Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Scarlett Johansson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scarlett Johansson. Mostra tutti i post

27/05/2024

Effetto Scarlett

Usare la voce di una donna in un robot per “manipolare” l’opinione pubblica è una tattica presente fin dai racconti di Asimov (vedi “Intuito femminile”). L’idea che gli umani trattino i computer con voce femminile in modo diverso rispetto a quelli con voce maschile è trattata già in un noto studio di metà degli anni ‘90, The Media Equation.

Mentre gli effetti psicologici indotti sugli umani anche da un chatbot primitivo e non certo “intelligente” sono stati sviscerati con approccio critico, già negli anni ‘70, da Joseph Weizenbaum, lui stesso creatore di un chatbot, anzi del primo chatbot, ELIZA (ne abbiamo scritto su Guerre di Rete).

Nel 2019 uno studio UNESCO analizzava (e criticava) la tendenza delle aziende tech a femminilizzare di default le voci degli assistenti vocali, sostenendo che potevano consolidare o affermare pregiudizi di genere. Nel 2020 (quindi prima dell’esplosione dell’IA generativa) un report dell’istituto americano Brookings e di quello italiano ISPI tornava sul tema con un articolo intitolato: “Come i bot e gli assistenti vocali rafforzano i pregiudizi di genere”.

Mentre le due ricercatrici Kate Crawford e Jessa Lingen nel 2020 analizzavano non solo gli stereotipi di genere degli assistenti vocali, ma anche come questa rappresentazione aiutasse a non percepirli come strumenti di sorveglianza.

In questo contesto inseriamo Sam Altman, Ceo di OpenAI (la società dietro a ChatGPT). Il quale decide che la nuova modalità per cui si può parlare con ChatGPT-4o deve avere la voce di Scarlett Johansson, che fra le altre cose ha interpretato l’intelligenza artificiale di cui Joaquin Phoenix si innamora nel film Her.

A una prima dimostrazione di questa funzione a settembre molti avevano già notato che Sky, una delle voci con cui il chatbot poteva parlare, assomigliava molto a quella dell’attrice.

Veniamo all’oggi. In questi giorni la Johansson ha rivelato che Altman aveva tentato di negoziare con lei per mesi per prestare la sua voce a ChatGPT, perché ciò “avrebbe aiutato i consumatori a sentirsi più a loro agio” con questo cambiamento tecnologico.

Ma l’attrice si rifiutò. Salvo rimanere di sasso quando poi è uscita la demo con una voce così simile alla sua. Johansson ha detto di essere rimasta “scioccata, arrabbiata e incredula”. Tanto più che a pochi giorni dal lancio della demo Altman aveva ricontattato il suo agente, chiedendo di rivedere la sua decisione. E prima di poter anche solo rispondere, la demo era uscita.

“Sul momento, era sembrato un grande successo”, scrive in questi giorni il giornalista Casey Newton nella sua newsletter Platformer. “Certo, avevo trovato il suo flirt aggressivo inquietante e apparentemente in contrasto con le precedenti dichiarazioni di Altman, secondo cui l’azienda non avrebbe perseguito strumenti di intelligenza artificiale che facessero da compagni romantici. Ma la demo era indubbiamente riuscita ad affascinare il mondo della tecnologia”.

Ma la faccenda è tornata indietro come un boomerang, anche perché Johansson ha mobilitato gli avvocati (e diffuso un messaggio pubblico che viene riportato qui). E così la scorsa domenica OpenAI ha annunciato che avrebbe tolto la voce Sky da ChatGPT, spiegando che si trattava di un fraintendimento e che non c’era stata alcuna intenzione di scippare la voce all’attrice contro la sua volontà (qui la spiegazione di OpenAI). Tanto più, ha riportato poi il WahsPost, che per Sky non ci sarebbe stata clonazione della voce di Johansson, ma sarebbe stata reclutata un’attrice, e che la documentazione uscita finora non mostrerebbe esplicite richieste di trovare una sonorità simile a quella della più nota superstar.

Il problema è che non aiuta a credere a questa interpretazione – ovvero che sia stato un fraintendimento, una somiglianza casuale – il fatto che proprio Altman, con mossa devo dire molto muskiana, poco dopo la dimostrazione di maggio abbia pubblicato un tweet con scritto solo Her, appunto il titolo del film con Johansson, annullando come nota qualcuno ogni possibile plausible deniability (traducibile tecnicamente in: “davvero? non sapevo, non sono stato io, ma che strana coincidenza”). Se pensava di prendersi una sorta di vendetta per il gran rifiuto dell’attrice (che per inciso aveva già messo Disney alle strette aprendo un contenzioso poi conclusosi con un accordo per lei soddisfacente), ha pensato molto male.

Soprattutto la vicenda ha assunto un significato simbolico che va ben oltre la nota celebrità, e anche oltre le modalità con cui sarebbe stata ottenuta quella voce (ragioni legali incluse, che in ogni caso restano incerte: anche se la voce non è clonata, dati i precedenti e gli elementi di contesto, OpenAI è ancora a rischio, come spiega The Verge). E ciò a causa del comportamento complessivo di Altman e OpenAI, e più in generale a causa dell’approccio complessivo di questa industria.

“Johansson è una delle attrici più famose del mondo e parla a nome di un’intera classe di creativi che si sta confrontando con il fatto che i sistemi automatizzati hanno iniziato a erodere il valore del loro lavoro”, commenta ancora Newton.

Scrive anche l’autore (e professionista di PR) Ed Zitron: “Non dovrebbe sorprendere che la Johansson non abbia colto al volo l’opportunità di lavorare con OpenAI. In quanto membro del sindacato dei lavoratori dello spettacolo SAG-AFTRA, Johansson ha partecipato allo sciopero del 2023, che ha di fatto bloccato tutta la produzione televisiva e cinematografica per gran parte dell’anno. Una delle principali preoccupazioni del sindacato era l’uso potenziale dell’AI per creare una copia di un attore, utilizzando le sue sembianze ma senza pagarlo”.

Zitron, ricordando anche come OpenAI non abbia voluto dire se Sora, il suo modello che genera video da testo, sia stata addestrato sui video di YouTube, giunge a una conclusione radicale: “bisogna smettere di ascoltare tutto ciò che Sam Altman ha da dire”.

Il giornalista tech Brian Merchant (autore del bel libro Blood in the machine, di cui ho parlato in passato) estende ancora di più il concetto: “la stessa OpenAI è un motore che si basa sul pensare che tutto ti sia dovuto: di avere il diritto di raccogliere e riappropriarsi in modo non consensuale delle opere di milioni di scrittori, programmatori, artisti, designer, illustratori, blogger e autori, il diritto di usarle per costruire un prodotto a scopo di lucro, il diritto di scavalcare chiunque all’interno dell’azienda si preoccupi di aver tradito la sua missione di sviluppare responsabilmente i suoi prodotti. Il diritto di copiare la voce di una delle star del cinema che ha incassato di più al mondo dopo che lei ha detto di no”. Gran parte della promessa dell’AI generativa, così come è attualmente costituita, è guidata da questo modo di pensare, afferma Merchant.

Il fatto che perfino una personalità come Johansson “non riesca a sfuggire allo sfruttamento tech”, per citare le parole dell’autore e podcaster Paris Marx, e che l’arroganza di alcuni magnati e amministratori tech non sembri fermarsi neanche di fronte a celebrità molto più potenti dei comuni cittadini, ci deve far riflettere su quanto abbiamo concesso a quell’arroganza di crescere. Su quanto abbiamo accettato acriticamente la “versione di Altman” e di altri come lui. E su quanto hype continui a spargersi da questo settore.

Nel mentre il team di “super-allineamento” di OpenAI ha visto diverse dimissioni chiave, incluso Ilya Sutskever (Vox).

Leggi anche questo recente studio di DeepMind che analizza tra le altre cose il rischio di antropomorfizzare gli assistenti AI. DeepMind.

Fonte

07/02/2014

Boicottaggio. Crollano le azioni dell'israeliana Sodastream

In un articolo intitolato "SodaStream crolla tra le preoccupazioni per il boicottaggio degli insediamenti ebraici", Bloomberg riferisce di un calo del 3,3% (NASDAQ: SODA) nelle azioni della Sodastream il primo giorno di borsa aperta successivo al Super Bowl (campionato di football americano, ndt):

SodaStream International Ltd., il produttore israeliano di macchine domestiche per l’acqua gasata, con una fabbrica in Cisgiordania, è crollato al punto più basso dal 2012 a New York tra le crescenti critiche alle imprese che operano in un territorio che i palestinesi rivendicano per uno stato indipendente.

SodaStream è calato del 3,3 per cento a 35,34 dollari a New York, il punto più basso dal 20 novembre 2012. Il prezzo delle azioni è sceso del 26 per cento il 13 gennaio dopo che SodaStream ha annunciato guadagni preliminari peggiori del previsto per il 2013.

John Kerry, Segretario di Stato USA, che guida gli sforzi degli Stati Uniti per raggiungere un accordo di pace israelo-palestinese, ha avvertito Israele alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco il 1 febbraio di una "crescente campagna di delegittimazione", che comprende "parlare del boicottaggio”. L’attrice Scarlett Johansson si è dimessa pubblicamente da Oxfam la scorsa settimana dopo che l’organizzazione benefica britannica aveva criticato il suo ruolo di portavoce per la SodaStream a causa della sua fabbrica in un insediamento in Cisgiordania.


Quanto corrisponde la correlazione tra la "crescente critica" del ruolo di SodaStream nel sostenere gli insediamenti illegali israeliani e l’andamento delle sue azioni?

Sarebbe difficile quantificare l'impatto della campagna di boicottaggio sui risultati pessimi della SodaStream nel quarto trimestre del 2013, però attivisti di tutto il mondo hanno intensificato la campagna durante le vendite del periodo festivo. Qualsiasi perdita nelle vendite conseguente avrebbe contribuito ai risultati che hanno causato la caduta delle azioni della SodaStream il 13 gennaio.

SodaStream probabilmente sperava di attenuare l'impatto del rapporto sui guadagni facendo coincidere l'annuncio del suo accordo con Scarlett Johansson l’11 gennaio, traendo benefici dagli spazi sui media per lo più positivi fino al rilascio dei dati il lunedì successivo.

Da una "polemica minuscola" a una notizia di portata mondiale

Mentre gli attivisti si mobilitavano in risposta all’annuncio dell’accordo con Johansson, la notizia si è evoluta da quello che The Daily Beast ha marginalizzato come una "polemica minuscola" a un tema nei titoli dei giornali di tutto il mondo.

Giovedì 23 gennaio Oxfam, l'organizzazione internazionale impegnata contro la povertà, per cui Johansson aveva prestato servizio come ambasciatrice umanitaria dal 2007, ha pubblicato la sua prima dichiarazione formale sulla controversia, rilevando che "Oxfam ritiene che le imprese che operano negli insediamenti fanno accrescere la povertà in corso e la negazione dei diritti delle comunità palestinesi per le quali lavoriamo per sostenerle. Oxfam si oppone a qualsiasi commercio con gli insediamenti israeliani, che sono illegali secondo il diritto internazionale".

Oxfam ha aggiunto che era in corso un "dialogo" con Johansson riguardanti le implicazioni del suo ruolo nella promozione della SodaStream sul suo rapporto con l’organizzazione.

La dichiarazione ha rapidamente trasformato lo scandalo in una notizia internazionale. Johansson ha dato le dimissioni dal suo ruolo con Oxfam il 29 gennaio, citando una "divergenza di opinioni" sulle aziende israeliane che operano nella Cisgiordania occupata.

La pubblicità della SodaStream poco frizzante

La polemica è culminata con la messa in onda della stra-promossa pubblicità della SodaStream con Johansson durante il Super Bowl il 2 febbraio. Durante la partita, gli attivisti hanno intensificato gli sforzi per attirare l'attenzione sulle complicità della SodaStream con l’occupazione israeliana utilizzando i social media. Ma alla fine, la pubblicità è stata ampiamente criticata, provocando il diffuso sdegno sui social media per il suo approccio iper-sessualizzato.


Può l'impatto della campagna di boicottaggio essere visto nell’andamento delle azioni della Sodastream dal rilascio dei dati sui guadagni del 13 gennaio al primo giorno di borsa aperta successivo al Super Bowl?


Senza dubbio.

Fonte

03/02/2014

Pubblicità e apartheid. Lettera di Roger Waters a Scarlett


Un'altra mia veloce traduzione di una nota di Roger Waters pubblicata sulla sua pagina Facebook il primo febbraio. Waters scrive alla Johansson criticando la sua scelta di girare uno spot per la Soda Stream, azienda israeliana che ha sede nei Territori Occupati in Palestina. I pochi corsivi sono miei

Traduzione di Antonio Perillo
A note from Roger - February 1, 2014

Nei giorni scorsi ho scritto privatamente a Neil Young (una volta) e a Scarlett Johansson (un paio di volte). Queste lettere rimarranno private.
Tristemente, non ho ricevuto da loro alcuna risposta.
Così scrivo questa nota con una certa perplessità.
Neil? Devo ponderare molto bene quello che scrivo. Non ci conosciamo davvero, ma tu sei stato da sempre uno dei miei idoli. Sono confuso.
Scarlett? Ah, Scarlett. Incontrai Scarlett circa un anno fa. Credo fosse al concerto della reunion dei Cream al Madison Square Garden. Lei era, allora, per quanto ricordo, ferocemente contro i Neocon, genuinamente disgustata dalla Blackwater (l'esercito privato di Cheney in Iraq), avresti potuto pensare di trovarti di fronte ad una giovane donna con forza ed integrità, che credeva nella verità, nei diritti umani e nella legge, nell'amore. Confesso di esserne rimasto abbastanza colpito. Non c'è sciocco e credulone migliore di un vecchio sciocco come me.
Non molto tempo dopo, la scelta di Scarlett di rappresentare la Soda Stream al posto della Oxfam (Ong che lavora per i diritti umani anche in Palestina) è un tale voltafaccia politico, intellettuale e civile che quanti di noi hanno a cuore gli oppressi, gli sfruttati, gli occupati fanno davvero fatica a farsene una ragione.
Vorrei chiedere una cosetta o due a quella Scarlett più giovane che incontrai. Scarlett, ad esempio, sei a conoscenza del fatto che il governo di Israele ha raso al suolo un villaggio di Beduini nel deserto del Negev per 63 volte, l'ultima delle quali il 26 dicembre 2013? Questo villaggio è la casa dei Beduini. I Beduini sono, naturalmente, cittadini israeliani con pieni diritti di cittadinanza. Beh, forse non proprio pieni, perché nel "democratico" Israele ci sono 50 leggi che discriminano i cittadini non ebrei.
Non cercherò di elencare quelle leggi (che sono visibili a tutti nello statuto della Knesset, il parlamento israeliano) o tutte le gravi violazioni dei diritti umani compiute dalla politica interna o estera di Israele. Ci vorrebbe troppo spazio. Ma, ritornando alla mia amica Scarlett Johansson.
Scarlett, ho letto le tue risposte e giustificazioni, in esse affermi che i lavoratori palestinesi di quella fabbrica avrebbero pari paga e diritti. Davvero? Hanno pari diritti?
Hanno diritto di voto?
Hanno libero accesso alle strade?
Possono recarsi presso il proprio posto di lavoro senza aspettare per ore di passare attraverso i check point delle forze occupanti?
Hanno l'acqua potabile?
Hanno impianti fognari?
Hanno la cittadinanza?
Hanno diritto a non avere quel diffuso problemino di vedersi buttar giù a calci la porta nel cuore della notte e portar via i loro figli?
Hanno diritto ad appellarsi contro le carcerazioni a tempo indefinito ed immotivate?
Hanno diritto a rioccupare i terreni e le case abbandonati nel 1948?
Hanno diritto ad una normale e decente vita familiare?
Hanno diritto all'auto-determinazione?
Hanno diritto a continuare a sviluppare una cultura ricca ed antica come la loro?
Se queste domande ti mettono in imbarazzo, posso rispondere io per te. La risposta è NO.
I lavoratori della Soda Stream Factory non hanno alcuno di questi diritti.
Quali sono i "pari diritti" di cui parli?
Scarlett, sei innegabilmente carina, ma se pensi che la Soda Stream stia costruendo dei ponti verso la pace, allora innegabilmente non stai facendo attenzione.
Con amore, R.


Fonte

31/01/2014

Bella senz'anima


Bella senz'anima. Il titolo del brano cult di Riccardo Cocciante ben descrive la 29enne bionda americana Scarlett Johansson, da qualche tempo volto dell'azienda israeliana Sodastream. Prima la giovane diva di Hollywood ha reagito con un secco «no» alle proteste di gruppi internazionali che le chiedevano di rinunciare a pubblicizzare la Sodastream, azienda israeliana che produce apparecchi per realizzare bibite gasate in casa con 25 stabilimenti tra cui uno a Maaleh Adumim, immenso insediamento colonico nella Cisgiordania palestinese occupata.

Ora Johansson ha deciso di dare l'addio alla sua missione di ambasciatrice dell'organizzazione umanitaria Oxfam, attività che svolgeva dal 2005, perché l'ong ha criticato la sua scelta di fare da testimonial a una azienda che opera in violazione del diritto internazionale. «Dimissioni» prontamente accolte da Oxfam. «Abbiamo accettato la decisione di Scarlett Johansson di non ricoprire più il ruolo di ambasciatrice dopo otto anni... Il ruolo di promozione della azienda Sodastream è incompatibile con quello di ambasciatrice mondiale per Oxfam... che si oppone a tutti gli scambi commerciali con le colonie israeliane, illegali in virtù del diritto internazionale», ha comunicato l'ong di Oxford.

Eppure sia la Johansson - che pare intenzionata a competere con gli ultranazionalisti israeliani nella difesa della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati -, che l'azienda respingono le critiche sostenendo che il progetto sarebbe volto ad «avvicinare» palestinesi e israeliani. «L' unicità di Sodastream - spiega con candore Daniel Birnbaum, l'amministratore delegato - è nella sede che si trova in Cisgiordania, nell'area C (il 60% del territorio palestinese sotto il totale controllo dell'occupante, ndr). Siamo in grado di assumere persone di ogni tipo: palestinesi al fianco di arabi israeliani ed ebrei israeliani. Lavorano insieme in pace e armonia e siamo molto orgogliosi di contribuire a nostro modo alla coesistenza e, speriamo, alla pace di questa regione». Commovente. La realtà è ben diversa da questo quadretto idilliaco fatto da Birnbaum.

Sodastream finanzia Maale Adumim contribuendo con le tasse alle casse comunali poi utilizzate per sostenere lo sviluppo della colonia. L'azienda mette insieme operai israeliani e palestinesi ma questi ultimi, secondo gli attivisti del boicottaggio delle colonie, anche israeliani, sono impiegati a condizioni di lavoro molto più sfavorevoli.

La bella Scarlett questi "particolari" preferisce ignorarli e nei giorni scorsi, riaffermando la sua piena collaborazione con Sodastream, ha spiegato di aver accettato l'offerta dell'azienda israeliana proprio perché «promuove la pace e la coesistenza».

Lo spot è stato bocciato, per tutt'altri motivi, anche al Superbowl americano. Fox, l'emittente televisiva che trasmetterà la finale del campionato della National Football League, ha annunciato che non manderà in onda la pubblicità. Ai vertici della tv non è piaciuta la frase finale dell'attrice - «Scusate Coke e Pepsi» - che sottintende una superiorità del prodotto Sodastream verso el concorrenti Coca Cola e Pepsi senza però fornire alcun dato, in violazione delle regole previste negli Usa per la pubblicità comparativa.

All'azienda israeliana legata alle colonie in ogni caso è andata bene perché il «no» della Fox ha fatto impennare le visualizzazioni (5 milioni) dello spot su YouTube. A rimetterci è stata lei, Scarlett Johansson. Certo il contratto pubblicitario è da favola ma la sua credibilità è al punto più basso. «...Tu mi rimpiangerai, bella senz'anima», cantava sempre Cocciante. E comunque ci piace di più la vecchia cara idrolitina.

Fonte