di Michele Giorgio – Il Manifesto
Israele ed Hamas possono arrivare, senza riconoscersi, a uno stato di non belligeranza a tempo indeterminato?
I dubbi sono molti. Le due parti continuano a scambiarsi accuse
durissime e sembrano sempre sul punto di riprendere le ostilità. Tuttavia
da qualche tempo si registrano segnali interessanti che fanno
ipotizzare un compromesso non dichiarato, utile agli interessi delle due
parti.
Il primo è la calma relativa seguita alla distruttiva offensiva israeliana “Margine protettivo” dell’estate 2014. Certo
proseguono i lanci sporadici di razzi palestinesi e i raid aerei
israeliani. Ma è una tensione a bassa intensità, sotto controllo, che
non lascia immaginare l’inizio di un nuovo ampio conflitto, nonostante a
gestire la situazione siano due “falchi”, il ministro israeliano della
difesa Avigdor Lieberman e il nuovo capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar,
uno dei fondatori dell’ala militare del movimento islamico.
Altri segnali sono la redazione in corso del nuovo statuto di
Hamas più “moderato” (rispetto a quello del 1988) nei confronti di
Israele e la proposta dell’influente ministro israeliano dei trasporti
Israel Katz per la costruzione davanti alle coste di Gaza di un’isola
artificiale.
Isola (costo 5 miliardi di dollari) che dovrebbe ospitare un porto,
un impianto di desalinizzazione e una centrale elettrica, per migliorare
le condizioni di vita dei due milioni di palestinesi di Gaza che da più
di 10 anni affrontano le conseguenze del blocco israeliano. L’idea a
Gaza raccoglie interesse anche se Hamas non lo dice.
Da qualche giorno a spiegare il futuro “Covenant” è Ahmad Yusef, in passato consigliere dell’ex primo ministro islamista Ismail Haniyeh.
Hamas formulò il suo statuto poco dopo l’inizio della prima Intifada
nel 1988, quando era una organizzazione relativamente piccola, non
ancora in contrapposizione aperta con l’Olp, e che il suo fondatore, lo
sceicco Ahmad Yassin, non poteva certo immaginare forte militarmente, popolare e influente come oggi.
Yusef sostiene che il movimento islamico intende darsi uno
statuto adeguato alla mutata realtà locale e regionale. Hamas non
riconoscerà Israele, non lo farà mai spiega Yusef, ma intenderebbe
proclamarsi «solo» contro il sionismo e non contro gli ebrei.
Non c’è nulla di definito su tale punto ma questa possibilità,
riferita da Ahmad Yusef, è stata confermata al manifesto da una fonte di
Gaza, che vuole rimanere anonima, vicina ai vertici del movimento
islamico.
«Hamas si percepisce ormai come una forza regionale, che deve tenere
conto degli interessi e degli Stati arabi e islamici che lo appoggiano e
lo finanziano» spiega la fonte «il Qatar e la Turchia (i principali
sponsor di Hamas, ndr) hanno rapporti con Israele e premono per cooptare
il movimento islamico palestinese nell’alleanza sunnita che si è formata
nella regione. Perciò chiedono una posizione più pragmatica e meno
aggressiva nei confronti di Israele».
Per questo Hamas potrebbero rinunciare, almeno per un certo
numero di anni, a «liberare tutta la Palestina» e proclamarsi a favore
di uno Stato palestinese nei territori occupati da Israele nel 1967:
Cisgiordania, Gaza, con capitale Gerusalemme Est.
Non solo. «Nel nuovo statuto», aggiunge la fonte «Hamas si descriverà come un movimento islamico indipendente, non più parte della Fratellanza islamica egiziana, allo scopo di migliorare le sue relazioni con l’Egitto, l’Arabia saudita e gli Emirati, nemici dei Fratelli musulmani».
Le resistenze interne non mancano, soprattutto nell’ala militare. «I
moderati comunque vinceranno, prevede la fonte, spiegando che «tra la fine di marzo e l’inizio di aprile la shura (assemblea di Hamas) nominerà l’esecutivo del movimento, che includerà dirigenti locali e in esilio, e il nuovo leader, con ogni probabilità Ismail Haniyeh favorevole alla svolta pragmatica».
Nel frattempo sull’altro fronte Efraim Halevi, ex capo del
Mossad, il servizio segreto israeliano, esorta il governo ad avviare un
“dialogo diretto” con Hamas e il capo dello stato Reuven Rivlin dice di
non essere contrario «a parlare con chiunque voglia dialogare», quindi
anche gli islamisti. Una posizione non condivisa dal premier
Netanyahu. Per il momento c’è un’unica certezza: l’Anp e il presidente
palestinese Abu Mazen sono fuori dai giochi.
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