Alla breve dichiarazione dei fondamentalisti
(“urgente: soldati dell’Isis hanno catturato 21 crociati cristiani”)
sono state allegate tre foto che mostrano alcuni uomini. Il
comunicato non specifica quando e dove siano avvenuti i rapimenti, non
pone condizioni per il loro rilascio, né fornisce informazioni
sull’identità degli ostaggi.
La notizia del rapimento è stata confermata all’AFP dal portavoce del ministro degli esteri egiziano, Badr Abdul Atti.
Il Cairo parla di 20 egiziani rapiti in due diversi incidenti che hanno
avuto luogo in Libia recentemente. Secondo quanto riferisce Atti, gli
uomini – di cui non viene specificata l’appartenenza religiosa –
“sarebbero ancora detenuti” e dunque vivi.
All’inizio di gennaio i media locali avevano
comunicato il rapimento di due gruppi di copti egiziani. Un funzionario
del governo libico aveva detto in forma anonima lo scorso 3 gennaio che
il gruppo fondamentalista Ansar al-Sha’ria aveva sequestrato 20 uomini
nella città di Sirte. Due giorni dopo una fonte tribale aveva sostenuto
che 13 di loro erano stati rilasciati e che gli autori del sequestro
erano contrabbandieri, non gruppi jihadisti. La notizia, però, non è mai
stata confermata ufficialmente dalle autorità libiche.
Parlando del luogo in cui sono stati rapiti i 21
uomini, la nota dell’Isis di ieri fa riferimento a “varie parti della
provincia di Tripoli” ovvero alla precedente regione amministrativa che
include anche Sirte in mano da tempo a bande fondamentaliste. Tra queste
vi è anche l’organizzazione degli Ansar al-Sharia dallo scorso mese
sulla black list dell’Onu per i suoi legami con al-Qa’eda e perché
gestisce i campi di addestramento dell’Isis nel Paese.
Da quando è stato deposto e ucciso il leader
libico Muammar Gaddhafi, i cittadini egiziani residenti in Libia –
stimati in decine di migliaia e impiegati principalmente nel settore
edilizio – sono stati già oggetto di violenze. Lo scorso
febbraio sono stati ritrovati i cadaveri di sette cristiani egiziani
vicino a Bengazi, città dove alcune aree sono sotto il controllo di
milizie armate.
L’intervento Nato in Libia – iniziato nel 2011 per
abbattere il nemico/amico Gheddafi e portare la democrazia – si è
rivelato fallimentare. Nel vasto territorio libico imperversano da tre
anni vari gruppi islamisti che sono stati finanziati e armati da
europei, statunitensi e Paesi del Golfo durante l’attacco al regime
gheddafiano. Ora considerate “terroristiche” e guardate con
preoccupazione dalla comunità internazionale (che da mesi allude ad un
nuova operazione di peacekeeping per contrastarle), le milizie armate
era considerate tre anni fa “forze ribelli d’opposizione al dittatore”.
I vari gruppi islamisti si rifiutano di consegnare le
armi al governo riconosciuto internazionalmente di Abdullah al-Thani.
Lo scorso agosto, al-Thani e il suo gabinetto sono stati costretti a
lasciare la capitale Tripoli e a trasferirsi nella città di Tobruq nella
zona orientale del Paese. Tripoli è in mano ai militanti di Fajr Libia
(Alba libica) che hanno un proprio parlamento (il Congresso Nazionale
Generale) che non è riconosciuto dalla comunità internazionale.
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