità produttiva
Ma è uno scenario realistico quello sopra riportato? Vediamo se il piano funzionerebbe.
Il 28 novembre 2012 un’analisi del Wall Street Journal ha evidenziato a livello mondiale un eccesso di capacità produttiva nel settore siderurgico: si produce più acciaio di quanto il mercato ne richieda. Oggi nel mondo dagli impianti siderurgici ogni anno si possono ottenere 1,8 miliardi di tonnellate, mentre se ne consumano solo 1,5. John Miller sul Wall Street Journal avverte che la capacità produttiva è enorme e continua ad aumentare. ”Il bilancio sarà ancor più squilibrato nei prossimi anni”, sottolinea Roberto Capezzuoli nell’articolo dal titolo “Il mondo dell’acciaio ha un problema, l’eccesso di capacità produttiva“.
Acciaio, la depressione dei prezzi
L’eccesso di capacità produttiva ha avuto effetti depressivi sui prezzi di mercato. Roberto Capezzuoli porta dati eloquenti: “Dall’inizio del 2008 ad oggi, negli Usa, i prezzi dei coils laminati a caldo hanno perso il 35%, arrivando a 636 dollari per tonnellata. Ne ha fatto le spese la RG Steel, il quarto gruppo siderurgico statunitense, che ha dichiarato bancarotta e ha fermato impianti la cui capacità è di 7,5 milioni di tonnellate annue”. I coils sono lamiere di acciaio arrotolate in bobine, e l’Ilva è un grande produttore di coils.
Nubi nere dunque in America. Ma in Europa le cose vanno ancor peggio. Infatti i costi dell’energia sono superiori a quelli degli Stati Uniti e nella siderurgia l’energia è uno dei costi che incide di più.
L’Europa: eccesso di offerta e dipendenza dalle materie prime
Inoltre l’Europa presenta un eccesso di capacità produttiva di 80 milioni di tonnellate/anno (dentro le quali sono contemplati i 10 milioni di tonnellate/anno dell’Ilva), come ammette la Commissione Europea.
Il bilancio negativo non finisce qui: a dare la mazzata finale alla siderurgia italiana ed europea è l’aumento del costo delle materie prime: il prezzo del minerale di ferro, la materia prima del ciclo siderurgico, è schizzato alle stelle con un +65% nel febbraio di quest’anno.
Ma come mai sale il prezzo delle materie prime se in Italia e in Europa la domanda di acciaio scende? La risposta è purtroppo questa: il prezzo del minerale di ferro è trascinato in alto dalla crescente domanda dei mercati asiatici, forse anche da accordi di cartello. Attenzione: questo aumento dei costi delle materie prime non viene trasferito sui prezzi di vendita dei prodotti finiti che – come abbiamo visto – si deprimono per l’eccesso di offerta rispetto alla domanda di mercato. Dove si scarica allora l’aumento dei prezzi delle materie prime? Semplice: sui profitti. La siderurgia perde quindi profitti e non è più una gallina dalle uova d’oro che Riva aveva fatto razzolare nel suo cortile tarantino.
Ora c’è crisi e si scopre che Riva aveva fatto male i conti ad esempio raddoppiando l’attività di zincatura a caldo a Taranto.
“Situazione insostenibile”
Jean-Luc Maurange, vicepresidente di Arcelor Mittal al 28° Steel Market Outlook ammette la difficoltà generata dall’eccesso di capacità produttiva: “Il riallineamento tra produzione e consumo non si è ancora concluso, specialmente in Europa meridionale, dove la capacità produttiva era aumentata maggiormente ed il consumo è calato in misura superiore”. Per esemplificare questa difficile situazione, Maurange ha citato la situazione dello zincato a caldo in Italia: mentre nel 2008 la domanda interna era di 3,2 milioni di tonnellate e la capacità produttiva installata di 4,4 milioni di tonnellate, nel 2012 il consumo è sceso sotto i 3 milioni di tonnellate e la capacità è schizzata a 6,3 milioni di tonnellate, “una situazione industrialmente insostenibile“.
La siderurgia attraversa quindi una crisi epocale perché la società non chiede tutto l’acciaio che viene prodotto, ragion per cui un colosso come ArcelorMittal, per esempio, nel 2008 aveva in funzione in Europa 28 altiforni, oggi ne ha 18.
Il Portale della Siderurgia Siderweb sottolinea “l’impossibilità futura per l’Europa di rimanere un produttore di commodity”. Commodity è un termine inglese che indica un bene (ad esempio l’acciaio grezzo) che si acquista indipendentemente da chi lo produce ed è l’equivalente in italiano di “bene indifferenziato” ad elevata standardizzazione.
Maurange trae conclusioni drastiche: “Non vedo un futuro per i produttori di acciaio europei concentrati solo sui mercati a basso valore aggiunto”. Ed è proprio questo il settore di mercato su cui è posizionata l’Ilva attuale. L’Ilva pertanto avverte tutto il peso della crisi attuale. L’economista Marcello De Cecco avverte: “L’industria italiana dell’acciaio rischia di fare la fine di quella della chimica di base”. La situazione della siderurgia italiana è quindi di grave difficoltà: “Il fermarsi della domanda di prodotti siderurgici nel mondo – prosegue De Cecco – è stato abbastanza improvviso, per il persistere del boom asiatico e specie cinese, dopo l’arrivo della crisi. Ma in Europa la domanda di prodotti siderurgici ha ristagnato sin dall’inizio della crisi, e la capacità di mantenere posizioni da parte dei produttori siderurgici italiani, come d’altronde di quelli tedeschi, è dipesa in maniera essenziale dalla loro capacità di esportare in quelle parti del mondo, i paesi emergenti, dove la crisi ha colpito assai meno. Fino al 2012 hanno mostrato di riuscirci, ma alla fine dell’anno scorso anche quello sbocco ha mostrato segni seri di esaurimento. E la tendenza si è fatta più chiara e grave nei primi mesi di quest’anno. La crisi del principale produttore italiano, l’Ilva, che domina il nostro mercato e si colloca in buona posizione anche a livello mondiale, ha dunque coinciso con quella della siderurgia mondiale”.
Crisi dell’acciaio: come uscirne?
Quindi che fare di fronte a questa crisi siderurgica che attanaglia l’Ilva, l’Italia e l’Europa?
La prima risposta è quella di posizionarsi – come hanno fatto le aziende tedesche – su settori innovativi della siderurgia, producendo ad esempio non solo acciaio ma anche tecnologie che risparmino energia e riducano l’impatto ambientale. Un esempio è la Siemens Metal Technologies, leader mondiale nella progettazione e costruzione di impianti siderurgici. Ma l’Italia non ha puntato su questo modello di siderurgia, ha pensato solo a produrre e non a investire nell’innovazione e ora è in grave crisi. Il recente piano europeo dell’acciaio fa capire che o il settore si innova o altrimenti non può vivere di semplice speranza e di antiche glorie.
Il vantaggio competitivo dell’Ilva e la stagnazione della domanda
Il vantaggio competitivo dell’Ilva sul mercato internazionale – specie in questi ultimi anni di rincaro dell’energia in Europa – si è basato sul ciclo integrale che – mentre produce ghisa negli altoforni – contemporaneamente garantisce energia a costi irrisori a tutto lo stabilimento, in quanto produce quel gas AFO che viene immesso nella rete di stabilimento per un auto consumo, mentre la restante parte viene recuperata tramite le centrali termoelettriche CET2 e CET3 di proprietà dell’Ilva. Anche il gas sprigionato nel processo produttivo delle cokerie viene oggi riutilizzato in quanto è principalmente costituito da idrogeno, metano, ossido di carbonio, biossido di carbonio, azoto, ossigeno, idrocarburi, ammoniaca e idrogeno solforato: dopo essere stato trattato viene utilizzato nelle varie utenze termiche di stabilimento. Qui sta dunque il vero asso nella manica del più grande stabilimento siderurgico d’Europa che può auto-prodursi l’energia in un momento in cui le altre acciaierie italiane ed europee dotate di forni elettrici devono pagare – a caro prezzo – quell’energia che incide per il 40% sui costi di produzione dell’acciaio.
Ma Ilva – cresciuta come gigante europeo – si scontra con una stagnazione della domanda che è ormai non più contingente ma strutturale in Italia e in Europa, cosa riconosciuta anche da Federacciai che parla – per bocca del presidente Antonio Gozzi – di “scenari di ulteriore contrazione dell’economia nell’anno in corso”.
Ed ecco allora che Ilva si rivela, in questa mutata situazione del mercato, come un gigante pieno di energia che rimane imprigionato in una stanzetta angusta.
Migrare in Cina: uno scenario realistico?
Che fare dunque? La risposta può sembrare semplice e ovvia: si potrebbe migrare in Cina. E ci ricongiungiamo allo scenario iniziale, con quell’immagine degli impianti che – smontati pezzo per pezzo – partono dal porto di Taranto per approdare ai lidi cinesi apparentemente immuni dalla crisi. Ed eccoli gli altoforni e le odiate cokerie lasciare la città e migrare lì dove i magistrati tarantini non potranno più mettere il naso.
Lo scenario si chiude e il sipario si abbassa con un bel marameo al GIP Patrizia Todisco e al Procuratore Franco Sebastio, con pernacchia finale a quegli ingrati dei tarantini che sono scesi in piazza con i cartelli inneggianti alla salute e alla giustizia. La scena successiva è da film: tutto viene rimontato in un distretto produttivo cinese con la bandiera rossa issata su quei camini che un tempo guardavano sui tramonti dello Jonio.
Fine della storia.
Ma andrà a finire proprio così?
Al nostro scenario – così suggestivo nelle conclusioni – manca una sola cosa: la verifica finale. Ossia: la Cina ha veramente bisogno dei dieci milioni annui di acciaio dell’Ilva?
‘Overcapacity’ della Cina
Ed ecco l’amara sorpresa per chi ha pensato realistico questo clamoroso finale. La Commissione Europea stima che dei circa 542 milioni di tonnellate di acciaio annuo ‘in più’ di capacità produttiva mondiale, ben 200 milioni di ‘overcapacity’ sono proprio in Cina. In altri termini: la Cina non saprebbe che farsene dell’acciaio dell’Ilva. I 10 milioni di tonnellate/anno di capacità produttiva supplementare consentita dagli impianti dell’Ilva infatti aggraverebbero ulteriormente quella che in gergo tecnico viene definita “overcapacity”: “Ability to produce more than is needed”, ossia la capacità di produrre più di quanto è necessario.
La Cina – se si caricasse sulle spalle anche l’Ilva – passerebbe da 200 a 210 tonnellate/anno di overcapacity, nel campo siderurgico. E dunque ecco che lo scenario di un’Ilva che migra in Cina crolla.
Cura dimagrante per le acciaierie cinesi
Già nel 2010 la Cina ha preso in considerazione una ‘cura dimagrante’ per la siderurgia. Questione ripresa l’anno successivo in quanto – come osserva Il Sole 24 Ore – quello siderurgico cinese è un “settore afflitto da anni da un eccesso di capacità produttiva”. E finalmente il nodo è arrivato al pettine: la Cina si prende dai 5 ai dieci anni di tempo per tagliare la propria capacità produttiva nel settore dell’acciaio. La notizia è recente ed è emersa nel diciassettesimo Shanghai Metallurgy Expo.
Riconvertire per garantire i lavoratori
E l’unica prospettiva, dunque, è quella di includere Taranto – come Trieste – in un piano di riconversione industriale, utilizzando l’articolo 27 del Decreto Sviluppo 2012 (“Misure per la crescita sostenibile”).
L’articolo 27 recita:
La questione è certamente complessa. Ma visto che la crisi dell’Ilva sembra irreversibile, in un quadro gravato da una forte ‘overcapacity’, il nodo della riconversione è la questione chiave. Se non affrontata con anticipo e con competenza, rischia di essere un’occasione perduta per chi ha veramente a cuore la sorte dei lavoratori dell’Ilva e della siderurgia italiana.
La Cina non accoglierà quindi impianti in fuga da Taranto.
Fonte
Perché produrre in Cina
Anche per Taranto si può fare tecnicamente così. Pezzo dopo pezzo gli impianti dell’Ilva – nonostante le loro dimensioni – possono essere smontati e trasferiti nella Repubblica Popolare Cinese. Il piano è semplice e affascinante: produrre senza controlli ambientali, senza il fiato sul collo della magistratura e degli ambientalisti e con prospettive di mercato decisamente migliori. E in più: costo del lavoro più basso ed energia a buon mercato. Il piano servirebbe anche a mettere in salvo impianti che potrebbero essere confiscati per risarcire gli eventuali danni.
Questo è lo scenario ipotizzato da chi avverte: non tirate troppo la corda altrimenti Ilva lascia l’Italia portando con sé il salvabile. Ossia un patrimonio che ammonta a 2,4 miliardi di euro.
Scenario mondiale con eccesso di capacità produttiva
Ma è uno scenario realistico quello sopra riportato? Vediamo se il piano funzionerebbe.
Il 28 novembre 2012 un’analisi del Wall Street Journal ha evidenziato a livello mondiale un eccesso di capacità produttiva nel settore siderurgico: si produce più acciaio di quanto il mercato ne richieda. Oggi nel mondo dagli impianti siderurgici ogni anno si possono ottenere 1,8 miliardi di tonnellate, mentre se ne consumano solo 1,5. John Miller sul Wall Street Journal avverte che la capacità produttiva è enorme e continua ad aumentare. ”Il bilancio sarà ancor più squilibrato nei prossimi anni”, sottolinea Roberto Capezzuoli nell’articolo dal titolo “Il mondo dell’acciaio ha un problema, l’eccesso di capacità produttiva“.
Acciaio, la depressione dei prezzi
L’eccesso di capacità produttiva ha avuto effetti depressivi sui prezzi di mercato. Roberto Capezzuoli porta dati eloquenti: “Dall’inizio del 2008 ad oggi, negli Usa, i prezzi dei coils laminati a caldo hanno perso il 35%, arrivando a 636 dollari per tonnellata. Ne ha fatto le spese la RG Steel, il quarto gruppo siderurgico statunitense, che ha dichiarato bancarotta e ha fermato impianti la cui capacità è di 7,5 milioni di tonnellate annue”. I coils sono lamiere di acciaio arrotolate in bobine, e l’Ilva è un grande produttore di coils.
Nubi nere dunque in America. Ma in Europa le cose vanno ancor peggio. Infatti i costi dell’energia sono superiori a quelli degli Stati Uniti e nella siderurgia l’energia è uno dei costi che incide di più.
L’Europa: eccesso di offerta e dipendenza dalle materie prime
Inoltre l’Europa presenta un eccesso di capacità produttiva di 80 milioni di tonnellate/anno (dentro le quali sono contemplati i 10 milioni di tonnellate/anno dell’Ilva), come ammette la Commissione Europea.
Il bilancio negativo non finisce qui: a dare la mazzata finale alla siderurgia italiana ed europea è l’aumento del costo delle materie prime: il prezzo del minerale di ferro, la materia prima del ciclo siderurgico, è schizzato alle stelle con un +65% nel febbraio di quest’anno.
Ma come mai sale il prezzo delle materie prime se in Italia e in Europa la domanda di acciaio scende? La risposta è purtroppo questa: il prezzo del minerale di ferro è trascinato in alto dalla crescente domanda dei mercati asiatici, forse anche da accordi di cartello. Attenzione: questo aumento dei costi delle materie prime non viene trasferito sui prezzi di vendita dei prodotti finiti che – come abbiamo visto – si deprimono per l’eccesso di offerta rispetto alla domanda di mercato. Dove si scarica allora l’aumento dei prezzi delle materie prime? Semplice: sui profitti. La siderurgia perde quindi profitti e non è più una gallina dalle uova d’oro che Riva aveva fatto razzolare nel suo cortile tarantino.
Ora c’è crisi e si scopre che Riva aveva fatto male i conti ad esempio raddoppiando l’attività di zincatura a caldo a Taranto.
“Situazione insostenibile”
Jean-Luc Maurange, vicepresidente di Arcelor Mittal al 28° Steel Market Outlook ammette la difficoltà generata dall’eccesso di capacità produttiva: “Il riallineamento tra produzione e consumo non si è ancora concluso, specialmente in Europa meridionale, dove la capacità produttiva era aumentata maggiormente ed il consumo è calato in misura superiore”. Per esemplificare questa difficile situazione, Maurange ha citato la situazione dello zincato a caldo in Italia: mentre nel 2008 la domanda interna era di 3,2 milioni di tonnellate e la capacità produttiva installata di 4,4 milioni di tonnellate, nel 2012 il consumo è sceso sotto i 3 milioni di tonnellate e la capacità è schizzata a 6,3 milioni di tonnellate, “una situazione industrialmente insostenibile“.
La siderurgia attraversa quindi una crisi epocale perché la società non chiede tutto l’acciaio che viene prodotto, ragion per cui un colosso come ArcelorMittal, per esempio, nel 2008 aveva in funzione in Europa 28 altiforni, oggi ne ha 18.
Il Portale della Siderurgia Siderweb sottolinea “l’impossibilità futura per l’Europa di rimanere un produttore di commodity”. Commodity è un termine inglese che indica un bene (ad esempio l’acciaio grezzo) che si acquista indipendentemente da chi lo produce ed è l’equivalente in italiano di “bene indifferenziato” ad elevata standardizzazione.
Maurange trae conclusioni drastiche: “Non vedo un futuro per i produttori di acciaio europei concentrati solo sui mercati a basso valore aggiunto”. Ed è proprio questo il settore di mercato su cui è posizionata l’Ilva attuale. L’Ilva pertanto avverte tutto il peso della crisi attuale. L’economista Marcello De Cecco avverte: “L’industria italiana dell’acciaio rischia di fare la fine di quella della chimica di base”. La situazione della siderurgia italiana è quindi di grave difficoltà: “Il fermarsi della domanda di prodotti siderurgici nel mondo – prosegue De Cecco – è stato abbastanza improvviso, per il persistere del boom asiatico e specie cinese, dopo l’arrivo della crisi. Ma in Europa la domanda di prodotti siderurgici ha ristagnato sin dall’inizio della crisi, e la capacità di mantenere posizioni da parte dei produttori siderurgici italiani, come d’altronde di quelli tedeschi, è dipesa in maniera essenziale dalla loro capacità di esportare in quelle parti del mondo, i paesi emergenti, dove la crisi ha colpito assai meno. Fino al 2012 hanno mostrato di riuscirci, ma alla fine dell’anno scorso anche quello sbocco ha mostrato segni seri di esaurimento. E la tendenza si è fatta più chiara e grave nei primi mesi di quest’anno. La crisi del principale produttore italiano, l’Ilva, che domina il nostro mercato e si colloca in buona posizione anche a livello mondiale, ha dunque coinciso con quella della siderurgia mondiale”.
Crisi dell’acciaio: come uscirne?
Quindi che fare di fronte a questa crisi siderurgica che attanaglia l’Ilva, l’Italia e l’Europa?
La prima risposta è quella di posizionarsi – come hanno fatto le aziende tedesche – su settori innovativi della siderurgia, producendo ad esempio non solo acciaio ma anche tecnologie che risparmino energia e riducano l’impatto ambientale. Un esempio è la Siemens Metal Technologies, leader mondiale nella progettazione e costruzione di impianti siderurgici. Ma l’Italia non ha puntato su questo modello di siderurgia, ha pensato solo a produrre e non a investire nell’innovazione e ora è in grave crisi. Il recente piano europeo dell’acciaio fa capire che o il settore si innova o altrimenti non può vivere di semplice speranza e di antiche glorie.
Il vantaggio competitivo dell’Ilva e la stagnazione della domanda
Il vantaggio competitivo dell’Ilva sul mercato internazionale – specie in questi ultimi anni di rincaro dell’energia in Europa – si è basato sul ciclo integrale che – mentre produce ghisa negli altoforni – contemporaneamente garantisce energia a costi irrisori a tutto lo stabilimento, in quanto produce quel gas AFO che viene immesso nella rete di stabilimento per un auto consumo, mentre la restante parte viene recuperata tramite le centrali termoelettriche CET2 e CET3 di proprietà dell’Ilva. Anche il gas sprigionato nel processo produttivo delle cokerie viene oggi riutilizzato in quanto è principalmente costituito da idrogeno, metano, ossido di carbonio, biossido di carbonio, azoto, ossigeno, idrocarburi, ammoniaca e idrogeno solforato: dopo essere stato trattato viene utilizzato nelle varie utenze termiche di stabilimento. Qui sta dunque il vero asso nella manica del più grande stabilimento siderurgico d’Europa che può auto-prodursi l’energia in un momento in cui le altre acciaierie italiane ed europee dotate di forni elettrici devono pagare – a caro prezzo – quell’energia che incide per il 40% sui costi di produzione dell’acciaio.
Ma Ilva – cresciuta come gigante europeo – si scontra con una stagnazione della domanda che è ormai non più contingente ma strutturale in Italia e in Europa, cosa riconosciuta anche da Federacciai che parla – per bocca del presidente Antonio Gozzi – di “scenari di ulteriore contrazione dell’economia nell’anno in corso”.
Ed ecco allora che Ilva si rivela, in questa mutata situazione del mercato, come un gigante pieno di energia che rimane imprigionato in una stanzetta angusta.
Migrare in Cina: uno scenario realistico?
Che fare dunque? La risposta può sembrare semplice e ovvia: si potrebbe migrare in Cina. E ci ricongiungiamo allo scenario iniziale, con quell’immagine degli impianti che – smontati pezzo per pezzo – partono dal porto di Taranto per approdare ai lidi cinesi apparentemente immuni dalla crisi. Ed eccoli gli altoforni e le odiate cokerie lasciare la città e migrare lì dove i magistrati tarantini non potranno più mettere il naso.
Lo scenario si chiude e il sipario si abbassa con un bel marameo al GIP Patrizia Todisco e al Procuratore Franco Sebastio, con pernacchia finale a quegli ingrati dei tarantini che sono scesi in piazza con i cartelli inneggianti alla salute e alla giustizia. La scena successiva è da film: tutto viene rimontato in un distretto produttivo cinese con la bandiera rossa issata su quei camini che un tempo guardavano sui tramonti dello Jonio.
Fine della storia.
Ma andrà a finire proprio così?
Al nostro scenario – così suggestivo nelle conclusioni – manca una sola cosa: la verifica finale. Ossia: la Cina ha veramente bisogno dei dieci milioni annui di acciaio dell’Ilva?
‘Overcapacity’ della Cina
Ed ecco l’amara sorpresa per chi ha pensato realistico questo clamoroso finale. La Commissione Europea stima che dei circa 542 milioni di tonnellate di acciaio annuo ‘in più’ di capacità produttiva mondiale, ben 200 milioni di ‘overcapacity’ sono proprio in Cina. In altri termini: la Cina non saprebbe che farsene dell’acciaio dell’Ilva. I 10 milioni di tonnellate/anno di capacità produttiva supplementare consentita dagli impianti dell’Ilva infatti aggraverebbero ulteriormente quella che in gergo tecnico viene definita “overcapacity”: “Ability to produce more than is needed”, ossia la capacità di produrre più di quanto è necessario.
La Cina – se si caricasse sulle spalle anche l’Ilva – passerebbe da 200 a 210 tonnellate/anno di overcapacity, nel campo siderurgico. E dunque ecco che lo scenario di un’Ilva che migra in Cina crolla.
Cura dimagrante per le acciaierie cinesi
Già nel 2010 la Cina ha preso in considerazione una ‘cura dimagrante’ per la siderurgia. Questione ripresa l’anno successivo in quanto – come osserva Il Sole 24 Ore – quello siderurgico cinese è un “settore afflitto da anni da un eccesso di capacità produttiva”. E finalmente il nodo è arrivato al pettine: la Cina si prende dai 5 ai dieci anni di tempo per tagliare la propria capacità produttiva nel settore dell’acciaio. La notizia è recente ed è emersa nel diciassettesimo Shanghai Metallurgy Expo.
Riconvertire per garantire i lavoratori
E l’unica prospettiva, dunque, è quella di includere Taranto – come Trieste – in un piano di riconversione industriale, utilizzando l’articolo 27 del Decreto Sviluppo 2012 (“Misure per la crescita sostenibile”).
L’articolo 27 recita:
Riordino della disciplina in materia di riconversione e riqualificazione produttiva di aree di crisi industriale complessaNel quadro della strategia europea per la crescita, al fine di sostenere la competitività del sistema produttivo nazionale, l’attrazione di nuovi investimenti nonché la salvaguardia dei livelli occupazionali nei casi di situazioni di crisi industriali complesse con impatto significativo sulla politica industriale nazionale, il Ministero dello sviluppo economico adotta Progetti di riconversione e riqualificazione industriale.
La questione è certamente complessa. Ma visto che la crisi dell’Ilva sembra irreversibile, in un quadro gravato da una forte ‘overcapacity’, il nodo della riconversione è la questione chiave. Se non affrontata con anticipo e con competenza, rischia di essere un’occasione perduta per chi ha veramente a cuore la sorte dei lavoratori dell’Ilva e della siderurgia italiana.
La Cina non accoglierà quindi impianti in fuga da Taranto.
Fonte
03/07/2013
Colpo di stato in Egitto
E' la notizia del giorno.
Volutamente non ho fatto il consueto copia/incolla che contraddistingue questa pagina perché della mera cronaca m'importa sega, tanto i colpi di stato militari sono sempre gli stessi: blindati a presidiare i centri nevralgici di istituzioni e mezzi di comunicazione, coprifuoco imposto nelle principali aree urbanizzate con tanto di elicotteri a svolazzare sulla testa della gente per inasprire la già notevole deterrenza all'ordine esercitata dai soldati a terra.
Lo si è visto tante, troppe volte, la riproposizione di qualsivoglia cronaca avrebbe dunque poco senso.
Chi ha tempo e testa, però, potrebbe sfogliare le prime pagine in rete delle varie testate d'informazione che su questa notizia offrono un valido metro per valutare il "polso" dei media italiani.
Abituato a consultare prevalentemente pagine buone per comunisti antagonisti, non mi sono stupito del fatto che, in apertura alla notizia del golpe in corso nella terra dei faraoni, campeggino le più disparate foto di blindati tinta cachi (gli M113 dominano...) per le strade del Cairo.
Oltre a considerare come più corretta l'idea di rappresentare visivamente un colpo di stato militare per ciò che realmente è, penso che tale rappresentazione sia anche la più adatta a descrivere la lesione che gli avvenimenti in corso in Egitto infliggono a quella democrazia che, con tutti i problemi e le rivolte popolari del caso tenta di farsi largo all'ombra delle piramidi.
Passando dalla stampa antagonista a quella di mercato il tiro cambia notevolmente nonostante il fatto rimanga il medesimo. La Repubblica apre la notizia a questa maniera
forse ad intendere che i carri armati in strada sono un momento di festa per la popolazione egiziana. Più sobrio, invece, il Corriere della Sera
che a mio giudizio non si discosta comunque dal pensiero secondo cui i garanti dell'Egitto sono i militari.
La pelosità del ragionamento sta nel fatto che agli occhi del lettore le forze armate che si ergono a difesa delle istituzioni (non si capisce poi quali dal momento che Morsi le elezioni dello scorso anno le ha vinte) diventano anche dei "paladini" della democrazia, quando nei fatti la scardinano forse col plauso di una larga fetta di egiziani ancora a corto di cultura democratica.
Tutta questa supercazzola per dire cosa quindi? Semplicemente che la chiave di lettura offerta dai due maggiori quotidiani nazionali non mi piace per nulla, soprattutto in tempi di crisi politica costante anche a casa nostra, dove i militari proprio non li vorrei vedere nelle strade di Roma a garantire le istituzioni tricolori...
Volutamente non ho fatto il consueto copia/incolla che contraddistingue questa pagina perché della mera cronaca m'importa sega, tanto i colpi di stato militari sono sempre gli stessi: blindati a presidiare i centri nevralgici di istituzioni e mezzi di comunicazione, coprifuoco imposto nelle principali aree urbanizzate con tanto di elicotteri a svolazzare sulla testa della gente per inasprire la già notevole deterrenza all'ordine esercitata dai soldati a terra.
Lo si è visto tante, troppe volte, la riproposizione di qualsivoglia cronaca avrebbe dunque poco senso.
Chi ha tempo e testa, però, potrebbe sfogliare le prime pagine in rete delle varie testate d'informazione che su questa notizia offrono un valido metro per valutare il "polso" dei media italiani.
Abituato a consultare prevalentemente pagine buone per comunisti antagonisti, non mi sono stupito del fatto che, in apertura alla notizia del golpe in corso nella terra dei faraoni, campeggino le più disparate foto di blindati tinta cachi (gli M113 dominano...) per le strade del Cairo.
Oltre a considerare come più corretta l'idea di rappresentare visivamente un colpo di stato militare per ciò che realmente è, penso che tale rappresentazione sia anche la più adatta a descrivere la lesione che gli avvenimenti in corso in Egitto infliggono a quella democrazia che, con tutti i problemi e le rivolte popolari del caso tenta di farsi largo all'ombra delle piramidi.
Passando dalla stampa antagonista a quella di mercato il tiro cambia notevolmente nonostante il fatto rimanga il medesimo. La Repubblica apre la notizia a questa maniera
forse ad intendere che i carri armati in strada sono un momento di festa per la popolazione egiziana. Più sobrio, invece, il Corriere della Sera
che a mio giudizio non si discosta comunque dal pensiero secondo cui i garanti dell'Egitto sono i militari.
La pelosità del ragionamento sta nel fatto che agli occhi del lettore le forze armate che si ergono a difesa delle istituzioni (non si capisce poi quali dal momento che Morsi le elezioni dello scorso anno le ha vinte) diventano anche dei "paladini" della democrazia, quando nei fatti la scardinano forse col plauso di una larga fetta di egiziani ancora a corto di cultura democratica.
Tutta questa supercazzola per dire cosa quindi? Semplicemente che la chiave di lettura offerta dai due maggiori quotidiani nazionali non mi piace per nulla, soprattutto in tempi di crisi politica costante anche a casa nostra, dove i militari proprio non li vorrei vedere nelle strade di Roma a garantire le istituzioni tricolori...
"Blindare per legge l'accordo sulla rappresentanza"
Il "garante" contro gli scioperi getta la maschera e raccomanda al Parlamento di fare una legge che "recepisca" il contenuto fascista dell'"accordo sulla rappresentanza". Domani manifestazione a Roma.
Se qualcuno nutriva dubbi sul carattere reazionario e fascista del recente “accordo sulla rappresentanza sindacale” siglato da Cgil-Cisl-Uil con Confindustria può utilmente leggere la dichiarazione resta stamani dalla cosiddetta “autorità garante sugli scioperi nei pubblici servizi”, universalmente nota come “autorità antisciopero”.
Ha infatti spiegato al Parlamento che potrebbe essere opportuno che i contenuti dell'intesa tra sindacati e imprese sulle nuove regole per definire la rappresentanza "vengano, in qualche modo, blindati per il tramite di un intervento del legislatore da concertare con le Confederazioni firmatarie".
Lo dice il presidente dell'Autorità di garanzia per gli scioperi, Roberto Alesse nella sua Relazione al Parlamento giudicando il protocollo di intesa positivamente in quanto "collega opportunamente la contrattazione collettiva ad una precisa verifica della rappresentatività sindacale, da effettuare attraverso il riscontro dei contributi versati e dei consensi ricevuti in occasione delle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie".
L'Autorità, dal canto suo, "già guarda a questi criteri di rappresentatività, recepiti nel nuovo Protocollo d'intesa, come a criteri da prendere necessariamente in considerazione ai fini della validità erga omnes degli accordi", spiega ancora Alesse per il quale "non può considerarsi più un tabù la prospettiva di dare concreta attuazione all'articolo 39 della Costituzione, nella parte relativa al riconoscimento della maggiore rappresentatività sindacale, ai fini dell'efficacia della contrattazione collettiva".
Il dispositivo dell'accordo, contro cui si manifesterà a Roma il 4 luglio, a SS. Apostoli, nel pomeriggio, in una assemblea in piazza convocata dal Forum Diritti Lavoro con i sindacati di base e tutte le forze “non allineate”, recita infatti che: le uniche organizzazioni sindacali che possono avere agibilità nei luoghi di lavoro sono quelle firmatarie dell'accordo; che alle elezioni Rsu possono partecipare soltanto loro (un'assicurazione per l'eternità che saranno sempre loro “le organizzazioni più rappresentative” perché si rende impossibile ogni “concorrenza”); che contratti e accordi possono essere egualmente firmati soltanto da loro; e soprattutto che sarà vietato scioperare contro le conseguenze di quegli accordi. Con buona pace della Costituzione, che considera il diritto di sciopero una prerogativa delle persone, ovvero dei singoli lavoratori, e non delle sigle sindacali “maggiormente rappresentative” per riconoscimento padronale.
Fonte
Se qualcuno nutriva dubbi sul carattere reazionario e fascista del recente “accordo sulla rappresentanza sindacale” siglato da Cgil-Cisl-Uil con Confindustria può utilmente leggere la dichiarazione resta stamani dalla cosiddetta “autorità garante sugli scioperi nei pubblici servizi”, universalmente nota come “autorità antisciopero”.
Ha infatti spiegato al Parlamento che potrebbe essere opportuno che i contenuti dell'intesa tra sindacati e imprese sulle nuove regole per definire la rappresentanza "vengano, in qualche modo, blindati per il tramite di un intervento del legislatore da concertare con le Confederazioni firmatarie".
Lo dice il presidente dell'Autorità di garanzia per gli scioperi, Roberto Alesse nella sua Relazione al Parlamento giudicando il protocollo di intesa positivamente in quanto "collega opportunamente la contrattazione collettiva ad una precisa verifica della rappresentatività sindacale, da effettuare attraverso il riscontro dei contributi versati e dei consensi ricevuti in occasione delle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie".
L'Autorità, dal canto suo, "già guarda a questi criteri di rappresentatività, recepiti nel nuovo Protocollo d'intesa, come a criteri da prendere necessariamente in considerazione ai fini della validità erga omnes degli accordi", spiega ancora Alesse per il quale "non può considerarsi più un tabù la prospettiva di dare concreta attuazione all'articolo 39 della Costituzione, nella parte relativa al riconoscimento della maggiore rappresentatività sindacale, ai fini dell'efficacia della contrattazione collettiva".
Il dispositivo dell'accordo, contro cui si manifesterà a Roma il 4 luglio, a SS. Apostoli, nel pomeriggio, in una assemblea in piazza convocata dal Forum Diritti Lavoro con i sindacati di base e tutte le forze “non allineate”, recita infatti che: le uniche organizzazioni sindacali che possono avere agibilità nei luoghi di lavoro sono quelle firmatarie dell'accordo; che alle elezioni Rsu possono partecipare soltanto loro (un'assicurazione per l'eternità che saranno sempre loro “le organizzazioni più rappresentative” perché si rende impossibile ogni “concorrenza”); che contratti e accordi possono essere egualmente firmati soltanto da loro; e soprattutto che sarà vietato scioperare contro le conseguenze di quegli accordi. Con buona pace della Costituzione, che considera il diritto di sciopero una prerogativa delle persone, ovvero dei singoli lavoratori, e non delle sigle sindacali “maggiormente rappresentative” per riconoscimento padronale.
Fonte
Se il rigassificatore è una “cattedrale nel mare”
Un articolo de lavoce.info, sito tutt'altro che ambientalista o
schierato a sinistra o con i comitati, spiega come tecnicamente e
economicamente i rigassificatori, ed in particolare quello di Livorno,
rischino di diventare cattedrali nel deserto (in questo caso in mare)
inutilizzate. redazione 2 luglio 2013
L’Italia punta a diventare il più importante hub sud-europeo del gas. E per questo nella Strategia energetica nazionale sono previste garanzie per la copertura dei costi di costruzione delle infrastrutture necessarie. Le vicende del rigassifigatore al largo di Livorno non sono però incoraggianti.
UN CONTESTO INCERTO
I consumi di gas naturale continuano a diminuire, ma l’Italia si appresta a fare un primo, esemplare, passo per diventare un hub del gas o meglio il principale «hub sud-europeo»: insieme alla promozione di un mercato del gas competitivo, integrato con l’Europa e con prezzi a essa allineati, questa è infatti la seconda delle priorità individuate nella Strategia energetica nazionale (Sen), varata in extremis, addirittura dopo le elezioni, dal gabinetto Monti.
Nella Sen l’hub è ritenuto un’opportunità che l’Italia può cogliere attraverso una serie di investimenti mirati (infrastrutture strategiche). Il progetto, però, sconta diverse criticità e, soprattutto un problema di fondo: la chiamata in causa dei consumatori finali, che attraverso la bolletta del gas finanzierebbero le nuove infrastrutture.
Delle criticità ne richiamiamo solo una, la maggiore, che invero riguarda l’intera Sen, della quale è a dir poco dubbio il valore giuridico – e non è un caso che il Parlamento, né dell’attuale né della scorsa legislatura, si sia potuto esprimere sulla Sen. (1) Ciò mina irrimediabilmente ogni concreta applicazione della Strategia che risulta caratterizzata da un elevatissimo, e intrinseco, rischio regolatorio perché una regola vale tanto più quanto è certa e duratura nel tempo. Davvero troppo ottimistico, infatti, ipotizzare che sui numerosi atti che dovrebbero essere posti in essere affinché la Sen non resti lettera morta, non ci siano ricorsi ai tribunali amministrativi (e non solo), specie nei casi in cui si prevede la realizzazione di nuove infrastrutture.
L’INEVITABILE INCENTIVO
Tra le infrastrutture, nella Sen assumono un ruolo principe i terminali di rigassificazione di Gnl. Tanto da prevedere iter autorizzativi accelerati e la concessione di un fattore di garanzia, che assicuri una copertura dei costi di investimento, anche qualora l’impianto non venga utilizzato. (2)
La scelta delle infrastrutture strategiche verrebbe effettuata attraverso procedure a evidenza pubblica, secondo criteri trasparenti e non discriminatori di costo-beneficio, relativamente alla capacità (intera o parziale) di rigassificazione, offerta a terzi in regime regolato. Un procedimento complicato che, viste anche le implicazioni che comporterebbe per il sistema tariffario su cui verrebbe a gravare, sarà certamente preparato con cura.
Tuttavia, una infrastruttura strategica, sebbene ante litteram, parrebbe già esserci: l’avveniristico terminale di rigassificazione al largo di Livorno, per il quale la Olt, dopo aver rinunciato all’esenzione dal diritto di accesso di terzi (la possibilità, dunque, di utilizzo esclusivo del terminale) vorrebbe passare al regime regolato e beneficiare di un fattore di garanzia, anche se depotenziato. Tanto prevede il documento di consultazione 237/2013/R/gas dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas.
Il rigassificatore off shore al largo delle coste toscane entrerà in funzione tra pochi mesi. Più che di incentivo, l’accesso al regime regolato e al fattore di garanzia sembra avere tutte le caratteristiche di un aiuto, necessario perché i fondamentali del mercato sono di molto cambiati.
La stessa Aeeg nel documento di consultazione scrive: «La rinuncia all’esenzione da parte di un operatore comporta il riconoscimento del fatto che, per quel determinato terminale, l’investitore ritiene che non sussistano più le condizioni per un’allocazione a mercato della capacità, e dunque per la sostenibilità economica a mercato dell’infrastruttura stessa».
CATTEDRALI NEL MARE
Perché, dunque, intervenire con regole di grande aiuto laddove il mercato e i (denari) privati non ce la fanno? I motivi vanno ricercati sempre nel testo della Sen. Uno però può essere subito spuntato: la sicurezza delle forniture.
Non è affatto detto che i rigassificatori siano utili sul piano della sicurezza nella copertura della domanda giornaliera di gas, l’unica che in caso di freddo particolarmente intenso a fine inverno, con capacità di erogazione degli stoccaggi dimezzata, può destare qualche problema. (3) Ne abbiamo già scritto a proposito dell’emergenza gas del febbraio 2012, quando condizioni meteo eccezionalmente avverse impedirono le operazioni di scarico dalle navi metaniere cosicché l’apporto dei due rigassificatori esistenti proprio nel momento di massimo bisogno è stato minimo e sempre inferiore a quanto si è riusciti a risparmiare con le misure emergenziali. È poi evidente che questo limite vale tanto più quanto il terminale si trovi al largo: quello di Livorno sarà molto lontano, invisibile dalla costa, un indubbio merito sul piano dell’impatto paesaggistico.
Più incerta la questione relativa all’incremento della concorrenza. Un aumento della capacità di import, tanto più se contrattualizzata a breve, contribuisce ad aumentare la liquidità del mercato. Nel breve termine, però, la rinuncia all’esenzione certifica che l’infrastruttura ben difficilmente sarà in grado di far giungere gas in Italia a prezzi inferiori a quelli di mercato. Alto è quindi il rischio che resti inutilizzata, come una (nuova) cattedrale nel deserto. E troppe ne abbiamo già viste.
È dunque necessario che l’onere da pagare per i rigassificatori, anche qualora rimanessero inutilizzati, sia inferiore ai benefici ottenibili. Qui ci si avventura in un terreno piuttosto incerto (e opaco).
Nella Sen il costo di un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi (Gmc) viene stimato in circa un miliardo di euro, con un costo addizionale annuo per il sistema di 100-150 milioni di euro, nell’ipotesi estrema in cui l’incremento rimanesse totalmente inutilizzato. Per i benefici, il ragionamento è il seguente: «Considerato che la spesa per la sola materia prima gas è stimabile complessivamente in circa 25 miliardi di euro l’anno, anche una contenuta riduzione del prezzo del gas attribuibile all’apporto di liquidità offerto dall’infrastruttura (in particolare con riferimento alla sola componente di trasporto dall’Europa, che incide per circa 2,7 euro/MWh), rende più che giustificabile l’investimento, dato che contribuirebbe a una riduzione della bolletta gas complessiva dell’Italia fino a circa 1,5 miliardi di euro l’anno (pari al delta costo di trasporto)».
Ma in verità, non ci sono elementi certi per poter dire che ci sia un differenziale di prezzo strutturale di 2,7 €/MWh (pari al costo di arbitraggio fisico dato dal costo di trasporto) tra il gas scambiato nel Nord Europa. Negli ultimi mesi il differenziale – senza nessuna nuova infrastruttura – si è andato sempre più riducendosi fino ad annullarsi. (4)
Ci auguriamo dunque che l’aiuto al rigassificatore al largo di Livorno, che senza contare i costi per il collegamento alla rete, pare sia già costato 850 milioni a fronte di una capacita di soli 3,75 Gmc, sia solo un esperimento, una “prima” a cui non seguano repliche.
(1) Per gli appassionati di questioni giuridiche
(2) In attuazione delle disposizioni contenute nell’art. 3 del Dlgs n. 93 del 2011.
(3) Nella stagione invernale la capacità di erogazione degli stoccaggi, all’incirca pari a quella di due importanti gasdotti, diminuisce progressivamente al diminuire del gas presente nei giacimenti.
(4) Come pure chiaramente scrive la Dg Energy nel recente Rapporto europeo sui mercati del gas relativo al primo trimestre 2013.
Fonte
Giusto per snellire un po' la prosa dell'articolo francamente poco digeribile, è praticamente certificato che anche quello dei rigassificatori è l'ennesimo buco nero all'italiana (ma non solo) che ingoia risorse senza apportare alcun benefico tangibile alla collettività.
Peccato che la succitata certificazione di questo stato di cose la otterremo tra qualche anno, magari tra un decennio abbondante, quando l'OLT marcirà, mestamente ormeggiato a qualche banchina di servizio del porto di Livorno o, nella migliore delle ipotesi, vivaccheirà tentando, almeno, d'ammortizzare i costi di realizzo e manutenzione annua.
Come si dice, capitalismo di rapina!
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L’Italia punta a diventare il più importante hub sud-europeo del gas. E per questo nella Strategia energetica nazionale sono previste garanzie per la copertura dei costi di costruzione delle infrastrutture necessarie. Le vicende del rigassifigatore al largo di Livorno non sono però incoraggianti.
UN CONTESTO INCERTO
I consumi di gas naturale continuano a diminuire, ma l’Italia si appresta a fare un primo, esemplare, passo per diventare un hub del gas o meglio il principale «hub sud-europeo»: insieme alla promozione di un mercato del gas competitivo, integrato con l’Europa e con prezzi a essa allineati, questa è infatti la seconda delle priorità individuate nella Strategia energetica nazionale (Sen), varata in extremis, addirittura dopo le elezioni, dal gabinetto Monti.
Nella Sen l’hub è ritenuto un’opportunità che l’Italia può cogliere attraverso una serie di investimenti mirati (infrastrutture strategiche). Il progetto, però, sconta diverse criticità e, soprattutto un problema di fondo: la chiamata in causa dei consumatori finali, che attraverso la bolletta del gas finanzierebbero le nuove infrastrutture.
Delle criticità ne richiamiamo solo una, la maggiore, che invero riguarda l’intera Sen, della quale è a dir poco dubbio il valore giuridico – e non è un caso che il Parlamento, né dell’attuale né della scorsa legislatura, si sia potuto esprimere sulla Sen. (1) Ciò mina irrimediabilmente ogni concreta applicazione della Strategia che risulta caratterizzata da un elevatissimo, e intrinseco, rischio regolatorio perché una regola vale tanto più quanto è certa e duratura nel tempo. Davvero troppo ottimistico, infatti, ipotizzare che sui numerosi atti che dovrebbero essere posti in essere affinché la Sen non resti lettera morta, non ci siano ricorsi ai tribunali amministrativi (e non solo), specie nei casi in cui si prevede la realizzazione di nuove infrastrutture.
L’INEVITABILE INCENTIVO
Tra le infrastrutture, nella Sen assumono un ruolo principe i terminali di rigassificazione di Gnl. Tanto da prevedere iter autorizzativi accelerati e la concessione di un fattore di garanzia, che assicuri una copertura dei costi di investimento, anche qualora l’impianto non venga utilizzato. (2)
La scelta delle infrastrutture strategiche verrebbe effettuata attraverso procedure a evidenza pubblica, secondo criteri trasparenti e non discriminatori di costo-beneficio, relativamente alla capacità (intera o parziale) di rigassificazione, offerta a terzi in regime regolato. Un procedimento complicato che, viste anche le implicazioni che comporterebbe per il sistema tariffario su cui verrebbe a gravare, sarà certamente preparato con cura.
Tuttavia, una infrastruttura strategica, sebbene ante litteram, parrebbe già esserci: l’avveniristico terminale di rigassificazione al largo di Livorno, per il quale la Olt, dopo aver rinunciato all’esenzione dal diritto di accesso di terzi (la possibilità, dunque, di utilizzo esclusivo del terminale) vorrebbe passare al regime regolato e beneficiare di un fattore di garanzia, anche se depotenziato. Tanto prevede il documento di consultazione 237/2013/R/gas dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas.
Il rigassificatore off shore al largo delle coste toscane entrerà in funzione tra pochi mesi. Più che di incentivo, l’accesso al regime regolato e al fattore di garanzia sembra avere tutte le caratteristiche di un aiuto, necessario perché i fondamentali del mercato sono di molto cambiati.
La stessa Aeeg nel documento di consultazione scrive: «La rinuncia all’esenzione da parte di un operatore comporta il riconoscimento del fatto che, per quel determinato terminale, l’investitore ritiene che non sussistano più le condizioni per un’allocazione a mercato della capacità, e dunque per la sostenibilità economica a mercato dell’infrastruttura stessa».
CATTEDRALI NEL MARE
Perché, dunque, intervenire con regole di grande aiuto laddove il mercato e i (denari) privati non ce la fanno? I motivi vanno ricercati sempre nel testo della Sen. Uno però può essere subito spuntato: la sicurezza delle forniture.
Non è affatto detto che i rigassificatori siano utili sul piano della sicurezza nella copertura della domanda giornaliera di gas, l’unica che in caso di freddo particolarmente intenso a fine inverno, con capacità di erogazione degli stoccaggi dimezzata, può destare qualche problema. (3) Ne abbiamo già scritto a proposito dell’emergenza gas del febbraio 2012, quando condizioni meteo eccezionalmente avverse impedirono le operazioni di scarico dalle navi metaniere cosicché l’apporto dei due rigassificatori esistenti proprio nel momento di massimo bisogno è stato minimo e sempre inferiore a quanto si è riusciti a risparmiare con le misure emergenziali. È poi evidente che questo limite vale tanto più quanto il terminale si trovi al largo: quello di Livorno sarà molto lontano, invisibile dalla costa, un indubbio merito sul piano dell’impatto paesaggistico.
Più incerta la questione relativa all’incremento della concorrenza. Un aumento della capacità di import, tanto più se contrattualizzata a breve, contribuisce ad aumentare la liquidità del mercato. Nel breve termine, però, la rinuncia all’esenzione certifica che l’infrastruttura ben difficilmente sarà in grado di far giungere gas in Italia a prezzi inferiori a quelli di mercato. Alto è quindi il rischio che resti inutilizzata, come una (nuova) cattedrale nel deserto. E troppe ne abbiamo già viste.
È dunque necessario che l’onere da pagare per i rigassificatori, anche qualora rimanessero inutilizzati, sia inferiore ai benefici ottenibili. Qui ci si avventura in un terreno piuttosto incerto (e opaco).
Nella Sen il costo di un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi (Gmc) viene stimato in circa un miliardo di euro, con un costo addizionale annuo per il sistema di 100-150 milioni di euro, nell’ipotesi estrema in cui l’incremento rimanesse totalmente inutilizzato. Per i benefici, il ragionamento è il seguente: «Considerato che la spesa per la sola materia prima gas è stimabile complessivamente in circa 25 miliardi di euro l’anno, anche una contenuta riduzione del prezzo del gas attribuibile all’apporto di liquidità offerto dall’infrastruttura (in particolare con riferimento alla sola componente di trasporto dall’Europa, che incide per circa 2,7 euro/MWh), rende più che giustificabile l’investimento, dato che contribuirebbe a una riduzione della bolletta gas complessiva dell’Italia fino a circa 1,5 miliardi di euro l’anno (pari al delta costo di trasporto)».
Ma in verità, non ci sono elementi certi per poter dire che ci sia un differenziale di prezzo strutturale di 2,7 €/MWh (pari al costo di arbitraggio fisico dato dal costo di trasporto) tra il gas scambiato nel Nord Europa. Negli ultimi mesi il differenziale – senza nessuna nuova infrastruttura – si è andato sempre più riducendosi fino ad annullarsi. (4)
Ci auguriamo dunque che l’aiuto al rigassificatore al largo di Livorno, che senza contare i costi per il collegamento alla rete, pare sia già costato 850 milioni a fronte di una capacita di soli 3,75 Gmc, sia solo un esperimento, una “prima” a cui non seguano repliche.
(1) Per gli appassionati di questioni giuridiche
(2) In attuazione delle disposizioni contenute nell’art. 3 del Dlgs n. 93 del 2011.
(3) Nella stagione invernale la capacità di erogazione degli stoccaggi, all’incirca pari a quella di due importanti gasdotti, diminuisce progressivamente al diminuire del gas presente nei giacimenti.
(4) Come pure chiaramente scrive la Dg Energy nel recente Rapporto europeo sui mercati del gas relativo al primo trimestre 2013.
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Giusto per snellire un po' la prosa dell'articolo francamente poco digeribile, è praticamente certificato che anche quello dei rigassificatori è l'ennesimo buco nero all'italiana (ma non solo) che ingoia risorse senza apportare alcun benefico tangibile alla collettività.
Peccato che la succitata certificazione di questo stato di cose la otterremo tra qualche anno, magari tra un decennio abbondante, quando l'OLT marcirà, mestamente ormeggiato a qualche banchina di servizio del porto di Livorno o, nella migliore delle ipotesi, vivaccheirà tentando, almeno, d'ammortizzare i costi di realizzo e manutenzione annua.
Come si dice, capitalismo di rapina!
La rivolta antislamista consacra i generali
Sulle quarantotto ore più lunghe di Mursi ticchetta il count down. Più che per l’ultimatum dei Tamarod per quello annunciato dal generale Al Sisi, un uomo voluto da Mursi e dialogante finora con lui.
Dai rumors vaganti in queste ore il Capo di Stato non gode più del benestare statunitense, visto che Kerry in persona ha dato il via libera alla gestione politica della crisi da parte dei militari. Costoro sono la componente di cui Washington si fida da decenni perché con due presidenti usciti dai propri ranghi (Sadat e Mubarak) gli Stati Uniti hanno avuto una stabile sponda nel più popoloso Paese arabo a un passo dalla polveriera mediorientale dei Territori Occupati. La Casa Bianca che ha tremato per le primavere arabe e ha gioito al proprio sfiorire, nei mesi scorsi ha realisticamente accettato la via della normalizzazione incarnata dalla leadership della Fratellanza Musulmana che nel panorama islamico egiziano è una forza oggettivamente moderata, sostenitrice del sistema capitalistico, di equilibri imperialistici e strutturata per possibili governi.
Certo ha commesso errori mancando di avviare almeno uno degli obiettivi sociali su cui aveva costruito uno straordinario consenso elettorale e s’è incaponita a giocare la partita istituzionale attorno al tema di una nuova Costituzione rivelatasi un boomerang per la sua governance. All’ossessiva ricerca di alleanze, perché sul fronte islamico è pressata da salafiti e oltranzisti che ha lusingato ma da cui riceve critiche crescenti non solo sulla fedeltà alla Shari’a, la Confraternita inanella continui forfeit. Ultimi quelli volontari di cinque ministri, fra cui spicca Mohammed Amr agli Esteri, mentre mesi or sono c’era stato uno scontro aperto su figure di governo criticate e quindi sostituite. Si disse per la spinta del duo imprenditoriale del movimento Al Shater e Malik. Uomini del fare non meno spregiudicati dei tycoon mubarakiani che stanno finanziando il movimento di contestazione non solo a Mursi ma alla Fratellanza. Così per evitare quella guerra civile evocata e finora combattuta più a bastonate che a fucilate, per quanto certi “servizi d’ordine” armati funzionino da tempo su entrambi i fronti, si dialogherà d’una transizione che prevede certamente il sacrificio di Mursi assurto a simbolo di quanto l’establishment finora non ha fatto.
Però difficilmente ci potrà essere un passaggio di testimone fra uomini della Brotherhood perché la composita opposizione punta all’allontanamento dalla presidenza di quello che definisce un regime e riceve ora anche l’adesione del partito Al-Nour uscito dalla neutralità verso i mai amati fratelli di fede. S’invocano nuove elezioni presidenziali quando la scadenza naturalmente prevista sarebbero le politiche e questa delegittimazione di cariche misurate dal voto può far riemergere un arbitrato militare come fu il famigerato Consiglio Supremo delle Forze Armate, organismo più che neutrale autoreferenziale e autoritario. La benevolenza con cui le attuali piazze della protesta guardano all’esercito “garante del popolo” può far pensare che questa diventerà la soluzione per evitare il caos nel Paese spaccato. I militari per farsi belli mettono le mani avanti dicendo di non chiamarlo colpo di stato. Il passo potrebbe non essere privo di spargimenti di sangue perché la base della Fratellanza si sente estromessa con la forza da una posizione acquisita col voto. Questa però è la storia, mai scontata.
Fra i tanti ribelli può restare deluso chi sperava in un Egitto rifiorito su basi nuove: né gli islamisti, né la lobby dei generali gli stanno offrendo un futuro. Non glielo offriranno i camaleonti del Fronte di Salvezza Nazionale e i mai morti mubarakiani nuovamente a un passo dalle vecchie trame.
Fonte
Dai rumors vaganti in queste ore il Capo di Stato non gode più del benestare statunitense, visto che Kerry in persona ha dato il via libera alla gestione politica della crisi da parte dei militari. Costoro sono la componente di cui Washington si fida da decenni perché con due presidenti usciti dai propri ranghi (Sadat e Mubarak) gli Stati Uniti hanno avuto una stabile sponda nel più popoloso Paese arabo a un passo dalla polveriera mediorientale dei Territori Occupati. La Casa Bianca che ha tremato per le primavere arabe e ha gioito al proprio sfiorire, nei mesi scorsi ha realisticamente accettato la via della normalizzazione incarnata dalla leadership della Fratellanza Musulmana che nel panorama islamico egiziano è una forza oggettivamente moderata, sostenitrice del sistema capitalistico, di equilibri imperialistici e strutturata per possibili governi.
Certo ha commesso errori mancando di avviare almeno uno degli obiettivi sociali su cui aveva costruito uno straordinario consenso elettorale e s’è incaponita a giocare la partita istituzionale attorno al tema di una nuova Costituzione rivelatasi un boomerang per la sua governance. All’ossessiva ricerca di alleanze, perché sul fronte islamico è pressata da salafiti e oltranzisti che ha lusingato ma da cui riceve critiche crescenti non solo sulla fedeltà alla Shari’a, la Confraternita inanella continui forfeit. Ultimi quelli volontari di cinque ministri, fra cui spicca Mohammed Amr agli Esteri, mentre mesi or sono c’era stato uno scontro aperto su figure di governo criticate e quindi sostituite. Si disse per la spinta del duo imprenditoriale del movimento Al Shater e Malik. Uomini del fare non meno spregiudicati dei tycoon mubarakiani che stanno finanziando il movimento di contestazione non solo a Mursi ma alla Fratellanza. Così per evitare quella guerra civile evocata e finora combattuta più a bastonate che a fucilate, per quanto certi “servizi d’ordine” armati funzionino da tempo su entrambi i fronti, si dialogherà d’una transizione che prevede certamente il sacrificio di Mursi assurto a simbolo di quanto l’establishment finora non ha fatto.
Però difficilmente ci potrà essere un passaggio di testimone fra uomini della Brotherhood perché la composita opposizione punta all’allontanamento dalla presidenza di quello che definisce un regime e riceve ora anche l’adesione del partito Al-Nour uscito dalla neutralità verso i mai amati fratelli di fede. S’invocano nuove elezioni presidenziali quando la scadenza naturalmente prevista sarebbero le politiche e questa delegittimazione di cariche misurate dal voto può far riemergere un arbitrato militare come fu il famigerato Consiglio Supremo delle Forze Armate, organismo più che neutrale autoreferenziale e autoritario. La benevolenza con cui le attuali piazze della protesta guardano all’esercito “garante del popolo” può far pensare che questa diventerà la soluzione per evitare il caos nel Paese spaccato. I militari per farsi belli mettono le mani avanti dicendo di non chiamarlo colpo di stato. Il passo potrebbe non essere privo di spargimenti di sangue perché la base della Fratellanza si sente estromessa con la forza da una posizione acquisita col voto. Questa però è la storia, mai scontata.
Fra i tanti ribelli può restare deluso chi sperava in un Egitto rifiorito su basi nuove: né gli islamisti, né la lobby dei generali gli stanno offrendo un futuro. Non glielo offriranno i camaleonti del Fronte di Salvezza Nazionale e i mai morti mubarakiani nuovamente a un passo dalle vecchie trame.
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Lucia Uva protesta a Milano: “ai giudici interessa solo Ruby"
Lucia Uva e altre vittime della violenza delle divise hanno manifestato stamattina davanti al Tribunale di Milano facendo il verso a Ruby ‘Mubarak’. Denunciando che ''Alla giustizia interessano le Olgettine di Berlusconi'', ma non ''la morte di Giuseppe”.
E’ arrivata questa mattina davanti al tribunale di Milano, Lucia Uva, per manifestare all'ingresso principale di corso di Porta Vittoria. L’ennesima iniziativa della sorella di una delle più note vittime di ‘malapolizia’ per chiedere verità e giustizia per il fratello Giuseppe Uva, il 43enne morto all'ospedale di Varese il 14 giugno 2008 dopo essere stato fermato dai carabinieri e trattenuto per alcune ore nella caserma di via Saffi, sempre a Varese. All’interno della quale, secondo i familiari e secondo un amico della vittima anche lui fermato dai militari, sarebbe stato sottoposto ad un violento pestaggio. Ad accompagnare la battagliera Lucia stamattina anche Domenica, la figlia di Michele Ferrulli, il 50enne morto il 30 giugno 2011 a Milano per “arresto cardiaco” mentre veniva arrestato da quattro agenti di polizia ora sotto processo per omicidio preterintenzionale. Con loro anche Vittorio Morneghini, il 64enne che il 20 maggio del 2012 fu selvaggiamente picchiato sui navigli da due poliziotti fuori servizio e per questo è rimasto invalido, e Rosa Piro, la mamma di Davide 'Dax' Cesare, attivista ucciso nel 2003 in via Brioschi da alcuni balordi fascisti.
Gli unici imputati per la morte di Giuseppe Uva - lo psichiatra Carlo Fraticelli e altri due medici dell'ospedale di Varese accusati di errori nelle cure e di aver somministrato una dose sbagliata di farmaci all’uomo ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio dopo il fermo in caserma - sono stati tutti assolti. E con il presidio di oggi Lucia ha voluto di nuovo denunciare che ''per tre volte la Procura Generale ha respinto'' la richiesta di avocazione delle indagini (presentata dal legale della donna, Fabio Anselmo) sulla morte del fratello, di cui é titolare il pm di Varese Agostino Abate. ''Il pm - afferma la donna - non ha indagato sui carabinieri e ora tutto sta andando in prescrizione e il paradosso é che sulla morte di mio fratello non ci sono più inchieste né processi e io sono l'unica indagata per diffamazione nei confronti del pm''. E chiarisce: ''Noi non vogliamo fare la guerra ai magistrati, vogliamo verità e giustizia, vogliamo sapere perché un uomo di 43 anni é morto di botte''. Giuseppe, ha detto ancora Lucia Uva, ''é stato vittima delle forze dell'ordine e oggi é vittima ancora una volta della giustizia, io andrò in Procura a Roma e a Brescia e tornerò ancora qua, perché voglio giustizia anche per i cittadini normali''. "Tra meno di un anno il caso andrà in prescrizione grazie al Pm di Varese Agostino Abate che non ha fatto indagini su chi ha ucciso mio fratello ma le ha fatte su di me e il mio avvocato Fabio Anselmo", ha ribadito ai giornalisti la sorella della vittima, che indossava una maglietta con la foto di 'Ruby Rubacuori' sul davanti e quella del cadavere del fratello sulla schiena. "La giustizia non può e non deve essere solo per i perché, la legge è uguale per tutti e quindi la chiedo anche per mio fratello". La donna, in presidio sullo scalone del tribunale per 'fare il verso' alla modella marocchina che durante il processo a Silvio Berlusconi incontrò i giornalisti per spiegare le sue ragioni, ha chiesto un incontro con il procuratore generale Manlio Minale.
Fonte
Francamente diffice dare torto a questa donna, a meno di non voler sostenere che le ammucchiate di Berlusconi debbano avere più peso sociale rispetto all'impunità delle forze dell'ordine quando sbagliano o, per andare un po' al passato, ai misteri italiani mai risolti...
E’ arrivata questa mattina davanti al tribunale di Milano, Lucia Uva, per manifestare all'ingresso principale di corso di Porta Vittoria. L’ennesima iniziativa della sorella di una delle più note vittime di ‘malapolizia’ per chiedere verità e giustizia per il fratello Giuseppe Uva, il 43enne morto all'ospedale di Varese il 14 giugno 2008 dopo essere stato fermato dai carabinieri e trattenuto per alcune ore nella caserma di via Saffi, sempre a Varese. All’interno della quale, secondo i familiari e secondo un amico della vittima anche lui fermato dai militari, sarebbe stato sottoposto ad un violento pestaggio. Ad accompagnare la battagliera Lucia stamattina anche Domenica, la figlia di Michele Ferrulli, il 50enne morto il 30 giugno 2011 a Milano per “arresto cardiaco” mentre veniva arrestato da quattro agenti di polizia ora sotto processo per omicidio preterintenzionale. Con loro anche Vittorio Morneghini, il 64enne che il 20 maggio del 2012 fu selvaggiamente picchiato sui navigli da due poliziotti fuori servizio e per questo è rimasto invalido, e Rosa Piro, la mamma di Davide 'Dax' Cesare, attivista ucciso nel 2003 in via Brioschi da alcuni balordi fascisti.
Gli unici imputati per la morte di Giuseppe Uva - lo psichiatra Carlo Fraticelli e altri due medici dell'ospedale di Varese accusati di errori nelle cure e di aver somministrato una dose sbagliata di farmaci all’uomo ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio dopo il fermo in caserma - sono stati tutti assolti. E con il presidio di oggi Lucia ha voluto di nuovo denunciare che ''per tre volte la Procura Generale ha respinto'' la richiesta di avocazione delle indagini (presentata dal legale della donna, Fabio Anselmo) sulla morte del fratello, di cui é titolare il pm di Varese Agostino Abate. ''Il pm - afferma la donna - non ha indagato sui carabinieri e ora tutto sta andando in prescrizione e il paradosso é che sulla morte di mio fratello non ci sono più inchieste né processi e io sono l'unica indagata per diffamazione nei confronti del pm''. E chiarisce: ''Noi non vogliamo fare la guerra ai magistrati, vogliamo verità e giustizia, vogliamo sapere perché un uomo di 43 anni é morto di botte''. Giuseppe, ha detto ancora Lucia Uva, ''é stato vittima delle forze dell'ordine e oggi é vittima ancora una volta della giustizia, io andrò in Procura a Roma e a Brescia e tornerò ancora qua, perché voglio giustizia anche per i cittadini normali''. "Tra meno di un anno il caso andrà in prescrizione grazie al Pm di Varese Agostino Abate che non ha fatto indagini su chi ha ucciso mio fratello ma le ha fatte su di me e il mio avvocato Fabio Anselmo", ha ribadito ai giornalisti la sorella della vittima, che indossava una maglietta con la foto di 'Ruby Rubacuori' sul davanti e quella del cadavere del fratello sulla schiena. "La giustizia non può e non deve essere solo per i perché, la legge è uguale per tutti e quindi la chiedo anche per mio fratello". La donna, in presidio sullo scalone del tribunale per 'fare il verso' alla modella marocchina che durante il processo a Silvio Berlusconi incontrò i giornalisti per spiegare le sue ragioni, ha chiesto un incontro con il procuratore generale Manlio Minale.
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Francamente diffice dare torto a questa donna, a meno di non voler sostenere che le ammucchiate di Berlusconi debbano avere più peso sociale rispetto all'impunità delle forze dell'ordine quando sbagliano o, per andare un po' al passato, ai misteri italiani mai risolti...
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