Secondo la deposizione rilasciata dall’assessore regionale Raffaele Cattaneo, responsabile per gli acquisti del materiale sanitario per la regione Lombardia, il presidente Fontana sapeva tutto di quanto stava accadendo per la fornitura di camici, calzari e altro materiale, ordinata dalla stessa regione alla ditta Dama, di proprietà del cognato e partecipata da sua moglie.
Infatti, l’assessore regionale avrebbe avvertito il presidente circa un possibile conflitto d’interessi, senza avere alcun riscontro. In seguito l’ordine d’acquisto per oltre 500.000 euro fu emesso, ma dopo lo scandalo suscitato dalla trasmissione Report della RAI, venne trasformato in “donazione”. Una donazione assai strana e tardiva, decisa per evitare lo scandalo suscitato dall’evidente conflitto d’interessi.
Inoltre, i materiali di tale “donazione” furono consegnati solo in parte, poiché la SAMA cercò di rivederli a una RSA di Varese per rifarsi del mancato introito. Per risarcire il cognato del mancato guadagno, Fontana cercò di compensarlo con 250.000 euro, che prelevò da un conto svizzero “scudato” realizzato con capitali che erano transitati dalle Bahamas e sulla cui natura la magistratura ha più di un sospetto.
Nel frattempo, i magistrati che indagano sullo strano affare di un capannone nella banlieu milanese, acquistato da alcuni amministratori della “Lega per Salvini” alla cifra di 400.000 euro e rivenduto per 800.000 euro nel giro di poche settimane alla Film Commission, agenzia promozionale della regione Lombardia, sono andati a incontrare i colleghi di Genova.
A Genova si sviluppa infatti l’inchiesta sui 49 milioni di falsi rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega, poi condannata a rimborsarli allo Stato, anche se con l’inaudita dilazione... in 75 anni.
I magistrati sono convinti che esistano delle connessioni tra l’affare del capannone, le attività degli amministratori della Lega e la sparizione di quei ben noti 49 milioni che al momento nessuno sa dove siano stati nascosti.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/10/2020
01/10/2020
I diktat di Pompeo trovano “ferro” in Vaticano ed “oro” nel governo italiano
Gli storici raccontano che Marciano, imperatore d’Oriente a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento d.c., di fronte alle scorrerie e alle continue richieste di tributi da parte degli Unni, mandò a dire che aveva “oro per gli amici e ferro per i nemici”. Dovette combattere ma riuscì a tenerli a bada per molto tempo.
I diktat e le continue richieste di allineamento ai propri interessi, sono parte integrante della storia del rapporto di subalternità dell’Italia verso gli Stati Uniti. La visita del Segretario di Stato Mike Pompeo in Italia, non ha derogato da questo schema, anzi.
E da questo punto di vista, mentre a Palazzo Chigi hanno accolto con oro Pompeo, in Vaticano l’hanno accolto con il ferro. Ovviamente è una metafora forzata, perché la diplomazia è fatta di protocolli ma anche di mille sfumature e altrettanti dettagli.
Emblematica, in tal senso, la prima pagina de “L’Avvenire”, il quotidiano della Cei, la conferenza dei vescovi.
Mike Pompeo, ad esempio, non è un capo di stato ma un ministro degli Esteri. Dunque i colloqui protocollari devono essere con i suoi pari grado: il cardinale Parolin infatti è segretario di Stato del Vaticano (in pratica il ministro degli Esteri) e Di Maio è il responsabile della Farnesina. Giusto quindi che il Pontefice saltasse l’incontro, sbagliato invece che Conte abbia incontrato Pompeo riconoscendogli un ruolo superiore alle proprie competenze.
In entrambi gli incontri Mike Pompeo aveva dei diktat da mettere sul tavolo ed un unico bersaglio: la Cina.
L’amministrazione USA da tempo ha dichiarato guerra al Vaticano e non solo per l’accordo raggiunto con la Cina sulla nomina dei vescovi in quel lontano paese. Negli Usa (ma anche in America Latina e in Asia), è cresciuta moltissimo l’influenza e il peso delle sette evangeliche che vedono il Papa e la Chiesa Cattolica come un rivale da annientare. E la guerra non è cominciata con Papa Francesco ma era già ben visibile ai tempi della guerra contro l’Iraq e del Pnac (Project for a New American Century).
Morto un Pontefice come Woijtila, apertamente collaboratore e collaborazionista della CIA e degli USA, lo smarcamento della Chiesa Cattolica dalla logica della Guerra Fredda e una certa critica agli eccessi del liberismo, non sono mai stati graditi dal Washington consensus e dal modello di vita americano. Dentro questa contraddizione, hanno agito le sette evangeliche per aumentare le distanze tra USA e Vaticano, ossia quelle che sono state definite negli anni '90 “le uniche due potenze globali rimaste”.
L’attacco del tutto fuori posto e gratuito di Mike Pompeo contro l’autorevolezza del Vaticano qualora mantenesse l’accordo con la Cina, era girato su twitter ma anche sulle pagine di una rivista religiosa conservatrice. Era dunque conseguenza che il suo arrivo in Italia e in Vaticano non potesse trovare altro che sorrisi e protocolli di circostanza in quest’ultimo.
Al contrario il governo italiano ha commesso un primo atto di subalternità accettando che anche Conte – oltre al pari grado Di Maio – incontrasse Pompeo. Un segno di debolezza emerso chiaramente nei colloqui.
Secondo alcuni resoconti Pompeo ha avuto toni molto cordiali nei confronti dell’Italia come “un esempio per tutti” (ma non per gli USA, come è noto, ndr) nella gestione della pandemia di Covid-19, ma anche toni piuttosto forti a proposito dei rischi dei rapporti con la Cina.
“Abbiamo parlato molto – ha detto Pompeo nel corso della conferenza stampa alla Farnesina con il ministro Di Maio – delle preoccupazioni degli Stati Uniti sul fatto che il Partito Comunista Cinese sta cercando di sfruttare la propria influenza economica per servire i propri scopi strategici: quando loro investono, non lo fanno per avviare partenariati sinceri a beneficio reciproco. Gli Usa – ha aggiunto – fanno appello al governo italiano affinché consideri in maniera attenta la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati dei propri cittadini”.
Secondo l’Ispi (Istituto di Studi di Politica Internazionale, ndr), l’obiettivo di Washington è “spingere gli alleati europei a emulare il Regno Unito, che dall’anno prossimo proibisce alle compagnie di telecomunicazioni l’acquisto di tecnologia 5G di Huawei, e prevede di smantellare tutte le reti 5G fornite dal colosso cinese entro il 2027”.
Sia Conte sia Di Maio hanno informato Pompeo che l’inserimento del dossier sul 5G a livello europeo, è funzionale a garantire una maggiore sicurezza dei dati e una competizione più sana tra le diverse imprese degli Stati membri.
La replica di Di Maio a Pompeo è stata interpretata in modo diverso da due giornali italiani molto importanti.
Secondo La Stampa Di Maio ha detto che l’Italia, “è saldamente ancorata agli Stati Uniti e all’Unione europea, cui ci uniscono i valori e gli interessi comuni dei Paesi Nato”, anche se “è evidente che un Paese dinamico come il nostro sia aperto agli investimenti anche quando arrivano dalla Cina”.
Secondo IlSole24Ore Di Maio ha detto che l’Italia “è saldamente ancorata a Usa e Ue a cui ci uniscono interessi e valori comuni della Nato e delle democrazie. Per l’Italia” – ha anche aggiunto – “ci sono alleati, interlocutori e partner economici. Un Paese come il nostro è aperto a possibilità di investimento, ma mai fuori dai confini dell’Alleanza Atlantica”.
Insomma due conclusioni assai diverse e addirittura contrapposte tra loro. Secondo La Stampa per il governo italiano vanno bene anche gli investimenti cinesi, secondo IlSole24Ore vanno bene solo quelli entro i confini dell’Alleanza Atlantica.
O Conte e Di Maio hanno parlato linguaggi diversi o i giornalisti presenti alla conferenza stampa hanno interpretato le dichiarazioni in modo diverso. Per “tigna”, non avendo trovato il comunicato ufficiale sul sito della Farnesina, ci siamo andati a sentire l’intervento di Di Maio alla conferenza con Mike Pompeo. E al minuto 3:50 ne abbiamo avuto la conferma. IlSole24Ore fa resoconti più precisi di quelli de La Stampa.
Nel primo caso il governo italiano si sarebbe comportato come l’imperatore Marciano, nel secondo come un vassallo.
Fonte
I diktat e le continue richieste di allineamento ai propri interessi, sono parte integrante della storia del rapporto di subalternità dell’Italia verso gli Stati Uniti. La visita del Segretario di Stato Mike Pompeo in Italia, non ha derogato da questo schema, anzi.
E da questo punto di vista, mentre a Palazzo Chigi hanno accolto con oro Pompeo, in Vaticano l’hanno accolto con il ferro. Ovviamente è una metafora forzata, perché la diplomazia è fatta di protocolli ma anche di mille sfumature e altrettanti dettagli.
Emblematica, in tal senso, la prima pagina de “L’Avvenire”, il quotidiano della Cei, la conferenza dei vescovi.
Mike Pompeo, ad esempio, non è un capo di stato ma un ministro degli Esteri. Dunque i colloqui protocollari devono essere con i suoi pari grado: il cardinale Parolin infatti è segretario di Stato del Vaticano (in pratica il ministro degli Esteri) e Di Maio è il responsabile della Farnesina. Giusto quindi che il Pontefice saltasse l’incontro, sbagliato invece che Conte abbia incontrato Pompeo riconoscendogli un ruolo superiore alle proprie competenze.
In entrambi gli incontri Mike Pompeo aveva dei diktat da mettere sul tavolo ed un unico bersaglio: la Cina.
L’amministrazione USA da tempo ha dichiarato guerra al Vaticano e non solo per l’accordo raggiunto con la Cina sulla nomina dei vescovi in quel lontano paese. Negli Usa (ma anche in America Latina e in Asia), è cresciuta moltissimo l’influenza e il peso delle sette evangeliche che vedono il Papa e la Chiesa Cattolica come un rivale da annientare. E la guerra non è cominciata con Papa Francesco ma era già ben visibile ai tempi della guerra contro l’Iraq e del Pnac (Project for a New American Century).
Morto un Pontefice come Woijtila, apertamente collaboratore e collaborazionista della CIA e degli USA, lo smarcamento della Chiesa Cattolica dalla logica della Guerra Fredda e una certa critica agli eccessi del liberismo, non sono mai stati graditi dal Washington consensus e dal modello di vita americano. Dentro questa contraddizione, hanno agito le sette evangeliche per aumentare le distanze tra USA e Vaticano, ossia quelle che sono state definite negli anni '90 “le uniche due potenze globali rimaste”.
L’attacco del tutto fuori posto e gratuito di Mike Pompeo contro l’autorevolezza del Vaticano qualora mantenesse l’accordo con la Cina, era girato su twitter ma anche sulle pagine di una rivista religiosa conservatrice. Era dunque conseguenza che il suo arrivo in Italia e in Vaticano non potesse trovare altro che sorrisi e protocolli di circostanza in quest’ultimo.
Al contrario il governo italiano ha commesso un primo atto di subalternità accettando che anche Conte – oltre al pari grado Di Maio – incontrasse Pompeo. Un segno di debolezza emerso chiaramente nei colloqui.
Secondo alcuni resoconti Pompeo ha avuto toni molto cordiali nei confronti dell’Italia come “un esempio per tutti” (ma non per gli USA, come è noto, ndr) nella gestione della pandemia di Covid-19, ma anche toni piuttosto forti a proposito dei rischi dei rapporti con la Cina.
“Abbiamo parlato molto – ha detto Pompeo nel corso della conferenza stampa alla Farnesina con il ministro Di Maio – delle preoccupazioni degli Stati Uniti sul fatto che il Partito Comunista Cinese sta cercando di sfruttare la propria influenza economica per servire i propri scopi strategici: quando loro investono, non lo fanno per avviare partenariati sinceri a beneficio reciproco. Gli Usa – ha aggiunto – fanno appello al governo italiano affinché consideri in maniera attenta la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati dei propri cittadini”.
Secondo l’Ispi (Istituto di Studi di Politica Internazionale, ndr), l’obiettivo di Washington è “spingere gli alleati europei a emulare il Regno Unito, che dall’anno prossimo proibisce alle compagnie di telecomunicazioni l’acquisto di tecnologia 5G di Huawei, e prevede di smantellare tutte le reti 5G fornite dal colosso cinese entro il 2027”.
Sia Conte sia Di Maio hanno informato Pompeo che l’inserimento del dossier sul 5G a livello europeo, è funzionale a garantire una maggiore sicurezza dei dati e una competizione più sana tra le diverse imprese degli Stati membri.
La replica di Di Maio a Pompeo è stata interpretata in modo diverso da due giornali italiani molto importanti.
Secondo La Stampa Di Maio ha detto che l’Italia, “è saldamente ancorata agli Stati Uniti e all’Unione europea, cui ci uniscono i valori e gli interessi comuni dei Paesi Nato”, anche se “è evidente che un Paese dinamico come il nostro sia aperto agli investimenti anche quando arrivano dalla Cina”.
Secondo IlSole24Ore Di Maio ha detto che l’Italia “è saldamente ancorata a Usa e Ue a cui ci uniscono interessi e valori comuni della Nato e delle democrazie. Per l’Italia” – ha anche aggiunto – “ci sono alleati, interlocutori e partner economici. Un Paese come il nostro è aperto a possibilità di investimento, ma mai fuori dai confini dell’Alleanza Atlantica”.
Insomma due conclusioni assai diverse e addirittura contrapposte tra loro. Secondo La Stampa per il governo italiano vanno bene anche gli investimenti cinesi, secondo IlSole24Ore vanno bene solo quelli entro i confini dell’Alleanza Atlantica.
O Conte e Di Maio hanno parlato linguaggi diversi o i giornalisti presenti alla conferenza stampa hanno interpretato le dichiarazioni in modo diverso. Per “tigna”, non avendo trovato il comunicato ufficiale sul sito della Farnesina, ci siamo andati a sentire l’intervento di Di Maio alla conferenza con Mike Pompeo. E al minuto 3:50 ne abbiamo avuto la conferma. IlSole24Ore fa resoconti più precisi di quelli de La Stampa.
Nel primo caso il governo italiano si sarebbe comportato come l’imperatore Marciano, nel secondo come un vassallo.
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Il seme della guerra civile
La fine della politica, nell’Occidente capitalista, è ormai un dato di fatto generale. E sarebbe ora di capire perché.
In questi giorni, grande è lo scandalo per la miseria del dibattito tra Trump e Biden, che segna il punto più basso nella storia degli Stati Uniti. Ma nessuno – perlomeno nel mainstream – si chiede come sia possibile che ciò accada nella superpotenza fin qui egemone sul pianeta, senza concorrenti a far data dal 1989-91, quando crollò lo storico antagonista del ‘900, l’Unione Sovietica e il “socialismo reale”.
Sarebbe da idioti concentrare l’attenzione sui due squallidi protagonisti di uno scambio di insulti degno di un saloon stile Hateful Eight. Quelli, infatti, sono la risultante di una selezione interna alla “classe politica”.
Quindi bisogna guardare a cosa sia ridotta “la politica” in quel Paese, dopo un trentennio di “pensiero unico”, in cui nessun leader o partito aveva più bisogno di interrogarsi davvero su come gestire la complessità dello sviluppo contemporaneo.
Tutto era stato infatti risolto con il crollo dell’antagonista. Bastava assecondare il sistema delle imprese, in primo luogo quelle multinazionali che dominavano la “globalizzazione”, ridurre al minimo lo “stato sociale” e i salari, bombardare qualche vecchio complice che si montava la testa (Noriega, Saddam, Osama, ecc), smembrare Stati d’ostacolo a qualche progetto di sfruttamento locale (Libia, Somalia, ecc.) e accaparrarsi tutte le risorse utili possibili, al bisogno.
Anche sul piano economico e finanziario i problemi non esistevano più. “I mercati” avevano raggiunto una potenza di fuoco tale che nessuno Stato – nemmeno gli Stati Uniti, in definitiva – poteva coltivare ambizioni differenti.
Specie negli Usa, la “classe politica” veniva velocemente sostituita da manager di multinazionali o finanziarie (Condoleeza Rice da Chevron, Dick Cheney da Halliburton, gli stessi petrolieri Bush padre e figlio, Lawrence Summers dalla Banca Mondiale, ecc.), che passavano velocemente da cariche private a quelle pubbliche e viceversa.
Restava qualche spazio, nell’establishment, per avvocati di grido capaci di emergere come capacità retorica (i Clinton, Obama), ma ovviamente senza alcuna autonomia possibile rispetto al “potere centrale” (quello dei “mercati”).
A tenere insieme il tutto, anche nei momenti critici, c’era il dollaro, autentica moneta dell’impero, l’unica a poter ricoprire tutte le funzioni: unità di misura del valore di tutte le merci, moneta di riserva internazionale, mezzo di pagamento interno e internazionale. Basta stamparne le quantità necessarie, e nessuno si porrà il problema se accettarlo o no. Un privilegio unico, senza rivali.
In quel mondo, ormai alle nostre spalle, “pensare le alternative” era una fatica inutile. La mediazione tra interessi diversi era l’unica possibilità purché avvenisse all’interno dei margini sistemici concessi.
Tutto era già dato. Bastava seguire i percorsi prefissati.
La decadenza della politica, e dei “funzionari della politica”, è stata una conseguenza inevitabile. Non servivano più “statisti”, bastavano attori capaci di recitare qualsiasi parte (si era già cominciato con Ronald Reagan, ricordiamo), furbi in grado di districarsi nelle budella del potere, attenti solo a non combinare guai e pestare i piedi sbagliati.
Nel frattempo la società si polarizzava, le disuguaglianze si moltiplicavano, la guerra tra poveri – ultima risorsa quando si smette di “distribuire briciole” – seminava o rinfocolava contrasti mal ricoperti da una patina politically correct.
Conquistare consensi e voti, in questo mood, significa abbassare al minimo la complessità dei messaggi, “parlare alla pancia”, promettere l’impossibile, alimentare l’irrazionalità, inventare nemici ad hoc.
Ne sappiamo qualcosa in Italia, dall’irruzione di Berlusconi in poi, che ha sdoganato l’indicibile e l’impensabile come “nuova normalità popolare”. E se ci sembra folle che in piena pandemia ci sia la rissa continua tra governo centrale, regioni e sindaci sulle misure da adottare, ognuno interessato solo al suo spazio di visibilità, basta volgere lo sguardo altrove per vedere le stesse cose.
In Spagna, per esempio, l’assessore alla Sanità della regione di Madrid, Enrique Ruiz Escudero, e la sindaca della capitale, Isabel Diaz Ayuso (entrambi “popolari”, mentre il governo è “socialista”), si oppongono alle nuove limitazioni perché l’epidemia nell’area sarebbe entrata in una fase “stabile” e ci sono “primi segnali di miglioramento”. Solo ieri, a Madrid, sono stati registrati 4.000 contagi, il doppio che in tutta Italia...
Così, non sembra neanche strano che negli Usa un isterico Donald Trump si rifiuti di prendere le distanze dal Ku Klux Klan e minacci di non accettare il risultato delle elezioni.
Sono saltati i parametri che davano stabilità alla “democrazia parlamentare”, a cominciare dalla comune accettazione delle regole del gioco e dell’alternanza. Ovvero quel “gioco truccato” da decenni che, in Occidente, stritola le alternative di sistema riconducendole sempre al “meno peggio”, in una corsa al centro senza fine.
È stato in definitiva ri-piantato e ben innaffiato il seme della guerra civile, nel cuore dell’imperialismo stesso.
Se dovesse aver ragione Stephen Roach, economista statunitense che da tempo vede possibile una “brutale crisi del dollaro”, quel seme avrebbe un grande terreno su cui germogliare...
Fonte
In questi giorni, grande è lo scandalo per la miseria del dibattito tra Trump e Biden, che segna il punto più basso nella storia degli Stati Uniti. Ma nessuno – perlomeno nel mainstream – si chiede come sia possibile che ciò accada nella superpotenza fin qui egemone sul pianeta, senza concorrenti a far data dal 1989-91, quando crollò lo storico antagonista del ‘900, l’Unione Sovietica e il “socialismo reale”.
Sarebbe da idioti concentrare l’attenzione sui due squallidi protagonisti di uno scambio di insulti degno di un saloon stile Hateful Eight. Quelli, infatti, sono la risultante di una selezione interna alla “classe politica”.
Quindi bisogna guardare a cosa sia ridotta “la politica” in quel Paese, dopo un trentennio di “pensiero unico”, in cui nessun leader o partito aveva più bisogno di interrogarsi davvero su come gestire la complessità dello sviluppo contemporaneo.
Tutto era stato infatti risolto con il crollo dell’antagonista. Bastava assecondare il sistema delle imprese, in primo luogo quelle multinazionali che dominavano la “globalizzazione”, ridurre al minimo lo “stato sociale” e i salari, bombardare qualche vecchio complice che si montava la testa (Noriega, Saddam, Osama, ecc), smembrare Stati d’ostacolo a qualche progetto di sfruttamento locale (Libia, Somalia, ecc.) e accaparrarsi tutte le risorse utili possibili, al bisogno.
Anche sul piano economico e finanziario i problemi non esistevano più. “I mercati” avevano raggiunto una potenza di fuoco tale che nessuno Stato – nemmeno gli Stati Uniti, in definitiva – poteva coltivare ambizioni differenti.
Specie negli Usa, la “classe politica” veniva velocemente sostituita da manager di multinazionali o finanziarie (Condoleeza Rice da Chevron, Dick Cheney da Halliburton, gli stessi petrolieri Bush padre e figlio, Lawrence Summers dalla Banca Mondiale, ecc.), che passavano velocemente da cariche private a quelle pubbliche e viceversa.
Restava qualche spazio, nell’establishment, per avvocati di grido capaci di emergere come capacità retorica (i Clinton, Obama), ma ovviamente senza alcuna autonomia possibile rispetto al “potere centrale” (quello dei “mercati”).
A tenere insieme il tutto, anche nei momenti critici, c’era il dollaro, autentica moneta dell’impero, l’unica a poter ricoprire tutte le funzioni: unità di misura del valore di tutte le merci, moneta di riserva internazionale, mezzo di pagamento interno e internazionale. Basta stamparne le quantità necessarie, e nessuno si porrà il problema se accettarlo o no. Un privilegio unico, senza rivali.
In quel mondo, ormai alle nostre spalle, “pensare le alternative” era una fatica inutile. La mediazione tra interessi diversi era l’unica possibilità purché avvenisse all’interno dei margini sistemici concessi.
Tutto era già dato. Bastava seguire i percorsi prefissati.
La decadenza della politica, e dei “funzionari della politica”, è stata una conseguenza inevitabile. Non servivano più “statisti”, bastavano attori capaci di recitare qualsiasi parte (si era già cominciato con Ronald Reagan, ricordiamo), furbi in grado di districarsi nelle budella del potere, attenti solo a non combinare guai e pestare i piedi sbagliati.
Nel frattempo la società si polarizzava, le disuguaglianze si moltiplicavano, la guerra tra poveri – ultima risorsa quando si smette di “distribuire briciole” – seminava o rinfocolava contrasti mal ricoperti da una patina politically correct.
Conquistare consensi e voti, in questo mood, significa abbassare al minimo la complessità dei messaggi, “parlare alla pancia”, promettere l’impossibile, alimentare l’irrazionalità, inventare nemici ad hoc.
Ne sappiamo qualcosa in Italia, dall’irruzione di Berlusconi in poi, che ha sdoganato l’indicibile e l’impensabile come “nuova normalità popolare”. E se ci sembra folle che in piena pandemia ci sia la rissa continua tra governo centrale, regioni e sindaci sulle misure da adottare, ognuno interessato solo al suo spazio di visibilità, basta volgere lo sguardo altrove per vedere le stesse cose.
In Spagna, per esempio, l’assessore alla Sanità della regione di Madrid, Enrique Ruiz Escudero, e la sindaca della capitale, Isabel Diaz Ayuso (entrambi “popolari”, mentre il governo è “socialista”), si oppongono alle nuove limitazioni perché l’epidemia nell’area sarebbe entrata in una fase “stabile” e ci sono “primi segnali di miglioramento”. Solo ieri, a Madrid, sono stati registrati 4.000 contagi, il doppio che in tutta Italia...
Così, non sembra neanche strano che negli Usa un isterico Donald Trump si rifiuti di prendere le distanze dal Ku Klux Klan e minacci di non accettare il risultato delle elezioni.
Sono saltati i parametri che davano stabilità alla “democrazia parlamentare”, a cominciare dalla comune accettazione delle regole del gioco e dell’alternanza. Ovvero quel “gioco truccato” da decenni che, in Occidente, stritola le alternative di sistema riconducendole sempre al “meno peggio”, in una corsa al centro senza fine.
È stato in definitiva ri-piantato e ben innaffiato il seme della guerra civile, nel cuore dell’imperialismo stesso.
Se dovesse aver ragione Stephen Roach, economista statunitense che da tempo vede possibile una “brutale crisi del dollaro”, quel seme avrebbe un grande terreno su cui germogliare...
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Come il gas sta rimescolando le mappe nel Mediterraneo orientale
Le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, 10 anni fa, hanno cambiato la geografia politica dei Paesi che si affacciano sulla sponda orientale di ciò che fu il Mare Nostrum.
Tali esplorazioni hanno dato vita sia a nuove forme di cooperazione sia a nuovi conflitti.
Tali conflitti si sono innestati su mai sopite rivalità come l’ostilità greco-turca su Cipro o lo scontro rispetto alla pretesa sovranità di superficie marina di cui dovrebbero godere le rispettive Zone Economiche Esclusive.
Come afferma Thierry Bros, professore associato di Sciences Po: “quando non siamo d’accordo su un confine terrestre, i confini marittimi sono ancora più complicati”, tra i due diritti equivalenti infatti decide la forza, talvolta l’astuzia.
I costi dello sfruttamento dei giacimenti di gas e l’abbassamento del prezzo degli idro-carburi non hanno certo sopito le rivalità, alla cui base risiede la possibilità per i vari Stati coinvolti di godere di una risorsa strategica per la propria autonomia energetica – in soldoni dipendere meno dagli altri Paesi in particolare dall’OPEC e gli USA – e divenire veri e propri HUB rivendendo il surplus estratto.
È certo che gli alti costi, il prezzo basso e l’instabilità politica non costituiscono, in questo momento, un incentivo agli investimenti, come sembra dimostrare la parabola dell’ambizioso progetto di pipeline East Med.
Non è un solo un conflitto tra Stati, ma una competizione tra differenti compagnie o la possibilità di configurare nuove alleanze, in cui l’Italia è direttamente coinvolta, considerato il ruolo svolto dall’ENI.
Un gioco politico che può tendere anche alla “somma zero”, vantaggiosa se si riesce ad impedire al proprio avversario – come ha cercato di fare la Turchia con Cipro – di godere di una risorsa su una fascia di mare contestata. E se si considera la porzione di mare rivendicata direttamente dalla Turchia e dalla parte settentrionale di Cipro “occupata” dal 1974 da Ankara – e solo da lei riconosciuta – ci si rende contro che, tranne uno piccolo e poco significativo spicchio di mare a sud, questo spazio circonda praticamente tutta l’isola, un’altra zona “contestata” è quella dello specchio di mare tra Libano ed Israele.
Questo conflitto si è esteso, poi, più ad Occidente con le mire turche sulla Libia ed ha assunto toni molto accesi quest’estate, mobilitando le marine militari turca, greca e francese: uno scontro inedito, tenuto conto che si tratta di tre Paesi afferenti alla stessa alleanza militare, la NATO, che non sembra più rivestire il ruolo di camera di compensazione per questi frizioni.
La scommessa turca sulla Libia si basava su uno scambio che ha proprio nel controllo dei mari e nell’aggiramento dell’isolamento la sua ratio: “In cambio del sostegno militare dato al Governo di Accordo Nazionale (GAN) a Tripoli contro le forze del maresciallo Haftar, il presidente Erdogan ha ottenuto dal suo alleato libico una ridefinizione delle zone di condivisione nel Mediterraneo. Firmato il 27 novembre 2019, l’accordo marittimo estende le acque territoriali della Turchia alle zone ricche di giacimenti di gas, a scapito di Cipro, della Grecia e delle sue isole, che le rivendicano anch’esse, danneggiando così i grandi progetti energetici della regione – anche se il suo valore legale è nullo in assenza di ratifica da parte del Parlamento libico”, affermano giustamente Imbert, Jégo, Sallon e Wakim.
Last but not least, ha avuto ripercussioni sulla politica estera della UE, in generale, tenendo conto che proprio Cipro – membro dell’Unione Europea – si è pronunciata contro le annunciate sanzioni contro la Bielorussia fino a che Bruxelles non prenderà prima lo stesso tipo di provvedimenti contro la Turchia; cosa assai difficile, considerato che Ankara è un partner fondamentale della NATO ed è pronta ad usare il ricatto dei profughi siriani presenti nel proprio territorio – bloccati dentro i propri confini – ed è per questo lautamente sovvenzionata dall’Unione.
Come affermano gli autori dell’inchiesta di «Le Monde» che abbiamo qui tradotto: “Se il confronto è nato dal gas, si è spostato rapidamente sul terreno geopolitico”, ri-bilanciando le relazioni tra Stati con strappi alternati a disponibilità al dialogo, come ha dimostrato proprio la Turchia che prima sembrava voler far precipitare gli eventi e poi ha riaperto – nella seconda metà di settembre – una corsia diplomatica con la Grecia, spostando nuovamente l’asse del suo protagonismo nel rinfocolamento del conflitto armeno-azero.
In questo quadro, è chiaro che la “proiezione di potenza” dei singoli Stati è anche una questione di politica interna ad ognuno di essi; un modo per recuperare o consolidare il proprio consenso nell’opinione pubblica o procacciarsi l’appoggio delle forze ultra-nazionaliste, un’utile ginnastica sciovinista per i venti di guerra che si profilano all’orizzonte.
L’impasse nello scontro tra vari attori geo-politici non è stasi, ma assomiglia più al cupo rumore di ingranaggi meccanici sul punto di rompersi.
Il declino dell’egemonia statunitense sta portando all’affermazione di un quadro frammentato dove più protagonisti, sganciati da una configurazione di rapporti stabili, perseguono i propri interessi e tessono le proprie relazioni “a geometria variabile”: Egitto ed Israele ne sono un esempio, rispetto alla questione delle risorse energetiche.
Ed è la modalità di cooperazione tra questi due Paesi – allargata alla Giordania – che è servita come base per un ulteriore normalizzazione dei rapporti tra l’entità sionista ed i paesi arabi.
La diplomazia del gas sarà senz’altro un volano per questa strategia israeliana, come affermano giustamente gli autori: “Israele intende ora spingere il suo vantaggio diplomatico attraverso gli storici accordi di normalizzazione conclusi il 15 settembre a Washington con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. Aspettandosi un effetto domino tra le monarchie del Golfo, Israele può sperare di utilizzare, ancora una volta, il gas come ponte verso la penisola arabica.”
Spesso nella complicata fenomenologia degli avvenimenti geo-politici si rischia di perdere di vista la sostanza che li fa muovere: il controllo delle risorse strategiche e la loro valorizzazione.
Come diceva un tale “l’età della pietra non è finita perché si sono esaurite le pietre”.
Buona Lettura
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La fine dell’egemonia statunitense sta portando all’affermazione di un quadro frammentato dove più protagonisti, sganciati da una configurazione di rapporti stabili che li coaguli, persegue i propri interessi e tesse le proprie relazioni “a geometria variabile”: Egitto ed Israele ne sono un esempio, rispetto alla questione delle risorse energetiche.
Le scoperte di giacimenti dal 2009 hanno acuito le tensioni tra Cipro, Grecia e Turchia, che quest’estate sono state molto elevate. Tuttavia, lo sfruttamento degli idrocarburi ha anche innescato una discreta cooperazione tra Egitto e Israele.
Prendete un postoluogo lacerato dalle tensioni militari, aggiungete un forte odore di gas e la situazione rischia di aggravarsi. A volte il pragmatismo può anche prevalere sui vecchi antagonismi. In ogni caso, la presenza di idrocarburi rischia di ribaltare la situazione. Le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale dal 2009 potrebbero essere state una benedizione per questo tormentato bacino. Le riserve stimate non sono paragonabili a quelle della ricca Norvegia?
“Queste scoperte hanno il potenziale per cambiare la storia”, ha scritto l’ex segretario alla Difesa tedesco Friedbert Pflüger, allora direttore del Centro europeo per l’energia e la sicurezza delle risorse (Eucers) del King’s College di Londra, nel 2013. “Potrebbero portare prosperità a Israele, Cipro e Turchia, o far sprofondare la regione, già afflitta dal conflitto turco-cipriota e dalla guerra in Siria, in una crisi ancora più profonda.“
Lo sviluppo della tecnologia di perforazione in acque profonde e ultra-profonde, unito alla tenacia di una manciata di compagnie petrolifere e del gas, ha permesso di raggiungere queste aree finora inesplorate. Tuttavia, l’effettivo – e molto costoso – sfruttamento di questi giacimenti dipenderà soprattutto dall’instaurarsi di delicati equilibri geopolitici in quest’area che si estende da Cipro all’Egitto, passando per il Libano, Israele e i territori palestinesi.
Il Mediterraneo orientale, un mare di gas
I giacimenti scoperti dal 2009 in un’area in cui i confini non erano stati ancora chiaramente delineati, stanno rimescolando le carte delle alleanze e riaccendendo fortissime tensioni geopolitiche in questa parte del Mediterraneo.
È il nome della dea greca dell’amore che è stata scelta per indicare il giacimento di gas naturale scoperto nel sud di Cipro nel 2011 dal gruppo petrolifero texano Noble Energy. Dopo “Afrodite” è arrivata l’irresistibile ninfa “Calypso”, il nome dato ad un altro blocco esplorativo realizzato dal gruppo italiano ENI, con il supporto di Total e della ExxonMobil americana.
Questi campi possono essere promettenti, ma il loro sfruttamento massiccio non sta per essere intrapreso da questa isola divisa, dall’invasione turca del 1974, tra un’entità meridionale, membro dell’Unione Europea (UE), e un’entità settentrionale riconosciuta solo dalla Turchia. Gli ottimisti – e le compagnie petrolifere – avevano sperato che le prospettive di arricchimento avrebbero incoraggiato entrambe le parti a raggiungere un accordo, dopo il fallimento dell’ultimo referendum sulla riunificazione dell’isola nel 2004.
“La Turchia non ha trovato riserve significative nelle sue acque. Quindi sta cercando di estendere la sua ZEE, nella speranza di trovare idrocarburi, e di mantenere la sua influenza regionale”. Alessandro Bacci, consulente della IHS Markit
Tuttavia, è accaduto il contrario, e le tensioni tra Nicosia e Ankara sono aumentate notevolmente, con Ankara che ha costantemente intensificato i suoi sforzi per impedire a Cipro di sfruttare queste risorse. Nel 2018 la marina turca ha bloccato una nave da esplorazione italiana. L’anno successivo, la Turchia ha annunciato l’intenzione di eseguire esplorazioni al largo dell’isola, con la disapprovazione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.
L’esempio più recente, il 10 agosto, ha portato la regione sull’orlo del collasso: una nave da esplorazione sismica turca, la Oruç-Reis, è stata inviata da Ankara sotto scorta militare per esplorare le acque della zona economica esclusiva della Grecia (ZEE) al largo dell’isola di Kastellorizo. Atene ha risposto mettendo in allerta il suo esercito e la sua marina.
La Francia si è immediatamente posizionata a favore della Grecia e di Cipro, dispiegando le sue navi da guerra e i suoi aerei da combattimento nel Mediterraneo orientale. Dopo questa estate molto tesa, Atene e Ankara hanno finalmente annunciato, martedì 22 settembre, una timida ripresa del dialogo sulle loro controversie marittime.
La Grecia sostiene che ciascuna delle sue isole, per quanto piccola, ha una propria piattaforma continentale (cioè una propria zona economica esclusiva), in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che ha firmato nel 1982 – a differenza della Turchia. Ankara, dal canto suo, ritiene che la piattaforma continentale di un paese debba essere misurata in proporzione alla lunghezza del suo lungomare. La posizione di alcune isole greche annidate nella costa turca, a volte a pochi chilometri dalle sue coste, rende questo conflitto marittimo quasi inestricabile.
In ogni caso, i giacimenti di gas non sono stati scoperti vicino alla Turchia, ma molto più a sud, al largo della costa di Cipro. “Ankara è rimasta indietro nella battaglia del gas”, dice Alessandro Bacci, consulente di IHS Markit, una delle più grandi società di consulenza al mondo nel settore del petrolio e del gas. “La Turchia non ha trovato riserve significative nelle sue acque. Quindi sta cercando di estendere la sua ZEE, nella speranza di trovare idrocarburi, e di mantenere la sua influenza regionale.“
Le intenzioni espansionistiche di Erdogan
La Turchia aveva, almeno prima del tentativo di colpo di stato del 2016 – e della repressione che ne è seguita – tutte le carte in regola per diventare uno dei principali attori del gas nella regione, centralizzando la produzione del bacino e mantenendo relazioni diplomatiche con i suoi vicini. Membro della NATO, il Paese ha mantenuto a lungo accordi di cooperazione con Israele e si è avvicinato all’Egitto dopo la caduta del presidente Hosni Mubarak nel 2011.
Ma la radicalizzazione del regime di Recep Tayyip Erdogan e le difficoltà economiche del Paese hanno minato il suo ruolo centrale nella regione. “L’atteggiamento del presidente Erdogan può essere spiegato da questioni di politica regionale, ma anche dalla politica interna della Turchia, in un momento in cui la situazione politica è difficile per lui”, osserva Francis Perrin, direttore della ricerca dell’IRIS e specialista in idrocarburi. Il presidente turco usa spesso la questione cipriota – così come il conflitto curdo – per lusingare l’elettorato nazionalista e il Partito d’azione nazionalista di estrema destra (MHP), che sostiene il governo.
Una strategia che risveglia anche i voli di fantasia nazionalisti del primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis.
Se il confronto è nato dal gas, si è spostato rapidamente sul terreno geopolitico. Erdogan non nasconde più le sue ambizioni nel Mediterraneo, convinto che il suo Paese “è abbastanza forte politicamente, economicamente e militarmente per strappare mappe e documenti immorali”, come ha martellato dall’inizio di settembre. La messa in discussione del Trattato di Losanna del 1923, che definisce i confini attuali della Turchia, è diventata la nuova moda del governo islamico-conservatore.
L’altro concetto in voga è la dottrina militare nota come “Patria Blu”, che prevede un’estesa sovranità turca su una vasta area marittima che comprende il Mar Nero, il Mar Egeo e il Mediterraneo orientale. Secondo questa tesi espansionistica, la Grecia è considerata un “paese occupante” nelle isole del Dodecaneso, così come in altre due isole del Mediterraneo.
Le rivendicazioni turche non si limitano più alla condivisione delle risorse, ma includono ora lo status delle isole greche, la loro smilitarizzazione e la divisione della piattaforma continentale. “Chi sfrutterà il gas cipriota in un contesto simile?” chiede Thierry Bros, professore associato di Sciences Po, che sottolinea che “quando non siamo d’accordo su un confine terrestre, i confini marittimi sono ancora più complicati”.
Ora Cipro e la Turchia avranno bisogno di compagnie petrolifere e del gas pronte a investire diversi miliardi di dollari per costruire le infrastrutture necessarie. Il clima attuale è molto sfavorevole: quasi tutti gli operatori del settore hanno congelato i loro progetti a causa della crisi sanitaria legata all’epidemia di Covid-19, e l’escalation tra Turchia e Grecia è sufficiente a raffreddare l’ardore degli investitori.
Più in generale, le relazioni di Ankara con quasi tutti i suoi vicini sono peggiorate. Infine, il mercato mondiale del gas altamente competitivo non ha bisogno di capacità di produzione supplementare nell’immediato futuro.
EastMed, il gasdotto della discordia
Per Nicosia, che da tempo sperava di poter raccogliere i frutti del gas di Afrodite e Calypso, la situazione è altrettanto complessa. Secondo la ditta specializzata Wood Mackenzie, Cipro non sarà in grado di esportare gas fino al – nella migliore delle ipotesi – 2027. A tal fine, l’isola deve trovare il modo di inviare il suo gas in Egitto o in Europa. Anche in questo caso, Ankara può svolgere un ruolo decisivo nell’arresto dei progetti di gasdotti. Il più avanzato di questi si chiama EastMed.
Il futuro tracciato di questo gasdotto, promosso da Grecia, Cipro e Israele, si sovrappone alle aree rivendicate da Ankara. Questa conduttura lunga 1.900 km non vedrà probabilmente mai la luce: in primo luogo perché l’Europa non ha carenza di fonti di approvvigionamento di gas e, soprattutto, perché il suo consumo complessivo è in calo.
Inoltre, nel dicembre 2019 l’UE si è impegnata a raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, il che implica una riduzione ancora più drastica del fabbisogno di gas. Pertanto, da un punto di vista economico, l’utilità di un tale gasdotto è più che discutibile.
“La Turchia ha perso un’occasione d’oro. Il modo più ovvio per portare il gas da Cipro, dal Libano o da Israele in Europa è attraverso i suoi terminali“, osserva Oded Eran, ex ambasciatore israeliano in Giordania e ricercatore presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv. Un tale percorso avrebbe fornito una forma di assicurazione politica tra vicini. "L’alternativa di cui si discute oggi – il progetto del gasdotto verso la Grecia o l’Italia attraverso terreni difficili – potrebbe non vedere mai la luce.“
Nel gennaio 2019, i Paesi della regione hanno creato il Forum del gas del Mediterraneo orientale, che mira a gestire il futuro mercato del gas – una coalizione che comprende Cipro, Grecia, Israele, Egitto, Italia, Giordania e Palestina. La Francia ha fatto domanda di adesione un anno dopo. Manca un solo grande Paese: la Turchia, che denuncia uno strumento volto a minacciare i suoi interessi.
Nel tentativo di rompere il suo isolamento, Ankara ha scommesso sulla Libia, dall’altra parte del Mediterraneo. In cambio del sostegno militare dato al Governo di Accordo Nazionale (GAN) a Tripoli contro le forze del maresciallo Haftar, il presidente Erdogan ha ottenuto dal suo alleato libico una ridefinizione delle zone di condivisione nel Mediterraneo.
Firmato il 27 novembre 2019, l’accordo marittimo estende le acque territoriali della Turchia alle zone ricche di giacimenti di gas, a scapito di Cipro, della Grecia e delle sue isole, che le rivendicano anch’esse, danneggiando così i grandi progetti energetici della regione – anche se il suo valore legale è nullo in assenza di ratifica da parte del Parlamento libico.
Israele apre le porte
Se la questione del gas ha portato a un inasprimento delle relazioni greco-turche, è invece diventata una leva inaspettata per la cooperazione tra Egitto e Israele. I due Paesi hanno raggiunto un sorprendente accordo sulla fornitura di gas nel 2018 e la loro discreta alleanza in questo settore non fa che rafforzarsi – come dimostra la loro partecipazione congiunta al Forum regionale del gas. Fu in acque israeliane che furono fatte le prime scoperte, sempre con depositi dai nomi evocativi.
Il più importante, il Leviatano, è stato scoperto nel 2010 ed è entrato in funzione nel 2019, consentendo allo Stato ebraico di limitare la sua dipendenza. Queste risorse forniscono ora i due terzi della produzione locale di energia elettrica.
Israele, invece, ha perso tempo nello sviluppo delle sue strutture. Mentre le scoperte di depositi si sono moltiplicate altrove e il prezzo del gas è crollato, abbiamo dovuto affrontare i fatti: è improbabile che le entrate del Leviatano costituiscano un fondo sovrano sostanziale per le generazioni future. Il modello norvegese si sta allontanando...
In mancanza di qualcosa di meglio, però, il Paese ha potuto utilizzare il suo gas per dare, a partire dal 2013, un minimo di sostanza alla “pace fredda” che ha mantenuto con i due vicini più prossimi, Egitto e Giordania, dalla firma dei trattati del 1979 e del 1994. All’inizio del 2020, Israele ha aperto per la prima volta a questi due paesi le porte del grande campo del Leviatano, che alla fine dovrebbero ricevere l’85% della produzione – il piccolo e vecchio campo Tamar è attualmente sufficiente per il consumo israeliano.
Nonostante l’opposizione in Giordania alla prospettiva di un tale accordo e un voto di sfiducia a gennaio, la compagnia elettrica nazionale del regno hascemita ha mantenuto il suo impegno ad acquistare 10 miliardi di dollari (8,5 miliardi di euro) di gas israeliano per dieci anni dalla Noble Energy del Texas. Ma questo contratto, limitato in termini di volume di gas, non è in grado di finanziare la continuazione delle esplorazioni israeliane.
Egitto in pole position
Per quanto riguarda l’Egitto, non ha bisogno del gas israeliano per il suo consumo interno, ma ha le strutture necessarie per liquefarlo e riesportarlo – grazie a costose fabbriche, che Israele non è stato in grado di installare. “Non importa cosa fanno gli egiziani con il gas in eccesso. Considerando le quantità, è una goccia nel mare. Ma entrambi gli Stati sono interessati a questa cooperazione”, osserva l’ex ambasciatore giordano Oded Eran.
Dal 2019, la partecipazione, accanto a Israele, dei suoi vicini giordani ed egiziani al Forum del gas del Mediterraneo orientale ha rafforzato questa logica di riavvicinamento.
Al Cairo, l’accordo firmato con Tel Aviv è tutt’altro che unanime. Ma sotto il regno del maresciallo Sisi, la popolazione egiziana, nettamente contraria alla normalizzazione dei rapporti con il suo vicino israeliano, non aveva voce in capitolo. Mentre il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu aveva accolto con favore un “accordo storico”, le autorità egiziane hanno fatto tutto il possibile per minimizzarne l’importanza, presentandolo come un semplice accordo tra aziende del settore privato.
Certo, gli scambi di gas tra Egitto e Israele non sono una novità. Il Cairo ha da tempo esportato gas a Tel Aviv, anche in periodi di grande tensione tra i due Paesi. La caduta del presidente Hosni Mubarak durante le gigantesche proteste del 2011 e l’ascesa al potere qualche mese dopo di Mohamed Morsi, membro dei Fratelli Musulmani, hanno messo fine a questa politica.
Fino alla scoperta di un nuovo giacimento nel Mediterraneo, nell’agosto 2015, da parte del gruppo italiano ENI, la situazione è cambiata ancora una volta. Con 850 miliardi di metri cubi annunciati, il blocco Zhor sarebbe il giacimento più importante della regione.
Il suo sfruttamento, a partire dal 2017, ha aperto opportunità inaspettate per l’Egitto. “È un caso unico nel mercato del gas. In circa dieci anni, il Paese è passato da esportatore netto a importatore netto e poi di nuovo a esportatore netto”, dice Francis Perrin di Iris. Il campo da solo rappresenta oggi circa il 40% della produzione di gas dell’Egitto.
Secondo le stime dell’IHS Markit, l’Egitto dovrebbe avere un’eccedenza di gas fino al 2024-2025, che gli consentirebbe di esportare attraverso i suoi terminali di gas naturale liquefatto (GNL) a Damietta e Idku.
Ognuno spinge i propri vantaggi
L’accordo con Israele permette di rafforzare questa logica di esportazione e pone l’Egitto nel ruolo di hub per l’esportazione dai suoi terminali. Il trasporto del gas via nave è più costoso di quello via gasdotto, ma è anche più flessibile, in grado di raggiungere qualsiasi punto del globo. In un momento in cui questo mercato è altamente volatile, ciò potrebbe consentire al Cairo di aumentare le sue esportazioni se il prezzo del gas dovesse aumentare.
Anche i capi del regime hanno un vantaggio: secondo un sondaggio del quotidiano online Mada Masr, il principale quotidiano indipendente del Paese, i principali azionisti della società privata egiziana East Gas, che ha firmato l’accordo con Israele, non sono altro che i servizi segreti egiziani.
Israele intende ora spingere il suo vantaggio diplomatico attraverso gli storici accordi di normalizzazione conclusi il 15 settembre a Washington con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. Aspettandosi un effetto domino tra le monarchie del Golfo, Israele può sperare di utilizzare, ancora una volta, il gas come ponte verso la penisola arabica. Il gigante del porto di Emirati DP World ha già contattato una compagnia israeliana per studiare l’interesse di un collegamento tra il porto di Jebel Ali e quello di Eilat, in Israele.
Quest’ultimo fu il punto di partenza di un oleodotto, usato prima della rivoluzione islamica iraniana del 1979, per trasportare il petrolio iraniano ad Ashkelon, a sud di Tel Aviv, bypassando il canale di Suez. Ora potrebbe fornire un ulteriore percorso verso il confine tra Egitto e Israele.
Tuttavia, questi progetti sul gas, come le strategie degli Stati interessati, trascurano la grande sfida dei prossimi decenni, ovvero la questione del riscaldamento globale. Lo sfruttamento massiccio delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale è incompatibile con la traiettoria dell’accordo di Parigi del 2015, che mira a contenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali. Un accordo presumibilmente vincolante, ma firmato da tutti i paesi membri del Forum del gas...
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Sul lavoro aumentati i morti da Covid 19. Il lockdown ha ridotto gli infortuni
Nei primi otto mesi di quest’anno secondo l’Inail sono aumentate le morti sul lavoro dovute al Covid 19 ma, tranne che per chi lavora nella sanità dove invece sono aumentati, sono diminuiti gli infortuni.
Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’istituto da gennaio ad agosto sono state 823. “Pur nella provvisorietà dei numeri – sottolinea l’Inail – questo dato evidenzia già un aumento di 138 casi rispetto ai 685 registrati nello stesso periodo del 2019 (+20,1%). L’incremento è influenzato dal numero dei decessi avvenuti e protocollati al 31 agosto 2020 a causa dell’infezione da Covid-19 in ambito lavorativo”.
È ovviamente il Nord-Ovest del paese quello più colpito dalla pandemia. Qui infatti viene segnalato un incremento di 124 casi mortali (da 174 a 298): in particolare in Lombardia vi sono stati 88 casi in più.
Le denunce di infortunio sul lavoro tra gennaio ed agosto sono state invece 322.132, in diminuzione di circa 95 mila casi rispetto alle 416.894 dei primi otto mesi del 2019 (-22,7%), una riduzione dovuta ai mesi di lockdown in cui molte attività lavorative – soprattutto nell’edilizia – sono state ferme.
In controtendenza va ovviamente il settore della sanità e dell’assistenza sociale dove le denunce di infortunio sono aumentate del 124% nei primi otto mesi (dai 18mila casi del 2019 ai 40 mila del 2020), con punte di oltre il +500% a marzo e del +450% ad aprile nel confronto 2020/2019. Tra giugno e agosto si è assistito, invece, a un’inversione di tendenza, con decrementi compresi in un intervallo tra il -9% e il -18%. Nel 2020, due denunce su tre del settore hanno riguardato il contagio da Covid-19.
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Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’istituto da gennaio ad agosto sono state 823. “Pur nella provvisorietà dei numeri – sottolinea l’Inail – questo dato evidenzia già un aumento di 138 casi rispetto ai 685 registrati nello stesso periodo del 2019 (+20,1%). L’incremento è influenzato dal numero dei decessi avvenuti e protocollati al 31 agosto 2020 a causa dell’infezione da Covid-19 in ambito lavorativo”.
È ovviamente il Nord-Ovest del paese quello più colpito dalla pandemia. Qui infatti viene segnalato un incremento di 124 casi mortali (da 174 a 298): in particolare in Lombardia vi sono stati 88 casi in più.
Le denunce di infortunio sul lavoro tra gennaio ed agosto sono state invece 322.132, in diminuzione di circa 95 mila casi rispetto alle 416.894 dei primi otto mesi del 2019 (-22,7%), una riduzione dovuta ai mesi di lockdown in cui molte attività lavorative – soprattutto nell’edilizia – sono state ferme.
In controtendenza va ovviamente il settore della sanità e dell’assistenza sociale dove le denunce di infortunio sono aumentate del 124% nei primi otto mesi (dai 18mila casi del 2019 ai 40 mila del 2020), con punte di oltre il +500% a marzo e del +450% ad aprile nel confronto 2020/2019. Tra giugno e agosto si è assistito, invece, a un’inversione di tendenza, con decrementi compresi in un intervallo tra il -9% e il -18%. Nel 2020, due denunce su tre del settore hanno riguardato il contagio da Covid-19.
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Indonesia - 55 anni fa lo sterminio dei comunisti
Negli anni ’60, l’Indonesia di Sukarno, dopo essere stato uno dei paesi organizzatori della conferenza di Bandung insieme agli altri cosiddetti “non allineati”, si avvicinava al blocco socialista. Questo perché il Partito Comunista Indonesiano (PKI), forte di milioni di aderenti e sostenitori, dopo esser stato protagonista della lotta per l’indipendenza del paese, rappresentava uno dei pilastri della Repubblica d’Indonesia, con circa il 16% dei voti ottenuti nelle elezioni parlamentari del 1955.
Il Partito Nazionale Indonesiano (PNI) e il PKI erano capaci di governare il rapporto di forza contro le fazioni reazionarie (l’islam politico e una gran parte dell’esercito) e di affrancarsi sempre di più dalle forze imperialiste occidentali. Queste ultime subivano pesanti sconfitte nella regione, in particolare in Vietnam dove l’esercito statunitense, in grande difficoltà, non si faceva scrupolo di bombare con il napalm intere aree.
Fin dal 1963, preoccupati per la crescente forza del PKI e per l’avvicinamento dell’Indonesia al campo socialista, gli Stati Uniti iniziarono a stilare liste di proscrizione contro i comunisti indonesiani attraverso la loro ambasciata a Giacarta.
Nella notte del 30 settembre 1965, un piccolo gruppo di ufficiali dell’esercito, guidati dal colonnello della Guardia Presidenziale, tentò un colpo di Stato per contrastare un altro golpe ordito da un comitato di alti generali. Sei generali dell’alto comando vennero giustiziati ma l’operazione non andò a buon fine. I ranghi e i leader reazionari dell’esercito, guidati dal comandante Suharto e appoggiati dalle forze della destra, si vendicarono brutalmente.
La giunta militare prese il controllo dei media per diffondere la propria versione dei fatti: l’uccisione dei generali aveva acceso la rabbia popolare contro il potere del PKI, le manifestazioni furono sostenute e protette dall’esercito. Quest’ultimo approfittò della manipolazione della propaganda di Stato per lanciare una violenta campagna anti-comunista; il 5 ottobre cominciò a Giacarta la “caccia al comunista” ed in pochi giorni migliaia di comunisti furono massacrati e torturati nelle strade e nelle piazze.
A nulla servì la presa di posizione del Comitato centrale del PKI, nella quale si riaffermava il sostegno al Presidente Sukarno e si riconosceva che il “movimento 30 settembre” era stato un affare interno dell’esercito, con ufficiali vicini al PKI che volevano rimuovere i leader della destra nazionalista e non prendere il potere.
Il massacro dei comunisti indonesiani fu sistematico ed organizzato nei dettagli: forze della destra, ufficiali dell’esercito e organizzazioni religiose cooperarono in quello che è stato un vero e proprio sterminio. Le uccisioni di massa, attuate con particolare ferocia e brutalità, non risparmiarono neanche donne, anziani e bambini. I cadaveri venivano gettati nei fiumi, che divennero torrenti di sangue e corpi in decomposizione.
Le liste di comunisti indonesiani, redatte dall’ambasciata statunitense, vennero trasmesse all’esercito. Gli Stati Uniti non solo sostenevano i massacri, ma ne erano pienamente complici, attraverso la fornitura di armi ed equipaggiamenti di comunicazione, oltre che di “aiuti finanziari”. Nel 1966 l’ambasciatore statunitense a Giacarta assicurò a Suharto che gli Stati Uniti vedevano di buon occhio e ammiravano ciò che l’esercito stava facendo.
Anche Gran Bretagna e Olanda, ritenute da Sukarno potenze neocoloniali, diedero il loro sostegno allo sterminio dei comunisti. L’ambasciatore inglese, Andrew Gilchrist, scrisse al Ministero degli Affari esteri inglese che “non ho mai nascosto di ritenere che qualche plotone di esecuzione in Indonesia sarebbe un preliminare indispensabile a qualsiasi cambiamento reale”.
Suharto, che prese il potere nel 1967 fino al 1998, non fu mai processato per la violazione dei diritti umani e i crimini contro l’umanità commessi. La commissione d’inchiesta istituita a fine anni ’90 venne sospesa dalla Corte suprema, poiché diverse figure del regime di Suharto continuavano ad occupare grandi posizioni di potere. Al giorno d’oggi, le forze reazionarie e nazionaliste, religiose e militari, continuano a celebrare questo massacro, portando avanti campagne anti-comuniste.
Tra la fine del 1965 e i primi mesi del 1966, comunisti e ritenuti tali vennero sistematicamente eliminati, milioni di civili sospettati anche solo di essere simpatizzanti comunisti vennero arrestati, torturati, uccisi. Quelli che sopravvissero alla detenzione e che furono liberati restarono schedati come prigionieri politici, privati a vita dei loro diritti.
Uno sterminio poco conosciuto dall’opinione pubblica ed ancora oggi non riconosciuto dal governo indonesiano, né dagli Stati Uniti né dalle altre potenze occidentali; per questo motivo, il nostro dovere, in quanto comunisti, è quello della memoria storica e politica di questo massacro e della complicità assassina dei paesi imperialisti, al fianco di chi oggi come allora continua a lottare contro l’ingiustizia sociale, le ingerenze politiche e la repressione sindacale, costruendo organizzazione e sviluppando coscienza di classe.
Per chi volesse approfondire quanto accaduto in quei mesi tra il 1965 e il 1966, consigliamo soprattutto la lettura del libro “The Jakarta Method: Washington’s Anticommunist Crusade and the Mass Murder Program that Shaped Our World” di Vincent Bevins e la visione del documentario “The Act Of Killing” di Joshua Oppenheimer.
Fonte
Il Partito Nazionale Indonesiano (PNI) e il PKI erano capaci di governare il rapporto di forza contro le fazioni reazionarie (l’islam politico e una gran parte dell’esercito) e di affrancarsi sempre di più dalle forze imperialiste occidentali. Queste ultime subivano pesanti sconfitte nella regione, in particolare in Vietnam dove l’esercito statunitense, in grande difficoltà, non si faceva scrupolo di bombare con il napalm intere aree.
Fin dal 1963, preoccupati per la crescente forza del PKI e per l’avvicinamento dell’Indonesia al campo socialista, gli Stati Uniti iniziarono a stilare liste di proscrizione contro i comunisti indonesiani attraverso la loro ambasciata a Giacarta.
Nella notte del 30 settembre 1965, un piccolo gruppo di ufficiali dell’esercito, guidati dal colonnello della Guardia Presidenziale, tentò un colpo di Stato per contrastare un altro golpe ordito da un comitato di alti generali. Sei generali dell’alto comando vennero giustiziati ma l’operazione non andò a buon fine. I ranghi e i leader reazionari dell’esercito, guidati dal comandante Suharto e appoggiati dalle forze della destra, si vendicarono brutalmente.
La giunta militare prese il controllo dei media per diffondere la propria versione dei fatti: l’uccisione dei generali aveva acceso la rabbia popolare contro il potere del PKI, le manifestazioni furono sostenute e protette dall’esercito. Quest’ultimo approfittò della manipolazione della propaganda di Stato per lanciare una violenta campagna anti-comunista; il 5 ottobre cominciò a Giacarta la “caccia al comunista” ed in pochi giorni migliaia di comunisti furono massacrati e torturati nelle strade e nelle piazze.
A nulla servì la presa di posizione del Comitato centrale del PKI, nella quale si riaffermava il sostegno al Presidente Sukarno e si riconosceva che il “movimento 30 settembre” era stato un affare interno dell’esercito, con ufficiali vicini al PKI che volevano rimuovere i leader della destra nazionalista e non prendere il potere.
Il massacro dei comunisti indonesiani fu sistematico ed organizzato nei dettagli: forze della destra, ufficiali dell’esercito e organizzazioni religiose cooperarono in quello che è stato un vero e proprio sterminio. Le uccisioni di massa, attuate con particolare ferocia e brutalità, non risparmiarono neanche donne, anziani e bambini. I cadaveri venivano gettati nei fiumi, che divennero torrenti di sangue e corpi in decomposizione.
Le liste di comunisti indonesiani, redatte dall’ambasciata statunitense, vennero trasmesse all’esercito. Gli Stati Uniti non solo sostenevano i massacri, ma ne erano pienamente complici, attraverso la fornitura di armi ed equipaggiamenti di comunicazione, oltre che di “aiuti finanziari”. Nel 1966 l’ambasciatore statunitense a Giacarta assicurò a Suharto che gli Stati Uniti vedevano di buon occhio e ammiravano ciò che l’esercito stava facendo.
Anche Gran Bretagna e Olanda, ritenute da Sukarno potenze neocoloniali, diedero il loro sostegno allo sterminio dei comunisti. L’ambasciatore inglese, Andrew Gilchrist, scrisse al Ministero degli Affari esteri inglese che “non ho mai nascosto di ritenere che qualche plotone di esecuzione in Indonesia sarebbe un preliminare indispensabile a qualsiasi cambiamento reale”.
Suharto, che prese il potere nel 1967 fino al 1998, non fu mai processato per la violazione dei diritti umani e i crimini contro l’umanità commessi. La commissione d’inchiesta istituita a fine anni ’90 venne sospesa dalla Corte suprema, poiché diverse figure del regime di Suharto continuavano ad occupare grandi posizioni di potere. Al giorno d’oggi, le forze reazionarie e nazionaliste, religiose e militari, continuano a celebrare questo massacro, portando avanti campagne anti-comuniste.
Tra la fine del 1965 e i primi mesi del 1966, comunisti e ritenuti tali vennero sistematicamente eliminati, milioni di civili sospettati anche solo di essere simpatizzanti comunisti vennero arrestati, torturati, uccisi. Quelli che sopravvissero alla detenzione e che furono liberati restarono schedati come prigionieri politici, privati a vita dei loro diritti.
Uno sterminio poco conosciuto dall’opinione pubblica ed ancora oggi non riconosciuto dal governo indonesiano, né dagli Stati Uniti né dalle altre potenze occidentali; per questo motivo, il nostro dovere, in quanto comunisti, è quello della memoria storica e politica di questo massacro e della complicità assassina dei paesi imperialisti, al fianco di chi oggi come allora continua a lottare contro l’ingiustizia sociale, le ingerenze politiche e la repressione sindacale, costruendo organizzazione e sviluppando coscienza di classe.
Per chi volesse approfondire quanto accaduto in quei mesi tra il 1965 e il 1966, consigliamo soprattutto la lettura del libro “The Jakarta Method: Washington’s Anticommunist Crusade and the Mass Murder Program that Shaped Our World” di Vincent Bevins e la visione del documentario “The Act Of Killing” di Joshua Oppenheimer.
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Stellantis - Il nuovo cda parla francese e non ai lavoratori
La “fusione” tra Fiat-Chrysler (Fca) e il Gruppo Peugeot Sa (Psa) procede secondo i piani dell’accordo messo nero su bianco lo scorso dicembre (il “Combination agreement”), con la notizia della nomina dei membri del Consiglio d’amministrazione della holding Stellantis.
Nessuna sorpresa, ma la conferma che il processo di integrazione tra i due gruppi parla più francese che altro, a cui va aggiunta l’esclusione delle rappresentanze sindacali italiane dalle nomine scelte dai due gruppi.
A Elkann la presidenza, a Tavares il comando
Come da accordi, ognuno dei due gruppi ha nominato cinque membri, con l’undicesima seggiola finita a favore di Carlos Tavares, già presidente del consiglio di gestione di Psa, il quale avrà la carica di amministratore delegato (Ceo).
Proprio questa nomina è il peso che fa pendere la bilancia dalla parte transalpina, concedendo di fatto la maggioranza assoluta a Peugeot nel cda, mentre la presidenza affidata a John Elkann è una nomina più di rappresentanza che decisionale, nonostante Tavares ed Elkann saranno le uniche due cariche con deleghe esecutive dell’intero board.
Le altre nove nomine saranno infatti formalmente indipendenti, ma è chiaro che risponderanno alle linee strategiche decise dalle rispettive parti. Il 6 a 5 a favore Psa e la scelta di Tavares in posizione dominante per stabilire equilibri interni e strategie di gestione, rende la guida del quarto gruppo mondiale dell’automotive – quasi 9 milioni di veicoli prodotti, 170 miliardi di ricavi, 11 di utile operativo – chiara e inequivocabile.
La lunga fuga degli Agnelli dall’automotive
Come riporta ilSole24Ore, Tavares è una scelta comune delle due amministrazioni, scelta che chiarisce una volte per tutte le intenzioni degli Agnelli-Elkann sull’azienda di famiglia.
Fin dall’“operazione Marchionne”, il progetto è stato quello di rendere appetibile sul mercato un’azienda colpita duramente dalla mondializzazione dei mercati, dove per reggere la competizione sarebbero serviti o ingenti investimenti su prodotti innovativi (come la riconversione sull’elettrico), o l’abbattimento del costo del lavoro.
La prima opzione avrebbe significato la volontà di “lottare” per accaparrarsi quote di mercato nella riconversione del settore, sgomitando con i colossi tedeschi, cinesi, statunitensi ecc. a colpi di innovazione e modelli tecnologicamente avanzati.
Ma l’esternalizzazione di intere produzioni, i reparti confino di Nola e i licenziamenti in serie avevano chiarito da tempo le finalità delle manovre della proprietà, di cui questa “fusione” non è che l’ultimo tassello.
E scriviamo “fusione” tra virgolette proprio per sottolineare la vera natura dell’accordo, sbilanciato sulla cessione del comando delle attività più che sulla messa in comune dei punti di forza.
D’altronde, gli Agnelli sono l’espressione più fedele dei “capitalisti da paghetta” sfornati dal nostro paese, pronti alla produzione finché lo Stato elargisce sostegno sotto forma di sussidi, incentivi, sgravi fiscali, decontribuzioni sul lavoro (o a fare la voce grossa quando questo non avviene), ma adolescenti impauriti dinanzi alla competizione, “quella vera”, iniziata con la caduta del Muro e la fine della Prima Repubblica, che hanno inaugurato la globalizzazione e il processo di integrazione europea.
La composizione del cda
Il resto delle nomine per Fca sono Andrea Agnelli, Fiona Clare Cicconi (risorse umane di Astrazeneca, indicata quale rappresentante dei dipendenti), Wan Ling Martello (ex di Neslté e Walmart) e Kevin Scott (Microsoft); per Psa, Robert Peugeot (presidente di Ffp, holding della famiglia Peugeot), Henri de Castries (ex numero uno di Axa), Nicolas Dufourcq, Ann Frances Godbehere (canadese con ruoli nel settore assicurativo e minerario-petrolifero) e Jacques de Saint-Exupery (rappresentante dei lavoratori di Psa).
Proprio quest’ultima segna il passo sulla diversa rappresentanza dei lavoratori nel cda. Alla nomina dei francesi manca infatti un equivalente di Fca, che indica Fiona Clare Ciccone in maniera autonoma, senza interpellare i sindacati, neanche quelli più “disponibili”.
I pericoli per l’occupazione
Una decisione potenzialmente nefasta per l’occupazione del paese. Il nuovo gruppo infatti mette insieme quattro marchi “sovrapponibili” come Peugeot, Citroen, Opel e Fiat, e l’annuncio di “sinergie” nel mercato europeo è in realtà un preavviso di un piano di esuberi nel nuovo assetto.
La mancanza di un rappresentante diretto dei lavoratori impiegati nella penisola sonoè un campanello d’allarme su chi subirà i licenziamenti (sempre presenti nelle fusioni tra due o più aziende) una volta stabilito il piano industriale.
Ancora una volta dunque le scelte dei “padroni italiani” finiscono per mazzolare il mondo del lavoro, indipendentemente dalla bandierina stampata sul passaporto.
A scanso di equivoci, non potrebbe essere diversamente, essendo gli interessi dei primi costitutivamente in contrapposizione con quelli dei secondi (eccezioni qua e là permettendo). Checché ne dicano giornali, libri, esperti o manuali universitari oggi in circolazione.
Fonte
Nessuna sorpresa, ma la conferma che il processo di integrazione tra i due gruppi parla più francese che altro, a cui va aggiunta l’esclusione delle rappresentanze sindacali italiane dalle nomine scelte dai due gruppi.
A Elkann la presidenza, a Tavares il comando
Come da accordi, ognuno dei due gruppi ha nominato cinque membri, con l’undicesima seggiola finita a favore di Carlos Tavares, già presidente del consiglio di gestione di Psa, il quale avrà la carica di amministratore delegato (Ceo).
Proprio questa nomina è il peso che fa pendere la bilancia dalla parte transalpina, concedendo di fatto la maggioranza assoluta a Peugeot nel cda, mentre la presidenza affidata a John Elkann è una nomina più di rappresentanza che decisionale, nonostante Tavares ed Elkann saranno le uniche due cariche con deleghe esecutive dell’intero board.
Le altre nove nomine saranno infatti formalmente indipendenti, ma è chiaro che risponderanno alle linee strategiche decise dalle rispettive parti. Il 6 a 5 a favore Psa e la scelta di Tavares in posizione dominante per stabilire equilibri interni e strategie di gestione, rende la guida del quarto gruppo mondiale dell’automotive – quasi 9 milioni di veicoli prodotti, 170 miliardi di ricavi, 11 di utile operativo – chiara e inequivocabile.
La lunga fuga degli Agnelli dall’automotive
Come riporta ilSole24Ore, Tavares è una scelta comune delle due amministrazioni, scelta che chiarisce una volte per tutte le intenzioni degli Agnelli-Elkann sull’azienda di famiglia.
Fin dall’“operazione Marchionne”, il progetto è stato quello di rendere appetibile sul mercato un’azienda colpita duramente dalla mondializzazione dei mercati, dove per reggere la competizione sarebbero serviti o ingenti investimenti su prodotti innovativi (come la riconversione sull’elettrico), o l’abbattimento del costo del lavoro.
La prima opzione avrebbe significato la volontà di “lottare” per accaparrarsi quote di mercato nella riconversione del settore, sgomitando con i colossi tedeschi, cinesi, statunitensi ecc. a colpi di innovazione e modelli tecnologicamente avanzati.
Ma l’esternalizzazione di intere produzioni, i reparti confino di Nola e i licenziamenti in serie avevano chiarito da tempo le finalità delle manovre della proprietà, di cui questa “fusione” non è che l’ultimo tassello.
E scriviamo “fusione” tra virgolette proprio per sottolineare la vera natura dell’accordo, sbilanciato sulla cessione del comando delle attività più che sulla messa in comune dei punti di forza.
D’altronde, gli Agnelli sono l’espressione più fedele dei “capitalisti da paghetta” sfornati dal nostro paese, pronti alla produzione finché lo Stato elargisce sostegno sotto forma di sussidi, incentivi, sgravi fiscali, decontribuzioni sul lavoro (o a fare la voce grossa quando questo non avviene), ma adolescenti impauriti dinanzi alla competizione, “quella vera”, iniziata con la caduta del Muro e la fine della Prima Repubblica, che hanno inaugurato la globalizzazione e il processo di integrazione europea.
La composizione del cda
Il resto delle nomine per Fca sono Andrea Agnelli, Fiona Clare Cicconi (risorse umane di Astrazeneca, indicata quale rappresentante dei dipendenti), Wan Ling Martello (ex di Neslté e Walmart) e Kevin Scott (Microsoft); per Psa, Robert Peugeot (presidente di Ffp, holding della famiglia Peugeot), Henri de Castries (ex numero uno di Axa), Nicolas Dufourcq, Ann Frances Godbehere (canadese con ruoli nel settore assicurativo e minerario-petrolifero) e Jacques de Saint-Exupery (rappresentante dei lavoratori di Psa).
Proprio quest’ultima segna il passo sulla diversa rappresentanza dei lavoratori nel cda. Alla nomina dei francesi manca infatti un equivalente di Fca, che indica Fiona Clare Ciccone in maniera autonoma, senza interpellare i sindacati, neanche quelli più “disponibili”.
I pericoli per l’occupazione
Una decisione potenzialmente nefasta per l’occupazione del paese. Il nuovo gruppo infatti mette insieme quattro marchi “sovrapponibili” come Peugeot, Citroen, Opel e Fiat, e l’annuncio di “sinergie” nel mercato europeo è in realtà un preavviso di un piano di esuberi nel nuovo assetto.
La mancanza di un rappresentante diretto dei lavoratori impiegati nella penisola sonoè un campanello d’allarme su chi subirà i licenziamenti (sempre presenti nelle fusioni tra due o più aziende) una volta stabilito il piano industriale.
Ancora una volta dunque le scelte dei “padroni italiani” finiscono per mazzolare il mondo del lavoro, indipendentemente dalla bandierina stampata sul passaporto.
A scanso di equivoci, non potrebbe essere diversamente, essendo gli interessi dei primi costitutivamente in contrapposizione con quelli dei secondi (eccezioni qua e là permettendo). Checché ne dicano giornali, libri, esperti o manuali universitari oggi in circolazione.
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