L’approvazione
della Costituzione, nel gennaio scorso, ha chiuso un conflitto politico
molto pericoloso, ma paradossalmente ha anche liquidato la volontà di
applicare quegli stessi principi costituzionali partoriti con tanta
fatica. Un sintomo allarmante di questa svolta si è prodotto il 12
aprile scorso, quando la Corte d’Appello Militare ha confermato la
condanna di Ben Alì, rifugiato in Arabia Saudita, ma ha rivisto quella
dei suoi sbirri in prigione.
Dopo la condanna degli imputati, in prima istanza, a pene detentive tra i 10 ed i 37 anni in quanto riconosciuti responsabili della repressione nelle giornate rivoluzionarie di dicembre 2010, gennaio e febbraio 2011, la Corte ha ora retrocesso i capi d’accusa a “omicidio colposo”
ed ha comminato pene irrisorie, peraltro già scontate nella maggior
parte dei casi. In tal modo Rafik Belhji (ex ministro dell’Interno), Ali
Seriati (Capo della Guardia presidenziale), Adel Tiouiri (ex Direttore
Generale della Sicurezza Nazionale), Rachi Abid (ex Direttore dei corpi
antisommossa), Lotfi Zouaoui (ex Direttore Generale della Pubblica
Sicurezza) e Jalel Boudriga (ex comandante dei corpi speciali) sono
stati sollevati da ogni addebito nell’uccisione dei 335 martiri della
Rivoluzione riconosciuti ufficialmente, nonché nelle lesioni dei 2.500
feriti, alcuni dei quali ormai inchiodati ad una sedia a rotelle o
condannati a ripercussioni irreversibili e che da tre anni chiedono
giustizia.
Come
scrive l’analista Saif Soudani, tanto il verdetto quanto lo scenario
stesso del processo “spazzano via in un sol colpo la superiorità della
giustizia rivoluzionaria”, sostituita da “una giustizia militare che
quel giorno aveva un’aria egiziana, sponsor di fatto della
controrivoluzione”. E come denuncia la giornalista Patrizia Mancini,
residente a Tunisi e responsabile della pagina web Tunisia in Red, la
sentenza ha rivelato anche “la solitudine delle famiglie delle vittime e
dei feriti della rivoluzione”. Assenti, dice Mancini, i media
occidentali, che danno per felicemente conclusa la transizione e corrono
a cercare sangue in altri e più suggestivi scenari; assenti i partiti,
concentrati sulla legge elettorale e sulla preparazione dei prossimi
comizi.
Al
di là delle dichiarazioni ufficiali di condanna della sentenza o della
messa in discussione della natura militare del Tribunale, tutte le forze
politiche, compreso il Fronte Popolare, sembrano aver dimenticato il
ruolo “costituente” – lui sì, realmente costituente – di tutte quelle
morti eroiche che oggi chiedono a gran voce nuove leggi, una nuova
polizia, nuovi giudici; sembrano aver dimenticato anche la Legge di
Giustizia di Transizione, approvata a forza di inciampi nel dicembre del
2013 e la cui applicazione permetterebbe di rendere marginali o
sciogliere del tutto i tribunali militari e creare un quadro giuridico
nuovo, di transizione, in grado di chiudere i conti col passato e aprire
la strada ad un futuro più garantista e più democratico.
Tra
i partiti politici – tutti in attesa delle elezioni, la cui data è
ancora nelle nebbie – Ennahda, forza maggioritaria nell’Assemblea
Costituente, preferisce mantenere un profilo basso mentre le forze
“laiche” di destra e di sinistra sfruttano la vicenda per proseguire
implacabilmente sull’irresponsabile strada della messa sotto accusa del
partito islamista, eterno colpevole di tutti i mali anche se non è più
al governo.
Come
ricordava Choukri Hmed: “Nel contesto rivoluzionario in cui viviamo,
una sola istituzione è depositaria della sovranità nazionale:
l’Assemblea Costituente. Ai suoi deputati incombe la responsabilità di
pronunciare la nullità dei verdetti, di revocare i giudici e di
stabilire istituzioni e dispositivi giudiziari conformi alla Legge sulla
Giustizia di Transizione”. Di fronte alle titubanze dell’Assemblea, le
famiglie dei martiri ed i feriti della Rivoluzione hanno intrapreso uno
sciopero della fame, mentre centinaia di intellettuali, giornalisti e
cittadini hanno firmato e stanno facendo circolare un documento “a
favore della verità e della giustizia” nel quale denunciano
“un’offensiva generale contro la Rivoluzione”.
Un
altro oscuro sintomo, parallelo e di segno inverso, è rappresentato
dagli arresti e dai processi di questi ultimi mesi contro decine di
giovani, alcuni dei quali parenti di martiri o feriti loro stessi durante la Rivoluzione, che sono ora accusati di diversi reati “contro l’ordine pubblico”:
attacchi a poliziotti o caserme della polizia, formazione di bande,
oltraggio alle autorità o diffamazione. “Il loro unico crimine – scrive
Henda Chennaoui – è quello di aver rivendicato giustizia e dignità con
gli stessi metodi che fino a poco tempo fa venivano definiti
‘rivoluzionari’”.
Gli
abitanti di Regueb, Meknassi e Jelma hanno organizzato un comitato di
sostegno ai detenuti, mentre un gruppo di giovani ha lanciato su
Facebook un’iniziativa orgogliosamente intitolata “Anche noi abbiamo
bruciato un commissariato”. Ancora una volta i giovani sono
criminalizzati, come ai tempi di Ben Alì, con le stesse leggi di Ben
Alì, nel silenzio dei partiti e del sindacato UGTT che hanno dimenticato
la portata del disastro, politico ed economico, che fece scoppiare la
rivolta popolare contro la dittatura.
Nel
frattempo il governo “tecnico”, “non ideologico”, di Mehdi Jomaa
incassa il “consenso” imposto dall’estero e accettato quasi senza
resistenza da tutte le forze politiche, per firmare accordi economici
con l’UE e con il FMI, rinnovare concessioni a imprese
straniere (saline o petrolio) ai margini della Costituzione e anticipare
“manovre di aggiustamento” che avrebbero potuto essere evitate
ricorrendo a un auditing e rifiutandosi di pagare gli interessi su un
debito che lo stesso Parlamento europeo ha definito, due anni fa,
“illegittimo”.
Il
ritorno del turismo durante le vacanze della Settimana Santa non fa che
coprire con una patina di vernice – ma a medio termine aggravare – una
crisi già subita da quelli che nel 2011 si sono giocati la vita per
cambiare il Paese. Le sentenze del 12 aprile, la riabilitazione
mediatica e politica di personaggi e imprenditori del vecchio regime, il
rifiorire della corruzione, il permanere della repressione: tutto
sembra indicare che il “consenso d’élite” alla spagnola, basato sul
principio di “molta libertà economica e quel tanto di libertà politica
che vi sia compatibile”, stanno poco a poco chiudendo gli stretti
margini ancora aperti per operare una vera rottura. Le risposte che
verranno date alle istanze delle famiglie dei martiri della Rivoluzione
faranno capire se la nuova Costituzione e la Legge sulla Giustizia di
Transizione sono state approvate per aprire la strada ad una Tunisia più
giusta e democratica, oppure solamente per avere qualcosa di bello e
giusto da dimenticare.
Traduzione dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile
Nessun commento:
Posta un commento