Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/12/2020

Friedrich Engels: la scienza della Rivoluzione

Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato.

Friedrich Engels, Dialettica della natura

Intervista a Salvatore Tinè*

Il 200° anniversario della nascita di Friedrick Engels (1820/1895) – nonostante le limitazioni derivanti dalla crisi pandemica – ha suscitato, tra studiosi, militanti politici e attivisti sociali un interessante dibattito circa la figura di questo grande rivoluzionario e il suo contributo alla costruzione della teoria scientifica del Socialismo.

Assistiamo alla ripresa di studi engelsiani e sono stati programmati alcuni convegni di riflessione e confronto i quali testimoniano come – ancora oggi – le intuizioni, il contributo teorico e il portato dell’intera vita di Engels contengono, inalterate, lezioni politiche utili per interpretare l’attuale corso storico del capitalismo e la necessaria lotta per il superamento dei rapporti sociali vigenti.

Incontriamo il Professore Salvatore Tinè, dell’Università di Catania – nonché compagno militante comunista – al quale chiediamo di rispondere ad alcune domande le quali sono – volutamente – impostate per ottenere un sintetico distillato del pensiero di Friedrich Engels adatto ad una fascia di compagni poco avvezzi alla conoscenza del pensiero e delle problematiche poste dal grande rivoluzionario tedesco.

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Ad un giovane attivista o, anche, ad un compagno che non ha al suo attivo un bagaglio di formazione politica complesso, come sintetizzeresti la figura di Engels (soprattutto il suo sodalizio con Karl Marx) e il contributo espresso, lungo tutta la sua vita, alla definizione della teoria rivoluzionaria?

Io credo che il contributo di Engels alla definizione del marxismo come teoria rivoluzionaria, e insieme metodo di analisi scientifica materialistica della storia, sia stato fondamentale.

Agli inizi degli anni ’40 dell’800, prima ancora di Marx, egli approda al comunismo sulla base della convinzione che le prospettive della rivoluzione democratica in Germania dipendono ormai dall’iniziativa della nuova classe rivoluzionaria sorta dallo sviluppo della moderna industria capitalistica, il proletariato.

Nello stesso tempo il suo approdo al materialismo muove da una critica radicale dell’idealismo di Hegel che lo avvicina ai “giovani” della sinistra hegeliana e che tuttavia mantiene ben fermo il nucleo rivoluzionario di quel pensiero, ovvero la concezione dialettica della realtà, il nesso e insieme la contraddizione tra ciò che è “razionale” e ciò che è “reale”.

Approdato attraverso Feurbach e la sua scoperta della realtà oggettiva della natura e del sensibile, Engels trarrà ben presto dalla dialettica hegeliana un nuovo metodo di analisi oggettiva della realtà in grado di coglierla nel suo movimento, nella concreta storicità delle sue contraddizioni.

È sulla base di tale metodo che procede ad un’analisi della situazione della classe operaia in Inghilterra, condensata in un grande libro pubblicato nel 1845, dove la contraddizione dialettica viene individuata nell’antagonismo inconciliabile tra capitale e lavoro salariato, nel conflitto irriducibile tra il carattere di “merce” della forza-lavoro – su cui si basa il sistema sociale fondato sulla concorrenza – e sulla proprietà capitalistica dei mezzi di produzione, da un lato, e la soggettività sociale e politica del lavoro salariato dall’altro.

A questo straordinario lavoro di inchiesta sulla condizione operaia e sulle prime forme in cui si esprime l’associazionismo proletario nelle punte più avanzate dello sviluppo capitalistico, si accompagna una prima riflessione sulla nuova scienza dell’“economia politica” come riflesso teorico del sistema capitalistico.

Si può dire che sia stato Engels ad iniziare quel programma di “critica dell’economia politica” che avrebbe impegnato a lungo Marx nel lavoro di redazione del Capitale. Bisogna inoltre sottolineare il contributo importantissimo di Engels all’elaborazione della concezione materialistica della storia.

Alla base di essa v’è infatti proprio la considerazione della struttura economica come base dell’evoluzione sociale, che in qualche modo era già implicitamente contenuta nella prima riflessione critica sull’economia politica del giovane Engels.

Per quanto riguarda gli aspetti più strettamente legati alla teoria rivoluzionaria, non si può sottovalutare il suo contributo alla scrittura del Manifesto del partito comunista e alla chiara delineazione della natura scientifica, e non più utopistica, del socialismo e del comunismo su cui si basa la teoria rivoluzionaria del Manifesto.

È solo sul terreno dell’oggettiva evoluzione della formazione sociale capitalistica, e sulla base dello sviluppo delle sue contraddizioni immanenti ed intrinseche, che maturano le condizioni della rivoluzione politica, intese da Marx ed Engels come conquista del potere dello Stato da parte del proletariato e organizzazione di quest’ultimo in classe dominante, nella prospettiva di una società senza classi e senza Stato.

Non a caso proprio sul tema del nesso tra Stato e rivoluzione, Engels ritornerà più volte nel corso del suo lavoro teorico, teso a definire sia la realtà dello Stato, e il suo ruolo sempre più importante nei processi di socializzazione delle forze produttive e nello stesso processo di accumulazione capitalistica, sia la necessità del suo superamento nella prospettiva del comunismo.

Direi in generale che Engels non perde mai di vista, proprio a partire da una salda concezione scientifica e materialistica del comunismo, il nesso tra scienza e rivoluzione, tra teoria e politica. Se è vero che il mondo bisogna trasformarlo, è altrettanto vero che bisogna studiarlo, conoscerlo nelle sue leggi e nelle sue dinamiche oggettive per trasformarlo effettivamente.

In questa luce vanno anche interpretati i suoi grandi contributi sul tema delle scienze della natura di cui Engels coglie acutamente il ruolo centrale nella moderna industria capitalistica e più in generale sul rapporto uomo-natura, come base della stessa dialettica della storia e della società.

Puoi indicare il percorso logico/mentale che è stato in grado di compendiare un lavoro di scandaglio teorico dai molteplici e diversificati aspetti come quello prodotto da Engels? Una ricerca rigorosa che ha spaziato ampiamente dalla “situazione della classe operaia in Inghilterra” allo studio “sull’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, fino alla sferzante polemica con “la scienza sovvertita del signor Eugen Duhring’s”, e senza dimenticare il potente, quanto attuale, testo sulla “dialettica della natura”.

Il lavoro del 1845 su “La situazione della classe operaia in Inghilterra” muove da un rapporto diretto con la realtà della rivoluzione industriale e della condizione operaia in Inghilterra. Engels coglie il graduale, contraddittorio ma oggettivo determinarsi di una volontà politica rivoluzionaria del proletariato sul terreno immediato della lotta sindacale in fabbrica, evidenziandone i limiti e insieme le potenzialità di sviluppo politico.

Ma la lotta della classe operaia in Inghilterra è inquadrata da Engels in un più ampio contesto europeo, in cui stanno maturando le condizioni dell’esplosione delle rivoluzioni democratiche e nazionali, ma già segnate da un forte protagonismo sociale e politico del proletariato, delle rivoluzioni del ’48.

È un contesto che ad Engels appare segnato dal convergere del comunismo “filosofico” della Germania arretrata, erede della dialettica di Hegel, e dal socialismo e comunismo politici francesi, figli della Rivoluzione del 1789 e del giacobinismo, con il possente, ma ancora privo di una chiara prospettiva politica, movimento proletario inglese.

La drammatica sconfitta delle rivoluzioni del ’48 e in modo particolare il fallimento dell’insurrezione operaia del giugno a Parigi, segnerà l’inizio di una nuova fase del pensiero e dell’opera di Engels.

Si allontana definitivamente la prospettiva della rivoluzione imminente ed emerge l’esigenza di comprendere più in profondità le forme nuove, sia economiche sia politiche, che il dominio capitalistico viene assumendo dopo la vittoria della controrivoluzione e le ulteriori potenzialità di sviluppo e di rafforzamento che sembra rivelare, pur di fronte all’inarrestabile avanzata politica ed organizzativa del movimento operaio nei principali paesi dell’Europa nel corso della seconda metà dell’Ottocento. Si allargano così le prospettive di studio e di ricerca di Engels.

Già lo scritto su “La guerra dei contadini in Germania” del 1850 rivela un notevole grado di approfondimento delle complesse dinamiche sociali e politiche della lotta di classe. Il parallelismo tra la sconfitta della guerra dei contadini nel 1525 e quella della rivoluzione democratica tedesca del 1848 è un modello di analisi storica, in grado di connettere l’oggettiva evoluzione economica e sociale delle classi con le dinamiche e le forme politiche ed ideologiche in cui storicamente si sviluppano e si risolvono i loro conflitti.

Criterio metodico fondamentale di tale analisi è il nesso dialettico, di azione reciproca, tra economia e politica, tra struttura e sovrastruttura; fermo restando la funzione in ultima analisi decisiva e determinante della struttura economica, ovvero dei modi di produzione corrispondenti ad un determinato grado di sviluppo delle forze produttive e quindi ad una specifica divisione in classi della società.

Nel testo ”Anti-Dühring” pubblicato nel 1878, Engels avvia un lavoro di ricerca inteso ad allargare e sviluppare ulteriormente la teoria marxista, posta di fronte al problema di comprendere e analizzare in una prospettiva rivoluzionaria le nuove trasformazioni del capitalismo in una fase matura, già monopolistica, del suo sviluppo.

La crescita del capitale finanziario si accompagna ad un nuovo ruolo dello Stato nella direzione generale dell’economia e nello stesso controllo e gestione dei processi di accumulazione capitalistica. Con straordinaria acutezza, Engels individua nella trasformazione dello Stato borghese nel “capitalista collettivo ideale” una nuova morfologia del dominio capitalistico e un nuovo, più avanzato terreno della lotta di classe tra borghesia e proletariato, nella prospettiva del socialismo e del comunismo.

Non a caso proprio al tema dello Stato dedicherà un grande libro, “La nascita della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, pubblicato nel 1884, una ricostruzione geniale della genesi e dell’evoluzione di alcune fondamentali forme di potere pubblico e di dominio politico della società, che hanno scandito insieme all’evoluzione delle formazioni sociali lo stesso progresso della “civiltà” umana, ogni volta in rapporto con determinati, specifici processi di sviluppo delle forze produttive e quindi con determinate forme di divisione del lavoro sociale e di divisione in classi della società.

È una nuova prospettiva più vasta e unitaria quella che la teoria marxista acquista in questa fase della ricerca teorica di Engels. Con il libro sullo Stato del 1884, Engels ci ha dato infatti una organica teoria marxista dello Stato, che coniuga la prospettiva dell’evoluzione storica delle formazioni economico-sociali con la prospettiva politica della rivoluzione e della dittatura del proletariato, come fase di transizione al socialismo e al comunismo.

Di questo lavoro di ricerca è parte anche il progetto engelsiano di una “dialettica della natura” che individua nello sviluppo delle scienze naturali degli ultimi decenni dell’800 uno degli elementi principali della crescita dell’industria capitalistica e delle forme di ricambio organico tra uomo e natura, che caratterizzano i nuovi e più avanzati processi di socializzazione delle forze produttive.

L’intreccio tra la contraddizione di classe e quella tra uomo e natura, il nesso tra “dialettica della storia” e “dialettica della natura” si fa strettissimo e ripropone un tema caro al giovane Marx, quello del comunismo come sintesi tra naturalismo e umanismo.

Nel corso dei decenni – particolarmente da ambienti accademici afferenti a scuole teoriche “post/marxiste e/o post/moderne” – è stata alimentata una leggenda circa la presunta sudditanza di Engels alle concezioni positiviste (ricordiamo che il positivismo era il pensiero scientifico dell’epoca) e – quindi – l’inadeguatezza della sua produzione teorica nell’interpretare la moderna contemporaneità capitalistica. Come credi si possa confutare questa interessata distorsione che prova a relegare il pensiero di Engels (ed ancora di più quello di Karl Marx) alla sfera del puro esercizio filosofico a scapito di quella scienza della rivoluzione che è stata la missione di vita di Friedrich e Karl?

L’accusa di positivismo così frequentemente mossa ad Engels contrasta paradossalmente con un’altra accusa di segno contrario, che non meno di frequente gli viene mossa, quella di un eccesso di “hegelismo”. Non credo tuttavia che essa sia fondata.

Lo spiccato interesse di Engels verso le scienze della natura non discende da una visione positivistica o naturalistica della realtà, ma al contrario da una acutissima percezione del carattere di principale forza produttiva della società acquisita dalla scienza nel modo di produzione capitalistico; ovvero dal processo di sempre più profonda storicizzazione e socializzazione di quel nesso di ricambio organico tra uomo e natura in cui consiste il lavoro umano e su cui non può non basarsi qualunque formazione sociale.

La dialettica della natura va allora compresa nella prospettiva politica e rivoluzionaria del comunismo, ovvero della ricomposizione del nesso tra scienza e lavoro sulla base di una regolazione cosciente, compiutamente sociale e non più capitalistica dello sviluppo delle forze produttive.

La dialettica della natura è essa stessa un momento di quel passaggio dal regno della necessità al regno della libertà in cui Marx ed Engels hanno identificato il comunismo come superamento del capitalismo e insieme punto culminante del cammino della civiltà umana.

Siamo da qualche decennio nel XXI° Secolo e la crisi sistemica del Modo di Produzione Capitalistico è una costante, anche se non lineare, con cui impattiamo. La stessa crisi pandemica globale mostra – drammaticamente – i caratteri della crisi di egemonia della borghesia e l’urgenza della necessità del cambio di sistema e dell’alternativa politica e sociale. Ricordare adeguatamente Engels, riprendendo gli insegnamenti dei grandi teorici del Socialismo è – sicuramente – la premessa per una azione comunista a tutto tondo. Che suggerimenti ti senti di avanzare per mettere – di nuovo – in moto una sorta di offensiva teorica dei comunisti per riqualificare la loro funzione nella società?

Engels ha sempre insistito sulla necessità della lotta teorica come terreno fondamentale della lotta di classe. È un insegnamento oggi più vero e importante che mai. La crisi attuale del modo di produzione capitalistico ha certamente un carattere sistemico e generale.

Ma proprio per questo essa impone ai comunisti uno studio attento dei modi e delle forme in cui il dominio capitalistico, in risposta alla crisi, si riorganizza su scala mondiale e a tutti i livelli della produzione e della riproduzione sociale complessiva.

I comunisti possono svolgere un ruolo fondamentale nelle costruzione di una soggettività sociale e politica antagonista solo innalzandosi ad una considerazione complessiva di questi processi, all’altezza della vera e propria crisi di civiltà che essi di fatto configurano.

Engels ci ha dato degli strumenti teorici fondamentali per cogliere a questa altezza, a questo così arduo livello di generalità, i caratteri dell’attuale crisi del modo di produzione capitalistico, indicandoci i modi possibili per affrontarla sul terreno di una lotta lunga e difficile, nella prospettiva di una possibile transizione al comunismo.

Fonte

02/12/2020

L'ultimo re di Scozia (2006) di Kevin MacDonald - Minirece

La solitudine dell'Armenia/2. L'assalto turco al Caucaso e il cinismo della UE

di Marco Santopadre

(per la prima parte clicca qui)

Non si allenta la tensione in Armenia tra le opposizioni e l’esecutivo del primo ministro Nikol Pashinyan, accusato di aver firmato una vera e propria resa nei confronti dell’Azerbaigian. I detrattori del premier sperano ora di ottenerne la destituzione o quantomeno le dimissioni e la convocazione di nuove elezioni, mentre il presidente Armen Sarkissian preme per la costituzione di un governo di unità nazionale.

Intanto gli sfollati che abbandonano le loro case nei territori conquistati da Baku o ceduti agli azeri dall’accordo siglato tra Armenia, Azerbaigian e Russia continuano a raggiungere Erevan, mentre la capitale della Repubblica di Artsakh, Stepanakert, è ormai una città fantasma. A partire sono anche migliaia di siriani e libanesi di origine armena che negli ultimi anni, per sfuggire alla guerra civile i primi e alla crisi economica e politica i secondi, si erano trasferiti nei territori strappati a Baku con la guerra del '91-'94.

Alcuni sono stati attirati anche negli ultimi mesi dagli espliciti inviti provenienti da Pashinyan che, dopo gli iniziali toni concilianti nei confronti di una soluzione negoziale del conflitto, non ha esitato a esasperare il suo discorso nazionalista. Ed ora quelli che la propaganda azera e turca definisce “coloni” siriani e libanesi hanno perso tutto e si sono trasformati in profughi, o si ritrovano in un territorio assediato dalle truppe dell’Azerbaigian.

Soprattutto grazie ai droni kamikaze israeliani (Harop) e a quelli armati di missili a guida laser turchi (Bayraktar), le truppe azere hanno velocemente sbaragliato le milizie armene riconquistando dopo quasi 30 anni circa il 40% del Nagorno-Karabakh, a nord dell’enclave e soprattutto a sud, vicino al confine con l’Iran, dal quale l’Artsakh rimane ora completamente tagliato fuori.

Pur avendo evitato la catastrofe totale, quando i combattimenti lambivano ormai la periferia di Stepanakert, l’intervento pacificatore russo ha cristallizzato una situazione sul campo nettamente favorevole all’Azerbaigian. Il timore degli armeni è che Baku possa tentare di spazzare via ciò che rimane dell’Artsakh, anche se la presenza sul territorio di 2mila militari russi rappresenta, almeno per ora, un deterrente considerevole.

Non mancano quindi tra gli armeni le recriminazioni nei confronti della strategia di Mosca, accusata di essere intervenuta troppo tardi e di tenere il piede in due scarpe per non rompere con Baku e Ankara. Alcune delle correnti più radicali del nazionalismo armeno potrebbero accentuare la propria distanza dalla Russia, che pure rimane l’unico reale garante all’integrità territoriale e all’esistenza stessa dell’Armenia. Un diffuso disincanto nei confronti del soffocante e al tempo stesso altalenante abbraccio russo potrebbe favorire  l’apertura di eventuali spazi di manovra per altre potenze, prime tra tutte la Francia.

Gli appetiti francesi e il cinismo dell’Ue

Nei giorni scorsi alcuni aerei carichi di aiuti umanitari sono partiti da Parigi alla volta di Erevan, mentre il Senato francese votava a stragrande maggioranza (con un solo voto contrario e l’astensione di En Marche, il partito di Macron) una risoluzione che chiede all’esecutivo di riconoscere la sovranità dell’Armenia sul Nagorno-Karabakh.

La Francia ospita più di 600mila armeni, e negli ultimi mesi è stata protagonista di una feroce polemica con la Turchia dopo gli strali di Macron contro quello che ha definito il “separatismo islamico” nell’esagono, sullo sfondo della competizione tra i due paesi nell’Egeo; in passato, inoltre, la scelta di Parigi di riconoscere ufficialmente il genocidio armeno aveva mandato Erdoğan su tutte le furie. La Francia tenta di recuperare un minimo di ruolo nel Caucaso e il suo storico ascendente sull’Armenia, dopo che durante il conflitto con l’Azerbaigian il suo tentativo di mediazione è stato ignorato e il gruppo di Minsk dell’OSCE al quale appartiene, insieme a Russia e Stati Uniti, è stato completamente scavalcato dall’iniziativa di Mosca.

Dichiarazioni roboanti a parte, però, Parigi è allineata alla posizione di equidistanza che l’Unione Europea ha adottato nell’ennesimo conflitto caucasico. Bruxelles ha stretto vari accordi con Baku per assicurarsi forniture di gas che rendano l’Ue meno dipendente dalle esportazioni della Federazione Russa. Sono numerosi i corridoi energetici e commerciali che collegano l’Azerbaigian alla Georgia e alla Turchia, bypassando i corridoi russi: oltre al gasdotto transanatolico e a quello Baku-Tbilisi-Erzurum,ci sono anche l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars.

Nelle scorse settimane è entrato poi in funzione il TAP (Trans Adriatic Pipeline), il metanodotto che porta il gas azero estratto nel giacimento offshore di Shah Deniz II, nel Mar Caspio, fino al Salento, dopo aver attraversato Georgia, Turchia, Grecia e Albania.

Per quanto indebolito dal crollo del prezzo degli idrocarburi, l’Azerbaigian può contare su circa mille miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale e su sette miliardi di barili di riserve petrolifere complessive, e costituisce quindi un partner assai più appetibile e interessante della piccola Armenia.

Le esportazioni dell’Azerbaigian valgono circa 15 miliardi di dollari all’anno. L’Italia è il principale partner commerciale dell’Azerbaigian, con un interscambio pari a quasi 6 miliardi di dollari annui, mentre il volume degli scambi tra Baku e Ankara si ferma, per ora, a neanche 2 miliardi. L’italiana Leonardo ha venduto all’Azerbaigian gli aerei d’addestramento M 346 e spera di piazzare anche la versione da combattimento.

Non stupiscono quindi le parole di circostanza pronunciate dal ministro degli Esteri Di Maio a proposito del conflitto azero-armeno e la generale accondiscendenza dell’esecutivo italiano nei confronti dell’espansionismo turco e delle continue provocazioni di Ankara.

L’assalto turco al Caucaso

Se dal punto di vista formale il vincitore del recente conflitto è l’Azerbaigian, sul piano internazionale ad avvantaggiarsene è soprattutto la Turchia.
Il regime di Erdoğan ha adeguatamente preparato le forze armate azere rifornendole di droni e di altri armamenti moderni che hanno reso l’arsenale armeno, per lo più di provenienza russa, in gran parte obsoleto.

Come già accennato, sono stati soprattutto i droni in dotazione all’esercito azero a fare la differenza, permettendo a Baku di eliminare in pochi giorni centinaia di pezzi di artiglieria e di tank armeni, oltre a varie batterie antieree, lasciando le truppe di Erevan e Stepanakert indifese. Le ultime forniture di droni turchi – per un valore di circa 64 milioni – sono arrivate a Baku poche settimane prima dell’inizio del conflitto.

Un’inchiesta del giornalista Andrés Mourenza pubblicata dal quotidiano spagnolo El País ricorda come la maggior parte dei droni forniti all’Azerbaigian siano stati prodotti dalla Baykar Technologies di Selçuk Bayraktar, genero del presidente Erdoğan. Con un costo medio di 5 milioni, un TB2 della Baykar è assai più economico di un caccia (che ne costa anche 100) e può condurre bombardamenti altrettanto micidiali senza oltretutto esporre i piloti ad alcun rischio, essendo gestito da remoto.

I sistemi di difesa antiaerea armeni, compreso il russo “Repellent” studiato appositamente per contrastare i droni, si sono dimostrati in gran parte inefficaci contro i TB2 turchi e gli Harop israeliani. L’ottima performance realizzata in Nagorno-Karabakh costituisce un ottimo spot per l’azienda del genero di Erdoğan, che dopo aver venduto vari esemplari all’esercito turco (già impiegati contro i curdi e le truppe siriane) e alle milizie jihadiste in Siria e in Libia, ora aspira a ritagliarsi altre fette di mercato competendo con i giganti americani, russi e cinesi.

Senza intervenire ufficialmente, Ankara ha inviato al fronte propri consiglieri militari, e soprattutto ha schierato migliaia di mercenari jihadisti – le stime più verosimili parlano di duemila – reclutati e addestrati nei territori del Nord della Siria che Ankara ha occupato nell’ottobre del 2019 con l’operazione “Sorgente di Pace”.

Dopo aver combattuto in Libia sempre per conto di Ankara, a essere impiegati in prima linea risparmiando così ingenti perdite alle truppe azere sono stati i miliziani della “Divisione Hamza” e delle brigate “Sultan Murad” e “Sultan Suleiman Chan”, in alcuni casi spediti a Baku qualche giorno prima dell’inizio dei combattimenti, a dimostrazione della premeditazione che ha guidato la strategia turco-azera.

D’altronde già durante il lungo conflitto all’inizio degli anni ’90, mujaheddin afghani, volontari ceceni, Lupi Grigi turchi e miliziani bosniaci combatterono a fianco dell’esercito dell’Azerbaigian, mentre a dar man forte agli armeni ci pensarono soprattutto cosacchi russi e ucraini e volontari provenienti da Ossezia e Grecia.

Dalla fine di luglio all’inizio di agosto di quest’anno, l’esercito turco ha condotto imponenti esercitazioni congiunte con quello azero, con il coinvolgimento di truppe di terra, veicoli blindati, artiglieria, aviazione militare e della contraerea.

Durante i combattimenti Erdoğan ha incitato più volte Ilham Aliyev a non fermarsi, e a riprendersi non solo le province azere conquistate da Erevan nel '91-'94, ma anche lo stesso Nagorno-Karabakh. Opponendosi fino a quando ha potuto a qualsiasi tregua, il “sultano” ha preteso di sedere al tavolo negoziale come parte in causa e ora si prepara a mandare soldati turchi sul terreno in qualità di peacekeepers.

Per quanto la Russia, attraverso il cessate-il-fuoco del 9 novembre, abbia ristabilito il proprio ruolo di primus inter pares nell’area, estendendo la propria presenza militare al Nagorno-Karabakh e riuscendo ad escludere la Turchia dalla firma dell’accordo, è evidente che Ankara è riuscita a penetrare di prepotenza nel “cortile di casa” di Mosca, ridimensionando l’influenza di quest’ultima nello spazio geopolitico ex sovietico.

Com’era accaduto già nel quadrante siriano ed in quello libico, la Russia è di fatto costretta ad una coabitazione competitiva con il progetto neo-ottomano di Erdoğan, che dopo alterne vicende e numerosi passi falsi soprattutto in Egitto, in Tunisia e nella stessa Siria, si protende ora verso oriente, alla ricerca di una maggiore egemonia nei confronti delle varie repubbliche ex sovietiche turcofone e islamiche.

La vittoria sull’Armenia rappresenta una boccata d’ossigeno per il “sultano” che può usarla per puntellare la sua popolarità in patria, erosa dalla crisi economica aggravata dall’emergenza Covid, facendo appello al trasversale nazionalismo del panorama politico turco, rinfocolato dalle nuove opportunità panturche.

Anche dal punto di vista economico Ankara potrebbe trarre vantaggio dall’avventura armena. Il cessate il fuoco prevede la realizzazione, attraversando il territorio armeno, di una via di collegamento che congiunga l’Azerbaigian con l’enclave rappresentata dalla Repubblica Autonoma di Naxçıvan, con cui Ankara condivide un breve tratto di frontiera. Ammesso che l’Armenia ne consenta la realizzazione, la Turchia potrebbe così aprirsi un prezioso corridoio strategico fino al Mar Caspio, e da lì proiettarsi ulteriormente verso est.

Mentre la SOCAR (State Oil Company of Azerbaijan Republic) potrebbe sommare nuovi investimenti a quelli già realizzati in Turchia, ben 19 miliardi di dollari in raffinerie e società di distribuzione dei prodotti petroliferi, il debito contratto da Baku con Ankara per sostenere lo sforzo bellico rappresenta per quest’ultima un’ulteriore occasione per rafforzare la propria influenza sulla “nazione sorella”. 

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Il consumo energetico e l’impatto ambientale di Bitcoin

Gli economisti guardano con attenzione (non più con scettica curiosità) alle criptomonete, per capirne le potenzialità “eversive” rispetto alle valute statali principali e dunque alla conformazione del sistema monetario.

Assai meno attenzione viene invece dedicata al “come” funziona la catena delle blockchain che costituiscono l’unica “base fisica” di una moneta descritta come “immateriale”.

Non è sorprendente, anzi. È una conferma dell’atteggiamento con cui qualsiasi “agente del capitale” guarda alla realtà fisica del mondo: un deposito di risorse da sfruttare, senza neanche calcolare il prezzo a lungo termine di questo sfruttamento.

L’unica cosa che interessa, infatti, è il prezzo immediato, sottoposto alla “normale” dialettica tra domanda e offerta (capacità estrattiva e/o distruttiva).

Al contrario, questo contributo analitico realizzato da Papernest (una società che si occupa di confrontare le diverse offerte per le forniture di luce e gas), si concentra sul consumo energetico – fisico, dunque – delle blockchain che “sorreggono” il Bitcoin e tutte le contrattazioni con questa moneta.

Il risultato è sorprendente. Ma solo per chi crede davvero che “l’immateriale” sia svincolato dalla materia. L’analogia con il pensiero viene immediata, e basta ricordare che noi – gli esseri umani – siamo in fondo quello stato della materia che ha la capacità di pensare...

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Consumi e impatto ambientale di Bitcoin. La moneta virtuale Bitcoin è tornata sulla bocca di tutti negli ultimi mesi del 2020, lasso di tempo nel quale la criptovaluta più famosa del mondo è passata da un valore unitario di $10.000 ad un prezzo di $19.000. Sfiorando il massimo storico raggiunto dalla moneta nel Dicembre del 2017, quando superò per poche ore il muro dei $20.000, facendo collassare molti sistemi di offerta. Andiamo a scoprire come funziona la rete Bitcoin a livello di costi energetici.

Come funziona il processo di Mining e quanto consuma

Una questione di cui però non si parla più tanto come un tempo è quella del consumo energetico che i Bitcoin richiedono per essere “minati”. Il mining è il processo che permette di generare nuovi blocchi della blockchain di Bitcoin, ovvero di inserire definitivamente nel ledger (registro) di Bitcoin una serie di transazioni. Con questa operazione di mining, per cui viene generato in media un blocco ogni 10 minuti, vengono inoltre “stampati” i nuovi bitcoin.

Questi nuovi Bitcoin generati vengono assegnati come ricompensa al minatore che ha minato il corrispettivo blocco. Minare significa risolvere un complicato algoritmo crittografico per cui servono dei mega computer con una potenza di calcolo molto elevata, e un consumo di energia elettrica spropositato.

Consumo di energia elettrica per minare

Sono lontani i tempi in cui si poteva minare Bitcoin tranquillamente da casa propria con il proprio PC. Oggi per supportare la potenza di calcolo necessaria i minatori hanno riunito le proprie forze in Mining Pools, che sono ora gestiti come società, e sempre localizzati in stati dove il costo dell’energia elettrica è molto più basso.

Basti pensare che, mentre in Italia il prezzo medio dell’energia elettrica è €0,22 kW/h (fonte: Globalpetrolprices) nei paesi dove avviene la maggiore attività di mining, ovvero Venezuela, Georgia, Cina e Stati Uniti (fonte: Forbes), il prezzo medio si aggira rispettivamente, convertito in Euro, sugli €0, €0,05, €0,07, e €0,12 kW/h.

Qual è l’impatto ambientale dei Bitcoin?

Il consumo annuale di energia elettrica dei Bitcoin si aggira su una cifra di quasi 80 Terawatt/h di elettricità (fonte: Statista). Questo numero così ci dice poco, ma per fare un esempio più concreto: “il solo network di Bitcoin consuma in un anno la stessa energia di una nazione come il Cile.”

Invece, l’impronta ecologica di Bitcoin, misurata in emissioni di CO2, sfiora i 37 Milioni di Tonnellate di CO2 all’anno, questa cifra impressionante, (dati di Digiconomist) “corrisponde all’impatto ambientale di una nazione come la Nuova Zelanda.”

Anche nei confronti di altri sistemi di pagamento, Bitcoin, che vince per sicurezza, decentralizzazione e indipendenza del sistema, pecca però per consumi energetici. Il confronto con il circuito VISA è impietoso. “Una transazione BTC consuma quanto 600.000 transazioni del famoso circuito di carte di credito.”

Le mining farm

Dovete immaginarvi questi mining pool come dei grandi capannoni, con dentro un numero infinito di processori, e di ventilatori per raffreddare i computer.

Molte mining farm, soprattutto negli Stati Uniti, tendono a stabilirsi vicino alle fonti energetiche più economiche, che spesso risultano essere le centrali idroelettriche. Se però è vero che da un lato queste centrali sono sostenute dall’uso di energia rinnovabile, dall’altro, tolgono questa energia alle comunità locali, creando contrasti con le Autorità. In Cina, dove invece l’inquinamento delle fabbriche di mining è addirittura maggiore, il governo Federale aveva proposto un ban all’attività di mining perché troppo inquinante per l’ambiente.

Basteranno le energie rinnovabili a rendere Bitcoin sostenibile?

Ci sono molte teorie contrastanti e preoccupanti riguardo all’impatto energetico dell’attività di mining. Una ricerca fatta da alcuni illustri studiosi in materia (tra cui si annoverano Mora, Rollins e altri), parla addirittura di un: “aumento di due gradi celsius sulle temperature globali, dovuto all’attività di mining Bitcoin nei prossimi 30 anni.”

Il giornalista e data scientist De Vries sostiene nel suo studio che l’eccessivo consumo e inquinamento ambientale di Bitcoin non possa essere ridotto attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili alternative.

Il futuro delle criptovalute sarà energeticamente sostenibile?

Tuttavia, esistono già alcuni network blockchain che utilizzano un protocollo di verifica differente dalla proof-of-work di Bitcoin. Si tratta del proof-of-stake, un protocollo che richiede molta meno potenza di calcolo per verificare le transazioni e processarle: tra le principali criptovalute che utilizzano questo protocollo, spiccano Neo e Dash. Questo potrebbe essere un potenziale futuro per la sostenibilità ambientale delle criptovalute.

Fonte

Esempi di negazionismo storico. La dietrologia sul “caso Moro”


Di questi tempi il termine “negazionismo” ha assunto una notorietà piuttosto inattesa, uscendo dagli ambiti ristretti in cui era stato coniato – gli studi storiografici su fascismo e nazismo, sull’olocausto e i campi di sterminio – per diventare uno dei tanti “luoghi comuni”, onnisignificanti, che rimbalzano sui media.

In particolare, il termine viene usato per contrassegnare quegli imbecilli, generalmente di destra ma non solo, che considerano il virus Covid-19 come un'”invenzione”, un complotto di forze misteriose (economiche, industriali, geostrategiche, demoniache, ecc.), o più semplicemente come una “febbriciattola” in fondo innocua (Bolsonaro & C.).

Per restare sul piano storiografico, però, il negazionismo è una subcultura che non riguarda solo le politiche di sterminio nazifasciste – e dunque, oggi, fondamentalmente i sostenitori attuali di quei regimi contro l’umanità – ma anche altri fenomeni storici. E che coinvolgono forze politiche, ricercatori, giornalisti, ecc., che si autodefiniscono “democratici e progressisti”. O addirittura, in un passato ormai lontano diversi decenni, “comunisti”.

È una “corrente storiografica” tipicamente italiana, che è rivolta univocamente a descrivere la stagione della lotta armata come “eterodiretta da forze oscure”. Quando qualcuno prova a dare un nome e un volto a quelle forze esce fuori la radice “di sinistra” oppure quella di destra (senza virgolette): la prima accenna alla Cia statunitense (sempre più timidamente, visto che ora quella “sinistra” è diventata fieramente atlantista ed europeista), mentre quella di destra, assai minoritaria, indica il Kgb.

A ben guardare, però, tutta la “dietrologia” negazionista – ciò che nega la l’autonomia e indipendenza delle organizzazioni combattenti – si concentra su un solo episodio, isolato da tutte le migliaia che hanno caratterizzato gli anni ’70 e, in misura molto minore, gli anni ’80: il “caso Moro”, ovviamente.

Abbiamo dunque, nel complottismo negazionista “di sinistra”, una situazione davvero insolita ed inspiegabile, sul piano storiografico. Di fatto, tra tutte le decine di organizzazioni armate di quegli anni, solo una sarebbe “sospetta”: le Brigate Rosse.

Più stranamente ancora. Delle centinaia di azioni compiute da quell’organizzazione solo una sarebbe davvero “eterodiretta”. Sempre quella. Come se il prima, il durante (nei 55 giorni ci furono molte altre azioni, nonostante il clima da “coprifuoco h24”) e il dopo fossero ininfluenti.

Sul piano strettamente storiografico questo tipo di “produzione di fango” ha perso molta attrattività e “mercato”. Non generano più i bei soldi di un tempo, insomma, quando i parlamentari si costruivano una notorietà andando a sedere nelle “commissioni di inchiesta” e alcuni giornalisti “di area” venivano messi a contratto come “collaboratori” delle stesse commissioni.

Non ci si fanno più film “pedagogici” e inguardabili, o libri affastellati di fatti veri e ricostruzioni inventate. Anzi, cominciano a fioccare le querele da parte di persone tirate in ballo tanto per dare “colore” a ricostruzioni di fantasia. E ricercatori estranei ai “soliti giri” hanno preso a piegarsi sul materiale vero su cui lavorano gli storici – fonti e testimonianze – distinguendo tra fatti e suggestioni, o banali falsi mal congegnati.

Paolo Persichetti, ricercatore e “persona non estranea ai fatti”, da anni cura un blog che ha come scopo principale la lotta documentata alla dietrologia e dunque al “negazionismo storiografico” sulle vicende della lotta armata in Italia. E anno dopo anno va affinando la ricostruzione della genesi e della sciagurata vita di questo ignobile fenomeno anti-scientifico. A voi una sintesi delle ultime acquisizioni.

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[L’elenco ragionato dei fatti salienti sarebbe lunghissimo, dato che la “dietrologia” sul caso Moro prese forme “in diretta”, nel bel mezzo degli eventi, su iniziativa dell’allora Pci. Era dunque una “lettura di parte”, non condivisa dal resto della classe politica italiana – e tantomeno di quella internazionale – sia al “centro” che a destra che nell’allora “sinistra radicale” (Democrazia Proletaria, il manifesto, “il movimento”, ecc). Si veda, per esempio, l’intervista a Francesco Cossiga contenuta in Una sparatoria tranquilla, 1997, Odradek Edizioni. Ma la dietrologia è diventata “linea istituzionale”, “versione di Stato”, solo con la presidenza sciagurata di Giorgio Napolitano. NdR]

Il passato, quando è ritenuto scomodo, subisce in genere un processo di rimozione: viene dimenticato, seppellito per poi riemergere qui e là se ne è rimasta traccia. Nel caso della lotta armata degli anni ’70 è avvenuto un processo radicalmente diverso: quella vicenda è stata sottoposta a una ipermemorizzazione fabbricata dai poteri pubblici.

Sappiamo che la memoria è un impasto di ricordo e oblio che nel caso delle memorie private risponde a dei processi di selezione psichica legati alla singola storia del soggetto. Nella memoria pubblica, invece, i processi di selezione sono politici.

Tra i momenti decisivi ci sono certamente i ripetuti interventi del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per altro uno dei protagonisti della linea della fermezza che volò negli Usa proprio nelle settimane del sequestro Moro.

In più occasioni tra il 2007 e il 2008, fino all’editto pronunciato dal Quirinale il 9 maggio di quell’anno, decretò il divieto di parola pubblica degli ex appartenenti delle formazioni armate degli anni ’70, i quali – sosteneva – «non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni».

Al tempo stesso l’istituzione nel 2007 di una giornata nazionale della memoria delle vittime del terrorismo che si tenne la prima volta il 9 maggio dell’anno successivo, data significativa che relegava lo stragismo con le sue complicità statali negli sgabuzzini della memoria ponendo al centro dei rituali commemorativi il sequestro Moro, mischiando e confondendo l’iperviolenza statuale e atlantica delle stragi con le insorgenze armate provenienti da gruppi sociali oppressi.

Un altro aspetto importante è stata l’attribuzione di un ruolo di amministrazione della memoria pubblica all’associazionismo che si era visto riconosciuto lo status di vittima legittima. Da qui l’elaborazione di discorsi fondati sulla stigmatizzazione etica, l’anatema morale a scapito di un approccio fondato sull’impiego delle discipline dell’analisi sociale, politica ed economica.

La conseguenza è stata l’oblio dei fatti e delle condizioni sociali che determinarono quegli eventi, per altro figli di un modello di società e di produzione nel frattempo superati e dimenticati.

Questa memoria svuotata dalle sue matrici causali ha assunto le sembianze di un spettro che si proietta ancora oggi, oltre il millennio, un po’ come lo spettro marxiano, rinviandoci sbiadite immagini in bianco e nero di una violenza politica irragionevole e manipolata che cancella i colori della storia.

L’eredità, il condensato di questa chimica della memoria statuale sono stati il complottismo (la dietrologia) e il vittimismo.

[A proposito della recente lettera di circa 60 ricercatori, e alla polemica relativa al rifiuto dell’attuale redazione de il manifesto di pubblicare quel testo...]

L’innesco è stato l’ennesimo fake che accostava le vicende legate alla strage di Bologna dell’agosto 1980, che stando alle sentenze della magistratura hanno una matrice di destra, in ogni caso opposta per movente, obiettivi e pratiche operative al fare dei gruppi della sinistra rivoluzionaria armata e delle Brigate rosse, geneticamente antistragiste.

Ma aldilà della ragione specifica, credo che sia stato un segnale importante di cambiamento, la prova di una maturazione del mondo della ricerca, di una nuova consapevolezza e anche della presenza di un maggiore coraggio degli studiosi dovuto forse all’arrivo di nuove generazioni non più embedded, slegate cioè da vincoli e condizionamenti che potevano esercitare fino a ieri le vecchie baronie legate culturalmente al catechismo dell’emergenza e della fermezza tramandato dalla Prima Repubblica.

C’è un clima nuovo a cui ha certamente contribuito la maggiore socializzazione delle fonti di provenienza statale. Recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano appannaggio solo della magistratura, delle commissioni parlamentari e dei loro consulenti.

Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e anche la manipolazione delle fonti stesse. È accaduto che carte scomode venissero ignorate o citate solo in parte. Quel tempo è finito! C’è una nuova generazione di studiosi che non è più disposta ad accettare narrazioni che ignorano i canoni storiografici: la confusione di tempi e luoghi, l’uso dei de relato spesso attribuiti a defunti, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni, le suggestioni e molto altro ancora condito con un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione.

Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti in una sorta di nuovo negazionismo storiografico.

[A proposito della precedente letteratura storiografica sul “caso Moro”]

Senza dubbio «La pazzia di Aldo Moro» di Marco Clementi (Odradek Edizioni) e «L’odissea nel caso Moro» di Vladimiro Satta (EdUP), apparsi rispettivamente nel 2001 e nel 2003, hanno segnato una svolta metodologica decisiva.

Finalmente due studiosi, per altro di matrice culturale diversa, riportavano sui dei corretti binari storiografici l’analisi del sequestro Moro. Quanto a dire che quei due lavori furono sufficienti per rendere la situazione chiara, ce ne corre.

I loro studi hanno senza dubbio aperto una nuova strada, seguita poi da altre pubblicazioni e altri autori cresciuti negli ultimi anni ma in misura sempre inferiore rispetto alla mole della pubblicistica complottista, al peso delle narrazioni dietrologiche diffuse sulla stampa, nel cinema e nei grandi format televisivi.

Non c’è competizione: l’industria editoriale è orientata sul tema del cold case, anche perché paga in termini di mercato. Cerca testi sensazionalistici spacciati per inchieste che promettono scoop, garantiscono rivelazioni, spacciano soluzioni agli eterni misteri che per definizione restano insolubili, inarrivabili altrimenti il gioco finisce e il circo chiude. I grandi format televisivi, se osserviamo quel che è accaduto in occasione del quarantennale del sequestro Moro, hanno riprodotto questo schema.

La lettera firmata dai sessanta storici e ricercatori è stata un sasso lanciato in questo stagno putrido, un acquitrino insalubre dove hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

[E infine anche i “dietrologi” cominciano a litigare fra loro, come accade intorno agli stagni durante la stagione secca...]

Anche la dietrologia non è più quella di una volta. I lavori dell’ultima commissione Moro presieduta dal democristiano Giuseppe Fioroni, oggetto ora di diverse querele rivolte contro uno dei suoi ex membri (l’ex commissario Gero Grassi), hanno scatenato la balcanizzazione della dietrologia, una sorta di tutti contro tutti.

Rivalità, concorrenza nel mercato delle fake news, logica mercantile dello scoop, di chi la spara più grossa tanto poi nessuno verifica e nessuno risponde (ma anche qui le querele ci dicono che qualcosa sta cambiando e un principio di realtà e responsabilità sta per essere introdotto), fiorire di tesi complottiste che si annullano a vicenda divorandosi tra loro, hanno condotto al parossismo il discorso dietrologico.

Una iperbole che lo mette al passo con gli altri cospirazionismi che traversano il pianeta in questo momento e mobilitano le interiora della destra più conservatrice e reazionaria.

A Flamigni, che ha campato per decenni sul monopolio dell’accesso ai documenti e su risultanze peritali incerte, non va giù che questa commissione abbia disposto ingenuamente nuove perizie scientifiche su via Fani, via Gradoli e via Montalcini. Accertamenti che hanno definitivamente sepolto ogni possibilità di utilizzare imprecisioni, limiti ed errori che in passato consentivano di insinuare ricostruzioni complottiste.

La commissione Fioroni, convinta che le acquisizioni storiografiche, le testimonianze dei protagonisti e le ricostruzioni cui erano giunte le cinque precedenti inchieste giudiziarie sulla vicenda Moro fossero inesatte, fuorvianti o patteggiate, con l’enfasi supponente di chi avrebbe finalmente disvelato la verità a tutti nascosta, ha disposto nuove perizie che si avvalevano delle moderne tecniche forensi inesistenti quando vennero condotte le prime indagini.

Da un presupposto errato è scaturito così un risultato virtuoso che oggi è a disposizione di tutti i ricercatori ma che ha scandalizzato Fioroni e gli altri commissari (meno uno), i quali totalmente spiazzati hanno cercato in tutti i modi di ridimensionarle.

In fondo la commissione ha lavorato tre anni per cercare di smontare quello che involontariamente le risultanze scientifiche andavano accertando. Uno spettacolo surreale che tuttavia non è riuscito a cancellare la conferma che in via Fani le cose sono andate come hanno sempre raccontato i brigatisti: nessun attacco è stato mosso da destra, non c’erano superkiller professionisti, agenti segreti, motociclette coinvolte nell’operazione, nessuno ha sparato contro il parabrezza del teste Marini.

Abbiamo anche la certezza genetica che sfata la leggenda di Moro tenuto o passato in via Gradoli e sappiamo che l’esecuzione del presidente Dc all’interno del box di via Montalcini è compatibile con il luogo, le risultanze balistiche, l’analisi splatter (le gocce di sangue) e audiometrica degli spari. Insomma è calato il sipario sulla dietrologia in via Fani.

[L’ultima bufala per tenere insieme una ricostruzione priva di riscontri: l’ipotesi di un “patto segreto” tra brigatisti e servizi. Come se passare venti o più anni in galera possa essere considerato un “regalo”...]

ll «patto di omertà», come lo ha chiamato Flamigni, il «patto segreto» tra «complici» come hanno scritto altri competitor dell’arcigno custode della verità politica del Pci sul sequestro Moro è una costruzione finalizzata a esportare la parte di responsabilità politica che pesa sui partiti che sostennero la linea della fermezza.

A quarant’anni di distanza invece di interrogare le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa, sacrificando un uomo per non perdere lo Stato, come recitava il famoso editoriale di Scalfari apparso su «la Repubblica» del 21 ottobre 1978, si insinua l’esistenza di un accordo sotterraneo tra prigionieri delle Br e vertice democristiano suggellato dal cosiddetto memoriale Morucci-Faranda.

Nulla ci dicono sulla dimensione psicologica e culturale che mosse i dirigenti dei due maggiori partiti, come riuscirono a dire che le lettere di Moro erano manipolate, circostanza smentita dall’ultimo lavoro scientifico curato da Michele Di Sivo.

Resta ancora inspiegato il silenzio di Fanfani che venendo meno ad accordi presi non pronunciò il discorso di apertura promesso. Perché tacque? Fu bloccato?

Questioni che si cerca di occultare inventando un patto attorno a un memoriale che raccoglie le deposizioni di Morucci e Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani prima indicati solo con dei numeri. Un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista.

Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del memoriale vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono.

Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano, mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali.

Inesistenti i rapporti tra loro, segnati da rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della colonna romana) e ostilità per la scelte dissociative e collaborative.

Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze?

Un abisso logico senza risposta.

[Il ruolo ignobile del Pci, prima, e delle due filiazioni, dopo...]

Il Pci è senza dubbio la forza politica che grazie al suo importante bacino culturale ha più di ogni altra contribuito a costruire e consolidare questa narrazione.

Il 1984 è stato un anno di svolta per il Pci. La prematura scomparsa di Enrico Berlinguer precipita il partito in uno stallo politico.

In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico, il Pci imprime una svolta anche sulla vicenda Moro. Con una mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato prende le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983.

La stampa del partito e i suoi intellettuali si mobilitano per produrre da quel momento una intensa letteratura che darà vita a categorie come quella di «doppio Stato», «Stato parallelo» anche sulla scia di un precedente lavoro sui «poteri invisibili» di Bobbio. Nasce la stagione del complottismo.

Il nodo storico-politico che tormenta il Pci è dimostrare che la vita di Moro non venne sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una linea di fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br.

Il Pci tenta di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinge i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto.

Un paradigma consolatorio che ha creato una vera malattia del pensiero.

[Negare la realtà, a qualsiasi costo, se non corrisponde ai propri interessi politici. Il vero fondamento della dietrologia]

L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri».

È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava.

L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza.

Una sorta di incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali, siano essi grandi o piccoli, possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una via rivoluzionaria.

La dietrologia, il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, pensare in piena autonomia. Il complottismo è un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione degli assetti di potere del capitalismo attuale.

Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.

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Perché la “Billionaire Tax” è meglio della patrimoniale

Questo è un paese in cui alla parola patrimoniale anche quelli senza un euro in banca mettono mano alla pistola. Lo stiamo vedendo in questi giorni in cui una timida proposta presentata in parlamento da Leu ha avviato una contro-ondata d’urto che ha messo insieme dalla Lega al Pd, da Forza Italia a Italia Viva passando per il M5S.

A farne le spese è stato anche Giorgio Cremaschi, che dopo un dibattito televisivo in territorio ostile (Rete 4) – in cui ha sostenuto la patrimoniale come alternativa credibile alla guerra contro i lavoratori dipendenti – è stato sottoposto ad un linciaggio social da parte di troll della destra ma anche di taxfobici di ogni risma.

Ma vogliamo segnalare anche l’inaccettabile prosopopea con cui il colonnista del Corriere della Sera, Beppe Severgnini, afferma in televisione che chi ha un reddito di 500mila euro debba essere considerato come ceto medio. Questi vivono veramente nel loro mondo, fuori dal nostro mondo, e non sono più sopportabili.

È evidente come in un contesto già agitato come quello che stiamo vivendo dentro la crisi pandemica e sociale, la discussione sui dati reali diventa impossibile da veicolare a fronte di un automatismo isterico e trasversale che dice no alla patrimoniale... indipendentemente dai patrimoni che si posseggono realmente.

Un anno fa Potere al Popolo produsse una giornata di mobilitazione nazionale per la redistribuzione della ricchezza. Nell’indicare gli slogan sintetici da gestire nelle strade e nelle piazze, si discusse se utilizzare il termine “patrimoniale” o no proprio per i motivi fin qui indicati. Ne uscì fuori una definizione diversa e tutto sommato azzeccata: la “Billionaire Tax”. Il riferimento al locale di lusso in Sardegna e al suo odioso proprietario – Briatore – rende immediatamente l’idea e il volto di chi sia il bersaglio di questa tassazione sui patrimoni. Il nemico così cessa di essere invisibile.

In secondo luogo è fondamentale chiarire dove, cosa e di chi sono i patrimoni da colpire per rendere disponibili maggiori risorse collettive per un paese alla prese con una durissima crisi sociale.

E allora facciamo una fotografia semplice per capire di cosa stiamo parlando.

La ricchezza privata nel nostro paese, secondo la Banca d’Italia, è più o meno di 9.743 miliardi di euro. Come è composta? 5.246 miliardi cioè il 55,6% è ricchezza immobiliare (abitazioni e locali). Dentro questa ci sono sia le prime case che le seconde, le terze, le decime, gli imperi immobiliari, uffici, magazzini etc.

Con un riflesso automatico, ma anche parecchio condizionato dai cattivi manipolatori, tutti pensano che una patrimoniale si abbatterebbe subito su questa parte dei patrimoni. Ragione per cui anche chi è proprietario solo della casa in cui abita (in Italia il 72,3% delle case di proprietà) si sente nel mirino e comincia a grignare.

Ma il resto dei patrimoni che compongono la ricchezza privata da che cosa sono composti? Più o meno 3.900 miliardi di euro, ossia il 37,4% sono patrimoni mobiliari cioè finanziari (azioni, obbligazioni, derivati, depositi, titoli). Pensate un po’ che solo il 3,5% è composto da beni materiali (gioielli, quadri, orologi di lusso etc.). Secondo la Banca d’Italia però il peso dei patrimoni finanziari sulla ricchezza privata è ancora più elevato e nel 2019 è arrivato a 4.455 miliardi, una cosetta come 555 miliardi di patrimoni finanziari in più rispetto ad altre fonti.

Ed è proprio su questo segmento dei patrimoni privati che si concentra la “billionaire Tax”. Si tratta cioè di quella ricchezza finanziaria, spesso fittizia e speculativa, che riesce a crescere anche nei momenti di crisi, cioè quando settori interi della società vedono precipitare le proprie condizioni di vita. Non solo. Chi possiede la gran parte di questi patrimoni finanziari sono anche pochi, ma fanno di tutto per far credere di essere molti e portare anche chi ne escluso a difesa dei propri interessi.

Secondo Prometeia la stima sugli High net worth individual (Hnwi, cioè i patrimoni individuali dei ricchi), è ad oggi stimato a 836 miliardi di euro (+4% rispetto agli 804 miliardi nel 2008) e riguarda 590 mila persone su sessanta milioni di abitanti del nostro paese.

La Boston Consulting dà una stima ancora più ristretta del gruppo dei ricchi (in questo caso li chiama affluent). Nel nostro Paese, gli affluent sono 1,4 milioni di persone, ma i milionari veri e propri costituiscono un gruppo più ristretto di 400mila persone su 60 milioni di abitanti, molto meno dell’1%.

Ma i ricchi sono furbissimi e feroci quando devono difendere i loro interessi materiali. E quindi mettono in giro voci su un nuovo blitz – di cui nessuno parla – con prelievi forzosi sui conti correnti delle famiglie, come avvenuto nel 1992 con il governo Amato. Ma anche qui, come stanno effettivamente le cose?

I dati presentati nel bollettino mensile dell’Abi ad ottobre segnano un incremento della liquidità sui depositi anno su anno dell’8 per cento, a quota 1.682 miliardi, in aumento di 125 miliardi. A fine agosto la liquidità era già su quei livelli, a 1.671 miliardi.

Se usando la statistica di Trilussa dividiamo questo malloppo per gli abitanti, viene fuori che ce ne sarebbero 28.000 euro a testa. Escludendo la fascia di popolazione tra gli 0 e i 14 anni che difficilmente potranno essere titolari di conti correnti ed escludiamo anche quelli fino a 18 anni, alla fine dovremmo dividere il malloppo su 50 milioni di persone e qui la media salirebbe a 33.640 euro a cranio. Ma sappiamo benissimo che in questa media ci sono conti in rosso fisso, conti con poche centinaia di euro, conti con qualche migliaio di euro e conti con decine di migliaia di euro. Questi ultimi però raramente sono liquidi sui conti perché in gran parte vengono investiti in prodotti finanziari (obbligazioni, titoli, derivati etc. etc.)

E qui potrebbe venire in mente la storiella del campesino colombiano che si presenta alla banca centrale chiedendo che gli venissero consegnati i soldi del reddito procapite indicati nelle statistiche ufficiali ma di cui non disponeva e che non aveva mai visto nella sua vita. Ragione per cui una patrimoniale sui conti correnti colpirebbe veramente più il ceto medio che i ricchi.

Dunque la “Billionaire Tax” punta il mirino esattamente dove sta il malloppo cioè sui patrimoni finanziari di quelli come Briatore per intendersi. E lì di ciccia ce n’è molta e, paradossalmente ma non troppo, oggi è tassata meno che i redditi da lavoro.

L’obiezione più ovvia – ma anche quella di chi non propone altre soluzioni concrete su questo terreno – è che i capitali fuggirebbero via con un click ai primi rumors di una “Billionaire Tax” cioè una patrimoniale mirata sui patrimoni finanziari.

Ma quella che andrebbe via sarebbe ricchezza reale o ricchezza fittizia cioè inutile, speculativa, mobile e fugace per sua natura? E come mai in alcuni paesi (vedi Cipro) la fuga dei capitali è stata bloccata dallo Stato quando si è trattato di applicare l’austerity imposta dalla Troika? E i possessori di questa ricchezza fittizia sarebbero disposti a seguirla (diventando profughi o apolidi di lusso) magari rinunciando ad un mercato di 60 milioni di consumatori e alla ricchezza reale (beni materiali) che lasciano in Italia?

Eh si perché a quel punto il potere coercitivo dello Stato sarebbe inevitabile, giustificabile, indispensabile. Insomma dovrebbero andarsene a Miami lasciandoci l’isola o, in questo caso, la penisola. Mica male come prospettiva. Magari un’area regionale come l’Alba Euromediterranea potrebbe rivelarsi utilissima in una ipotesi come questa. Ci si sta lavorando.

Vedi anche: Tassazione dei grandi patrimoni. Una modesta proposta

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Lombardia: ancora una mozione ipocrita

Ancora una volta, si è assistito al Consiglio regionale della Lombardia a una scena dell’ignobile balletto tra giunta e “opposizione”. Infatti i 5Stelle hanno presentato una mozione di sfiducia all’assessore regionale al welfare, Giulio Gallera, che è stata ovviamente respinta della ultrablindata maggioranza di destra.

Un risultato che ripete quando già accaduto il 7 settembre scorso, quando fu respinta una mozione di sfiducia all’intera giunta regionale.

C’è da chiedersi perché PD, 5 Stelle e gli altri gruppi di minoranza insistano nel presentare mozioni battute in partenza che, regolarmente respinte, finiscono col rafforzare la maggioranza. La risposta è ancora una volta semplice: perché si tratta di manovre puramente propagandiste ed elettoralistiche senza alcuna prospettiva reale di cambiamento.

Ne fa testo anche la recente proposta di legge regionale del PD, che si propone di sostituirsi alla famigerata 23/2015 a firma di Maroni. Infatti, tale proposta, pur se per alcuni aspetti “migliorativa” (e non ci vuole molto…) dell’attuale legge che regola la sanità lombarda, non affronta alla radice il rapporto tra sanità pubblica e privata, che andrebbero definitivamente separate, ponendo fine al regime delle “convenzioni” che tanti finanziamenti pubblici e profitti (seguiti regolarmente da altrettanti scandali) ha regalato alle grandi imprese sanitarie private, a tutto scapito della salute pubblica.

È apparso davvero disgustoso, nel corso della seduta, l’intervento del capogruppo del PD Fabio Pizzul, che ha riconosciuto a Gallera di avere compiuto “grandi sforzi”, ma senza risultato. Una chiara testimonianza del fatto che il PD non ha una politica diversa da proporre, rispetto alla giunta, ma che riduce tutto a una questione di “capacità tecniche”.

E la politica comune di Lega e PD è quella della sottomissione agli interessi degli industriali e delle grandi imprese commerciali e sanitarie.

Il clima da surrealismo applicato della seduta è stato poi confermato dall’intervento di Gallera, che ha candidamente affermato che per gennaio è attesa in Lombardia una “terza ondata” pandemica. Ciò mentre ancora non si intravede l’uscita dalla seconda, che ogni giorno provoca nella regione da 120 a 180 decessi.

Naturalmente, Gallera non ha specificato come la Regione si stia attrezzando per evitare tale terza ondata, che viene data per ineluttabile e scontata, e che provocherà altre migliaia di morti, in un territorio che ha una delle più alte percentuali di decessi per Covid nel mondo.

Il tutto condito da chiacchiere sulla presunta futura somministrazione salvifica dei nuovi vaccini anti-Covid, mentre migliaia di cittadini stanno ancora cercando di trovare il semplice vaccino antinfluenzale, merce rara in Lombardia.

In questa situazione, sarebbe più serio che i vari consiglieri PD e 5Stelle si impegnassero per ottenere dal governo il commissariamento della Regione, atto che evidentemente non fanno per rispettare le compatibilità politiche nazionali e regionali con la destra, anche in vista di una sua “non opposizione” o di un’opposizione solo formale quando si tratterà di decidere i prossimi passi in tema di economia, come il tristemente noto MES.

Il tutto, ovviamente, nella totale indifferenza per la salute e la vita dei cittadini.

Fonte

Aldo Giannuli - Perchè la gente si beve le fake news?