Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/12/2021

Il Sahel in ebollizione contro la guerra francese

Il blocco del convoglio della forza Barkhane in Burkina Faso, seguito dagli scontri a Téra in Niger, così come le recenti manifestazioni contro il presidente Kaboré, testimoniano una mobilitazione anticolonialista che non risparmia i partner africani dell’espansionismo militare francese.

Sabato 27 novembre a Ouagadougou e in altre città del Burkina Faso, le forze di sicurezza hanno represso violentemente i manifestanti che chiedevano le dimissioni del presidente Kaboré, accusato di “incapacità” nella lotta contro i jihadisti. Due giorni prima, il capo di Stato burkinabé stava negoziando con i rappresentanti di numerose associazioni della società civile per terminare il blocco della forza Barkhane a Kaya, in viaggio verso il Niger.

Quest’ultimo è da tempo il bersaglio dell’esasperazione dei burkinabé, che sospettano che Parigi stia accomodando l’ascesa al potere degli islamisti per giustificare il suo espansionismo militare e la continuazione di una guerra sempre più mortale per la popolazione. Eppure, la mobilitazione contro il convoglio francese OPEX – 60 camion diretti a Gao, Mali, per rifornire l’esercito francese – si è estesa al Niger.

A Téra, nella regione di Tillabéri, la folla che ostacolava il transito dei soldati della forza Barkhane è stata dispersa dai militari francesi, sostenuti dai gendarmi locali, utilizzando munizioni vere. Il risultato: tre morti e diciotto feriti.

“Il movimento di ostilità alla presenza francese ha tutte le possibilità di espandersi”, ha avvertito Jean-Hervé Jezequel, direttore del “Progetto Sahel” presso l’International Crisis Group, in un’intervista su RFI cinque giorni prima.

“L’esercito francese deve andarsene”, “Liberare il Sahel”, “Basta con i convogli militari di invasione e la ricolonizzazione francese”, erano i cartelli tenuti dalla folla a Kaya e Téra, ma anche a Ouagadougou e Bobo Dioulasso, che sono scesi sulle barricate per impedire il transito delle truppe francesi.

Questo movimento non è stata una fiamma improvvisa. Molti gruppi sono dietro l’organizzazione di queste mobilitazioni. Tra i più importanti, la Coalizione dei patrioti del Burkina Faso (COPA-BF), che lotta per “una vera indipendenza dei paesi africani”, il collettivo Balai Citoyen o il movimento popolare Sauvons le Burkina Faso, una piattaforma di più di duecento associazioni creata nel 2021, sono all’origine delle manifestazioni di sabato scorso. Questi collettivi e organizzazioni hanno collegamenti importanti in Senegal, Mali e Niger.

Tuttavia, i leader di queste reti, profondamente radicate nella popolazione, sono chiamati a dare prova di determinazione e di intelligenza politica, perché le autorità locali non risparmieranno alcun mezzo per spezzare questo movimento e la mobilitazione di “una folla cosmopolita”, come ha notato un osservatore del blocco del convoglio Barkhane a Kaya.

In Burkina Faso, internet mobile è stato tagliato per una settimana e l’appoggio del presidente Kaboré alla Francia non manca. Alpha Barry, il suo ministro degli Affari Esteri, si è espresso in modo netto durante questa nuova crisi: “La lotta contro il terrorismo è il compito di tutti i burkinabé, del nostro esercito nazionale. Non dobbiamo scegliere il nemico sbagliato, perché la Francia è sempre intervenuta al nostro fianco quando glielo abbiamo chiesto”.

Sulla stessa lunghezza d’onda e nelle stesse circostanze, il capo di stato del Niger, Mohamed Bazoum, ha recentemente dichiarato: “Sono totalmente dispiaciuto per la campagna che viene condotta contro di loro. Voglio che i francesi siano forti, perché hanno una storia unica con questa zona del Sahel”.

Di fronte all’ostilità crescente e sempre più attiva delle popolazioni del Sahel, Parigi non sembra disposta a fare alcuna concessione in direzione di un alleggerimento della propria presenza militare “anti-terrorista”. La ristrutturazione di quest’ultima, con l’annunciata chiusura di tre basi in Mali e il previsto ritiro di parte delle truppe francesi, si basa infatti su un’intensificazione delle operazioni speciali contro le forze jihadiste e un maggiore coinvolgimento degli alleati europei e africani.

“Dai dubbi dell’opinione pubblica sull’efficacia militare dell’intervento francese, siamo passati a un rifiuto politico su larga scala della Francia, anche in un paese dove l’impronta militare è piccola. Sembra la fine dell’interventismo francese”. Le previsioni dell’esperto belga del Sahel Yvan Guichaoua rischiano di scontrarsi con la volontà di Parigi, poiché la Francia persiste nella sua strategia di prolungare la guerra.

Lo dimostrano l’aumento della spesa del suo bilancio per la difesa. La legge di programmazione militare ha portato a un aumento graduale senza precedenti degli investimenti, che raggiungeranno 1 miliardo di euro all’anno entro il 2022, cioè il 38% in più rispetto alla precedente legge di programmazione militare.

Oltre alla moltiplicazione delle esecuzioni di leader islamisti, i cui risultati sul terreno sono ancora da dimostrare, e l’applicazione della dottrina della “guerra rivoluzionaria” anti-sovranista, come l’uso delle milizie tribali, che si è dimostrato un deleterio acceleratore di scontri interetnici.

Resta comunque il fatto che la constatazione del “rifiuto politico su larga scala della Francia” è chiara.

Rimane un possibile fattore di cambiamento dei rapporti di forza tra le popolazioni saheliane e le organizzazioni che le sostengono, e coloro che hanno deciso di “volare in aiuto del Mali” nel gennaio 2013 per “restarci per altri 100 anni”.

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Tre anni dopo cosa resta dei “gilet gialli”

Francia, perché l’impennata dei prezzi non porta a un’esplosione sociale? Non c’è un legame meccanico tra un contesto e una mobilitazione. Inchiesta di Mediapart

La primavera sarà calda, l’autunno sarà turbolento, l’inverno sarà incessante… Così come la retorica militante ha spesso cercato di mobilitare le sue truppe annunciando in anticipo movimenti che non sempre si sono verificati, sembra difficile spiegare l’assenza di mobilitazione quando il contesto sembra prestarsi ad essa.

La coincidenza tra i prezzi della benzina più alti che mai e il terzo anniversario della rivolta dei “gilet gialli” solleva domande sulle ragioni dell’attuale apatia sociale: la prospettiva delle elezioni presidenziali e il confronto elettorale? Specificità della mobilitazione delle rotonde troppo inedite? La portata della repressione è stata realizzata? Assenza strutturale di correlazione tra mobilitazioni sociali e condizioni socio-economiche? Effetti di coda lunga dell’epidemia di coronavirus?

Quando, il 17 novembre 2018, il movimento dei Gilet Gialli è emerso, ha colto di sorpresa gli osservatori e le autorità. Questi ultimi riuscirono a spegnerlo solo dopo molti mesi, ricorrendo contemporaneamente a un’intensa repressione e a varie procedure pseudo-deliberative. All’epoca, l’annuncio di un aumento della tassazione sul carburante ha fornito la scintilla per la mobilitazione, che è stata originale nella sua forma, nella sua sociologia e nei suoi metodi di azione. Più in generale, la questione dei vincoli di spesa è stata al centro della conversazione nazionale.

Quest’autunno, tuttavia, lo spettro del “costo della vita elevato” è riapparso. Alla pompa, il prezzo del diesel o della benzina senza piombo ha superato i livelli raggiunti alla vigilia dei primi blocchi delle rotonde del 17 novembre 2018. Anche il costo del gas e dell’elettricità è alle stelle. Il fenomeno, di portata globale, sta già scatenando proteste popolari vicino a casa, come in Spagna, dove i sindacati del trasporto stradale minacciano di scioperare prima di Natale. Ma in Francia prevale la calma. In questa fase, non emerge alcun risveglio dei gilet gialli, né alcuna dinamica di un movimento che riprenda gli stessi temi.

Come si può spiegare questa apparente apatia, quando le giustificazioni materiali per una nuova rivolta esistono e si sono già verificate? Il governo teme il ripetersi di un movimento di protesta, dal momento che si è sentito obbligato a disegnare una “indennità di inflazione” di 100 euro per i francesi che guadagnano meno di 2.000 euro, che però è mal calibrata per rispondere a tutte le potenziali difficoltà generate dall’attuale aumento dei prezzi.

Il primo elemento di risposta, avanzato dalla maggior parte dei ricercatori intervistati da Mediapart, consiste nel sottolineare l’assenza di un legame meccanico tra un certo tipo di “condizioni oggettive” e l’avvento di una mobilitazione. “Anche quando passi parte del tuo tempo ad analizzare i movimenti sociali, sei preso alla sprovvista da ciò che accade e ti chiedi perché certe cose non accadono”, ride Erik Neveu, professore a Sciences-Po Rennes.

L’idea che si possano tracciare correlazioni tra la situazione socio-economica e le rivolte politiche è ereditata dall’analisi dello storico Ernest Labrousse (1895-1988), che riteneva che la rivoluzione francese fosse legata all’aumento del prezzo del pane: una dimensione riassunta dalla citazione apocrifa attribuita alla regina Maria Antonietta: “Se non hanno pane, che mangino brioche.

Tuttavia, anche se la Rivoluzione francese fu effettivamente scatenata in un periodo di alti prezzi del grano, essa seguì altri periodi di alti prezzi del grano che non scatenarono alcuna rivolta. L’analisi labroussiana è stata ampiamente contestata dalla storiografia più recente, in particolare dal ricercatore britannico E. P. Thompson, il quale ha dimostrato che, sebbene le questioni di bilancio e le condizioni di vita potessero essere alla base delle mobilitazioni, non c’era alcun determinismo al riguardo: “economie morali” e situazioni politiche potevano altrettanto facilmente innescare una rivolta quanto un aumento dei prezzi.

Analizziamo sempre a posteriori il modo in cui nascono le rivoluzioni e le esplosioni sociali”, conferma la storica Danielle Tartakowsky, autrice di Pouvoir est dans la rue – Crises politiques et manifestations en France XIXe-XXe siècles (Flammarion). Non c’è un legame obbligatorio tra questi e una determinata situazione economica. Sappiamo molto bene, contrariamente a quanto credeva il movimento comunista negli anni ’20, che la miseria non porta con sé la protesta o la rivoluzione”.

“Nel 2007 e nel 2011”, nota da parte sua il sociologo Pierre Blavier, che ha appena pubblicato Gilets jaunes, la révolte des budgets contraints (PUF), “il prezzo della benzina aveva già raggiunto i livelli del 2018, e questo senza che ne derivasse alcuna esplosione sociale. Ora, la benzina è ancora più cara, e l’elettricità e il gas si aggiungono, senza che il movimento prenda per il momento slancio.

Per Olivier Fillieule, professore di sociologia politica all’Università di Losanna, co-direttore del Dizionario dei movimenti sociali (Presses de Sciences-Po), che ha studiato il movimento dei Gilet Gialli nel Sud-Est, questa rivolta non si spiega meccanicamente con l’aumento del prezzo della benzina. “La rabbia è esplosa il 17 novembre 2018, ma stava fermentando dall’inizio dell’anno. I gruppi di Facebook esistono da mesi. Le frustrazioni legate agli autovelox o al limite di velocità di 80 km/h sono precedenti alla scintilla”.

Le persone che sono uscite sulle rotonde”, aggiunge, “sono molto raramente dei militanti, nel senso di persone per le quali le associazioni militanti e l’impegno in cause talvolta multiple strutturano la loro esistenza; e che per questo stesso fatto sanno che possono perdere una volta e vincere un’altra volta. Al contrario, i Gilet Gialli della prima ora si sono mobilitati con una logica rivoluzionaria, pensando che sarebbero tornati a casa solo quando avessero ottenuto la soluzione ai loro problemi, spronati da un senso di urgenza e necessità. Per molti di loro, questo impegno improvviso e totale ha sconvolto la loro vita, hanno litigato con parenti e amici, e sono usciti da questo momento cresciuti ed esausti. Tenendo conto di tutto questo, è facile capire perché il recente aumento dei costi dell’energia non può bastare da solo a ravvivare una dinamica di mobilitazione. C’è bisogno di qualcos’altro per galvanizzare il morale piuttosto basso delle truppe.

Il fatto stesso che il movimento dei Gilet Gialli sia nato tre anni fa sulla base di rivendicazioni legate all’alto costo della vita non fornisce una ragione sufficiente per pensare che possa ripetersi allo stesso modo. In primo luogo, perché, a parte le modalità di azione più routinarie, è raro che le eruzioni popolari si ripetano nello stesso modo: il maggio 68 ha prodotto effetti, ma non si è mai ripetuto così. In secondo luogo, perché il modo in cui le autorità hanno risposto ai gilet gialli può aver minato le condizioni per un tale replay.

Come documentato da Mediapart, e in particolare da David Dufresne, il livello di coercizione esercitato dallo Stato contro i gilet gialli è stato molto alto, tanto che si dovrebbe tornare indietro di diversi decenni per osservare un uso così massiccio della forza. Danielle Tartakowsky giudica che la repressione dei gilet gialli “ha rotto la volontà di alcuni manifestanti, sia per quelli che hanno marciato a Parigi che per quelli che hanno visto le immagini”. È sorprendente, a questo proposito, vedere la differenza, in termini di polizia, tra il trattamento dei gilet gialli e quello degli anti-vax e degli anti-pass”.

Olivier Fillieule, coautore con Fabien Jobard, di Politiques du désordre – Police et manifestation en France (Le Seuil), tuttavia, offre uno sguardo sfumato sulla questione. “Nell’ultimo anno, abbiamo sentito molti intervistati dire che a causa della violenza, della repressione legale e finanziaria, era meglio per loro non presentarsi alle manifestazioni. Questo è particolarmente vero per le persone con responsabilità familiari che non possono scaricare. Ma al contrario, altri intervistati sono stati radicalizzati dall’insolita violenza del trattamento poliziesco delle manifestazioni, dalla pioggia di multe, dalla ferocia della comparsa immediata e, più in generale, dall’ingiusto trattamento giudiziario, per non parlare dell’esperienza del carcere.

Qualunque sia la coercizione esercitata contro di loro, la mancata ricomparsa dei gilet gialli deve anche essere legata alle caratteristiche stesse del movimento. Nata fuori dai sindacati e coltivando un’ignoranza, persino una diffidenza nei loro confronti, si è dimostrata resistente a qualsiasi forma di centralizzazione e gerarchizzazione.

“I movimenti mal organizzati, da membri con poco capitale militante, sono una rarità storica e sono più fragili di altri”, osserva Laurent Jeanpierre, professore di scienze politiche all’Università di Parigi I e autore di In Girum – Les Leçons politiques des ronds-points (La Découverte, 2019).

“I leader dei gilet gialli erano per lo più locali”, ricorda Erik Neveu, che crede anche che il loro indebolimento nel tempo derivi in parte da una mancanza di strutture di coordinamento. “Non tutto può essere organizzato attraverso le reti sociali, senza un sistema di portavoce o un minimo di istituzionalizzazione”. Un argomento che si può trovare, sviluppato da altri contesti, dalla sociologa americano-turca Zeynep Tüfekçi. Nel suo studio Twitter et les gaz lacrymogènes (C&F éditions, 2019), mostra che la “protesta connessa” può permettere una mobilitazione massiccia a una velocità senza precedenti, ma ottiene l’efficacia della decisione collettiva, e quindi la reattività e la durata del movimento interessato.

Se non c’è mai un legame meccanico tra condizioni socio-economiche oggettive e mobilitazione sociale, e se le caratteristiche dei gilet gialli e la repressione a cui furono sottoposti non depongono a favore della ripetizione di un movimento simile, altri due elementi cruciali spiegano perché non è ancora emersa una forte mobilitazione contro il caro vita.

Le elezioni e la pandemia

Da un lato, il contesto pre-elettorale, con le elezioni presidenziali a soli cinque mesi, non è molto favorevole. La prospettiva della “grande spiegazione” attraverso il voto potrebbe essere qualcosa a cui aggrapparsi? L’idea che la battaglia sarà combattuta alle urne è già stata prevalente in passato”, nota Danielle Tartakowsky. Questo è stato il caso del 1981, che ha portato a un crollo della mobilitazione sociale prima dell’elezione di François Mitterrand. Fu così anche nel 1936: le mobilitazioni su base antifascista o anti-crisi erano state forti nei due anni precedenti, ma da marzo in poi, le organizzazioni che componevano il raggruppamento popolare si preoccuparono di evitare qualsiasi cosa che potesse dare luogo a provocazioni, suscettibili di avere un effetto negativo sul voto di aprile.

Per alcuni ricercatori, l’argomento non è decisivo. Erik Neveu ci ricorda che i tratti socio-demografici dei gilet gialli li dispongono soprattutto a “un debole interesse per la politica istituzionale”. Per coloro che hanno occupato le rotonde, aggiunge Pierre Blavier, “il sistema partitico ed elettorale è completamente vuoto”.

Olivier Fillieule sottolinea anche che le tre elezioni precedenti (europee, comunali e regionali) hanno fornito la loro parte di fallimenti e di amara disillusione per coloro che avevano cercato di investire nel campo istituzionale. “Durante le elezioni europee, sulle rotonde, tutti erano convinti che Macron avrebbe ricevuto uno schiaffo e la delusione è stata immensa. Solo il Rassemblement National e France Insoumis hanno cercato di radunarli durante il movimento. In realtà, il voto dei gilet gialli non è una questione elettorale, dato il loro piccolo numero e la loro persistenza nel rimanere lontani dalle urne. Questo spiega in parte la facilità con cui una parte del movimento, qua e là, è passata al movimento anti-pass, poiché il movimento può incarnarsi, per molti, solo nella presenza fisica nello spazio pubblico, nelle occupazioni e nelle manifestazioni”.

Tuttavia, se guardiamo oltre gli stessi gilet gialli e guardiamo ad altri attivisti che potrebbero alimentare un movimento sociale, la vicinanza delle elezioni presidenziali mantiene la sua importanza. “In Francia, gli attivisti più esperti sono molto pochi e spesso mobilitati in diverse cause”, spiega Laurent Jeanpierre. Con la campagna elettorale, la loro energia è incanalata, non hanno più abbastanza tempo per indirizzarla altrove. Da parte dei cittadini, può prevalere una forma di atteggiamento di attesa, anche senza grandi speranze di cambiamento. Se dovessimo cercare di identificare una tendenza a lungo termine”, conferma Danielle Tartakowsky, “sarebbe una diminuzione della mobilitazione nel periodo pre-elettorale piuttosto che un aumento.

Anche se questo non costituisce una legge storica, possiamo osservare che le eruzioni sociali più significative in Francia sono state post-elettorali. Gli scioperi del 1936 seguirono la vittoria dei partiti del Fronte Popolare; il maggio 68 avvenne un anno dopo le elezioni legislative e tre anni dopo le prime elezioni presidenziali a suffragio universale della Quinta Repubblica; il grande movimento sociale del 1995 seguì poco dopo l’elezione di Jacques Chirac; e la stessa cosa è successa con i gilet gialli.

Inoltre, e questo è forse il fattore di handicap più grave, la pandemia di coronavirus è passata nel frattempo. Su scala globale, come ha mostrato il ricercatore Alain Bertho, le mobilitazioni strettamente sociali si sono ritirate rispetto al 2019, che era stato segnato da una dinamica di lotte emancipatorie senza precedenti. I confinamenti successivi, le limitazioni imposte ai raggruppamenti, ma anche l’esaurimento personale causato dalla crisi sanitaria, hanno pesato sulla capacità di mobilitazione.

“I vincoli alla costruzione pratica di un collettivo sono più forti di due anni fa, mentre erano già più forti di dieci anni fa”, dice Laurent Jeanpierre, che invita anche a “non minimizzare la stanchezza”, che è difficile da oggettivare, ma che è stata osservata in ambienti molto diversi, e in particolare nei settori tradizionalmente più mobilitati della società.

Possiamo allora ancora immaginare, in questo contesto di crescente quotidianità, una nuova mobilitazione su larga scala, anche se sarebbe necessariamente diversa da quella dei gilet gialli di tre anni fa? “Affinché un movimento sociale riunisca diversi settori e realizzi il suo potenziale rivoluzionario, è necessario raggiungere una de-settorializzazione che, fino ad ora, è stata solo molto parziale”, giudica Pierre Blavier.

Secondo lui, ci sono potenziali “ponti” tra le categorie di popolazione che hanno strutturato la mobilitazione del 2018 e altre frazioni della popolazione. In questa fase, tuttavia, il loro verificarsi rimane improbabile. “Almeno quattro settori potrebbero collegarsi con i gilet gialli in una logica di classe”, crede. Il settore sanitario, che era regolarmente presente nel movimento. Quella dei piccoli pensionati, che hanno fornito diversi battaglioni di gilet gialli. Ma anche gli insegnanti, la cui paga è molto bassa, che si trovano anche di fronte a tensioni di bilancio, per esempio per l’alloggio, ma non hanno aderito affatto al movimento. E i movimenti in difesa dei servizi pubblici, per i quali non si è verificato nemmeno lo snodo.

Per la storica Danielle Tartakowsky, “data la situazione, dovremmo teoricamente avere un movimento, ma non possiamo dirlo perché è impossibile identificare delle costanti basate su condizioni “oggettive”. Questo non significa che non si possa essere sorpresi. E la sorpresa raramente prende le forme previste...

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Costruiti i primi robot viventi capaci di riprodursi

I primi robot viventi chiamati Xenobot, ora possono anche riprodursi, Realizzati con cellule della rana Xenopus aggregate in sfere di pochi millimetri programmate dall’intelligenza artificiale. Molto simili al noto videogioco Pac-Man, sono in grado di muoversi nello spazio e auto-replicarsi assemblando le cellule che incontrano lungo il percorso fino a formare nuovi organismi.

La notizia è stata diffusa solo ieri, ma in realtà già a gennaio del 2020 la rivista Le Scienze ne aveva annunciato la riuscita dell’esperimento.

Gli scienziati che li hanno creati, sono un team di ricercatori impegnati tra l’università del Vermont, la Tufts e l’Istituto Wyss di Harvard, i quali affermano che gli Xenobot si sono inventati, in tutta autonomia, un sistema riproduttivo completamente nuovo.

Per il momento gli Xenobot, per quanto affascinanti, rimangono una scoperta senza un’implementazione pratica. Ma secondo i ricercatori le ramificazioni di questa tecnologia potrebbero essere molteplici – dalla raccolta di microplastiche nell’oceano alla medicina rigenerativa.

È però doveroso – e inquietante – sottolineare che la ricerca è stata co-finanziata anche dalla DARPA (Defense Advanced Research Project Agency), l’agenzia federale USA che si occupa dello sviluppo di tecnologia con impieghi militari.

Comprensibili le preoccupazioni circa un organismo biotecnologico in grado di replicarsi autonomamente, ma per ora i ricercatori hanno assicurato che l’esperimento è stato condotto in un ambiente di laboratorio controllato al massimo, ed è facilmente eliminabile, trattandosi di tessuto organico biodegradabile.

In sintesi: le macchine organiche raccolgono le cellule staminali e le organizzano in una palla. Questo gruppo di cellule in un certo senso “matura” e a un certo punto diventa uno Xenobot a sua volta. Il principio di base, la replicazione cinetica, è un fenomeno che è effettivamente noto, ma solo a livello molecolare. Non si era mai osservato a livello di un organismo intero, ma nemmeno a quello di una semplice cellula.

Per realizzare questi organismi multicellulari artificiali (cioè programmati per svolgere funzioni diverse da quelle naturali), i ricercatori hanno prelevato delle cellule dalla pelle di larve di rana Xenopus laevis e le hanno incubate fino a ottenere piccoli organismi pluricellulari ricoperti di ciglia e capaci di muoversi.

Successivamente, questi organismi sono stato posti su una piastra insieme ad altre singole cellule di Xenopus sparse qua e là. Grazie alle loro ciglia, i piccoli Pac-Man hanno iniziato a muoversi compattando le cellule che incontravano via via lungo il percorso: una volta adese le une alle altre, queste cellule hanno dato vita ad altri organismi dotati di movimento in appena cinque giorni.

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01/12/2021

Morte sospetta di una minorenne (1975) di S. Martino - Minirece

Una variante non fa primavera

Mentre politica e mass media alternano allarmismi e rassicurazioni sulla variante Omicron del Covid, la sostanza del problema – e delle sue possibili soluzioni – viene ancora una volta rimossa.

Il vulnus rimane quello di sempre: fare di tutto ed a qualsiasi prezzo pur di non fermare l’economia e non mettere in discussione la primazia dei profitti privati, in questo caso quelli delle multinazionali di ogni genere, a cominciare da Big Pharma.

In tal senso, i governi dei paesi capitalisti europei stanno prendendo in esame – molto tardivamente – il ricorso all’obbligo vaccinale. Ovviamente tale misura riguarderebbe solo ed eventualmente le economie avanzate, mentre i paesi in via di sviluppo possono anche schiattare, di Covid in questo caso, di tutto il resto negli altri.

Questi due aspetti rivelano la contraddizione irrisolta e forse irrisolvibile di sistemi dominati dall’attuale classe dominante/dirigente.

Da un lato l’ultima variante del Covid – definita Omicron – conferma che se la parziale immunizzazione tramite i vaccini viene praticata massicciamente solo in alcuni paesi, tagliando fuori quelli più poveri, le varianti del virus continueranno a riprodursi falcidiando ovunque, nel frattempo, le popolazione senza vaccinazioni. Sia nei paesi senza un soldo che in quelli del centro.

La decisione iniziale in tutti i paesi neoliberisti è stata quella – scellerata – di “raccomandare” la vaccinazione, ma lasciando “libertà di scelta”. La speranza era che comunque avrebbe fatto la “scelta giusta” una percentuale tale di cittadini da risolvere il problema, raggiungendo l’ormai dimenticata “immunità di gregge”.

Il virus si è dimostrato più intelligente del capitale, mutando e riproducendosi al punto da rendere solo temporanea – e di breve durata – la copertura. Così anche l’arma dei vaccini ha perso parte della sua efficacia, seminando ancora più dubbi, domande, dietrologie e fake news.

A quel punto tutti i governi hanno preso a rendere obbligatori non i vaccini stessi, ma dei “documenti” che attestavano vaccinazione, guarigione o anche solo l’effettuazione di un tampone diagnostico. E a subordinare la libertà di movimento al possesso di questi green pass.

Quando poi, dai soli luoghi di socialità, sono stati estesi anche ai luoghi di lavoro, sono state innescate proteste di diverso genere e “taglio politico”, che si nutrivano spontaneamente – più spesso con interventi mirati – di sospetti e fantasie “no vax”.

Il disastro non poteva essere più completo, qui in Occidente. Al punto che si ricomincia a ragionare sui lockdown (ma “leggeri”, per carità) e sulla chiusura di alcune attività, mettendo di conseguenza in forse le speranze di ripresa economica.

Insomma: questa strategia demente non ha permesso di salvaguardare né la salute delle popolazioni (di cui è palese che se ne fregano completamente), e neanche la tenuta dell’economia (che era l’obiettivo principale).

Tutto al contrario in Cina e altri paesi variamente orientati al socialismo, a seconda dei livelli di ricchezza, ma con Cuba che – unico caso al mondo – è riuscita a produrre ben tre vaccini proteici e a coprire il 95% della popolazione.

Va da sé che continuare a garantire a Pfizer, Moderna, Johnson il monopolio privato dei brevetti dei vaccini esclude materialmente miliardi di persone dalla possibile e parziale immunizzazione vaccinale.

Ma, nonostante tale evidenza, i governi europei e Usa sia in sede Wto che Onu continuano a rifiutare ogni proposta di liberalizzazione dei brevetti privati sui vaccini, che consentirebbe invece la produzione e la somministrazione anche in quei paesi che non dispongono delle risorse economiche per acquistarli.

Non bisogna infatti dimenticare che in molti di quei paesi esistono le fabbriche in grado di produrre le dosi necessarie (l’India, per esempio, dove si producono discrete percentuali di dosi poi inviate in Occidente), ma non possono farlo unicamente perché altrimenti dovrebbero “pagare i diritti” a quelle multinazionali.

Dall’altra in Italia e in Europa si continuano a mettere orride pezze sui buchi rivelati dalla pandemia. Il tracciamento sistematico viene escluso, il potenziamento della sanità pubblica pure, le chiusure degli eventuali cluster pandemici anche.

E questo nonostante le esperienze in altri paesi – soprattutto in Asia, ma non solo – abbiano dimostrato una maggiore efficacia nel contrasto della pandemia anche in presenza di una vaccinazione meno intensiva di quella che vediamo in Italia.

La sindemia di Covid ha rivelato tutta la vulnerabilità di sistemi che hanno prima smantellato la sanità pubblica e poi si sono avviati verso un approccio coercitivo sulle vaccinazioni con l’unica ossessione di salvaguardare le attività delle imprese. Lo hanno fatto in piena pandemia e senza vaccini, lo stanno facendo anche con i vaccini.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: con la stagione fredda il virus ha ricominciato a colpire duro, attenuato ma non sconfitto dalla estesa vaccinazione. E di fronte a questa variante è ricominciato il ridicolo balletto di circolari smentite il giorno dopo (vedi le scuole); di allarmi per giorni e di rassicurazioni in altri (su Omicron); di controlli anche sui mezzi di trasporto che si presentano ingestibili nelle grandi aree metropolitane perché cozzano con la pretesa di far funzionare tutto come prima e come se niente fosse; di denunce sul possibile nuovo collasso delle strutture sanitarie rimaste da ventuno mesi sostanzialmente con lo stesso personale e le stesse carenze di prima.

È sufficiente verificarlo con qualche sondaggio nelle AS,L relativamente alla impossibilità di gestire il tracciamento nelle scuole come pure indicato dalle circolari del Miur e dell’intero governo.

La pezza forse peggiore è la vaccinazione ai bambini come ripiego per non essere riusciti a vaccinare qualche milione di adulti e anziani, con le restrizioni del green pass che diventano ogni giorno più stringenti, ma mai risolutive.

In tal senso la soluzione dell’obbligo vaccinale diventa così l’ultima spiaggia, ma proprio per questo segnala il completo fallimento delle mezze misure adottate in ventuno mesi di pandemia conclamata.

Un atteggiamento indecente dovuto al fatto che gli interessi privati e dell’economia hanno dovuto prevalere ad ogni costo sul bene pubblico. Per questo è bastata una variante del virus, magari neanche più letale, per mettere in fibrillazione l’intero sistema.

Il vero virus sono proprio i Ceo di Big Pharma, i loro azionisti, i tecnocrati e i governanti europei e statunitensi. È contro la loro influenza (economica e politica) che serve una cura da cavallo per immunizzare l’umanità.

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Schizofrenia europea al capolinea

Sotto la retorica sulla “ripartenza” – con il termine “resilienza” ormai inascoltabile – non c’è nulla di buono.

L’inflazione torna dopo oltre un decennio e nessuno sa più esattamente cosa fare. L’unica certezza padronale e governativa – a livello europeo – è che non deve stimolare aumenti salariali. Fa eccezione chi se li può permettere (la Germania, dove per ora sono stati solo promessi in campagna elettorale, ipotizzando di portare a 12 euro l’ora il salario minimo), ma che non si sappia troppo in giro, se no scatta l’emulazione.

Di fatto, come spiega dettagliatamente Guido Salerno Aletta su TeleBorsa, è arrivata a fine corsa una pratica schizofrenica interna all’Unione Europea, con una “politica fiscale restrittiva” (gli Stati dovevano comunque produrre, tutti, degli avanzi primari, contenendo la spesa pubblica anche in piena crisi) compensata però da una “politica monetaria fortemente espansiva” (tramite la Bce del periodo Mario Draghi e poi Lagarde), altrimenti i “mercati” sarebbero esplosi sotto il peso della crisi.

Un periodo lungo, oltre un decennio, che ha seminato contraddizioni impensabili (il costo del denaro sottozero, che a prestarlo ci si rimette invece di guadagnarci) e una stagnazione economica senza apparente via d’uscita.

Ora il big bang della pandemia, delle chiusure e riaperture a fasi alterne, dei momenti di euforia per il “ritorno alla normalità” cui seguono momenti di panico per le nuove varianti. Pensate a quel che accade al trasporto aereo ogni volta che “si chiude” verso alcuni paesi e immaginate se lì ci sarà mai un ritorno ai “bei tempi andati”. Nel frattempo saranno fallite altre decine di compagnie, licenziati migliaia di lavoratori, rottamati o lasciati marcire migliaia di aerei.

Ora le politiche dello scorso decennio risultano semplicemente inapplicabili, a meno di non voler morire rapidamente. E persino Draghi & co. auspicano una “revisione del Patto di Statbilità” e del Fiscal Compact che lo governa. Ma nessuno sa dire se e quando e come questo “evento” vedrà la luce.

E intanto i prezzi volano, soprattutto quelli energetici. E a pioggia tutti gli altri. Tranne i salari, che anzi diminuiscono in valore assoluto medio e in potere d’acquisto (causa inflazione). Che “ripresa” ci può essere senza domanda interna? Se la “nostra gente” non compra (o compra meno, con gli stessi soldi)?

Il dominio della finanza speculativa sull’economia reale ha prodotto una separazione di interessi pressoché totale. Chi vive di finanza, e può contare sulle “immissioni di liquidità” delle banche centrali, va alla grande. Chi vive di produzione reale è fermo o arretra.

Fin qui le esplosioni sociali sono state limitate, tamponate con elargizioni una tantum, sconti fiscali, robetta varia. Ma un meccanismo inceppato non regge a lungo, sotto sollecitazioni che hanno dimensioni globali.

Buona lettura.


Guido Salerno Aletta – Teleborsa

La realtà, assai grave, è sotto gli occhi di tutti.

Da una parte, la crisi sanitaria ha sconvolto le decennali granitiche certezze europee sul rigore fiscale, che viene eluso in prospettiva con la teoria del “debito buono”, quello per gli investimenti nel settore ambientale e dell'informatica: affari per qualcuno, ma crescita assai poca.

Dall’altra parte, davanti all’inflazione che si è manifestata all’improvviso, e virulenta dappertutto, la BCE che si è intestata da decenni il ruolo di “Guardiano del Risparmio” non sa più che cosa fare. Non si sentono più i severi moniti pronunciati per decenni.

Ce lo hanno raccontato fino alla noia, negli anni scorsi, che l’inflazione è la tassa più iniqua, perché riduce il potere di acquisto di salari e pensioni, perché taglieggia il risparmio accumulato faticosamente negli anni, e che per questo motivo la BCE ha come unico mandato, assoluto ed inderogabile, la stabilità della moneta.

E poi, un po’ alla volta, ci hanno convinto che no, un po’ di inflazione non guasta: la stabilità monetaria si ha quando i prezzi aumentano ad un livello “vicino ma non superiore al 2% annuo”.

Il motivo è uno solo: dopo la crisi del 2008 e le feroci strette fiscali che ne sono seguite per controllare deficit e debiti pubblici, la competizione economica basata sui bassi salari aveva portato alla deflazione dei prezzi.

Mentre con l’inflazione la moneta perde valore, perde potere di acquisto perché il livello generale dei prezzi sale, con la deflazione avviene il contrario: la moneta aumenta di valore, perché i prezzi scendono. Con la stessa moneta, si compra una maggiore quantità di merce.

Le conseguenze della deflazione sono devastanti per il mondo della produzione: deflazione significa che i debitori si trovavano a dover rimborsare un debito che ha un valore reale superiore all’importo ricevuto. Chi ha preso a prestito 100 euro per comprare 100 Kg di farina, rimborsa al creditore 100 euro con cui si possono comprare 105 Kg di farina, mentre il pane prodotto è sceso ad un prezzo inferiore della farina.

Alzando i tassi di interesse già nella prima metà del 2011, la BCE era tornata subito al suo ruolo di Guardiana della moneta dai rischi dell’inflazione: ma i mercati erano ancora in subbuglio per la devastante crisi greca, per quella bancaria spagnola e per le difficoltà crescenti dell’Italia.

Il collasso delle banche e dei mercati era diventato assai più pericoloso del temuto rialzo dei prezzi. La BCE, a partire dal novembre del 2011, portò a zero il tasso di riferimento per le operazioni di rifinanziamento, ed introdusse un tasso negativo sempre più gravoso sui depositi di liquidità eccedenti la riserva obbligatoria: l’obiettivo era di rendere il credito meno costoso e di indurre le banche ad utilizzare le somme ricevute con le operazioni di rifinanziamento.

A partire dal marzo del 2013, anche la BCE cominciò ad immettere liquidità comprando mensilmente titoli di debito sul mercato: dopo le Abs’s (Asset backed securities) debito pubblico in quantità mai viste prima.

Facendo questi acquisti massicci di titoli di Stato, la BCE ha determinato un abbassamento drastico dei tassi di interesse, sia su quelli già in circolazione sia su quelli di nuova emissione: l’Italia ne ha beneficiato ampiamente, con la riduzione del differenziale, lo spread, rispetto al Bund.

Comprando più titoli sul mercato secondario di quante fossero le nuove emissioni, i tassi di interesse sono diventati negativi. Così facendo, ha dato un sollievo rilevante ai debitori: cittadini, imprese e Stati, si sono visti ridurre i tassi di interesse. I mutui per l’acquisto degli immobili, anche per via della possibilità di fare delle surroghe, sono scesi a livelli estremamente convenienti.

La politica monetaria espansiva della BCE, anche utilizzando strumenti non convenzionali come il QE, ha bilanciato la politica fiscale restrittiva che è stata adottata con il Fiscal Compact, che richiede il pareggio strutturale dei bilanci pubblici e la riduzione del rapporto debito/PIL.

Abbiamo dunque trascorso un intero decennio, dal 2009 al 2019, con una politica fiscale europea fortemente restrittiva e con una politica monetaria che a partire dalla fine del 2011 è stata al contrario enormemente espansiva.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: vista la stretta fiscale, con gli aumenti delle tasse e la riduzione delle spese, i ritmi di crescita delle economie europee si sono ridotti. L’Italia non aveva mai registrato tassi di crescita economica e di inflazione così bassi come nel 2019, alla vigilia della crisi sanitaria. Nonostante l’enorme liquidità immessa dalla BCE, l’obiettivo della “stabilità monetaria con l’inflazione ad un livello vicino ma non superiore al 2% annuo” non è mai stato raggiunto.

Vista la bassa crescita economica indotta dalla politica fiscale restrittiva, ed i bassi tassi di interesse derivanti dalla politica monetaria espansiva, nessuno ha avuto motivi per investire nell’economia reale: non gli imprenditori, perché la capacità produttiva già installata era già sufficiente a coprire la domanda poco dinamica; né le Banche ed i Fondi, per via degli interessi minimi che ne avrebbero tratto.

La liquidità immessa dalla BCE, al pari di quello che è accaduto negli Usa con la Fed, ha incentivato investimenti prevalentemente finanziari e speculativi, in Borsa e sui futures delle materie prime. Bolle ed inflazione, sono le inevitabili conseguenze.

In quasi due anni di emergenza sanitaria, abbiamo registrato interventi straordinari di spesa dei Governi europei, con la sospensione del Fiscal Compact e l’avvio dei programmi di investimento nel settore ambientale e della informatica finanziati dal New Generation UE. La BCE ha ripreso gli acquisti del QE sin dal novembre del 2019 ed ha avviato il PEPP a partire da marzo 2020.

I Governi non si possono tirare indietro, vista la recrudescenza della crisi sanitaria: spingono sulle vaccinazioni ed i richiami, temendo che nuove restrizioni all’attività produttiva ed alle relazioni sociali possano interrompere il positivo rimbalzo dell’economia verso i livelli del 2019.

Stretta fra l’inflazione, che non è mai stata così alta da decenni, ed i timori per le ricadute sull’economia di una nuova crisi sanitaria, la BCE traccheggia: se alza i tassi di interesse, mette al tappeto tanti debitori e scoraggia i pochissimi investimenti programmati; se riduce la immissione di liquidità, in un contesto di grandi emissioni di debito pubblico, rischia di scatenare un pandemonio sul mercato.

È stato troppo comodo dare addosso per anni ai Governi spendaccioni, troppo comodo alzare i tassi di interesse solo per controllare la crescita dei salari: il Trattato europeo e lo Statuto le imponevano rigore assoluto.

E sarebbe troppo scomodo, ora, dover riconoscere che la decennale politica dei tassi negativi ha danneggiato anche le banche europee disincentivando il credito, che ha indotto le assicurazioni vita ad investire in asset più rischiosi, che ha incentivato gli investimenti prevalentemente finanziari e speculativi.

Invece di stroncare la speculazione che bastonava gli Stati, tra cui l’Italia, la BCE le ha fornito tutta la liquidità possibile, come la Fed.

Ora tace: non controlla i Mercati, ma ne è succube.

Nonostante l’inflazione, la BCE traccheggia.

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L’inflazione viaggia verso il 4% in un anno. I salari a marcia indietro

Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese che si sta per chiudere l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività al lordo dei tabacchi registra un aumento dello 0,7% su base mensile e del 3,8% su base annua, dal più 3% di ottobre.

Insomma, l’inflazione ha cominciato a farsi sentire e lambisce la soglia del 4%. Su base annua a farsi sentire più pesantemente sono i prezzi dei beni energetici – aumentati da +24,9% di ottobre a +30,7% a novembre e, in particolare, a quelli della componente non regolamentata da +15% a +24,3% – mentre la componente regolamentata, anch’essa schizzata verso l’alto, ha registrato un lievissimo rallentamento da +42,3% a +41,8%.

Rispetto al mese di ottobre sono aumentati anche i prezzi dei beni alimentari sia lavorati da +1% a +1,7% sia non lavorati da +0,8% a +1,5% e quelli dei servizi relativi ai trasporti da +2,4% a +3,6%. Secondo l’Istat l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici accelerano entrambe da +1,1% di ottobre a +1,4%, il massimo da marzo 2013.

Anche su base mensile l’aumento dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (+7,9%) e, in misura minore, degli alimentari lavorati (+0,9%) e non lavorati (+1,4%). Diminuiscono, invece, i prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,7%).

L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a 1,9% per l’indice generale e a 0,8% per la componente di fondo. Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra un aumento dello 0,8% su base mensile e del 4% su base annua (da +3,2% di ottobre).

“In questi mesi stiamo subendo aumenti insostenibili dei prezzi delle materie prime che mettono a rischio la ripresa. A ottobre i rincari delle commodities non energetiche (materie prime non legate a petrolio e gas, ndr) sono arrivati al 35,2% rispetto allo scorso anno. Per le nostre aziende manifatturiere e delle costruzioni questo significa un maggiore costo di 46,2 miliardi di euro“, ha denunciato il presidente della Confartigianato Marco Granelli, sottolineando che per l’energia elettrica, le piccole imprese italiane pagano il prezzo più alto d’Europa, il 23% in più della media dell’eurozona.

Non solo: a causa di una profonda iniquità nell’attribuzione degli oneri generali di sistema, meno consumano, più pagano.

“Siamo pronti ad intervenire di nuovo per evitare i rincari energetici alle famiglie”, ha affermato il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso di un convegno dedicato a “Lavoro ed Energia per una transizione sostenibile”.

“Abbiamo chiesto alla Commissione europea – ha aggiunto – di studiare soluzioni di medio periodo, ad esempio sul tema dello stoccaggio, per limitare le fluttuazioni di prezzo e i rischi per imprese e cittadini“.

Ma non ha dettagliato il come. C’è da augurarsi che non lo faccia come ha fatto con la “riforma fiscale”, che ha privilegiato i redditi più alti ed assai meno quelli più bassi, anzi con il taglio del bonus Renzi questi ultimi sembrano destinati a perderci di brutto sul piano fiscale.

Se poi si guarda agli aumenti salariali in discussione nei contratti, di fronte alle miserie proposte del governo e della Confindustria ci si dovrebbe ritirare dai tavoli, anzi rovesciarli.

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I brevetti sui vaccini vanno sottratti a Big Pharma

Ieri pomeriggio, in coincidenza con l’inizio dei lavori della riunione della Wto in Svizzera, si sono svolte diverse manifestazioni nelle città italiane per richiedere per l’ennesima volta – dopo la manifestazione nazionale del 22 maggio – che i brevetti sui vaccini ancora di proprietà delle multinazionali farmaceutiche vengano liberalizzati consentendo la vaccinazione di massa anche nei paesi in via di sviluppo. A Roma si è manifestato sotto al Ministero della Salute, a Milano e in altre città sotto le Regioni.

L’arrivo in Europa della variante Omicron dal Sudafrica è la conferma della miopia dei governi e dell’ingordigia delle società del Big Pharma. Se non si vaccina anche il resto del mondo, ritenere che i paesi capitalisti più avanzati possano sentirsi riparati dal virus del Covid è una dolorosa e sanguinosa illusione.

Il vaccino deve essere un bene comune come l’acqua e non l’ennesima occasione per fare profitti. Con il sistema dei brevetti, che l’Unione Europea insiste a voler difendere, resta tagliata fuori dalla vaccinazione la gran parte della popolazione mondiale e questo comporta l’impossibilità di una battaglia efficace contro il virus. In questo modo non basteranno né la 3° né la 4° o la 5° dose per fermare i contagi e debellare il Coronavirus e tutte le sue possibili varianti.

I guadagni delle grandi aziende farmaceutiche finora hanno raggiunto cifre clamorose. Per Pfizer, Biontech e Moderna si parla di 34 miliardi di dollari entro il 2021. Pfizer e Moderna da sole guadagnano 93 milioni di dollari al giorno, mentre soltanto l’1% delle dosi di ciascuna azienda viene inviata ai Paesi più poveri.

Questi dati sono stati diffusi dall’associazione People’s Vaccine Alliance che ha spiegato però di averli tratti dai risultati pubblicati dalle aziende stesse. Le stesse Pfizer e Moderna, che stanno realizzando profitti giganteschi, hanno però ricevuto ben 8 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per realizzare il vaccino ma si rifiutano di trasferire tecnologie e conoscenze ad altri possibili produttori situati in Paesi più poveri, per mantenere il monopolio e garantirsi gli altissimi profitti.

In questi giorni, dal 30 novembre al 3 dicembre, l’Organizzazione Mondiale del commercio – WTO che ha sempre respinto ogni ipotesi di liberalizzazione dei brevetti sui vaccini, torna a riunirsi in Svizzera. Mentre più di 100 Paesi hanno chiesto una moratoria sui brevetti per salvare l’umanità dalla diffusione del virus, l’Unione Europea e lo stesso governo Draghi si rifiutano di sostenere questa richiesta di civiltà.

Basta profitti sulla salute. Per combattere il virus c’è bisogno di più sanità pubblica e meno profitti alle aziende private.

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