di Roberto Prinzi
È ormai ufficiale la guerra diplomatica tra Olanda e Turchia. Ieri, infatti, Ankara ha annunciato una serie di sanzioni contro l’Aia
rea di non aver permesso i comizi di due ministri turchi a favore del
sì al referendum costituzionale del 16 aprile. Tra le misure annunciate
ci sono per ora lo stop alle relazioni ad alto livello con gli olandesi e
la chiusura dello spazio aereo turco per i diplomatici olandesi. Questi
dispositivi, ha detto il vice primo ministro Numan Kurtulmus,
saranno in vigore finché i Paesi Bassi non “rimedieranno” alle azioni
di questi giorni che Ankara considera un grave insulto. “C’è una crisi
ed è profonda – ha detto laconicamente Kurtulmus – non siamo stati noi
ad averla creata né l’abbiamo portata noi a questi livelli”. Ankara
ha comunicato le nuove disposizioni convocando per la terza volta in
pochi giorni il funzionario olandese, Daan Feddo Huisinga. A Huising
sono state consegnate due note formali di protesta.
Nella prima il governo turco ha denunciato il trattamento subito
dalla ministra degli Affari di famiglia Fatma Betul Sayan Kaya. Nella
seconda, invece, Ankara ha condannato il modo in cui sono stati trattati
i suoi connazionali radunati sabato sera fuori il consolato turco a
Rotterdam. Contro di loro, ha accusato il governo, sarebbe stata usata
una “forza sproporzionata” nonostante fossero lì ad usufruire del “loro
diritto di radunarsi pacificamente”. Kurtulmus ha poi spiegato
che le sanzioni resteranno in vigore finché il governo olandese non
chiederà scusa per le misure intraprese e punirà chi “ha maltrattato” i
suoi connazionali. Il quotidiano turco Hurriyet, citando fonti
diplomatiche, oggi scrive che la Turchia denuncerà a breve l’Olanda alle
Nazioni Unite, all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in
Europa (Osce) e al Consiglio d’Europa (CoE) perché con i suoi divieti
avrebbe violato la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche
del 1961.
A contribuire al clima generale di tensione sono stati però
anche i divieti anti-Ankara presentati nei giorni precedenti da Austria e
Germania. Una contrapposizione che quanto più animata e chiassosa diventa, tanto più fa i giochi del presidente turco Erdogan.
Il tentativo di quest’ultimo è chiaro: conscio della grandezza delle
comunità turche in questi tre Paesi (solo in Olanda ci sono circa
400.000 turchi), il “sultano” sa che la costruzione di un presunto “nemico” europeo può portare acqua al suo mulino
magari spingendo gli immigrati turchi indecisi residenti all’estero a
votare sì agli emendamenti costituzionali che gli garantiscono di fatto
un potere assoluto nel Paese.
Erdogan è fin troppo furbo per non capire che il “no” di tre stati
europei agisce ancora di più a suo favore che eventuali comizi tenuti in
qualche piazza europea. Il presidente gioca in queste ore la
carta dell’ostilità europea nei confronti del “popolo turco” per
ricompattare le file del suo partito (non così compatto come pare) e per convincere i tanti indecisi in Turchia a votare per lui fra poco più di un mese.
E se il gioco si fa duro, Erdogan non è secondo a nessuno. Ecco perché
ha fatto sapere ieri che i due ministri a cui è stato negato l’ingresso –
Cavusoglu e la ministra Betul Sayan Kaya – chiederanno alla corte dei
diritti umani europei di valutare il trattamento che hanno ricevuto
aggiungendo però, amplificando così la sindrome vittimistica del “loro
sono contro di noi”, che non si aspetta nulla di buono da questo
organismo.
Non pago, ha poi attaccato duramente la cancelleria tedesca Angela Merkel
che in queste ore di crisi ha espresso agli olandesi “pieno sostegno e
solidarietà” per le offese di nazismo (“completamente inaccettabili”)
rivolte dai turchi nei loro confronti. Merkel aveva inoltre invitato gli
stati membri della Nato (tra cui appunto anche Germania, Olanda e
Turchia) a rispettarsi l’un l’altro e aveva chiesto ad Ankara di
moderare i toni. Dichiarazioni che hanno fatto infuriare Erdogan il
quale, intervistato ieri dalla tv Haber, ha invitato la cancelliera a
vergognarsi per quanto ha detto soprattutto alla luce del suo “appoggio
ai terroristi [del Pkk] che combattono la Turchia” e per il suo sostegno
al “no” al referendum costituzionale turco.
Secondo il presidente, le azioni e le parole di Berlino
rispondono ad una logica ben precisa: impedire che emerga una Turchia
forte. Un problema, secondo lui, molto diffuso in Europa:
“alcuni stati europei – non li mettiamo tutti insieme – purtroppo non
riescono ad accettare la nostra crescita. La Germania in primis. Proprio
lei che sostiene il terrorismo”. Erdogan, il populista, è entrato a
gamba tesa nelle politiche interne europee e ha poi invitato i suoi
connazionali che vivono nel Vecchio Continente a non votare non meglio
precisati partiti che sono “nemici della Turchia”.
Nella crisi diplomatica in corso provano a rivestire i panni di pompieri la Nato e l’Unione Europea (Ue).
La prima, con il suo segretario generale Stoltenberg, ha chiesto a
tutti i paesi alleati di “mostrare rispetto reciproco, restare calmi e avere un approccio misurato”. La portavoce dell’Ue, Margaritis
Schinas, ha invece esortato la Turchia “ad astenersi da dichiarazioni e
azioni eccessive che rischiano di aggravare la situazione”. Parole
contenute e ponderate quelle dell’organismo europeo che, sebbene da un
lato sia profondamente infastidito dai ripetuti atteggiamenti riottosi
erdoganiani, sa bene che Ankara rappresenta una diga fondamentale per
non far entrare altri indesiderabili immigrati sul suo suolo.
Un tentativo equilibrista in realtà mal riuscito al punto che ieri Omer
Celik, il ministro turco per gli Affari con l’Unione Europea, ha già
ventilato l’ipotesi di una riconsiderazione dell’accordo sugli immigrati
siglato lo scorso anno paventando la possibilità di ammorbidire i
controlli sulle persone che raggiungono l’Europa a piedi da Grecia e
Bulgaria. Parole che al momento sono (e crediamo resteranno) solo
minacce, ma che mandano a Bruxelles un segnale inequivocabile e univoco:
se guerra volete, noi vi sommergiamo di disperati aprendo il rubinetto
dei confini.
Di fronte all’atteggiamento turco da bullo di quartiere, l’alleato olandese della Nato è apparso alquanto debole.
Eppure il conservatore Mark Rutte sa perfettamente che non può essere
offeso senza contrattare: domani, infatti, si vota e il suo Pvv è
seriamente incalzato dal partito di estrema destra e islamofobo di Geert
Wilders che in questi giorni ha celebrato come una sua “vittoria”
personale il divieto d’ingresso ai due ministri turchi. Ma il Pvv, che
in campagna elettorale ha cercato in parte di imitare i toni di Wilders
nel tentativo di rubargli parte dei voti (è anche in questo contesto che
va letto il no ai turchi), si è limitato a pubblicare un avviso in cui
si invitano i cittadini olandesi “a stare attenti e a evitare raduni e
posti affollati in Turchia”. Da parte sua, invece, Wilders non ha deluso
le aspettative e ha preferito esasperare la crisi diplomatica in corso
chiedendo l’espulsione dell’ambasciatore turco in Olanda.
Ieri, intanto, un duro attacco contro il progetto referendario di
Erdogan è giunto da un rapporto stilato dalla Commissione del Consiglio
Europeo. Secondo il team di esperti legali, infatti, la Turchia rischia
di compiere un “pericoloso passo all’indietro” nel suo processo
democratico se passa il sì al referendum il prossimo mese.
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