Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/11/2019

BCE - Lagarde si accorge che l’eurozona è il vortice deflazionistico mondiale

Ieri è iniziata l’era della Lagarde alla Bce e già si segnalano scontri feroci.

In un’intervista resa pubblica il giorno prima, la Signora ha dichiarato che Germania e Olanda dovrebbero spendere il surplus di bilancio e delle partite correnti per infrastrutture, istruzione e digitale, con un’economia sostenibile.

Allo stesso tempo, il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, boccia il piano della Lagarde per un “Qe-verde”, ossia un’immissione maxi di liquidità per la transizione energetica e per il cambiamento climatico, ma che sottende fortissimi aiuti di stato alle industrie europee, soprattutto tedesche e francesi, per sostenerne la competizione mondiale.

L’Unione Europea, taccagna da più di venti anni, sia in ambito pubblico che privato, si accorge di essere il vaso di coccio della triade Asia-Cina-Usa e di essere fortemente indietro nei social network, nel digitale, nelle auto ibride, nelle telecomunicazioni e nell’intelligenza artificiale.

La Lagarde vorrebbe imitare la Bank of Japan, che da trent’anni sostiene le politiche fiscali del Giappone e finanzia i big dell’economia nipponica a tasso zero o addirittura negativo; che ha perciò permesso all’industria giapponese di rimanere all’avanguardia e di tener testa agli americani.

In questi trent’ anni vi è poi stata la rivoluzione industriale cinese, prima in settori a basso valore aggiunto, che hanno falcidiato produzioni di altri paesi, quali l’Italia, e poi, a seguito della Legge sul Lavoro del 2008, in settori ad alto valore aggiunto, tanto da diventare una “minaccia sistemica” per gli Usa e per la stessa Europa.

Le economie di scala, la politica fiscale fortemente espansiva, la reflazione salariale, il forte sostegno all’istruzione, la creazione di giganti pubblici attraverso una politica industriale mirata, hanno permesso al colosso asiatico di detenere il 29,5% della produzione industriale mondiale. Nel mentre, quella dell’Ue passava dal 25 al 15%.

Il Giappone ha tenuto testa, soprattutto nel settore automobilistico, a questa trasformazione mondiale, cosa che non è avvenuto in Germania, Francia e Italia.

L’Italia in ogni caso, a differenza della Germania che vede quest’anno le esportazioni calare, riesce a destreggiarsi sia in settori ad alto valore aggiunto come farmaceutica e macchinari (con la formula taylor made, personalizzata, a differenza della standardizzazione tedesca), sia in beni di consumo, dove sembra riconquisti quote di mercato mondiale. Ma in ogni caso galleggia, prova che negli ultimi tre trimestri, a differenza di quanto si stimava, non è andata in recessione (il dato tedesco si avrà nei prossimi giorni).

Lagarde fa un gioco politico. Da Presidente del Fmi era a Washington e ha potuto studiare l’Asia, si rende conto che l’Ue è molto indietro. Ma sono grida al vento, niente cambierà in eurozona perché, culturalmente, non vi è flessibilità mentale e non si vuole ammettere che bisogna cambiare. La “stabilità dei prezzi”, a costo della deflazione, è il tarlo delle classi dirigenti europee.

Ora arriva la prima spia: ieri in Svizzera è uscito il dato dell’inflazione. Il paese elvetico è entrato ufficialmente in deflazione (-0.3% anno su anno) e di solito anticipa il Nord Europa. In Italia è allo 0.3%, In Francia allo 0.7%, i prezzi alla produzione in Spagna sono calati questo mese del 3.3%.

Questo dopo l’immissione nel sistema finanziario, da parte di Draghi, di 2.750 miliardi di liquidità, che è andata per gran parte verso lidi americani, garantendo il boom di Wall Street e il conseguente pagamento delle pensioni americane (i fondi pensione sono investitori di prima fascia…).

Quando e se in quel paese scoppierà la crisi, questa verrà girata agli operatori finanziari europei, che hanno finanziato, per l’ennesima volta – non memori del 2007 – anche prodotti finanziari fasulli, che non sono ora in possesso degli americani ma degli europei.

Nel frattempo la deflazione si abbatterà di nuovo nell’eurozona, che non ha e non prevede politiche fiscali espansive.

Vladimiro Giacchè, nel libro Titanic, vedeva l’eurozona come il gioco dei 10 piccoli indiani. Si abbattono i più piccoli, fino ad arrivare ai più grossi. Qualora Trump volesse estendere i dazi anche alle auto europee, assisteremmo ad una depressione, se non si cambia registro. E per cambiare registro occorre abbattere, a favore della domanda interna europea, l’assurdo livello di surplus delle partite correnti dell’eurozona.

Non crediate che sia una “virtù” del solo Nord Europa. Ad agosto l’Italia presentava un surplus delle partite correnti pari al 2,9% del pil (viviamo molto al di sotto delle nostre possibilità), mentre, se dovesse continuare con questo trend, quest’anno avremo il record del surplus della bilancia commerciale, vale a dire la differenza tra import ed export.

Massa finanziaria, assieme al risparmio, immolato nel mercati finanziari mondiali, arricchendo altri paesi. La Lagarde non ha un compito facile.

Fonte

01/11/2019

Palestina - Gli israeliani arrestano di nuovo Khalida Jarrar

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Suha Jarrar ci racconta al telefono da Ramallah il quarto arresto subito, nella notte tra mercoledì e giovedì, dalla madre Khalida Jarrar, deputata palestinese, storica attivista dei diritti delle donne e tra i dirigenti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fplp, la sinistra marxista. «È stato come rivedere un brutto film» ci dice. «Eravamo in casa solo mia madre ed io. Intorno alle 3 siamo state svegliate da forti rumori proprio sotto la nostra abitazione. Abbiamo visto una dozzina di jeep piene di soldati israeliani, mamma ha capito subito che venivano per lei». I militari guidati da un ufficiale, prosegue Suha Jarrar, «ci hanno intimato di aprire la porta. Appena entrato l’ufficiale con un sorriso beffardo si è rivolto a mia madre con le parole “eccoci di nuovo qui” e le ha ordinato di seguirlo. Ho chiesto di poter vedere il mandato di arresto ma i soldati non mi hanno mostrato nulla. Poi mi hanno allontanato da mia madre e ho potuto abbracciarla e salutarla solo per pochi secondi».

Tutto è avvenuto a breve distanza dal centro di Ramallah e poche centinaia di metri dalla Muqata, il quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese dove si trovano gli uffici del presidente Abu Mazen. Ma dalla presidenza ieri non sono giunti comunicati di protesta. Ad alzare la voce è stata un’altra importante donna palestinese, Hanan Ashrawi, del Comitato esecutivo dell’Olp. «Nelle stesse ore in cui (Jarrar) veniva portata via, altri attivisti nelle città di Ramallah e Betlemme sono stati arrestati dalle forze di occupazione israeliane», ha denunciato. «Ancora una volta» ha continuato Ashrawi, «è stata arrestata Khalida Jarrar, che è anche un insigne difensore dei diritti umani».

La jeep con a bordo la deputata del Fplp si è diretta alla prigione di Ofer. Poi al centro di detenzione di Hasharon. «Lì ora viene interrogata ed è probabile che ci resterà per giorni» ci spiega Suha Jarrar «domenica sarà portata davanti ai giudici militari e con ogni probabilità sarà posta ancora una volta in detenzione amministrativa, che non prevede un processo e la presentazione di accuse formali. È una misura disumana e contro il diritto ma Israele la applica da decenni nel silenzio del mondo». Al momento sono centinaia i palestinesi rinchiusi in carcere per mesi su richiesta dello Shin Bet, il servizio israeliano per la sicurezza interna. La loro detenzione senza processo può essere rinnovata più volte. Ne fecero uso i britannici, durante il Mandato sulla Palestina. Israele ha poi inglobato la misura nel suo ordinamento. Viene usata contro i palestinesi sotto occupazione militare. I casi di israeliani posti agli arresti “amministrativi” si contano sulle dita di una mano.

Khalida Jarrar, 57 anni, era stata rilasciata lo scorso febbraio dopo 20 mesi di detenzione amministrativa. Un calvario denunciano la famiglia e il Fplp. Capo della Commissione parlamentare per i prigionieri politici e vice presidente dell’associazione Addameer che tutela i diritti dei detenuti, aveva scontato 14 mesi di carcere già tra il 2015 e il 2016. In quell’occasione fu accusata di ben 12 reati ma, evidentemente, senza prove dato che i giudici militari alla fine decisero di condannarla alla detenzione amministrativa e di non processarla. I palestinesi parlarono di una «vendetta» poiché Jarrar aveva rifiutato il domicilio coatto a Gerico ordinato da Israele. E perché faceva parte della commissione che prepara rapporti sulle violazioni israeliane destinati alla Corte penale internazionale. Nei Territori Khalida Jarrar è un simbolo della lotta all’occupazione, per le autorità israeliane è un membro di una «organizzazione terroristica».

In solidarietà con Khalida Jarrar, Heba al Labadi, in sciopero della fame da 38 giorni, e le altre palestinesi detenute in Israele, ieri a Ramallah, Haifa, Gerusalemme, Giaffa, Betlemme, Nazareth, Rafah, Berlino e Londra, sono scese in strada attiviste e simpatizzanti dell’associazione “Tal’at”, che si batte per la liberazione dalla società patriarcale e dall’occupazione israeliana, protagonista il 26 settembre di una mobilitazione simile dopo l’omicidio (avvenuto in famiglia) di una giovane di Beit Sahour, Israa Gharib. «La liberazione di Khalida, Heba e di tutti i prigionieri politici è centrale per la nostra lotta», spiega al manifesto Ebaa R., di Gaza, presente con altre decine di attiviste al raduno a Finsbury, a Londra, «Tal3at ripete ovunque dove è presente che la liberazione delle nostro popolo viaggia di pari passo con quella delle sue donne».

Fonte

Socialismo boliviano e neoliberismo argentino: contraddizioni e liberazione

Ultim’ora. Continuano senza sosta le proteste a La Paz e Santa Cruz (dove lo sciopero generale ha raggiunto ormai il 10° giorno consecutivo) contro le presunte frodi elettorali. Le prime vittime si sono registrate a Montero, proprio nella provincia di Santa Cruz: due persone sono rimaste uccise durante gli scontri tra opposte fazioni pro e contro Morales.

La OAS inizierà nei prossimi giorni la revisione delle schede, al termine della quale deciderà se consigliare o meno un secondo turno elettorale che invaliderebbe la vittoria di Morales.

https://www.bbc.com/news/world-latin-america-50248739

*****

Il giallo boliviano

La sera di domenica 20, lo spoglio delle schede elettorali relativo al primo turno di votazione in Bolivia – si affrontavano Evo Morales, candidato per la quarta volta alla presidenza, e il suo principale oppositore, l’ex presidente Carlos Mesa – venne misteriosamente sospeso.

Lunedì, alla ripresa del conteggio, Morales risultò vincitore su Mesa per circa dieci punti in percentuale, 47% contro 36,5%. Le proteste orchestrate dall’opposizione, esplosero violente, e i manifestanti, concentrati soprattutto a La Paz e Santa Cruz, appiccarono il fuoco a diversi seggi elettorali, sradicando senza tanti complimenti la statua eretta alla memoria di Hugo Chávez proprio nella capitale governativa La Paz (Sucre è quella legislativa).

Morales si astenne però dall’ufficializzare la sua vittoria, proprio per evitare che i disordini degenerassero come successe in Ecuador, quando otto indios furono uccisi dalla polizia mentre la capitale Quito era sotto assedio, fatto che esacerbò la rabbia dei dimostranti, costringendo così il presidente Lenin Moreno a una poco dignitosa fuga verso Guayaquil.

Venerdì scorso il Supremo Tribunale Elettorale ha decretato la vittoria di Evo, scatenando la rabbia di Mesa che ha denunciato frodi a suo dire perpetrate nei seggi, sostenendo che oltre 100.000 voti fossero stati contraffatti. Con quegli scarti di percentuale, l’aspirante alla successione vedeva sfumare il sogno di accedere al secondo turno di votazioni.

Da notare che martedì dopo le prime proteste, il ministro degli Esteri aveva avanzato richiesta ai vertici OAS di Washington (Organizzazione degli Stati Americani) di venire in Bolivia per verificare se ci fossero state violazioni da parte degli scrutinatori.

Manuel González, capo della delegazione OAS di controllo, accettò l’invito, lamentando in seguito mancanza di chiarezza “difficile da spiegare” senza però fornire alcuna prova concreta se ci fossero state o meno violazioni palesi: https://www.theguardian.com/world/2019/oct/25/bolivia-evo-morales-narrowly-wins-fourth-presidential-term

https://www.theguardian.com/world/2019/oct/25/bolivia-evo-morales-narrowly-wins-fourth-presidential-term7

13 anni di socialismo indigeno

“Dopo 13 anni, i boliviani sono più sani, hanno più soldi, vivono più a lungo e sono meglio istruiti, oltre ad avere più diritti civili e meno dislivelli sociali di qualsiasi periodo precedente nella storia del Paese“. Non lo scrive il Granma (organo di stampa del PCC, Partito Comunista Cubano) né lo afferma Telesur, la televisione di Caracas che sostiene il presidente Maduro, bensì lo riconosce il Washington Post, uno dei quotidiani di punta statunitensi dopo USA Today e il New York Times, in genere mai teneri nei confronti dei governi sudamericani ostili alla amministrazione USA.

D’altra parte, i risultati ottenuti dal Movimento per il Socialismo (MAS) di Morales e del suo vicepresidente Álvaro García Linera, soprattutto con la diminuzione della povertà in Bolivia, (dal 59% del 2006 al 36% dello scorso anno) sono sotto gli occhi di chi vuol vedere. Così come il tasso di crescita economica, attestato da un PIL in aumento del 4,5% dal 2018, contro un’inflazione ferma al 1,5%.

https://es.m.wikipedia.org/wiki/Econom%C3%ADa_de_Bolivia

Ciò non toglie che il suo leader abbia ignorato un referendum popolare pronunciatosi contro il suo quarto mandato, appellandosi alla Corte costituzionale per l’annullamento di tale restrizione, con la motivazione di voler tutelare i suoi diritti.

Un altro fattore che ha contribuito a intaccare la popolarità di Morales è quello degli incendi che hanno distrutto 4 milioni di ettari nel Sud-est della Bolivia causati, secondo le accuse, dal decreto governativo che ha quadruplicato i permessi rilasciati alle aziende agricole per deforestare ai fini delle coltivazioni.

Non è un caso che a Santa Cruz, la città principale del Sud, l’opposizione abbia riscosso il successo maggiore, memore dei roghi che avevano distrutto larghi settori della foresta pluviale nel dipartimento del Beni.

È comunque paradossale che per questa questione, l’ultimo esponente del socialismo andino sia accomunato proprio al suo nemico per antonomasia, il presidente Bolsonaro, punto di riferimento dell’estrema destra in Brasile.

https://www.bbc.com/news/world-latin-america-50055725

Indios, ago della bilancia

Bolivia ed Ecuador, a differenza degli altri stati latino-americani dove la presenza indigena non è determinante per gli equilibri politici, hanno proprio negli indios l’ago della bilancia.

In Bolivia sono metà della popolazione, e in Ecuador, anche se gli indigeni puri incidono meno del 10% nella ripartizione demografica, sono comunque assai agguerriti, come hanno dimostrato le rivolte contro i folli aumenti del carburante decisi da Moreno per compiacere il FMI, ma ritirati dallo stesso dopo le pressioni dei dimostranti.

In Bolivia, lo scontro non è solo tra capitale e socialismo, ma anche all’interno delle comunità indigene che considerano gli Aymara (l’etnia di Morales, che con i Quechua superano il 50% nella popolazione boliviana) privilegiati rispetto agli altri gruppi.

E gli stessi Aymara cominciano a stancarsi del proprio leader.

Non sono solo gli incendi, o le forzature costituzionali che incidono a sfavore: purtroppo anche l’attività estrattiva, pur se controllata a livello ambientale dallo Stato più che in altri paesi, intacca comunque la salute del sottosuolo, mentre a Uyuni i cinesi nelle saline compiono abusi continui a livello di orari di lavoro non rispettati e aumenti salariali non riconosciuti. Non manca anche una bella dose di egoismo indigeno “borghesizzato” se mi si perdona il riferimento anni ’70, specie nella gestione delle cooperative minerarie, i cui responsabili si trasformano spesso in una sorta di “padroncini” che all’interesse collettivo antepongono di frequente l’arricchimento individuale.

Però, nonostante queste stridenti contraddizioni, il socialismo indigeno è un patrimonio dell’America Latina che va difeso comunque, e rimane l’ultima trincea nel percorso andino, dopo il tradimento perpetrato da Moreno nei confronti della Revolución Ciudadana in Ecuador. Risollevare le sorti di un paese così povero come era la Bolivia ante Morales, è stata un impresa che a mio parere concede perlomeno attenuanti generiche alla forzatura istituzionale di cui il suo artefice si è macchiato. Auguriamoci che Linera, da sempre suo consigliere, riesca a rimettere la situazione in carreggiata.

Prima che sia troppo tardi.

https://www.reuters.com/article/us-bolivia-indigenous-specialreport-idUSKCN1L913T

Le stridenti contraddizioni

Intanto la minoranza bianca che vive nei quartieri residenziali di San Miguel a La Paz, soffia sul fuoco dei disordini elettorali ma si illude, se pensa di tornare ai tempi di quando Che Guevara fu assassinato.

Oggi Il Movimento Indigenista – avallato proprio da un bianco, il vicepresidente Garcia Linera – è forte sia politicamente che economicamente.

E spietato, a volte anche nei confronti dei suoi stessi rappresentanti.

Difatti, durante lo sciopero delle miniere nel 2017, i minatori linciarono il ministro dell’Interno inviato da Morales perché non aveva saputo mediare tra le parti in conflitto. Tuttavia, come già scritto, lo sfruttamento dei minatori parte proprio dalle cooperative che dovrebbero tutelarli, e dai cinesi che controllano le saline di Uyuni dalle quali si estrae il litio per le batterie.

Con Cile e Argentina, la Bolivia è sul podio della produzione mondiale.

Quest’ultima è però legata all’estrazione cinese e alla tecnologia tedesca che fornisce il know-how. A fare da sola ci ha provato a lungo, ma invano.

Più che da Washington, Morales e Linera devono piuttosto guardarsi dai loro nemici interni, per non fare la fine di Correa che ha lasciato incautamente spazio a uno come Moreno.

Il neoliberismo sta di nuovo affliggendo l’America Latina, ricattata tra l’altro dai piani di austerity del FMI.

Lo dimostra l’Argentina, dopo quattro anni di “cura Macri”, l’Ecuador che sta vedendo sfumare i progressi registrati sotto Correa, la Colombia che con il nuovo presidente Iván Duque Márquez vede seriamente a rischio il processo di pace con le FARC voluto dal suo predecessore Santos, ed infine il Cile, stravolto dagli incendi dolosi appiccati da estremisti molto sospetti, e dalla repressione sanguinosa della polizia che con arresti di massa, omicidi e sparizioni di oppositori, che rischia di riportare il paese ai tempi cupi di Pinochet.

Per cui dopo di loro, il diluvio.

Fonte

Algeria - La prova di forza dell’Hirak

Venerdì 1 novembre sarà con ogni probabilità il punto di svolta della nuova fase delle mobilitazioni popolari nel Paese del Maghreb. La data del Primo Novembre è fortemente evocativa per il popolo algerino, perché in questa giornata nel 1954 iniziò la Lotta di Liberazione Nazionale con numerose azioni armate su tutto il territorio, prima tappa di una lunga battaglia che porterà l’Algeria all’Indipendenza 8 anni dopo, fine di 132 di colonizzazione francese.

Ma il trait-d’union tra passato e presente, soprattutto per le nuove generazioni – che sono la punta di lancia della protesta – è dato dalla presenza attiva nell’Hirak di due figure storiche dell’insurrezione, ormai ottuagenarie. Si tratta di Lakhdar Bouregâa e Djamila Bouhired.

Il primo, 86 anni, ex ufficiale dell’ala militare del FLN durante la lotta armata, si trova in un carcere militare dal 30 giugno, per la sua analisi impietosa della situazione politica ed il suo appoggio all’Hirak. La sua liberazione, insieme a quella di circa un centinaio di prigionieri politici e d’opinione, è richiesta dal movimento popolare ed il suo nome è scandito a gran voce in tutte le mobilitazioni successive al suo arresto.

Il 22 ottobre, all’udienza del processo, si è rifiutato di rispondere alle domande postegli dal giudice ed ha invece reiterato il suo sostegno all’Hirak e alle sue ragioni, rivolgendosi alla corte con queste parole: “voi non siete una giustizia indipendente e non applicate la legge”. L’ex combattente ha rivitalizzato i “processi di rottura” che attuavano i patrioti algerini nel ’57-’58 e che faranno divenire questa pratica un metodo dei movimenti rivoluzionari in tutto il mondo. Ad inizio ottobre si è dichiarato pronto allo sciopero della fame se fosse stato lanciato dagli altri detenuti, ed ha dichiarato che avrebbe rifiutato la sua eventuale scarcerazione se non fosse avvenuta contestualmente alla scarcerazione degli altri detenuti dell’Hirak.

Djamila Bouhired è una delle combattenti del FLN più conosciute in patria e all’estero. Condannata a morte quando aveva 22 anni – accolse la sentenza con una risata – venne graziata a 24, ma con il carcere a vita, in seguito ad una campagna internazionale per la sua liberazione.

Dopo il suo silenzio successivo all’indipendenza, è scesa in piazza il Primo marzo – il secondo venerdì dell’Hirak iniziato il 22 febbraio – immergendosi tra la marea umana verso piazza Maurice Audin, dal nome del martire comunista algerino torturato a morte nel ’57 dai parà francesi e “scomparso” insieme a circa un altro migliaio di algerini cui è stata riservata la stessa sorte, come ha evidenziato una recente progetto di ricerca storica.

Djamila ha preso pubblicamente posizione con l’Hirak, dichiarando che l’attuale lotta delle giovani generazioni algerine è in continuità con quella che loro fecero ai tempi della Lotta di Liberazione Nazionale ed ha esortato i giovani a non farsi “rubare” la propria protesta da chi vuole perpetuare il sistema.

Un altro elemento di continuità con quella che fu la lotta storica del popolo algerino per la propria indipendenza è l’attivazione della diaspora in Francia, ma non solo.

In molte città dell’Esagono, in particolare Parigi e Marsiglia, la “comunità algerina” manifesta tutte le domeniche il sostegno all’Hirak ed ha letteralmente invaso le strade e le piazze francesi in occasione dei festeggiamenti per le vittorie della nazionale calcistica questa estate nella Coppa d’Africa. Una squadra che per le sue posizioni di appoggio alle mobilitazioni popolari e alla lotta del popolo palestinese, da parte soprattutto di alcuni suoi giocatori, si è dimostrata degna erede degli “Undici dell’Indipendenza” che fecero da ambasciatori sportivi della lotta del FLN prima dell'indipendenza.

A Parigi tutto il variegato mondo politico ed associativo della diaspora ha fatto appello per la partecipazione alla manifestazione nella capitale francese che nell’appello dei suoi promotori è stata definita: “tsunami popolare” che faccia propri gli obiettivi dell’Hirak tra cui la “realizzazione di uno stato democratico e sociale”.

È dai tempi della creazione dell'”Etoile Noire”, tra le due guerre mondiali, che la mobilitazione della popolazione algerina in Francia è un fattore decisivo per la conquista dei principali obbiettivi del popolo algerino tutto.

La mobilitazione del primo novembre, 37esimo venerdì di protesta dell’Hirak, è stata preceduta da importanti mobilitazioni di parti importanti della società civile – come avvocati e giudici, in sciopero nei giorni scorsi – del movimento operaio organizzato che lunedì 24 ottobre ha visto un partecipato sciopero indetto dal Coordinamento dei Sindacati Autonomi (che raggruppa 13 sigle sindacali), sostenuto dall’opposizione politica del PAD, il Patto per l’Alternativa Democratica. Martedì una mobilitazione massiccia degli studenti ha sfidato un impressionante dispiegamento delle forze dell’ordine, per sfilare per le strade con l’Hirak, che questa settimana è entrato nel nono mese di vita.

Vista la censura mediatica e la stigmatizzazione negativa degli uomini più in vista del “Sistema” – l’ultimo dei quali, il Presidente ad interim Bensalah, che ha rassicurato Putin affermando che la situazione è sotto controllo e che a scendere in strada è una minoranza (!) – è stata lanciata una campagna sui social, in cui a singoli o in gruppi si esprime il proprio consenso all’Hirak e si dice che si parteciperà alla manifestazioni del Primo Novembre, promettendo di “invadere” pacificamente Algeri, nonostante filtri e proibizioni crescenti da parte delle forze dell’ordine che hanno caratterizzato gli ultimi mesi.

Le mobilitazioni algerine non sono dirette solo contro un “governo provvisorio” che eternizza la sua esistenza e che ha proclamato le elezioni presidenziali – rimandate già due volte quest’anno nel Paese – per il 12 dicembre come output dell’attuale crisi politica, ma senza avere predisposto alcuna transizione reale e senza accogliere alcuna richiesta anche minima della piazza, mettendo due candidati del “Sistema” come maggiormente favoriti, nonché di fatto unici competitor.

Le ragioni politico-sociali non sono solo “generalmente” legate ad un cambio del sistema di rappresentanza, ma ai contenuti delle politiche di un governo illegittimo agli occhi del Paese e che cerca di trascinarlo in una maggiore povertà, regalandolo agli “investitori” stranieri – in particolare dell’UE – e minandone le possibilità di uno sviluppo economico che garantisca un benessere diffuso.

Il budget per l’anno prossimo venturo è una “finanziaria” di austerità e di precarietà che apre tra l’altro agli investimenti esteri – abolendo la regola del 51/49 per cento per i settori non strategici, che obbliga ad una partnership economica a maggioranza autoctona – e alla possibilità di “indebitarsi” con Paesi ed Istituzioni internazionali. Mentre la contestatissima nuova legge sugli idrocarburi apre la strada per lo sfruttamento dei nuovi siti da parte di attori politici francesi come Total e nord-americani come Exxon-Mobile. Infine, ma non meno importante, l’inaugurazione il primo gennaio del prossimo anno di una “zona di libero scambio” tra UE ed Algeria, che approfondisce l’assimettria e la dipendenza tra i due attori economici avviata nel 2005 con l’accordo di “associazione”.

Questa zona che avrà un periodo di transizione di 12 anni, comporterà dal primo gennaio la possibilità di importazione senza limiti ed esentasse delle merci prodotte dall’UE, senza che nelle 110 clausole siano state veramente contemplate le istanze di cooperazione e transfert tecnologico, né la libera circolazione delle persone che alcuni auspicavano.

Rischia dunque di trasformarsi in una catastrofe per la già depauperata economia algerina, ancorata solo all’esportazione di idrocarburi.

Alcuni dati danno il senso del già profondo disequlibrio: l’Algeria importa il 60 per cento dei suoi prodotti dalla UE, e tra il 2005 al 2017 – tranne che per gli idrocarburi – ha “esportato” merci per un valore di 12 miliardi di Dollari dalla UE, mentre ne ha importate per 283 miliardi di dollari!

Questo mese e mezzo che separerà la manifestazione del Primo Novembre dalle previste elezioni presidenziali sarà decisivo per capire la capacità di tenuta dell’attuale blocco di potere, in assoluta continuità con il “sistema Bouteflika”, che ha governato il Paese per circa un ventennio dalla fine del Decennio Nero degli anni '90 ad oggi, e che ora rischia di legittimare le politiche neo-coloniali della UE e lo strozzinaggio del FMI.

Ancora oggi, come nel 1954, il popolo algerino sfida un assetto che si crede immutabile, ma oggi come allora il mondo sta mutando e gli assetti neo-liberali traballano.

Fonte

Ucraina: scontri interni su come non far finire la guerra in Donbass

Le forze ucraine continuano a bombardare il Donbass. A un mese esatto dall’accordo raggiunto a Minsk dai rappresentanti di DNR, LNR, Ucraina, Russia e OSCE, sulla “formula Steinmeier”, come condizione per il proseguimento del “formato Normandia” e che prevedeva, come primo passo, la separazione di mezzi e forze militari nelle aree pilota di Petrovskoe e Zolotoe, mortai e artiglierie pesanti continuano a martellare i villaggi più a ridosso della linea del fronte.

Ancora ieri Leninskoe, Belaja Kamenka, Kulikovo, Petrovskoe, Sakhanka, Zajtsevo, Staromikhajlovka, Spartak, Avdeevka, Jasinovataja, l’area dell’aeroporto di Donetsk, sono stati bersagliati da mortai, lanciagranate, mitragliatrici pesanti.

Solo il 29 ottobre, le forze ucraine hanno infine esploso i razzi di segnalazione convenuti, per l’inizio dell’arretramento delle forze nell’area di Zolotoe, che la “formula Steinmeier” prevedeva per il 7 ottobre. Il Ministro degli esteri ucraino Vadim Pristajko aveva dichiarato che, dopo Zolotoe, sarà la volta di Petrovskoe; ieri, Vladimir Zelenskij, nel corso dell’incontro a Kiev con il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ha detto che ciò avverrà il 4 novembre.

Intanto, però, già il 30 ottobre, reparti della 14° Brigata meccanizzata ucraina avevano intensificato i tiri nell’area di Želobok, dove un miliziano della LNR è rimasto ucciso. Lo stesso giorno, le forze di Kiev hanno abbattuto un drone da osservazione del OSCE; lo hanno fatto, ha dichiarato l’addetto stampa delle milizie della LNR, Ivan Filiponenko, per impedire agli osservatori di rilevare i mezzi militari dislocati in violazione degli accordi di Minsk.

Durante l’incontro a Budapest con Viktor Orban, Vladimir Putin ha detto che la questione fondamentale è vedere se Zelenskij riuscirà a concretizzare quanto annunciato, vale a dire l’arretramento delle forze lungo la linea di contatto”. Al momento, l’ostacolo diretto sembra costituito dalle forze nazionaliste e dai reparti neonazisti, che possono influire sulle mosse delle truppe. I “nazionalisti non vogliono andarsene dal Donbass” ha detto Putin, “e non vogliono che le truppe ucraine lascino l’area. Non so se le autorità ucraine possano giungere a una soluzione, ma molte cose dipendono davvero da ciò”.

In effetti, si infittiscono le segnalazioni da parte delle milizie popolari, su scontri armati tra truppe regolari ucraine e reparti nazisti, proprio nelle aree in cui sono previsti gli arretramenti di mezzi e uomini. Il “führer” del “Corpo nazionale”, Andrej Biletskij, ha apertamente dichiarato che i veterani di “Azov” non lasceranno Zolotoe e non obbediranno agli ordini dei Comandi militari ucraini.

Una situazione che, a parere di alcuni osservatori sentiti da news-front.info, sarebbe ulteriormente alimentata dai giochi di potere del ministro degli interni Arsen Avakov (sponsor del “Corpo nazionale”), a braccetto con quello che, alle presidenziali dello scorso aprile, era stato il “padrino politico” di Zelenskij, cioè il magnate Igor Kolomojskij, che in quel voto cercava sicuramente la sconfitta del rivale politico-affaristico Petro Porošenko.

Secondo il politologo Andrej Zolotarëv, Avakov, rimasto in carica anche con la nuova presidenza, starebbe conducendo un gioco per niente originale: si servirebbe dei gruppi nazionalisti e nazisti per creare un grosso problema a Zelenskij e venderne poi cara la “soluzione”. Avakov ha bisogno di avere, come vari vice, uomini propri, e che la Guardia nazionale (il corpo in cui sono stati “istituzionalizzati” molti ex di “Pravyj Sektor”) rimanga alle dipendenze del suo Ministero, che protegge anche i nazisti di “Azov”. Ministero della difesa a parte, infatti, il dicastero di Avakov controlla praticamente tutte le strutture “di forza” e costituisce per questo un perno di cui la nuova presidenza deve tener conto.

È in questo quadro, che ieri Zelenskij si è incontrato a Kiev con Jens Stoltenberg; lo ha fatto, con il cappello in mano, sperando, secondo quanto scrive rusvesna.su, sulla “accelerazione del processo di integrazione delle forze ucraine con quelle dell’Alleanza” e su una correzione “dell’adesione ucraina al programma di allargamento della NATO” avrebbe detto Zelenskij, aggiungendo che Kiev è “interessata a rafforzare la cooperazione per il ripristino di stabilità e sicurezza nella regione del mar Nero”.

Proprio quello per cui Stoltenberg era venuto a Kiev. Già alla vigilia, infatti, al vertice NATO a Odessa, il Segretario NATO aveva annunciato una “nuova iniziativa”, per “coordinare e combinare i formati di lavoro”. Più che di ingresso formale nell’Alleanza atlantica – l’Ucraina ne è già membro di fatto – Stoltenberg aveva parlato di “una partnership a lungo termine con l’Ucraina, che aggiorniamo regolarmente; abbiamo programmi annuali, abbiamo un pacchetto complessivo di assistenza e abbiamo una Commissione Ucraina-NATO, che è uno strumento importante”.

Tant’è che in questi giorni, proprio nel porto di Odessa, sono attraccati quattro cacciamine NATO, tra cui anche uno italico della classe “Lerici”; un segnale, questo, ha detto Stoltenberg, di “sostegno all’Ucraina”: “La presenza di quattro vascelli NATO è un’altra conferma dell’importanza di questa regione per l’alleanza e dimostra anche il nostro appoggio all’Ucraina”.

L’unico soggetto della cui opinione Stoltenberg ha assicurato di fregarsene, a proposito dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO, è Mosca. “È questa una decisione” ha dichiarato Stoltenberg, “che deve esser presa dall’Ucraina e dai 29 membri dell’alleanza. Nessun altro ha diritto a intromettervisi. La Russia non ha diritto di voto. Essi non hanno basi giuridiche o reali per godere di una qualche influenza in tale decisione”.

Stoltenberg ha anche assicurato che, prima o poi, – sembra, più poi che prima: esperti parlano di molti anni – “l’Ucraina diverrà membro dell’Alleanza”, dato che “rimane valida” la decisione assunta nel 2008 a Bucarest e per cui i golpisti di Kiev nel 2016 avevano apportato le relative correzioni alla Costituzione, buttando a mare lo status di paese “fuori dei blocchi”.

Fintanto che Zelenskij garantirà tale linea di Kiev, “consiglieri” e istruttori militari NATO potranno assicurargli anche il sostegno nelle lotte interne contro gli “eccessi” dei nazisti, divenuti, a quanto pare, abbastanza ingombranti anche per Washington.

Fonte

“Dicono”, perché sono solo dei truffatori...


Dicono che bisogna dare i soldi di Radio Radicale ai terremotati. Oppure che bisogna dare ai terremotati i soldi per i migranti.

«Dicono» nel senso che a sostenere questa tesi è gente che avrebbe responsabilità di governo o che fa politica e che dunque sa (o dovrebbe sapere) che è una stronzata.

Già, perché i soldi per i terremotati ci sono: sono previsti (o rendicontati) in ogni finanziaria, ci sono dei decreti, c’è persino un accordo tra Associazione Bancaria Italiana e Cassa depositi e prestiti per lo stanziamento dei fondi per la ricostruzione privata.

Il problema è che questi soldi non vengono spesi. Perché? Fondamentalmente per i motivi che in quattro gatti cerchiamo di raccontare ormai da tre anni, tra l’indifferenza più o meno generale e le menzogne spudorate di certe forze politiche: mancano i piani per la ricostruzione; l’eccessivo numero di leggi, leggine e ordinanze rende impossibile la vita ai cittadini e il lavoro dei funzionari pubblici; fondamentalmente manca la volontà politica di ricostruire.

E i terremotati non vengono mai presi in considerazione, subiscono delle scelte prese altrove, ben al di sopra delle loro teste, spesso per motivi puramente propagandistici, dunque alieni rispetto alla realtà dei fatti, buoni giusto per alimentare la macchina della propaganda e prendere qualche voto in più.

Dunque, chi cerca di mettere i terremotati contro i migranti, o chi vuole silenziare Radio Radicale – o certa stampa tipo il manifesto e Avvenire – con la scusa dei soldi per il sisma che non ci sarebbero (e invece ci sono ma non vengono toccati), è un bugiardo e una persona che moralmente fa schifo, perché utilizza una tragedia per la propria sete di potere.

Arquata del Tronto, 31 ottobre 2019. Resistere agli anni e ai governi che passano.

Fonte

Peugeot-FCA, una fusione tra moribondi

Il lungo addio di Fiat all’Italia era cominciato con l’era Marchionne, chiamato a rivitalizzare un marchio – e profitti – sull’orlo del fallimento a causa delle strategie “risparmiose” di casa Agnelli in materia di ricerca e investimenti.

La fusione con Chrysler ha poi “americanizzato” il marchio, riducendo drasticamente l’offerta e la produzione italiana. Mirafiori è ormai archeologia industriale, quasi come Arese (Alfa Romeo).

Ora è la volta della fusione con il gruppo francese PSA (Peugeot e Citroen), benedetta dai governi Usa e francese – all’Italia glielo hanno detto a cose fatte – che riduce le possibilità di sopravvivenza degli stabilimenti qui da noi a poca roba. Ferrari e Maserati, ovviamente. Ma poi quasi nient'altro (Iveco, camion, macchine agricole, ecc).

L’annuncio ufficiale era stato anticipato dal Wall Street Journal, segno certo che anche il “cervello” dell’operazione (e la “gola profonda” negli uffici giusti) è ormai stabilmente al di là dell’Atlantico.

I giornali si compiacciono di poter salutare un gruppo “quarto produttore mondiale”, con 400.000 dipendenti, 8,7 milioni di vetture vendute attualmente, svariati miliardi d profitti annui, ecc. Come se fosse ancora roba che ci riguarda, un segno di “italianità” (se ne sente qualche eco al bar o dal barbiere, veri teatri della credulità popolare prima dei social).

Ma sono molto cauti sulle conseguenze, sia occupazionali che di “stile” dei modelli che usciranno dopo la fusione.

La rivalità-diversità tra Francia e Italia in materia di automobili ha segnato il ‘900 e la fusione societaria non sembra poter lasciare intatte differenze sostanziali. FCA, attualmente, ha il suo settore di punta nei marchi americani (Jeep e Ram), mentre arrancano i prodotti italici (anche Alfa Romeo, ristretta ad una nicchia di amatori).

PSA non ha praticamente nulla da offrire su quel mercato, dunque gli serviva un “ponte” per entrarci. Viceversa, le vetture “italiane” di FCA non hanno molte speranze di aumentare le vendite sul mercato francese o quelli collegati. Il che non lascia molte speranze di mantenimento dell’occupazione nei residui stabilimenti italiani.

Entrambe le società hanno ovviamente teso a rassicurare le rispettive rappresentanze sindacali in proposito, ma nessuna fusione industriale è mai stata “buona” con i lavoratori dipendenti. Le “sinergie”, infatti, hanno come prima conseguenza logica l’eliminazione delle sovrapposizioni, tanto a livello manifatturiero (modelli della stessa fascia, motori della stessa cilindrata e con prestazioni equivalenti, pianali, ecc.) quanto a livello commerciale (reti di concessionari momomarca, assistenza, officine, ecc.).

Del resto il progetto ufficiale non fa mistero degli obbiettivi: risparmiare costi per 3,7 miliardi di euro annui, tra i tagli agli investimenti eliminando le duplicazioni ed i risparmi che derivano dalle sinergie, al fine di conseguire un utile operativo annuo di 11 miliardi su un fatturato di 170 miliardi di euro.

È la conferma di una storia antica, in ambito capitalistico: gli accordi si fanno per consolidare il potere ed aumentare i profitti. Entrambe le società sono in difficoltà da tempo. Il loro mercato si va riducendo, i produttori qualitativamente migliori (Toyota, Volkswagen, Renault-Nissan-Mitsubishi) sono ormai irraggiungibili, mentre i marchi coreani sono ormai in avanzata fase di sorpasso (Hyundai, in primo luogo) e da dietro si sente arrivare l’incommensurabile massa d’urto di quelli cinesi (forti di un mercato in rapidissima espansione e di dimensioni inconcepibili per degli europei).

Sono indietro, soprattutto, in fatto di ricerca sull’auto elettrica, ormai individuata come l’unica alternativa per il prossimo futuro (con buona pace dei sogni sull’idrogeno e dintorni). Né FCA né PSA ha ancora buttato lì almeno un prototipo di auto ibrida, mentre le giapponesi sono dieci anni che girano e ormai si vendono in volumi abbastanza consistenti da abbassare i prezzi a livello delle motorizzazioni a idrocarburi.

Due moribondi che si fondono, dunque, per eliminare tutte le parti ormai inutili, ritagliare quote di profitto tali da consentire di investire in ricerca oppure prepararsi – gli azionisti di riferimento, mica gli altri! – a traslocare in altri business (gli Agnelli sono da 30 anni su questa strada: dal 2000 al 2018 il numero degli occupati di FCA è passato da 120mila a 29 mila unità).

Come hanno già scritto altri, non è un progetto industriale, ma una spending review...

Fonte

Melancholia (2011) di Lars von Trier - Minirece