Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/06/2013

Ripercorrendo due anni di crisi siriana

Due anni fa le prime proteste di piazza, in breve trasformate in guerriglia poco popolare da poteri esterni. La soluzione? Le chiavi della pace in mano al mondo.

Sono passati oltre due anni da quando nella primavera del 2011 le prime proteste infiammavano le strade di alcune città siriane. In molti allora videro in quei moti, solo apparentemente spontanei, un effetto domino innescato da quanto era accaduto pochi mesi prima in Tunisia e in Egitto e stava accadendo in Libia. Proprio il caso libico avrebbe dovuto invece indurre ad una prudenza verso le cosiddette "primavere arabe" visto che lì il vento della democrazia soffiava attraverso i bombardamenti Nato che distruggevano il Paese condannando alla sconfitta l'esercito di Gheddafi e all'insicurezza e alla barbarie la Libia. Ma così non fu.

Infatti, anche grazie ad una martellante campagna di disinformazione da parte della quasi totalità dei media, avviene una sorta di cieca equazione, da una parte il governo siriano di colpo diventato "dittatoriale e criminale", dall'altra i manifestanti paladini di "democrazia e libertà". Facile il verdetto: chi ama la democrazia non può che augurarsi una veloce caduta del rais di Damasco. Il presidente siriano, al quale fino a poche settimane prima molti manager occidentali (compresi quelli del nostro Paese) bussavano alla porta per stringere affari e accordi, diventa il demonio, un "insopportabile" da rimuovere, meglio se sopprimendolo. Un copione non nuovo visto che precedentemente era stato usato con Milosevic, Saddam e in ultimo Gheddafi. Certamente leader lontani dal poter essere presi come campioni di democrazia, ma la cui vera colpa era stata quella di rifiutare di collocarsi sotto l'ombrello degli Usa.

Nella primavera del 2011 assistiamo anche ad un attacco durissimo contro ogni voce che si pone fuori dal coro, e proprio i Comunisti italiani sperimentano sulla loro pelle la loro coerenza internazionalista e anti-imperialista che da tempo li aveva portati ad avere dei rapporti di stima e amicizia con il Partito comunista siriano.

Sia ben chiaro che un partito come il Baa'th che detiene il governo di una nazione da oltre quaranta anni è normale che venga percepito da parte della popolazione come elemento di chiusura, anzi sarebbe da sorprendersi se fra i giovani non ci fossero quanti auspichino un cambio anche radicale del quadro politico. Emotivamente è comprensibile. E' questo è ancora più normale se questo partito vede alla sua guida una famiglia, gli Assad appunto, e se questa famiglia proviene da una confessione storicamente minoritaria nel paese, gli Alawiti. A ciò si deve aggiungere che alcuni settori del potere siriano (anche all'interno della famiglia degli Assad), da tempo critici su alcune aperture di Bashar Assad, forse colti di sorpresa dalle prime manifestazioni, oppongono a queste proteste una reazione spropositata quanto insensata. Ricordiamo quanto successo a Daraa, quando una manifestazione del tutto pacifica viene repressa nel sangue dalle forze di polizia. Le prime proteste quindi rappresentano un sentire diffuso, anche se forse non maggioritario, e sicuramente risentono dell'effetto delle notizie che arrivavano da Tunisi e dal Cairo. Il re era nudo, si poteva abbattere, deporre, quindi perché non provarci anche a Damasco?

Va però ricordato che Bashar Assad cerca immediatamente un dialogo con i manifestanti: verrà destituito il responsabile della polizia della regione di Daraa e alla fine di aprile annuncia la fine dello "stato di emergenza" in vigore dal 1963. Bashar annuncia anche una stagione di riforme di più vasta portata e chiede alle masse critiche verso il governo di concedergli tempo. 


Il dibattito interno alla politica siriana 
L'origine delle proteste va ricercato quindi in motivi tutti interni alla Siria, con questo senza sottovalutare i tentativi di destabilizzazione messi in atto dagli Usa e dalle potenze occidentali da oltre un decennio. Da mesi il governo di Damasco era impegnato in un durissimo dibattito, che coinvolgeva anche il Parlamento, sulla dismissione di asset centrali per l'economia del Paese a partire da quelli energetici e idrici. La privatizzazione delle centrali elettriche, ad esempio, aveva registrato un forte interesse dell'Edf, la multinazionale francese con le mani in pasta in molte situazioni di crisi internazionale. Su questo tema la discussione era stata durissima e aveva visto proprio i comunisti siriani in prima fila nella lotta contro la svendita di settori che a loro dire avrebbe indebolito la sovranità nazionale della Siria. Lo stesso vale per la privatizzazione di altri settori e per la liberalizzazione di alcune tariffe che aveva portato ad un indebolimento del potere d'acquisto dei salari e quindi ad un impoverimento diffuso di ampi settori della popolazione.

La siccità e la crisi economica 
A questo si deve sommare che la Siria usciva da tre anni di durissima siccità che aveva reso praticamente desertiche le vaste terre della regione interna fra Latakia e Homs, notoriamente possedute da famiglie della borghesia sunnita, causando crisi e malcontento fra questa gente. Ad aggravare questa situazione secondo alcuni studiosi si sommavano alcuni accordi con la vicina Turchia sullo sfruttamento di alcune sorgenti idriche lungo il corso dell'Eufrate, nel Nord del Paese. In ultimo, ma non per questo con un minore effetto, la crisi economica mondiale che seppur in ritardo iniziava a far sentire i suoi effetti anche nella regione mediorientale.

Elementi centrali, questi, fra le parole d'ordine delle prime proteste e più che sufficienti per far accendere il fuoco delle rivolte, che in un primo momento non mettono però in discussione il governo e che non di rado sono guidate dalle forze progressiste presenti all'interno del Fronte patriottico nazionale che da decenni guida la Siria. Ma parallelamente allo scoppio di queste legittime manifestazioni parte il piano S, ovvero quello che i servizi segreti Usa da anni avevano nel cassetto per mettere fine a quello che era l'unico governo dell'area che non accettava l'idea di quel "grande Medio Oriente" tanto cara alla famiglia Bush e mai rinnegata da Obama. Le manifestazioni sono in breve infiltrate, spesso avvengono delle vere e proprie provocazioni, anche armate, con l'obiettivo di innescare una reazione della polizia. Reazione che non si fa attendere e che come ricordavamo prima a volte sconfina in violenze certamente evitabili. 


Dalla piazza alla guerriglia finanziata dall'estero
Da questo momento, più o meno databile intorno alla fine dell'estate, si modifica lo scenario. La piazza non esiste più e al suo posto appare una vera e propria guerriglia armata sempre più monopolizzata da elementi esterni alla Siria. Significativo è il discorso di Barak Obama, tenuto il 21 agosto presso l'organizzazione filo israeliana Aipac, dove si ammette la possibilità per il Pentagono di prendere in considerazione un intervento armato da parte degli Stati Uniti. In prima fila nella linea interventista è però la Francia, che dopo le azioni militari in Libia sembra pervasa da uno spirito neocoloniale che la porta ad un attivismo smodato sullo scenario africano e mediorientale.

In Siria parallelamente alla questione interna e ad una logica di ingerenza geopolitica da parte di Usa e Europa, si gioca un'altra partita: è quella che vede opposti il mondo sunnita delle petrolmonarchie oscurantiste a quello sciita guidato dall'Iran. Cavallo di Troia dei primi è il movimento dei Fratelli mussulmani, da sempre del tutto compatibile con la grande finanza internazionale e con il liberismo e trade union fra i regimi dell'Arabia Saudita, Qatar, Giordania e la Casa Bianca, in virtù di un tacito accordo siglato con l'allora responsabile della politica estera Usa Hillary Clinton durante la visita di Obama al Cairo del giugno 2009. Più o meno negli stessi mesi dello scoppio delle rivolte in Siria c'era stato nel vicino Libano un rovesciamento delle alleanze, che aveva visto Hezbollah, legati allo sciismo iraniano, estromettere democraticamente dal governo il partito Mustaqbal di Hariri, sunniti filo saudita. Uno smacco indigeribile per il regime di Riad.

Più o meno in questi mesi entra in scena un protagonista che da anni aspira ad un ruolo egemone nella regione: la Turchia di Erdogan e del neo-ottomanismo propugnato dal suo ministro degli Esteri. Lo schierarsi a fianco delle petrolmonarchie da parte del governo di Ankara è vissuto da Bashar Assad come una pugnalata alle spalle, perché proprio con il leader turco negli ultimi anni si era sviluppata una intensa collaborazione sia politica che economica. Come si arriva a questa rottura? Erdogan è convinto che i rapporti di buon vicinato inaugurati da diversi anni con la Siria siano il preludio di una sorta di ottomanizzazione del Paese arabo. Ritiene che Damasco debba accettare il suo protettorato senza reclamare spazi di autonomia, condizione preliminare per non fare cadere l'appoggio della Turchia in un momento difficile quale è l'inizio della crisi siriana. Queste richieste sono però considerate inaccettabili da Damasco. Da qui l'inizio dei dissidi, un fossato che si amplia grazie alle pressioni della Casa Bianca e della Nato che vedono per la prima volta la possibilità di togliersi di torno gli Assad.

In molti in effetti scommettono in una rapida caduta del presidente siriano, sulle orme di quanto successo a Ben Alì, Mubaraq e Gheddafi. Ma resteranno ad oggi tutti delusi.


La Siria fatta a pezzi e lo stallo internazionale
Il 2012 sarà per la Siria un anno durissimo. Oramai pressoché isolata dal mondo e sotto il continuo attacco delle bande armate che si oppongono al governo di Damasco. Sono migliaia i combattenti - ma forse è meglio chiamarli con il nome più appropriato: i mercenari - arrivati dai quattro angoli del mondo arabo per esportare anche in Siria, in nome dell'Islam sunnita, il cappello di Washington. Bande che si riconoscono sotto l'effige della vecchia bandiera della Siria colonizzata, fatta propria dall'Esercito libero siriano e dalla Coalizione nazionale siriana. Nonostante gli ingenti aiuti in denaro, uomini e armi, i successi sono modesti, ma soprattutto gli insorti non riesco nell'operazione di controllo di una fetta omogenea di territorio, possibile escamotage per imporre alla Siria da parte della Nato una nefasta riedizione della no-fly zone, preludio alla guerra in Iraq e in Libia. Nello stesso tempo la strada di un coinvolgimento dell'Onu in chiave anti-Assad è questa volta scongiurato grazie alle decise prese di posizione di Russia e Cina, ma più in generale dei paesi del Brics, che probabilmente hanno fatto tesoro di quanto successo in Libia, dove i loro tentennamenti hanno aperto le porte al protagonismo unilaterale della Nato. E se Pechino vede in quanto accade in Medio Oriente i primi sintomi di un conflitto lunghissimo che nel futuro li opporrà agli Stati Uniti e all'Occidente loro alleato, la Russia ha in Siria interessi molto più concreti e attuali: primo fra tutti il mantenimento di quella che è l'unica base militare navale della Russia nel Mediterraneo di stanza nel porto di Tartus. La presenza militare russa in questi mesi ha rappresentato un elemento formidabile di dissuasione per chiunque fosse tentato da prove di forza sul modello dei primi bombardamenti francesi su Tripoli. Infatti un intervento armato in Siria rappresenterebbe una esplicita dichiarazione di guerra anche verso la Russia, con conseguenze inimmaginabili.

Ma se è vero che l'opposizione non è riuscita nell'intento di togliere stabilmente del territorio dal controllo del governo centrale è altrettanto indiscutibile che nonostante gli ingenti sforzi il governo di Damasco non è riuscito ad imporre sicurezza e stabilità in Siria. Sempre di più la disperazione degli oppositori si sfoga in attentati suicidi che portano morte e distruzione all'interno delle città siriane. Uno stillicidio che mese dopo mese sta cambiando le consuetudini della popolazione. Dove invece sembra non essere riuscita a fare breccia l'opera de stabilizzatrice di Washington è sul piano confessionale. La Siria nel suo insieme resta un Paese interconfessionale e la temuta "libanesizzazione" ad oggi non è realtà. Sicuramente i rapporti fra sunniti e sciiti, e soprattutto fra alawiti e sunniti, e ancora fra quest'ultimi e l'infinito arcipelago del cristianesimo, si sono deteriorati, ma gli esempi di dialogo e di collaborazione sono tantissimi. Uno fra tutto la mussalaha, riconciliazione: un percorso di pace che vede lavorare insieme cristiani e musulmani. Ma attenzione a sottovalutare questo rischio, proprio la frantumazione, e il confessionalismo rappresenta uno strumento straordinario per arrivare a ciò, e resta il principale obiettivo sia degli Stati Uniti che delle potenze regionali, leggi Arabia Saudita, Turchia e Israele.

Tutto questo ha però portato ad una situazione di stallo. Uno stallo drammatico, fatto di fame e morti quotidiane, ma non del tutto avverso i protagonisti anti Assad. Gli Stati Uniti e lo stesso Israele, infatti, non disdegnano affatto una situazione che rende impotente il governo di Assad, e nello stesso tempo ricattabili i ribelli islamici, alleati oggi ma possibili nemici domani. Anche perché all'iniziale monopolio dei Fratelli Musulmani sull'opposizione, si sta passando settimana dopo settimana ad un affermarsi delle milizie salafite vicine alla galassia denominata Al Qaeda. Forse anche per queste ragioni sembrerebbe cambiato l'approccio di alcuni Paesi occidentali che iniziano a pensare ad una soluzione che non elimini dalla scena il blocco di potere vicino al presidente Assad: la conferenza di Ginevra ha questo obiettivo, ma i lavori sono in alto mare ed è difficile prevedere quale sarà - ammesso che si riesca a tenere - lo sbocco.

Una sensazione analoga si prova all'interno del cosiddetto pacifismo italiano, in un primo momento miopemente schierato con gli oppositori. Di giorno in giorno aumentano i distinguo e le prese di distanza da uno schieramento che mostra di essere assolutamente succube ai voleri degli Usa.


Come uscire dalla crisi?
Proviamo ad azzardare, in conclusione, quale potrebbe essere una porta di uscita da questa crisi. A mio modesto avviso questi due anni hanno mostrato che Assad gode dell'appoggio e del sostegno di una parte importante del suo popolo e nello stesso tempo che l'esercito rappresenta una colonna non eludibile dell'unità nazionale. Dall'altra parte seppur divisa e distante spesso dalla popolazione - che la sente estranea - l'opposizione grazie alle risorse che gli arrivano dai Paesi amici conserva vigore e forza. Con questi due elementi tutti devono fare i conti a partire dall'opposizione, quella innanzitutto siriana e poi volenterosa di dare pace al Paese. Il prossimo anno scadrà il mandato presidenziale di Assad e intorno a questo potrebbe giocarsi una partita che veda garante la Russia e che cerchi di limitare i vincitori e gli sconfitti. Il rischio contrario è invece un accendersi di altri fuochi ad iniziare dal vicino Libano, dove intorno a Tripoli e a Sidone si combatte come si stesse in un pezzo di Siria. Il coinvolgimento fraterno del partito Hezbollah, che ha avuto un ruolo chiave nella liberazione della città di Qusayr, e la presenza dei mercenari sunniti rischia di far sprofondare in un nuovo conflitto il piccolo paese dei cedri.

Come mi ha spesso detto un grande intellettuale arabo, Talal Salman, direttore del quotidiano libanese Assafir, quando gli chiedevo numi sulle crisi in Siria e in Libano, "le chiavi della pace in questa regione sono nelle capitali di altri Paesi. Parigi, Washington, Londra, Riad, Ankara, Teheran.". Una verità sempre molto attuale.


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Un ottima disamina davvero. Per approfondire i complicati intrecci che si dipanano sulla via di Damasco, consiglio anche i seguenti due articoli:

Combattere in Siria 1: Dalla Tunisia al jihadismo

Combattere in Siria 2: Gli iracheni a fianco di Assad

I soldati israeliani violentano i bambini palestinesi

La cosa era nota da tempo, ma adesso ad inchiodare pubblicamente lo Stato di Israele è un dossier dell’Onu. Sono bambini dai 9 ai 15 anni, con l’unica colpa di aver resistito all’artiglieria dei militari e poliziotti israeliani lanciando sassi contro i blindati dell’esercito. 7mila di loro, tra il 2002 e il 2013 sono stati torturati, subendo abusi sessuali, picchiati e minacciati di morte nelle democratiche galere israeliane. Ma Israele non vede e non sente. È questo l’agghiacciante bilancio pubblicato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che ha formalmente accusato il governo di Benjamin Netanyahu di ripetute violenze contro i piccolissimi prigionieri.

Quasi tutti loro sono stati arrestati durante incursioni notturne, venivano bendati e caricati sui mezzi dell’esercito. Il più delle volte, poi, trasferiti senza preavviso in altre carceri e senza comunicarlo alla famiglia, che perdeva le loro tracce. Veri e propri metodi da Cile di Pinochet, per esercitare sui giovanissimi violenze psicologiche, al fine di estorcere una confessione. Malmenati in cella, violentati e spinti alla confessione con la minaccia di fare del male ai loro familiari. Spesso lasciati senza cibo, né acqua e senza la possibilità di andare in bagno. A confermare le accuse delle Nazioni Unite, ci sono anche le confessioni di molti soldati israeliani, che hanno ammesso le violenze.

«Profonda preoccupazione circa i maltrattamenti e le torture ai bambini palestinesi arrestati, processati e detenuti da parte della polizia e dei militari israeliani», scrive il gruppo di lavoro dell’Onu, nel dossier pubblicato di recente. «Metodi – scrive ancora l’Onu – perpetrati dal momento stesso dell’arresto, passando per la fase del trasferimento e gli interrogatori. Lo scopo è quello di ottenere una confessione, anche in maniera del tutto arbitraria. Ad ammetterlo sono stati diversi soldati israeliani». Secondo le leggi di Israele, i minori palestinesi possono essere arrestati e condannati fino a 20 anni di reclusione, con l’accusa di aver lanciato sassi contro i blindati dei militari.

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Non bisognerebbe più chiamarlo Stato d'Israele ma Stato fascista d'Israele.

27/06/2013

Come gli Area


Diritto alla privacy contro Google, Femen contro Facebook

Sulla privacy, l’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’UE dà ragione a Google e torto all’agenzia spagnola per la protezione dei dati. Invece Facebook cancella il principale profilo delle Femen.

Il 'diritto all'oblio' online, la possibilità cioè di cancellare da internet determinati contenuti che riguardano la propria persona, può essere fatto valere nei confronti dei siti web che pubblicano le informazioni giudicate sensibili sul conto di singoli individui, ma non vale per Google. Queste le conclusioni a cui è giunto l'avvocato generale della Corte di giustizia Ue, nell'ambito di una controversia fra Google Spain e l'Agenzia spagnola per la protezione dei dati. Un parere non vincolante per la decisione della Corte ma che si schiera a favore dei motori di ricerca online. La multinazionale del web Google, che in fatto di privacy è alle prese con ben altri rilievi mossi dai Garanti europei per la protezione dei dati (ultimi nei giorni scorsi quelli di Italia e Francia), accoglie con soddisfazione questo parere giudicandolo ''positivo per la libertà di espressione''. Le parole dell'avvocato generale, sottolinea sul suo blog, vanno ''nella direzione'' sostenuta da tempo da Google ''secondo cui richiedere ai motori di ricerca la rimozione di informazioni legittime corrisponderebbe a censura''. L'avvocato generale, le cui conclusioni comunque sono quasi sempre recepite dalla Corte di giustizia europea, col suo parere ha dato ragione a Google Spain che aveva presentato un ricorso contro l'Agenzia spagnola per la protezione dati. L'autorità di Madrid aveva imposto a Mountain View di cancellare i dati di un privato cittadino pubblicati su un giornale online, perché egli non voleva più essere trovato sul web. Nel parere pubblicato ieri si legge che ''i fornitori di servizi di motore di ricerca non sono responsabili, ai sensi della direttiva sulla protezione dei dati, del fatto che nelle pagine web che essi trattano compaiano dati personali''. Secondo l'avvocato generale, Google ''non va considerato come responsabile del trattamento dei dati personali che compaiono nelle pagine web che tratta''. Fornire uno strumento per la localizzazione dell'informazione ''non implica alcun controllo sui contenuti presenti nelle pagine web di terzi e non mette neppure il fornitore del motore di ricerca in condizione di distinguere tra i dati personali secondo la direttiva (che si riferisce ad una persona fisica vivente e identificabile) e gli altri dati''. Quindi, ''un'autorità nazionale per la protezione dei dati non può imporre ad un fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet di eliminare informazioni dal suo indice, tranne nei casi in cui tale fornitore non abbia rispettato i codici di esclusione o non si sia conformato ad una richiesta proveniente dal sito web concernente un aggiornamento della memoria cache''.
Ieri è stato il giorno in cui un’altra multinazionale del web, Facebook, ha deciso di cancellare la principale pagina dedicata alle attività del gruppo 'Femen', diventato celebre per le dimostrazioni a seno nudo delle sue militanti. E proprio per l’uso di queste immagini che il social network afferma di aver cancellato l’account in questione. ''Abbiamo una politica molto chiara sulle immagini di nudo - ha spiegato Linda Griffin, una manager di Facebook, al Kyiv Post - e gli amministratori della pagina in questione hanno ricevuto diversi avvisi sul fatto che i contenuti della loro pagina violavano le nostre regole''. Alexandra Shevchenko, una delle fondatrici del gruppo, ha scritto sulla testata online Ukrainska Pravda che Facebook ha cancellato le pagine per ''assurde accuse di pubblicazione di materiale pornografico e di promozione della prostituzione''. Non si é fatta attendere la replica di Facebook. Secondo Griffin, il social network ''non ha assolutamente mosso accuse'' di questo genere alla pagina delle Femen.


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Quello della gestione e tutela dei dati da parte delle multinazionali del web e più in generale di chiunque operi in rete è il settore giuridicamente più scivoloso degli ultimi 2 decenni.
Mi domando come mai la questione sia totalmente ignorata dalla società. 

Mobilitazione in Autunno? I sindacati conflittuali chiamano a discuterne

Il prossimo 3 luglio a Roma USB, Cobas e Rete 28 Aprile hanno convocato un incontro comune per discutere e preparare le mobilitazioni di autunno. Il giorno dopo manifestazione in piazza Santi Apostoli contro l'accordo del 31 maggio.
"Vorremmo provare a definire un percorso di mobilitazione comune per questo autunno tra tutte le principali forze e movimenti sociali e di lotta" si apre così la lettera con cui USB, Cobas e Rete 28 Aprile invitano tutti i movimenti sociali a discuterne a Roma il prossimo 3 luglio. "Riteniamo infatti che tutte le esperienze sociali e civili, in tutte le loro articolazioni e dimensioni, oggi si misurino con le politiche di austerità e la loro continua aggressione ai diritti sociali e civili, al lavoro e al reddito, all'ambiente e al territorio, alla democrazia. Per questo vorremmo poter discutere di uno o più appuntamenti nei quali tutte le lotte in corso convergessero".

La lettera prosegue sottolineando che "Ci sembra che tutte le mobilitazioni e le lotte in corso o in preparazione si misurino in generale con almeno tre no e tre si".
Il primo no è al fiscal compact e alle politiche di austerità in Italia ed in Europa, e ovviamente al governo delle larghe intese che qui da noi quelle politiche gestisce. Il secondo no è alle spese militari, alle grandi opere, alla privatizzazione dello stato sociale e dei beni comuni. Il terzo no è alla disoccupazione di massa, allo sfruttamento e alla precarizzazione del lavoro e al sistema autoritario sempre più esteso nei luoghi di lavoro, che gli accordi Fiat e quello CGIL CISL UIL Confindustria hanno formalizzato.

Il primo si è ai diritti sociali, dal reddito all’abitare, allo stato sociale, al diritto al lavoro dignitoso, alla libertà di circolazione e di residenza di migranti e rifugiati. Il secondo si è alla scuola e alla istruzione pubbliche, alla sanità e ai beni comuni pubblici e alla costruzione di un diverso modello sociale e ambientale. Il terzo si è il diritto ad una vera democrazia fondata sulla partecipazione, che rifiuti deleghe autoritarie nei luoghi di lavoro, nel territorio e nel sistema politico.

Questi tre no e tre sì ci sembrano centrali per la nostra esperienza, quindi potrebbero essere parziali o insufficienti da altri punti di vista ed è proprio per discutere dei contenuti e delle modalità della possibile iniziativa e mobilitazione comune che vi proponiamo di incontrarci. Mobilitazione che nel prossimo autunno potrebbe incontrarsi con quelle che analogamente si stanno definendo in Europa.

Proponiamo quindi di incontrarci per discutere e vedere quanto possiamo fare assieme, anche di fronte all'aggravarsi di tutta la situazione sociale e civile del paese e all'assenza, almeno sinora, di risposte adeguate. Proponiamo di vederci a Roma il 3 luglio dalle 15 in via Galilei 52 ( sala "il Cielo sopra l'Esquilino") perché è necessario che di questo si discuta in  tempi giusti e utili per tutti" concludono la lettera-invito Cobas, Rete 28 aprile e USB.

Ma oltre a discutere su cosa mettere in campo in autunno già il giorno dopo, giovedì 4 luglio, si terrà una iniziativa contro l'accordo del 31 maggio. Alle ore 17 sempre a Roma in Piazza Santi Apostoli si svolgerà infatti una manifestazione di protesta contro le politiche governative, mettendo in rilievo anche l'agire subalterno dei sindacati concertativi, che invece di contrastare i disegni governativo-padronali  si spendono in tregue salariali e sociali, firmando anche accordi interconfederali "fac simile diktat Marchionne", intesi a minare il diritto di sciopero e la rappresentanza sindacale riconosciuta solo ai firmatari di contratti capestro.

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"Il Pd? C'è dentro una banda di delinquenti"

Se lo dicono da soli, non è un'accusa proveniente da avversari politici... Il coming out della giovane parlamentare Marianna Madia, ex astro nascente evidentemente in difficoltà con l'establishment.

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da infiltrato.it
 

“A livello nazionale nel Pd ho visto piccole e mediocri filiere di potere. A livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie parlamentari ho visto – non ho paura a dirlo – delle vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio”. Sono le parole durissime quanto dirette pronunciate dalla deputata Marianna Madia al suo stesso partito, il Pd, durante un comizio di Fabrizio Barca nella Capitale.
La giovane deputata, lanciata da Walter Veltroni alle elezioni nazionali del 2008, non ha fatto giri di parole per andare dritto al punto e attaccare i dirigenti del partito e alle diramazioni territoriali nella capitale. Citando Antonio Gramsci, Madia ha parlato di “una quarta forma di ipocrisia che mi fa paura”.
Quella di “casa mia”, del Partito democratico. “Spero che questa ipocrisia non ci sia nel futuro congresso. L’ipocrisia – ha aggiunto la deputata – è pensare di parlare di linea politica senza capire che abbiamo un grossissimo problema di costituzione materiale del partito”.
“Cosa ho visto nel Pd che ha gestito il gruppo parlamentare dall’inizio di questa legislatura?”, si domanda Madia. Impietosa la risposta: “Ho visto ipocrisia, ho visto opacità, ho visto un sistema che non chiamerei neanche di correnti, ma di piccole e mediocri filiere di potere che sono attaccate così al potere stesso da non volerlo cedere di un millimetro”.

“Ho visto veti incrociati per mantenere tutto questo”, ha continuato Madia. E tutto questo “l’ho visto da chi oggi ancora ci dirige. E questo è il livello nazionale”. Ancora più pesante l’attacco alle diramazioni romane del partito, con un esplicito riferimento alle “associazioni a delinquere”.
Secondo la deputata, è ora di cambiare. “Essere un poco meglio per noi è un suicidio”. Per questo si è fatta promotrice, insieme al senatore Walter Tocci e al deputato Pippo Civati, di una proposta di legge che prevede l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la riforma del sostegno ai movimenti politici.
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Parole forti, molto forti. Tanto da richiedere stamattina un'"intervista riparatrice" sul Corriere della sera.
 

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«Avrei dovuto fare una maggiore attenzione al lessico ma era un incontro per soli militanti, e non immaginavo che qualcuno stesse riprendendo il mio intervento, due settimane fa, con Barca si parlava del partito che vorrei...».

Madia, scusi, ma lei in quell`occasione ha parlato di «piccole associazioni a delinquere» sul territorio, di «opacità» a livello nazionale. 
«Confermo la critica politica, certo, anzi posso dire che non avevo realmente compreso certe dinamiche fino alle primarie per i Parlamentari, è lì che ho capito cosa succede realmente sul territorio. E a proposito del partito nazionale: usare il termine opacità per i due mesi dopo le elezioni, semplicemente, mi sembra il minimo».

Marianna Madia ha 32 anni, un bimbo, si è sposata quindici giorni fa in gran segreto, una quindicina di invitati, nessun paparazzo; è alla seconda legislatura - voluta da Walter Veltroni nel 2008 - e da quando è entrata in Parlamento si è occupata principalmente di Lavoro. Detiene un specie di record, nel Pd: pare non abbia mai partecipato a una riunione di corrente. Lunedì sera ha ricevuto la telefonata del neosindaco di Roma, Ignazio Marino, che - dopo aver cercato di convincere la renziana Lorenza Bonaccorsi - la voleva in Giunta: anche lei, però, ha rifiutato.

Madia, cosa intende per «associazioni a delinquere» sul territorio? 
«Alle Primarie dei parlamentari ho capito che tutto dipende da queste sommatorie di potere e comitati elettorali, prendono decisioni e pongono veti incrociati, paralizzano qualunque capacità progettuale del Pd, tengono lontani i simpatizzanti che non appartengono alle filiere, e quindi minano il consenso del partito. Le filiere si accordano e invece di aprire, allargare, che poi è il senso delle Primarie, spartiscono zona per zona».

Tanto vale che i partiti nominino i parlamentari, allora. 
«Non so cosa è peggio, ma faccio un altro esempio: la gestione delle Primarie spettava alle federazioni provinciali e quindi, visto che a Roma legittimamente in molti della federazione erano candidati, non avevamo neanche più l`arbitro...».

Per descrivere il piano nazionale ha parlato di «opacità», citato Gramsci per richiamare tre forme di «ipocrisie», anzi ne ha aggiunta un`altra... 
«Nei due mesi dopo le elezioni non c`è stata verità, non abbiamo saputo dire che il Pd non aveva vinto, che c`erano tre forze equivalenti, e invece sostenevamo che l`elezione del Presidente della Repubblica era sganciata dal governo che si stava creando, e che non avremmo mai fatto un governo con il Pdl...».

Ce l`ha con Bersani? 
«Con chi ha preso decisioni in quei mesi, Bersani ma non solo. Ora, però, al congresso, bisogna capire che in ballo non c`è la linea politica, perché deve essere chiaro che il Pd è più indietro, qui si tratta della costituzione materiale del partito, di stabilire come sta assieme una comunità politica sui territori e sulle questioni nazionali».

Il video del suo intervento a Roma con l`ex ministro - che l`articolo de «Il Fatto» sintetizza nel titolo «Troppi delinquenti nel Pd» - le avrà garantito una buona accoglienza tra i suoi colleghi piddini, stamattina. 
«All`inizio sì, un po`, ma al di là delle esagerazioni lessicali la critica politica è condivisa da molti nel partito».


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Niente di nuovo sotto il sole. E' la stessa solfa che certificava 30 anni fa Berlinguer (senza per altro mettere un cazzo di correttivo almeno a giudicare dalla dirigenza del PCI e derivati successivi che quegli anni hanno partorito) e che di tanto in tanto qualcuno rispolvera, amaramente viene da far spallucce, per come la vedo io ci vorrebbe una purga staliniana per epurare il PD ma anche in quel caso non sarei sicuro del completo successo dell'operazione.
Esagerazioni a parte, sentir citare Gramsci dalla bocca d'una pupilla di Veltroni, fa giusto il paio con Alemmano che parla di De André. 

Afghanistan, il sogno del cashmere in un’economia drogata

Gli auspicabili progetti di rilancio dell’economia afghana non prescindono da soluzioni politiche che possano trasformare il Paese in un’entità democratica ben diversa dalla desolante eredità della missione Isaf. Il Financial Times fa circolare una news improntata più alla fiction che alla realtà: lanciare in Afghanistan la produzione di lana da cashmere. Il progetto è totalmente “made in west” anzi vede coinvolto nientemeno che il Pentagono impegnato nella quadratura del cerchio della presunta “grande ritirata” del 2014. Che quel martoriato Paese necessiti di un’economia sana non è una novità. Gli oltre trent’anni d’invasioni e conflitti hanno, è il caso di dirlo, drogato il mercato interno correlandolo ai vizi di quello mondiale. Anche nelle province dove la natura è propizia sono scomparse attività agricole normali rivolte alla coltura di alberi da frutta a favore della coltivazione principe: il papavero da oppio. Proprio gli anni dell’occupazione occidentale hanno convertito la nazione in un immenso laboratorio di lavorazione e trasformazione in eroina di quella piantagione. Recenti dati dell’Union Nation Office on Drugs and Crime prospettano anche per il 2014 il mantenimento del tetto della produzione mondiale raggiunto dall’Afghanistan già nel 2008. La concentrazione è in dodici delle 34 province ma la tendenza ad ampliare la coltivazione resta costante. Sempre secondo questo rapporto le piantagioni occupano un’area di circa 400.000 acri.

Tutto ciò nonostante si registri un calo nel prezzo del prodotto sia asciutto (255 dollari al chilo) sia fresco (183 dollari sempre per chilogrammo). Non è documentato l’attuale ammontare del fatturato che nel 2008 era calcolato attorno ai 65 miliardi di dollari, dei quali 723 milioni di dollari costituivano i guadagni dei coltivatori. Un significativo 7% del Pil nazionale. Può essere interessante sapere come la produzione afghana d’oppio sia passata dalle 185 tonnellate del 2001, ultimo anno di governo talebano, alle 8.200 tonnellate del 2007. Nel grande business che ovviamente ha un diretto rapporto col controllo del territorio sono coinvolti vari attori dell’attuale realtà afghana: governo ufficiale, Signori della guerra, Taliban, truppe Nato. Tutti ricavano vantaggi dal prodotto sia nelle zone dov’è coltivato e trasformato, sia dai transiti e tragitti attraverso province e confini esteri. Se oggi ai produttori va una percentuale che oscilla attorno al 20% il resto ingrassa i trafficanti che oliano una filiera locale di dirigenti, amministratori, poliziotti compiacenti. E fra gli affari delle grandi mafie internazionali cinese e russa, dell’intermediazione di quelle iraniana e turca si collocano anche gli affari dell’apparato con le stellette documentati dalla Bbc nel 2010 e successivamente dal Guardian che svelarono rispettivamente il passaggio d’eroina sui voli militari britannici e canadesi e nelle bare dei caduti statunitensi.

Interessi certamente di piccolo cabotaggio rispetto agli enormi giri curati da Wali, il più potente fratello del presidente Karzai, che due anni fa vide stroncata la sua proficua carriera di “uomo d’affari” da colpi di kalashnikov commissionati, dicon tutti, dalla Cia di cui era sodale anche nel narcotraffico. Una delle maggiori concentrazioni di denaro degli ultimi anni coinvolge terreni e sottosuolo. I primi sono appannaggio di vari Signori della guerra (Sayyaf, Khalili) trasformatisi in Signori del business che acquistano terreni a pochi dollari al metro quadro e li rivendono fino a 1000. Oppure ricevono, alla maniera occidentale, il regalo di veder trasformata la terra da agricola a edificabile con guadagni rapidissimi. Lì vengono costruite case per i funzionari dell’apparato statale e anche per quella che è ormai una presenza stabile: l’apparato della cooperazione internazionale che resisterà a qualsiasi “exit strategy”. L’altro interesse è quello che il territorio afghano cela nelle viscere. Le “terre rare” che da poco più di due anni spedizioni geologiche americane hanno scoperto ha lanciato la corsa al recupero di questi minerali indispensabili all’industria per apparati tecnologici (fibre ottiche, catalizzatori, ecc.). Per ora aziende cinesi si sono accaparrate più di un appalto, il governo Karzai incassa miliardi di dollari senza redistribuire ricchezza alla vita civile. 

Ecco il vero Afghanistan con cui l’esperto di tessuti Philip Eddleston dovrà fare i conti per lanciare l’economia del cashmere. Se il sogno si realizzerà potrà offrire uno spiraglio di normalità, il rischio è che senza un ricambio socio-politico tutto si trasformi in una maschera per continuare a celare il dissesto. Coi buoni uffici di Pentagono e Casa Bianca.   

Pubblicato su Fanpage - 26 giugno 2013


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Una voragine nei conti pubblici per colpa dei "derivati"

L'Italia rischia 8 miliardi di perdite su derivati della fine degli anni '90. Ma è solo una parte dello "sbilancio" creato da questo genere di contratti.

Chi sbaglia, paga. In ambito capitalistico anglosassone, una volta, funzionava così. Poi venne l'epoca dei bailout, dei salvataggi di quelle banche (e assicurazioni) “troppo grandi per fallire”. E pure il capitalismo ha perso il baricentro più solido: il fallimento come normalità del mercato.

Il criterio sembrava rimasto in vigore almeno per i singoli manager. Ma ora scopriamo che non è così nemmeno per quest'ultimo lembo di “selezione in base al merito”...

E la cosa ci riguarda davvero da vicino. Vent'anni fa, infatti, l'Italia – ovvero il ministero del Tesoro – ha sottoscritto otto contratti in “prodotti finanziari derivati” con banche straniere, con scadenze tra il 2017 e il 2040. Non si tratta di un'illazione; l'informazione, molto dettaglia, è contenuta in un documento del Tesoro, trasmesso alla Corte dei Conti e venuto alla luce grazie al più informato dei giornali economici, il Financial Times.

Perché il Tesoro ha compiuto allora un'operazione così rischiosa? In quel periodo l'Italia aveva bisogno di “aggiustare i conti” per centrare gli obiettivi di deficit fissati dall'Unione Europea, riguardanti gli 11 paesi che hanno poi fatto parte del gruppo “fondatore” dell'euro. E quindi il Tesoro pensò bene di coprire l'esigenza con pagamenti in anticipo dalle banche disponibili; otto contratti derivati dal valore nozionale di 31,7 miliardi di euro. Nel 1995, viene oggi ricordato, “l'Italia aveva un un deficit di bilancio del 7,7%. Nel 1998, l'anno cruciale per l'approvazione del suo ingresso nell'euro, il deficit si era ridotto al 2,7%”. Grande successo, apparentemente, ottenuto peraltro senza un aggravio di tasse per i cittadini (che avrebbero, in quel caso, potuto manifestare qualche dubbio sulla convenienza di un passaggio tanto affrettato verso la moneta unica).

I “contratti derivati” avevano una scadenza abbastanza lunga, tale – sembrava – da consentire un ripianamento scaglionato nel tempo e poco oneroso per le finanze di un paese destinato a crescere rapidamente proprio grazie all'euro.

Calcolo clamorosamente errato. La crisi finanziaria del 2007-2008 ha fatto “scoprire” che quei contratti erano una “sòla” vantaggiosa soltanto per le banche, visto che le condizioni erano da strozzinaggio. In ogni caso, si è imposta la necessità di una drastica correzione di rotta, tra cui una “ristrutturazione del debito”. Naturalmente non gratuita, ma “onerosa”. Appunto gli otto miliardi di “perdite” che ora mancano nel bilancio dello Stato e su cui è stata allertata anche la guardia di finanza. La quale ha effettuato in aprile perquisizioni negli uffici di Via XX Settembre.

Questo buco non è l'unico, visto che il documento citato da Ft si riferisce soltanto alle "transazioni e all'esposizione sul debito nella prima metà del 2012”. Se calcoliamo la fatica che sta facendo Saccomanni per reperire il miliardo che servirebbe per coprire i tre mesi di rinvio dell'aumento dell'Iva, è facile capire che quella che si va aprendo nei conti pubblici è un'autentica voragine creata da un “audace” direttore generale che sembrava saperla più lunga degli altri.

Vi chiederete chi era e se la sua carriera, per questo errore, sia andata in malora. Qui, se permettete, spieghiamo perché all'inizio ci siamo dilungati sui guasti del “capitalismo che non punisce più chi sbaglia”. Quel direttore generale si chiamava Mario Draghi.

È sufficiente?

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Ma cristo di un dio!!!