Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/09/2017

Napoli o Napolilandia? Solo la monnezza ci salverà. Il turismo come problema


Alcune ricerche sul campo stanno traducendo in dati il processo che già da tempo denunciavamo. La città del turismo si sta mangiando quel che resta della città dell’abitare, almeno nei quartieri storici. Colpisce però la velocità e la violenza con cui avviene.

Grazie al software di un ricercatore canadese che permette di indagare airbnb, solo su questa piattaforma a marzo scorso sono state censite 4600 offerte di locazione turistica, non un record (l’Italia è in generale il terzo cliente mondiale di airbnb...) ma quasi tutte concentrate nel centro storico, più o meno intorno all’area individuata dall’Unesco! Di queste ormai le statistiche generali ci dicono che solo il 5% è davvero airbnb, il 30% è b&b mentre invece addirittura i due terzi sono “case vacanza”, interi appartamenti affittati allo scopo e sottratti al mercato ordinario delle locazioni per gli abitanti. Che infatti sta schizzando sempre più verso l’alto. Un esempio clamoroso l’intero palazzo di proprietà della famiglia dell’ex assessore regionale Severino Nappi, dove tutte gli abitanti storici (già costretti alla locazione in nero...) sono stati sgomberati per affidarlo ad un agenzia per “case vacanza” ai turisti. Ai numeri di airbnb vanno sommati appunto gli immobili gestiti da agenzie come “Napoli Boundless” e i dati imponenti del “turismo religioso”: con una piccola ricerca su google non è stato difficile trovare decine di palazzi dei preti destinati a questo scopo, del resto si tratta, come sappiamo, del primo patrimonio immobiliare della città e a Roma rappresenta addirittura il 30% dell’offerta alberghiera...

Sullo sfondo per tutti la prospettiva di rendite esponenziali e quasi tutte esentasse, vuoi abusando della normativa sul B&B con la collaborazione delle agenzie, vuoi per la mancanza e la difficoltà dei controlli (con cui si può verificare la presenza del momento ma le piattaforme non restituiscono dati su guadagni annuali), vuoi, nel caso dei preti, utilizzando i sotterfugi del decreto Monti sugli immobili ecclesiastici per non essere qualificati come uso commerciale.

I dati recuperati da airbnb parlano di un incremento impressionante nel centro di Napoli negli ultimi due-tre anni e dell’avvio di un nuovo processo di concentrazione. Del resto anche le statistiche nazionali rivelano come in ogni città sono in pochissimi a fare introiti milionari mentre la distribuzione di qualche migliaia di euro a una piattaforma larga di proprietari o gestori crea quella base di consenso e di “corruzione culturale” che rende molto difficile calmierare o controllare il processo.

Al solito chi cerca di raccogliere qualche briciola dalla situazione non ha la percezione che nella deregulation la forbice della ricchezza sociale tende inesorabilmente ad allargarsi: chi ha i capitali un po' alla volta occupa gran parte dello spazio e delle risorse. Ma questa ambiguità (e la convenienza per gli utenti rispetto all’offerta alberghiera) ha fatto si che in una città come San Francisco il referendum per limitare il fenomeno è uscito, seppur di poco, sconfitto. Se guardiamo anche al dibattito di Barcellona e altre grandi città è evidente che parliamo di una questione internazionale, in crescita in tutte le grandi città occidentali da quasi due decenni. Ma nelle città come Napoli il processo può rivelarsi particolarmente violento ancorchè mediaticamente occultato. Sono le città che in questo momento storico rischiano di diventare delle monocolture, perchè non hanno altri vettori di sviluppo e la crescita degli affitti e del costo della vita, il ridislocarsi delle altre attività per fare spazio all’economia turistica della gastronomia e del consumo, spinge con maggiore velocità gli abitanti, non proprietari di appartamento, ad allontanarsi verso la periferia. La presenza nei quartieri storici napoletani di molti palazzi semivuoti e da riqualificare, fuori perciò dalla portata economica di famiglie e ceti popolari, non fa che alimentare questa tendenza e questa tentazione.

Evidenti gli impatti negativi sul diritto all’abitare. Rischia così di svanire o di ridursi ad attrazione esotica quella diversità sociale, che pur in presenza di un processo di espulsione dei proletari dai quartieri storici avviato dopo il terremoto del 1980, continuava a mostrarci Napoli come una delle pochissime città europee il cui centro non fosse musealizzato, escludente e destinato al puro consumo: basta vedere quel che sta succedendo nei Quartieri Spagnoli nelle prime due-tre parallele di via Toledo e gli investimenti di capitali legali e illegali che stanno arrivando in tal senso. Al confronto impallidisce la vecchia speculazione immobiliare su studenti e immigrati.

E’ una specie di “corsa all’oro”: da un dato qualitativo raccolto empiricamente su alcune decine di appartamenti che si affittano, il proprietario spiega che il 60-70% di quelli che vengono a visitarli vogliono locarli o addirittura comprarli per destinarli a pseudo B&B o case vacanza.

Su questo fronte francamente l’Amministrazione Comunale mi pare immobile anche perchè strumentale o succube verso le retoriche mediatiche del turismo.
Eppure abbiamo già fatto i conti negli anni ’90 con i discorsi sul Rinascimento-vetrina: la retorica Bassoliniana sulla “civilizzazione” traduceva in realtà l’assenza di una prospettiva per i ceti subalterni nell’aspirazione (irrealizzata) di post-fordizzazione della città. Tutto rischia oggi di riproporsi su un binario ancora più stretto e politicamente meno consapevole, nel vortice ingestito e vorace di un economia turistica per altro notoriamente poco redistributiva, dispensatrice di lavori malpagati, precari e spesso in nero proprio mentre la crisi decennale sta allargando ulteriormente la sfera degli esclusi e dei marginalizzati.

Nulla è stato fatto per controllare il fenomeno del B&B in quelli che dovevano essere i suoi confini ispiratori e ancor meno per recuperare da questo flusso di risorse compensative per il diritto all’abitare dei più deboli.

Un esempio in negativo è la delibera di tre anni fa che permette di partizionare le case del centro storico, senza neanche porre alla proprietà, insieme agli evidenti benefici economici, qualche vincolo in termini di utilizzo sociale, canone concordato ecc.

Non sono state fissate regole o vincoli al processo di trasformazione della casa in “bene-consumo” e i controlli sono inesistenti, anche sugli abusi e l’elusione fiscale del “turismo religioso”. Non è stato avviato nemmeno l’ormai annoso aggiornamento dei dati catastali che risolva finalmente lo sbilanciamento paradossale per cui chi vive in palazzi storici a Posillipo paga spesso di Imu quanto o addirittura meno di chi sopravvive nei più recenti palazzoni popolari a Piscinola o Ponticelli (non è poco, in termini di redistribuzione, in una città “sudamericana” con una collina di ricchi e ricchissimi...).

L’ultima campagna elettorale è stata condotta anche sull’onda di queste retoriche e sui social c’è stata l”inondazione di foto che nei fiumi di gente che attraversava i decumani vantavano i segni di un riscatto dopo gli anni dell’umiliazione nazionale e dell’emergenza rifiuti. Un sentimento e una percezione comprensibili, ma di cui rischia di restare solo l’ingenuità o la strumentalità. Abbiamo perciò l’urgenza di definire un’azione politica che difenda il diritto all’abitare da questa ennesima e veloce aggressione. Prima che, in una specie di nemesi paradossale, riempire le strade di sacchetti della monnezza (quando non ci pensa l’Asia) non diventi un gesto di resistenza urbana…

(ps: per gli analfabeti funzionali, l’evocazione della crisi rifiuti è una metafora e una evidente provocazione retorica)

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Sgomberi contro la Costituzione. Il diritto all’abitazione è prevalente

La Carta vigente non consente di gettare le famiglie per strada per tutelare un presunto diritto di lucro di una multinazionale.

Quanto accaduto per lo sgombero del palazzo in proprietà di una multinazionale in via Curtatone (Roma), occupato da numerose famiglie di migranti, impone alcune importanti considerazioni ai fini dell’adozione di provvedimenti che non siano in contrasto con la vigente Costituzione democratica e repubblicana.

Innanzitutto è da ricordare che quest’ultima, a differenza dello Statuto albertino, che tutelava i poteri del proprietario privato, tutela innanzitutto e soprattutto la “dignità della persona umana”, e, quindi, “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia come membro delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost. che, si badi bene, parla di “uomo” e quindi non solo di “cittadino”). Ciò posto, va considerato in punto di fatto che la multinazionale in questione, dei poteri riconosciuti dal codice civile al proprietario privato, il potere di “godere” e il potere di “disporre”, ha interesse a far valere quest’ultimo, considerato che essa, per un verso è una persona giuridica (una società commerciale) e non una persona umana capace di “godere”, e per altro verso l’attività che essa svolge è per l’appunto un’attività di compravendita o di locazione, un’attività cioè di “disposizione” della cosa.

Dunque, se si tratta di “disporre” di un bene, ci troviamo nel campo della “iniziativa economica privata”, di cui parla l’art. 41 della Costituzione, secondo il quale: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

A questo punto è da porre in rilievo che il citato art. 2 Cost. oltre a “riconoscere e garantire” i “diritti inviolabili dell’uomo” (tra i quali c’è il diritto all’abitazione: vedi art. 47 Cost., letto secondo l’interpretazione da tempo data dalla giurisprudenza costituzionale), impone anche “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, per cui, nel caso in esame, l’Autorità competente si trova a dover stabilire se far prevalere l’interesse economico della multinazionale che vuole sempre maggiori guadagni, oppure la “dignità di persone” economicamente debolissime, senza la minima possibilità di procurarsi un alloggio e in uno stato di necessità, assolutamente inconfutabile. La risposta, ovviamente, è insita nella stessa proposizione del problema.

Ne consegue che, a termine della vigente Costituzione repubblicana, non è giuridicamente possibile gettare intere famiglie sulla strada, per tutelare un presunto diritto di una multinazionale a compiere attività puramente lucrative.

Bene farà il Ministro Minniti, se nelle linee guida da inviare ai Prefetti, vorrà disporre che lo sgombero di case occupate può avvenire solo a seguito della ritrovata possibilità di offrire allo sgomberato altra idonea sistemazione.

Insomma, occorre essere chiari nell’affermare che le Autorità (la parola viene dal latino “augere”, che significa “far crescere”, a differenza della parola “potestas”, che significa “potere” e, dunque, sacrificare) devono “attuare la vigente Costituzione”, riaffermata e convalidata dal voto referendario del 4 dicembre ultimo scorso, e non lo Statuto albertino, in base al quale fu scritto il nostro codice civile.

Paolo Maddalena vicepresidente emerito della Corte Costituzionale

(questo contributo è stato pubblicato anche su Il Fatto quotidiano del 1/9/2017)

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La sorprendente “oppressione comunista” contro i nazisti baltici

E’ previsto per il prossimo 27 settembre l’inizio della discussione al Parlamento Europeo – a quanto pare, limitata a un gruppo abbastanza ristretto di deputati – sulla questione del diffondersi del neofascismo in Ucraina. Sono stati invitati, oltre il rappresentante ucraino alla UE, giornalisti ed ex prigionieri politici ucraini, parenti di giornalisti assassinati dai fascisti ucraini, rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani e del PC ucraino, oggi al bando.

Senza arrivare alle aperte forme di squadrismo nazista dell’odierna Ucraina, ci sono in Europa altre forme di persecuzione, sia politica che etnica, anche in paesi membri delle democratiche istituzioni UE. In Lettonia, con una popolazione di meno di 2 milioni di abitanti, di cui il 62% di origine lettone, vivono oltre mezzo milione (25%) di persone di origine russa, considerate per la maggior parte “non cittadini” e prive di diritti, a partire dal voto, a ricoprire incarichi pubblici, prestare servizio militare. Riga, però, scrive Vzgljad.ru, rifiuta il termine di “minoranza di lingua russa” e respinge l’accusa di discriminazione nei confronti degli abitanti di origine russa. Di fatto, però, al russo non è riconosciuto lo status di lingua regionale ed è considerata straniera, nonostante che nelle maggiori città del paese, a cominciare dalla capitale, la maggioranza delle persone usi il russo come prima lingua.

Estonia, Lettonia e Lituania, che da quasi trent’anni continuano ad accusare l’URSS di averle “occupate” per cinquant’anni, a partire dal 1940 e che da vent’anni pretendono per questo “riparazioni” dalla Russia, danno l’impressione di voler somigliare oggi a quei regimi che imperavano nei paesi baltici, appunto, fino al 1940 e che nel 1939 avevano stretto patti di mutua assistenza con l’URSS. Regimi nazionalisti e con caratteri di aperto fascismo, instaurati in seguito a colpi di stato che avevano abolito la Costituzione, sciolto i parlamenti, vietato le attività dei partiti politici.

Oggi in quei paesi si celebrano, ufficialmente e con la partecipazione delle massime autorità, le ricorrenze legate alle “imprese” dei volontari baltici inquadrati nelle divisioni SS locali. Si privano della pensione i veterani baltici dell’Armata Rossa e si proibisce loro di celebrare la festa della vittoria sul nazismo o di mostrare in pubblico le onorificenze di guerra sovietiche, ma si concedono lauti assegni sociali ai reduci filonazisti, che possono tranquillamente esibire le uniformi naziste (il maggio scorso un tribunale lituano ha stabilito che la svastica non era un simbolo nazista, ma parte della “cultura baltica”, da poter esporre pubblicamente) e gli stendardi dei reparti che affiancarono gli hitleriani nelle stragi di cittadini sovietici, ebrei e stessi baltici antinazisti. Si mettono al bando i partiti comunisti e addirittura, cadendo nell’assurdo, l’ideologia comunista; si perseguitano e si privano di diritti le minoranze, in particolare russe, come “residuati” della “occupazione sovietica”; si organizzano “convegni” che, mentre pretendono di parificare nazismo, fascismo e comunismo, hanno il solo scopo di cercare di nascondere le responsabilità di tutti quei Komplizen che, in vari paesi europei, fecero da tirapiedi alle SS. Si crede così di riuscire a far passare per “patrioti in lotta per il proprio paese” coloro che si misero al servizio del Drittes Reich. Tutto questo accade in paesi membri dell’Unione Europea.

Così, da parte estone, solo alcuni rappresentanti centristi all’Europarlamento hanno protestato contro la squallida manifestazione inscenata lo scorso 23 agosto a Tallin, nel pieno della presidenza estone della UE, alla presenza di una serie di Ministri della “giustizia” di paesi UE. Nel programma della cosiddetta “Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi comunista e nazista”, la parola nazismo – è sufficiente vedere il relativo sito estone – veniva citata solo nel titolo e l’intero programma era una catena di “crimini dei regimi comunisti”. L’eurodeputata estone Jana Toom ha detto che “equiparare nazismo e comunismo è al di là dei confini del bene e del male. L’ideologia della superiorità della razza scelta e quella del benessere generale hanno ben poco in comune”. A quanto pare, solo il Ministro greco della giustizia Stavros Kontonis ha rifiutato ufficialmente l’invito a partecipare, dichiarando che “l’equiparazione di nazismo e comunismo è provocatoria e inaccettabile”. L’eurodeputato del KKE Kostas Papadakis ha denunciato l’obiettivo dell’iniziativa, quello di “nascondere che il fascismo è una forma di potere del capitale in determinate condizioni. In Germania, il nazismo fu la forma ideale di sostegno del capitale nelle condizioni di preparazione militare alla conquista di nuovi mercati, di una profonda crisi capitalista, di crescita delle idee rivoluzionarie, dell’autorevolezza del KPD e dell’URSS. Esso fu sostenuto politicamente e finanziariamente da settori del capitale monopolistico tedesco. La campagna anticomunista della UE” ha detto Papadakis, “coincide con gli attacchi ai diritti dei lavoratori e del popolo e ha una storia lunga. L’impulso a questa campagna anti-storica fu dato nel 2005 dallo squallido memorandum del Consiglio d’Europa. Seguirono nel 2006 le risoluzioni anticomuniste del Parlamento europeo e, nel 2009, la risoluzione su “Coscienza europea e totalitarismo” e ancora altre dichiarazioni e decisioni anticomuniste della UE. L’esperienza conferma che l’escalation dell’anticomunismo annuncia nuove misure antipopolari, una riduzione dei diritti dei lavoratori, lo scatenamento di nuove guerre imperialiste”.

Ma non tutti, anche nell’Europa democratico-liberale, paladina dei “valori occidentali”, dimenticano la storia. Ecco che, di recente, proprio in relazione alla becera equiparazione di nazismo e comunismo e a rammentare il passato “poco onorevole” di coloro che fecero da tirapiedi ai nazisti, il britannico The Guardian ha accusato la Lituania di mentire sulla questione delle stragi di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Sproloquiando sui “delitti del comunismo”, scrive il giornale, ripreso da Balalaika24.ru, la Lituania non solo mette in ombra i crimini del nazismo, ma cerca anche di giustificare i nazisti e i loro sostenitori lituani; la politica lituana della “memoria” non ha alcun rapporto con la morale, ma è solo un tentativo di giustificare i propri crimini e riscrivere la storia con l’obiettivo della lotta contro la Russia. Dalla concezione lituana del “doppio genocidio”, scrive The Guardian, emergono sorprendenti assurdità.

Con il proclamare l’uguaglianza di comunismo e nazismo, le autorità lituane spingono in secondo piano o nascondono i crimini nazisti e preferiscono parlare esclusivamente dell’epoca sovietica. “Prendete il Museo delle vittime del genocidio a Vilnius. Potreste pensare di trovarvi la storia di quel genocidio, nelle vicinanze del quale c’era appunto Vilnius, vale a dire l’assassinio degli ebrei. Ma vi sbagliereste. Qui, l’Olocausto non è menzionato. L’attenzione principale è rivolta alle sofferenze causate dal KGB. All’esterno ci sono due monumenti in pietra dedicati alle vittime di Mosca. Se volete ricordare i 200.000 ebrei lituani assassinati, dovrete allontanarvi di molto dall’edificio principale, lungo il vicolo che porta a una piccola costruzione, chiusa per ristrutturazione”.

Stessa cosa, continua il giornale britannico, al Nono Forte a Kaunas, in cui durante l’occupazione nazista si perpetrarono uccisioni in massa di ebrei e dove oggi si parla soltanto della “oppressione” degli anni sovietici. Se si parla di “nazisti e loro fiancheggiatori, non si dice mai che i secondi erano volontari lituani, che cominciarono ad assassinare i loro fratelli lituani il 22 giugno 1941, prima ancora che qui arrivassero gli hitleriani”. E’ il caso del Fronte attivista dell’allora premier collaborazionista Juozas Ambrazevicius, (le cui spoglie sono state di recente inumate alla presenza della presidente Dalja Gribauskajte) che organizzò il pogrom al ghetto ebreo di Kaunas ancor prima dell’arrivo delle SS.

In compenso, le autorità lituane “sembrano far di tutto per attirare meno attenzione possibile al luogo dove venivano uccisi gli ebrei. La targa sul luogo in cui era il cancello del ghetto di Kaunas si nota appena dalla strada; non c’è segnaletica e chi, nonostante tutto, riesce a trovare il complesso commemorativo, anziché la storia dell’Olocausto, ottiene la storia del Gulag e della deportazione dei lituani in Siberia. La spiegazione è semplice” scrive The Guardian, “i lituani sostituiscono la storia dei crimini del nazismo con un racconto sulle vittime dello stalinismo, per mascherare la verità storica e cioè che essi stessi hanno partecipato all’Olocausto insieme agli hitleriani. Ma in Lituania non si accontentano di equiparare nazismo e comunismo: riabilitano il nazismo ed eroicizzano i suoi complici lituani. In tal modo si perseguono tre obiettivi: liberare i carnefici dalle loro responsabilità, presentandoli come vittime; creare un mito nazionale dei lituani nella cui storia non ci sono macchie; falsificare la storia, presentando la Russia di fronte all’Unione Europea come regime del genocidio, non pentita dei crimini del passato”.

E intanto si continua a calcolare la somma da chiedere a Mosca a “risarcimento dell’occupazione sovietica”: una cifra senza fondo, dal momento che si vorrebbe con quella far fronte alla crisi economica che aumenta a vista d’occhio. In modo sornione, Mosca risponde che attende il rimborso per tutte le industrie, le infrastrutture, i porti, le innovazioni scientifiche con cui l’URSS aveva “oppresso” i paesi baltici.

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01/09/2017

Hezbollah: “Il Libano libero dalla minaccia dell’Isis”

“Il Libano si è definitivamente liberato dalla minaccia jihadista di Daesh”. Ieri, in un discorso trasmesso dall’emittente Al Manar, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si è congratulato con l’esercito libanese e con le forze dalla Resistenza per la vittoria contro le milizie jihadiste dello Stato Islamico. “La vittoria del 28 Agosto 2017 (la seconda dopo quella di un mese fa ad Arsal contro Al Nusra, ndr) – ha aggiunto Nasrallah – “deve essere celebrata come una festa nazionale per tutti i libanesi perché è simile a quella del 25 Maggio 2000 con la definitiva sconfitta dell’esercito israeliano dal Libano”.

L’operazione “Fajr al Jurd”, cominciata il 19 Agosto scorso, ha visto l’esercito libanese, le truppe siriane ed Hezbollah impegnati contro gli ultimi miliziani di Daesh in Libano.

Le truppe di Beirut hanno attaccato ad ovest nella regione di Ras Baalbek e Qaa, mentre quelle siriane, insieme ad Hezbollah, sono avanzate ad est nella parte siriana del Qalamoun. Proprio nel 2013 in quella regione siriana, a ridosso con il confine libanese, Hezbollah aveva ottenuto la sua prima vittoria (Battaglia di Qusayr) contro le milizie jihadiste di Daesh e di Al Nusra, all’epoca alleate. L’intervento del partito sciita, deciso principalmente per difendere e sigillare i confini libanesi, fu determinante per le sorti dell’allora traballante regime siriano di Bashar Al Assad.

La vittoria di Hezbollah, pagata a caro prezzo in termine di perdite, spinse in seguito l’Iran e, successivamente, la Russia ad un intervento militare in Siria per contrastare l’ascesa jihadista in tutta l’area e per opporsi ai piani americani, sauditi ed israeliani nell’area. Secondo numerosi analisti, infatti, proprio dopo Qusayr sono cambiate le sorti della guerra in Siria e lo stesso Hezbollah si è trasformato in una vera e propria “potenza regionale”. Da allora le truppe sciite sono sempre state presenti in tutte le principali zone di guerra acquisendo una notevole e temibile esperienza a livello militare, grazie anche agli equipaggiamenti iraniani e russi, e diventando i principali protagonisti delle vittorie in Siria (Palmira, Aleppo e deserto di Badia) ed in Libano (Arsal e Ras Baalbek).

“Gli USA e Israele sono furiosi per le numerose e continue sconfitte ai loro piani militari e strategici nell’area” ha continuato Nasrallah riferendosi anche al bombardamento americano contro i convogli dei miliziani di Daesh verso la regione di Deir Ez Zor. Secondo il quotidiano libanese Al Akhbar, gli USA avrebbero tentato in tutti i modi di scoraggiare l’operazione militare dell’esercito libanese, minacciando anche “un taglio dei finanziamenti e delle forniture di armi destinate alle truppe di Beirut”. Proprio per questo motivo Nasrallah ha ringraziato la “risolutezza e l’indipendenza dimostrata dal presidente della repubblica Michel Aoun”, capo delle forze armate, contro le continue pressioni americane o contro le accuse di Tel Aviv in merito alle truppe dell’UNIFIL considerate “una presenza inutile”.

Il numero uno di Hezbollah è stato altrettanto chiaro riguardo la polemica del primo ministro iracheno Haidar Abadi relativa al trasferimento, attraverso corridoi sicuri, di 310 miliziani di Daesh nella città siriana di Abu Kamal a ridosso del confine iracheno. ”Abbiamo fatto quest’accordo perché i libanesi volevano la restituzione dei corpi dei nostri martiri (9 soldati fatti prigionieri e uccisi dallo Stato Islamico, ndr) e, per arrivare ad ottenere il loro trasferimento, sono andato personalmente a Damasco da Assad”. L’agenzia stampa iraniana Press Tv ha pubblicato una lettera aperta del numero uno di Hezbollah indirizzata “ai fratelli iracheni” per complimentarsi della presa definitiva di Tel Afar. Sempre nella lettera si ribadisce l’alleanza con Baghdad contro il nemico comune (Daesh) e si chiarisce che le stesse truppe sciite sono impegnate in una battaglia contro gli jihadisti dello Stato Islamico proprio nella regione di Deir Ez Zor. Secondo alcuni giornali mediorientali le proteste di Abadi sarebbero, in effetti, puramente strumentali e da leggere in chiave propagandistica dopo il riavvicinamento di alcuni esponenti politici di Baghdad a Riyadh e Washington in funzione anti-Iran ed anti Hezbollah.

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Potenze militari e minacce mondiali

Inizieranno l’11 settembre nel mar Baltico e si concluderanno a fine mese le manovre “Aurora 17”: le più grosse esercitazioni militari, scrive Gregor Putensen su Die junge Welt, su territorio svedese da 25 anni a questa parte. 19.000 soldati svedesi, insieme a truppe finlandesi, USA, britanniche, francesi, danesi, norvegesi, estoni e di altri paesi NATO. Ci si esercita a “difendere la Svezia”. Da chi? Non ci sono dubbi, scrive Putensen: negli ultimi tre anni l’Alleanza militare occidentale ha intensificato il riarmo contro la Russia. Al vertice NATO del 2014, fu deciso non solo di portare le spese in armamenti dei paesi membri al 2% del PIL; venne anche annunciato il dispiegamento di truppe NATO in Polonia e nei Paesi baltici. Altra particolarità di quel vertice, fu la partecipazione di Svezia e Finlandia, formalmente considerati Stati svincolati da patti e la stipula da parte loro del Host Nation Support Treaty (HNST), che dà alla NATO, e in particolare agli USA, ampio accesso al territorio nazionale e alle infrastrutture militari. Per la Svezia, equivale al piano “Aurora 17”: sull’isola di Gotland vengono dispiegati 2.400 soldati NATO, tra cui 1.500 paracadutisti USA, con relativi elicotteri d’attacco, che, secondo Svenska Dagbladet, debbono tenersi pronti “in caso di attacco armato durante le grandi manovre”. Anche il mar Baltico, conclude Putensen, è così divenuto un mare interno della NATO.

Da parte sua, il politologo statunitense Stephen Cohen afferma che un simile dispiegamento di forze ai confini russi non si registrava dall’attacco nazista all’URSS. Il riferimento specifico di Cohen è al sistema “anti”-missilistico “Aegis” in Romania e Polonia. E’ possibile che Washington, si chiede Cohen, non si renda conto che sta andando verso la guerra con la Russia? Oppure è proprio questo il piano: provocare la Russia ad azioni belliche? Nel primo caso, gli USA dovrebbero “svegliarsi”. Nel secondo, sono impazziti. E l’Alleanza ha la sfacciataggine di lamentarsi che la Russia “sposta le sue truppe vicino alla NATO”. Secondo Cohen, la crisi attuale è più pericolosa di quella caraibica del 1962: se allora si diceva che i missili sovietici fossero “a 90 miglia dall’America”, oggi quelli NATO sono a due passi dalle frontiere russe e se nel 1962 la crisi riguardava solo un punto del confronto, oggi sono i Paesi baltici, l’Ucraina, la Turchia e la Siria.

Proprio il segretario generale, Jens Stoltenberg, in un’intervista alla polacca Rzeczpospolita è tornato a ripetere che la NATO “non vuole una nuova guerra fredda” e una nuova corsa agli armamenti, ma che comunque continuerà a rafforzare la presenza in Europa. Stoltenberg ha detto anche che il dispiegamento dei battaglioni in Polonia e nei Paesi baltici rappresenta “una risposta proporzionale” alla Russia, che “allarga le proprie potenzialità belliche”. E la NATO “non ha ancora terminato il processo di modernizzazione, che riguarda sia le infrastrutture, sia la struttura di comando”. I reparti militari, ha detto, “non sono solo la fanteria. E’ necessario l’appoggio dall’aria, dal mare, l’intelligence, la difesa dai cyberattacchi”. Stoltenberg ha ammesso che l’Alleanza sta effettuando “il più esteso rafforzamento della difesa collettiva dalla fine della guerra fredda” e che la preparazione delle forze NATO è tre volte maggiore, che è stato aumentato il contingente, che nell’Europa orientale sono stati aperti 8 nuovi comandi delle forze di rapida reazione. Senza dimenticare che “Abbiamo inviato gruppi di combattimento in Polonia e nei Paesi baltici” – cui partecipa anche l’Italia – “e abbiamo rafforzato la presenza in Romania e nel sud-est dell’Alleanza”.

Intanto, il Ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha parlato di “eliminazione degli armamenti atomici nel nostro paese”, sostenendo così le posizioni del candidato SPD alla cancelleria Martin Schulz, in contrasto con quanto affermato la settimana scorsa dalla portavoce governativa Ulrike Demmer, secondo la quale le armi nucleari USA sul territorio tedesco sono “necessarie alla difesa del paese”. La posizione socialdemocratica, nota Vzgljad.ru, coincide con quella di Mosca, che ha più volte invitato Washington a riportare negli Stati Uniti tutto l’armamento nucleare oggi dispiegato all’estero. Tuttavia, nota il Ministero degli esteri russo, gli USA stanno continuando a modernizzare il potenziale nucleare all’estero. In ultimo (cronologicamente) e “in risposta alla chiusura dello stretto di Kerč” per la costruzione del ponte che unirà la regione di Krasnodar alla Crimea e che collega il mar Nero al mad d’Azov, la rivista Atlantic Council propone di “inviare navi da guerra nel mar d’Azov per dimostrare il nostro impegno verso la sovranità e l’integrità dell’Ucraina e la libertà del mare, pietra angolare della politica estera statunitense dal 1789”.

Mosca non sta naturalmente a guardare: nei giorni scorsi, in corrispondenza con le manovre congiunte in Corea del Sud Ulchi Freedom Guardian”, bombardieri lanciamissili dell’aviazione strategica russa Tu-95MS “Medved” (armato con missili strategici X-55 SM di 1500 kg, in grado di colpire bersagli a 3.000 km) hanno sorvolato gli spazi aerei internazionali sopra mar del Giappone, mar Giallo e mar Cinese Orientale, scortati da caccia Su-35S e aerei-radar di radiolocalizzazione A-50U. Inoltre, due Tu-95MS, accompagnati da Il-38 antisom, hanno sorvolato il mar del Giappone, mentre due Tu-142 antisom a lungo raggio volavano sopra il Giappone dal versante del Pacifico, in corrispondenza della maggiore base USA. “Un’armada di tali dimensioni come non si vedeva da tempo”, nota rusvesna.su e dato che il mar del Giappone è considerato un “mare interno” dalle due Coree, dal Giappone e anche dalla Russia, “Mosca non può ignorare le affermazioni americane di “venire a capo” dell’ennesimo regime scomodo, confinante (appena 120 km) con Vladivostok”, principale base russa sul Pacifico.

Così, mentre vede la luce il rapporto di Global Firepower sulle principali potenze militari, in Russia compaiono le notizie sulla prossima (ri)entrata in servizio del sistema missilistico su rotaia “Barguzin” (sempre in movimento e quindi di difficile individuazione) in grado di portare sei missili balistici intercontinentali “Yars” e sul prossimo varo del sommergibile nucleare strategico “Knjaz Vladimir”, capoclasse del progetto 955A “Borea-A”, modifica dei vascelli 955 “Borea”. Il “Borea-A” scenderà in mare nel cinquantesimo anniversario del varo del K-137 “Leninets” – che “progresso” nei nomi! – primo sommergibile atomico strategico sovietico, dotato di 16 tubi lanciamissili RSM-25; a differenza di quello, i 16 tubi del “Borea-A” porteranno razzi “Bulavà”, con gittata di 9.000 km invece di 2.500.

Dunque, Globalfirepower ha pubblicato la classifica dei 133 paesi militarmente più potenti. Sono considerati numero e varietà di armamenti, fattori geografici, effettivi in servizio e della riserva, bilanci militari, infrastrutture portuali, reti stradali e ferroviarie, aeroporti, riserve energetiche e “altri fattori che possono influire sul potenziale bellico”. I paesi NATO ricevono un bonus di classifica, in virtù della “teorica condivisione delle risorse”; un altro bonus anche ai paesi dotati di armi nucleari, escluse però dall’esame.

La graduatoria generale vede in testa USA, Russia e Cina, seguite da India, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Turchia, Germania, Egitto e Italia. Vengono poi Corea del Sud, Pakistan, Indonesia, Israele, Viet Nam, Brasile; al 21° posto l’Iran, seguito da Australia, RDPC, Arabia Saudita, Algeria, Canada, Spagna, Grecia. L’Ucraina, il cui presidente Petro Porošenko parla da tre anni del “più potente esercito d’Europa”, secondo Globalfirepower finisce al 30° posto. Siria e Venezuela occupano rispettivamente 44° e 45° posizione.

Nei singoli segmenti, la Cina è prima per numero di forze militari effettivamente attive (2.260.000), seguita da USA (1.374.000), India (1.362.000), RDPC (945.000), Russia (799.000). L’Italia è al 21° posto, con 247.000 effettivi; l’Ucraina al 28° (182.000), seguita dalla Germania con 180.000 uomini. In aria, (sembra però che non siano stati considerati i bombardieri) gli USA hanno un totale 13.762 aerei, tra caccia, d’attacco, da trasporto e da addestramento, oltre a circa 7.000 elicotteri da trasporto e d’assalto. Per la Russia, 3.794 aerei e circa 1.490 elicotteri. La Cina ha un totale di 2.955 aerei, seguita da India, Giappone, Corea del Sud (1.477). Distanziate RDPC (944), l’Italia, al 14° posto con 822 aerei (79 caccia e 185 d’attacco). La Russia è tradizionalmente leader per numero di carri armati (20.216) seguita da Cina (6.457), USA (5.884) e RDPC (5.025). Corea del Sud, Israele e Ucraina sono rispettivamente al 9°, 10° e 11° posto (2.654, 2.620 e 2.449) mentre l’Italia è al 58°, con 200 carri. Gli USA sono in testa per blindati (41.062), seguiti da Russia (31.298), Egitto (13.949) e Israele (10.185). L’Italia è all’8° posto, con 6.972 veicoli. La Russia ha 5.972 pezzi di artiglieria semovente, contro 2.250 di RDPC, 1.990 di Corea del Sud, 1.934 di USA e 164 pezzi dell’Italia (28° posizione). L’India è in testa per artiglieria trainata (7.414), seguita da Cina (6.246), Corea del Sud (5.374) e Russia (4.625), con USA in 12° posizione (1.299) e Italia in 77° (92). Di nuovo la Russia in testa per lanciatori missilistici (3.793), seguita da RDPC (2.400), Cina (1.770), Egitto (1.481), Iran (1.474), USA (1.331); l’Italia è al 70° posto, con 21 pezzi.

La RDPC è leader per numero complessivo di unità navali (967), seguita da Cina (714), USA (415), Iran (398) e Russia (352); la Corea del Sud (166) è al 14° posto e l’Italia al 17°, con un numero di vascelli (143) quasi doppio rispetto alla Gran Bretagna, 32° con 76 unità. Ma delle 415 unità USA, ben 19 sono portaerei, mentre ne hanno 4 Francia e Giappone, 3 l’India, 2 Gran Bretagna, Spagna, Italia, Egitto e Australia; una ciascuno Cina e Russia. La Cina è in testa per numero di fregate (51), con Taiwan (20), Turchia (16), Italia (14), Gran Bretagna (13), USA (8) e Russia (6). Gli USA hanno 63 cacciatorpediniere, seguiti da Giappone (42), Cina (35), Russia (15), Corea del Sud (12), India (11), Gran Bretagna (6) e Italia (4). Prima in classifica la RDPC per sommergibili (76), con USA (70), Cina (68), Russia (63), Iran (33), Giappone (17), Italia al 15° posto con 7 unità. La Russia ha anche 46 posamine, la Cina 31, Polonia, RDPC e Giappone 25 ciascuna, USA 11.

Per risorse e consumo petrolifero, nel 2016 la Russia estraeva 10.110.000 barili al giorno, per un consumo di 3.320.000 barili. L’Arabia Saudita ne estraeva 9.735.000; gli USA 8.653.000 (con un consumo di 19.000.000); la Cina 4.189.000, consumandone 10.120.000. La Germania consumava 2.400.000 barili, la Francia 1.770.000, l’Italia 1.315.000 e l’Ucraina 317.000. Ma è il Venezuela a possedere le riserve più estese, con 300 miliardi di barili; seguono: Arabia Saudita (269 mld), Canada (171 mld), Iran (157 mld), Iraq (143 mld), USA (36,5 mld); l’Italia è 46° con 545 milioni di barili stimati. D’altronde, se Globalfirepower nota che la Russia detiene una riserva di 80 mld di barili di petrolio, non considera le sue riserve di 50 trilioni di mc di gas.

Gli USA sono ovviamente in testa per stanziamenti militari, con circa 588 miliardi di dollari; seguono, distanziati di molto: Cina (161 mld), Arabia Saudita (57mld), India (51 mld), Gran Bretagna (46 mld); la Russia è sesta, con 45 miliardi, seguita da Giappone e Corea del Sud (44 mld), Germania (39 mld), Francia (35 mld).

L’Italia, che secondo la valutazione Globalfirepower, è 11°, con 34 miliardi di dollari, spende più del doppio di Israele, 14° con 15,5 miliardi e quasi cinque volte più della “provocatoria” RDPC (26°, con 7,5 miliardi), contro cui l’italico ministro Alfano esprime da sempre “la più ferma condanna”. Vorrà dire qualcosa?

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Francia. Macròn lancia l’attacco frontale ai diritti del lavoro

Con la presentazione dei cinque decreti delegati in materia di Codice del Lavoro, il presidente francese Emmanuel Macròn ha riscritto completamente le relazioni industriali del suo Paese ispirandosi al modello tedesco, in particolare sullo spostamento della contrattazione salariale dal sistema collettivo, di categoria, a quello aziendale.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila – ancora prima della famigerata agenda Hartz – i sindacati e le imprese tedesche firmarono accordi salariali in deroga a quelli di categoria, avviando così una moderazione delle dinamiche salariali e guadagni di produttività. I grandi gruppi come Volkswagen, Bmw, Daimler, Siemens, Bosch, Sap e molti altri siglarono intese dove a fronte di una durata legale invariata dell’orario (35 ore) e di salari congelati, d’intesa con i sindacati si poteva lavorare fino a 40 ore settimanali e oltre. Dunque più orario ma stesso salario.

Macròn, invece che un accordo tra imprese e sindacati, ha scelto la terapia d’urto istituzionale attraverso decreti delegati affinché il dispositivo non solo non venga modificato in sede parlamentare ma entri a regime al più presto, entro la primavera del 2018.

Il passaggio in sede istituzionale di questo nuova legge sul lavoro è assicurato dalla maggioranza parlamentare assoluta di cui dispone il partito di Macròn nell’Assemblea Nazionale e dalla scelta di procedere per decreto.

Al momento soltanto la Cgt, tra i sindacati francesi, si oppone alla nuova Loi de Travail confermando ieri per il 12 settembre la giornata di mobilitazione generale contro la riforma. Gli altri sindacati come Cfdt, e Force Ouvrière sembrano invece voler collaborare con il governo di Macròn, nella speranza di strappare ancora qualche concessione prima che i decreti vadano in consiglio dei ministri il 22 settembre.

Per quella data è stata convocata anche una manifestazione contro la nuova legge sul lavoro del movimento popolare “France Insoumis” creato da Jean Luc Melenchon che ha dato filo da torcere sia nelle elezioni presidenziali che parlamentari.

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Due pesi e due misure, anche di fronte a catastrofi naturali





Distretto di Mumbai (India)

Mumbai e l’India sono sommerse dalle alluvioni. Dal 29 agosto ci sono le piogge torrenziali più intense registrate dal 2005. L’acqua ha raggiunto i tetti delle auto nella capitale finanziaria indiana, dove un palazzo è crollato, seppellendo 40 persone. Tra India, Nepal e Bangladesh il bilancio delle vittime è già a quasi 1.200, mentre milioni di abitanti sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Chiuse 18mila scuole nell’intera regione. A fare la conta dei danni, complessivamente, sono coinvolte almeno 41 milioni di persone. Distrutti interi villaggi, strutture ospedaliere e raccolti, mentre continua a crescere il numero di abitanti a corto di cibo e acqua pulita.

Texas e Lousiana (Stati Uniti)

E’ salito ad almeno 35 morti il bilancio ancora provvisorio del passaggio dell’ex uragano Harvey, sul Texas. Dopo aver sconvolto il Texas dal 25 agosto, giorno in cui ha toccato il suolo americano, Harvey si è spostato in Louisiana. Dopo il triste aggiornamento del numero delle vittime, i danni. L’uragano Harvey potrebbe risultare il disastro naturale più costoso della storia degli Usa, con un impatto economico da circa 160 miliardi di dollari.

Quale di questi due catastrofici e contemporanei eventi naturali – ma con conseguenze di costi umani e materiali assai diversi tra loro – ha avuto sempre le prime pagine dei giornali e i titoli di testa dei telegiornali?

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Siria - Raqqa città fantasma

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Il drone della Cnn che sorvola Raqqa ovest, entra nei vicoli, perlustra le strade e corre lungo le pareti semi distrutte dei palazzi ancora in piedi, restituisce l’immagine di una città fantasma. I civili ci sono, sarebbero secondo l’Onu 20mila quelli intrappolati, ma non si vedono.

Gli scheletri dei palazzi sono tutti grigi, dal primo all’ultimo, di vetri alle finestre non ce ne sono più, solo buchi di pallottole, razzi e mortai, i piccoli giardini che intervallano i quartieri sono bruciati.

Raqqa è grigia, svuotata, una città spettrale. La battaglia continua: la controffensiva lanciata a giugno dalla federazione di kurdi, assiri, turkmeni, arabi, circassi (le Forze Democratiche Siriane, Sdf) avanza con difficoltà, i cecchini e le mine dell’Isis li rallentano.

Dall’alto piovono le bombe della coalizione a guida Usa che uccidono chi trovano: secondo Amnesty International, tra giugno e luglio sono morti 150 civili, ma il numero appare palesemente al ribasso viste le stragi segnalate dalle associazioni di monitoraggio come Airwars.

Fino al 25 agosto sono stati oltre mille i raid in Siria, 953 a luglio e 878 a giugno. I morti? Almeno 100 civili sono stati uccisi la scorsa settimana in 48 ore, 167 dal 14 al 23 agosto. Il 27 luglio il gruppo Raqqa is Being Slaughtered Silently denunciava 29 morti (8 bambini) in un raid Usa. E, andando a ritroso, i numeri si ripetono.

La situazione per i civili siriani da tre anni e mezzo ostaggi dello Stato Islamico che di Raqqa ha fatto la propria capitale – e la difende, come Mosul, con i denti – è drammatica. Dal gennaio 2014 vivono sotto un’occupazione brutale la cui via d’uscita – l’operazione Sdf – è ovviamente violenta.

Per questo l’Onu, attraverso l’inviato speciale Jan Egelend, pochi giorni fa ha fatto appello agli Stati Uniti chiedendo una pausa nei raid per poter soccorrere i residenti delle zone ora raggiungibili. Ma Washington ha detto di no. Lo stesso appello che alla fine dell’anno scorso veniva mosso per Aleppo al fronte Damasco-Mosca, accusati di non tenere in alcun conto la vita dei civili, stavolta passa sotto silenzio.

Rifiutato. E i raid continuano nelle aree centrali della città, quelle con la più alta densità abitativa, perché – è la spiegazione del colonnello Scrocca della coalizione Usa – «andare più lentamente ritarda solo la liberazione e dunque costerebbe di più in termini di vite civili». «La coalizione concorda con la necessità di proteggere i civili – aggiunge – e mettiamo a rischio le vite delle forze partner per salvarli ogni giorno. È un equilibrio delicato. Non esiste una formula perfetta».

Dall’altra parte c’è l’Isis che, dicono le Sdf, impedisce ai residenti la fuga, li usa (come già visto in altri scenari di guerra) come scudi umani. E la loro presenza, aggiungono, ritarda l’avanzata: «Se non ci fossero civili, Raqqa sarebbe libera in 10 giorni».

Ma non si combatte solo contro l’Isis: martedì vicino Manbij, comunità liberata dalle Ypg kurde ad agosto 2016 e da allora target della Turchia, le opposizioni legate ad Ankara (unità dell’Esercito Libero Siriano che prendono parte all’operazione terrestre turca a Rojava) hanno aperto il fuoco contro le forze di terra statunitensi.

I marines hanno risposto al fuoco per poi ritirarsi ed evitare un’imbarazzante escalation, pericolosa non tanto dal punto di vista militare quanto politico. L’Els ha ricevuto milioni di dollari in armi e addestramento dagli Stati Uniti e la Turchia è stretto alleato della Nato e di Washington.

Gli scontri di martedì lasciano tutti nudi, svelano le contraddizioni che la guerra siriana ha esaltato, gli interessi di parte e le storture dell’intervento occidentale.