Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/03/2014

Padoan e Visco, la contraddizione che non c'è


Il divorzio tra il Tesoro e la Banca d'Italia si è manifestato stamattina nella commemorazione del centenario di Guido Carli, che si è tenuto alla Luiss, università privata in calo di ascolti e credibilità. Quella che fu un'invenzione bislacca di Nino Andreatta, nel 1981, che ha poi fatto scuola in Europa, preparando la follia di una Banca Centrale Europea politicamente irresponsabile e strabicamente concentrata soltanto nella lotta all'inflazione, ha partorito infatti una mezza contrapposizione “dottrinale” tra il nuovo ministro dell'economia e il governatore della Banca d'Italia. Con il primo dipinto lanciatissimo nel chiedere un cambio radicale nella politica economica dell'Unione Europea e l'altra arroccato nella difesa del “rigore”, a partire dalle “riforme strutturali”. Differenze d'accenti, oltre che di ruolo istituzionale, ma meno di stanze di quanto non sembri. Anche perché Pier Carlo Padoan – appena arrivato dall'Ocse – non è certo il “keynes di sinistra” che popola inutilmente i sogni di molti; e Ignazio Visco non è affatto la maschera pacioccona del luciferino Wolfgang Schaeuble, ministro dell'economia tedesca e padre-padrone delle politiche economiche dentro la Ue.

Fresco di briefing con gli sherpa obamiani, e in linea con la “necessità oggettiva” di disincagliare le scelte del governo Renzi dalle secche disegnate dai trattati Ue, il primo ha scandito parole a mezza strada tra l'ultimatum e la richiesta d'aiuto: «Io penso sia il momento di dire che bisogna cambiare la direzione dell'agenda della politica economica in Europa e non solo perché suona bene»; anche perché «l'aggiustamento strutturale riguarda tutti, anche la Germania». La quale, spiega dettagliatamente un report di Kairos, ha perso competitività nelle proprie esportazioni verso Cina e Russi (e India) a causa del troppo forte apprezzamento dell'euro. Una conseguenza involontaria delle proprie decisioni, imposte peraltro a tutta Europa. Quindi ora esiste un margine per “correggere la rotta” che prima non si poteva vedere. Lo sa Obama, lo sa Renzi, ma lo sapeva benissimo anche la Merkel. Un primo segnale c'è già stato: il terribile Fiscal Compact entrerà in vigore con un anno di ritardo, dal 1 gennaio 2016, anziché dal prossimo Capodanno.

Così, a ben guardare, anche le parole di Visco sono meno distanti dalla “correzione” di quanto suonavano al primo ascolto. Vero, ha detto senza mezzi termini che «i segnali di risveglio che vediamo sono incoraggianti, ma vanno confermati con un'azione riformatrice costante»; e quindi che «Solo affrontando risolutamente i nodi strutturali» sarà possibile crescere in modo robusto e duraturo. Ma ha anche ammesso che i problemi dell'economia italiana non sono nati con lo “spendi che ti passa” di cui favoleggiano i liberisti.

Ha sparato naturalmente contro i «lacci e lacciuoli, intesi come rigidità legislative burocratiche, corporative, imprenditoriali, sindacali», che « sono sempre la remora principale allo sviluppo del nostro paese». Accomunando in un sol fascio sia le imprese che i sindacati complici, sia la burocrazia statale (funzionari intermedi e manager fannulloni) che i residui di clientele ormai prive di “utilità” (produzione di consenso).

Ma «la nostra economia ha subìto una ferita: né l'impulso della spesa pubblica, pur se orientata nelle direzioni più congrue, né l'espansione creditizia, pur se attuata con coraggio, varranno, da soli, a restituirle vigore. Occorrerà che durante un certo intervallo temporale si realizzino incrementi della produttività in modi compatibili con i più progrediti assetti che si mira a stabilire nella vita aziendale e nelle condizioni di lavoro». E qui l'apparente “rigorismo” di Visco si salda strettamente con il “correzionismo” di Renzi e Padoan: mettiamo in campo la “riforma strutturale del mercato del lavoro” – unica via rimasta, secondo questa visione, per “restituire competitività” alla produzione italiana – e la crescita tornerà ad affacciarsi sul nostro paese.

Insomma: stabilito chi deve pagare il conto per il “riequilibrio dei conti” (il lavoro dipendente presente e futuro), ci si capisce molto meglio...

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Il cruccio di Obama: le armi costano, europei datevi da fare



La crisi economica sega anche il tronco statunitense, nonostante il “privilegio imperiale” di poter stampare dollari a volontà, senza alcun rapporto né con le riserve in oro né con lo stato reale dell'economia. E lo sega fino all'anima: le spese militari.


La crisi ucraina, che proprio gli Stati Uniti hanno provocato e finanziato con 5 miliardi di dollari, ha fatto trasparire in superficie la debolezza strategica della stessa Nato e spiega ad abundantiam le ragioni della visita di Obama in Europa, e soprattutto la sua insistenza sia sulla necessità di intraprendere il “sentiero della crescita” abbandonando quello della sola “austerità”, sia sulla “tenuta” delle spese militari all'interno dell'Unione Europea.


Il quadro economico dell'impegno militare è ben riassunto in un curioso articolo del Corriere della Sera di oggi, ad opera di Luigi Offeddu. I numeri sono quelli, la tendenza anche. Ma l'intenzione “imperialista” è mascherata dall'utilizzo delle percentuali al posto delle cifre assolute, in modo da far risultare che la Russia stia “spendendo più dell'America” in armamenti.


Il trucco è vecchio quanto l'aritmetica, ma funziona sempre (vista l'ignoranza titanica del grande pubblico in materia di numeri); specie quando i tamburi di guerra cominciano a rullare. Spiega Offeddu: “Oggi gli Usa, che pagano il 72% di tutti i conti Nato, spendono in armi il 4% del loro Pil, meno della Russia (4,5%)”.


Lo scostamento percentuale è minimo (lo 0,5%), ma giustamente bisogna metterlo in relazione al Pil di entrambi i paesi. E qui il trucco viene allo scoperto: nel 2012 quello russo ammontava a 2.021 miliardi di dollari (circa 1.500 miliardi euro, più o meno il livello dell'Italia); mentre quello statunitense è arrivato a 15.680 miliardi di dollari (11.000 miliardi di euro, più o meno).


Basta dunque farsi due conti: il 4,5% di 2.021 fa quasi 91 miliardi di dollari, il 4% di 15.680 fa invece 627,2 miliardi. Insomma: gli Usa spendono sette volte più dei russi in armamenti. Non ci dovrebbe neppure esser bisogno di ricordare che – dalla caduta del muro in poi – i russi (non più “i sovietici”) hanno fatto un uso assai limitato di questa dotazione (in Cecenia, più un “mostrare i muscoli” verso la Georgia del corrottissino Shalikashvili), mentre gli Stati Uniti nello stesso periodo hanno bombardato a più riprese, quasi ogni anno, in almeno tre continenti diversi.


Anche l'ultima percentuale-simbolo del malcapitato Offeddu – “negli ultimi 10 anni, Vladimir Putin ha aumentato del 79% le spese militari” – viene travolta dalle stesse considerazioni. Il Pil russo, nel 2004, pesava appena 765 miliardi di dollari, meno della metà del 2012. Ne deriva che – in percentuale – la Russa ha diminuito la spesa militare, mentre è ovviamente cresciuta (del 79%, appunto) in cifra assoluta. Nel 2004 il Pil statunitense ammontava invece a 11.800 miliardi di dollari; per cui la diminuzione percentuale della spesa militare – meno 2% – equivale ad una riduzione anche in cifra assoluta di circa 80 miliardi (da 708 a 627). Per colpa della crisi, non di un improvviso “pacifismo” dell'ipepotenza imperiale.


Paccottiglia propagandistica da tempi di guerra, ripetiamo.


In ogni caso è vero che – a parità di crescita (o di crisi) – i paesi della Nato sono stati costretti a ridurre la quota di ricchezza nazionale destinata agli armamenti. Finché il “prossimo nemico” era un Gheddafi o un Assad, non c'era problema. Lo scarto era così mostruoso da rendere irrilevante qualche miliardo di armi in più o meno. Se invece si “sfruculia” la Russia – mettendo al tempo stesso in allarme la Cina – allora il gioco diventa non solo molto più complesso, ma anche molto più costoso. Di qui comincia il “viaggio in Europea” e la pressione per mantenere elevata la spesa per armi (incidentalmente: “comprate 'sti cavolo di F35”, deve aver detto a Napolitano).


Ora che avete le chiavi anche “aritmetiche” di lettura, potete far voi stessi “la tara” all'articolo dell'embedded Offeddu. Dopo di che, riflettete: se sono costretti a giochini così facili da scoprire, quanto è "urgente" la pressione che sentono dietro le spalle? Quanto è vicina, insomma, una guerra vera, non il solito tiro a segno contro il rais mediorientale di turno? 

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BRUXELLES — L’ultima volta fu due anni fa, aprile 2012: ultima esercitazione congiunta fra Russia e Nato, al computer, simulazione di una difesa antimissilistica. Ma da allora, e già prima di allora, quante cose erano e sono successe. Negli ultimi 10 anni, Vladimir Putin ha aumentato del 79% le spese militari della Russia e oggi vi dedica il 4,5% del suo prodotto interno lordo. Nello stesso periodo i 28 Paesi Nato, piccoli o grandi, tagliavano alla grande i loro bilanci, incalzati dalla recessione economica. Giù le armi, almeno nei registri contabili: i militari dell’Alleanza, da 1.940.342 che erano nel 2006, sono scesi a 1.453.028 nel 2012. Il Canada ha abbattuto le sue spese militari per una somma pari al 7,6%, del Pil, l’Ungheria per l’11,9%, la Spagna per l’11.9%, l’Italia per l’10,3% (prima del presunto cambio di rotta sugli F-35). E così via.
Oggi gli Usa, che pagano il 72% di tutti i conti Nato, spendono in armi il 4% del loro Pil, meno della Russia. Secondo i dati dell’Agenzia europea della difesa e di altre fonti ufficiali, la Germania sta all’1,3% la Francia all’1,9%, l’Italia all’1,2%, e la spesa minima prevista per essere membri a pieno titolo della Nato è (sarebbe) pari al 2% del Pil nazionale. E se Mosca azzannasse di colpo un’altra Crimea, magari il bacino ucraino del Don? Lo «spread» fra i titoli di Stato, scherza un ufficiale nella sala mensa del quartier generale Nato a Bruxelles, non basterebbe a respingere i cosacchi. La Nato e il Pentagono promettono piena copertura ai Baltici e alla Polonia. Ribatte l’acre Wall Street Journal : «I tagli ai bilanci hanno reso più difficile la possibilità di adempiere ai compiti più importanti della Nato», e oggi abbiamo sul campo «forze che non sono pronte, né addestrate, né sufficientemente armate».
È per tutte queste ragioni che Barack Obama, l’altro giorno a Bruxelles, ha detto di essere preoccupato «per le spese della difesa in calo fra alcuni nostri alleati Nato». È sempre per le stesse ragioni che Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, si è rivolto a Obama con parole che avevano il tono di un appello: «La difesa collettiva dei nostri alleati è un obiettivo primario per la Nato e io mi unisco a lei, signor presidente, nella sua richiesta di misure aggiuntive, così da rafforzare la nostra difesa collettiva: misure che includano piani di difesa aggiornati e più avanzati, esercitazioni rafforzate e spiegamenti appropriati di forze». Libera traduzione in chiaro, dal prudentissimo codice diplomatico: stiamo, state spendendo o facendo troppo poco, alcuni governi non fanno la loro parte, così ci indeboliamo mentre i nostri avversari o potenziali avversari non si distraggono e non lesinano i fondi, grazie anche ai loro gasdotti.
Eppure è da anni, prima e durante Obama, che Washington riduce il suo apporto alla Nato, forse per indurre gli alleati ad essere più generosi: verso il 1998 volavano 800 aerei militari americani nei cieli europei, oggi sarebbero più o meno 130.Lo stesso Obama ha fatto capire di recente che le spese militari americane saranno ridotte entro un paio d’anni al livello più basso dai tempi del dopoguerra, e questo significherà il quasi-digiuno per le casse della Nato. Come in una gigantesca partita a poker, 28 giocatori stanno seduti allo stesso tavolo davanti a un piatto vuoto, guardandosi di soppiatto: e ognuno, quando tocca a lui la parola, spera di cavarsela con il classico «passo», o al massimo di buttar nel piatto un innocuo «chip», la minima delle puntate. Ma questa volta, a distribuire le carte, è l’uomo del Cremlino, e nessuno sa bene quanti «jolly» si nascondano nel mazzo. I documenti della Nato disegnano bene quanto sia pesante la situazione. Come in questo caso, testuale: «Il sistema raggiungerà la sua piena capacità operativa nella prima metà del prossimo decennio». Cioè entro il 2025. E il «sistema» di cui si parla è lo scudo contro i missili balistici progettato dalla Nato per il suoi 28 Paesi membri, cioè l’arma più completa, più indispensabile e urgente di difesa .
A febbraio, nel quadro di questo progetto, ha gettato le ancore in un porto spagnolo l’incrociatore americano lanciamissili Donald Cook ; si avvale di Aegis, un sofisticato sistema radar, e con i suoi missili intercettori può individuare, tracciare e abbattere missili balistici intercontinentali (per esempio in arrivo dalla Russia, dalla Cina, dalla Corea del Nord). Secondo i progetti, al Donald Cook si aggiungeranno altri 3 incrociatori. Pattuglieranno tutto il Mediterraneo, pronti ad intervenire a fianco della Nato. Grazie anche a batterie antimissili terrestri che proteggeranno la Romania e la Polonia: nel primo caso dal 2015, e nel secondo dal 2018. La copertura totale di tutti i Paesi membri, hanno spiegato autorevoli fonti Nato, sarà un «obiettivo a lungo termine» dell’Alleanza, che garantirà «protezione piena alla popolazioni europee». Sempre che molto prima, al Cremlino, dal mazzo non salti prima fuori un altro «jolly».


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La Bank of England ed il Dottor Stranamore che vuole arrivare al Don


La recentissima pubblicazione dello studio della Bank of England conferma da fonte insospettabile che le banche creano moneta dal nulla (cioè non la scavano da qualche miniera, né la pompano da qualche giacimento) prestandola a coloro che hanno piani di investimento o di acquisto di beni di consumo durevoli. Non ci sono quindi vincoli monetari in quanto tali. Analogamente per la Banca Centrale: può convalidare qualsiasi richiesta da parte del Tesoro e può in tutta tranquillità monetizzare debito e deficit pubblici. Scuole, ospedali, ferrovie, pensioni, università e ricerca possono essere finanziate senza vincoli di bilancio, ma solo reali; che dipendono dalle capacità produttive esistenti e utilizzabili. È ovvio che se all’Istituzione che dovrebbe convalidare i flussi nel circuito monetario, cioè la Banca Centrale, viene formalmente proibito di assecondare il processo, il circuito, da qualche parte finirà per troncarsi.

Nelle banche centrali (certamente negli USA e GB) tutte queste cose erano note da tempo, ma non venivano dette. Come durante l’età di Galileo Galilei quando per la navigazione oceanica verso le Americhe la Chiesa permetteva l’uso da parte della Spagna della concezione copernicana della Terra; mentre in Europa, in Italia in particolare, imponeva la visione tolemaica bruciando chi la confutava pubblicamente. Il comportamento delle autorità burocratiche dell’UE, non tanto di Mario Draghi, è simile a quello della Chiesa durante il periodo galileiano.

Un’ulteriore ragione quindi per non dar alcun credito all’UE in quanto non si tratta, come ad esempio potrebbe essere in Germania, Scandinavia, Gran Bretagna, di togliere la fiducia ad un governo che può essere licenziato battendolo alle elezioni. La separazione tra procedure liberal-democratiche e i meccanismi decisionali e direzionali dell’UE è strutturale e permanente, incastonata nelle stesse fondamenta dell’UE. Per annullare, o anche ridurre, tale separazione bisognerebbe cambiarne le fondamenta; il che implicherebbe demolire e rifare la costruzione che su queste poggia. Ora, due grandi paesi dell’UE stanno acquisendo la stessa fisionomia di Bruxelles. Il primo è la Francia che ha preceduto Bruxelles di parecchi anni con un processo acceleratosi con Mitterrand.

In Francia il governo presidenziale è molto poco “accountable” (responsabile, penso si possa tradurre così) di fronte all’Assemblea Nazionale la quale sta assumendo, col passar del tempo, un ruolo di comparsa. La formazione da parte di Hollande di un’Alta Autorità sulla spesa pubblica ed il debito, concepita come alternativa all’impossibile inserimento nella Costituzione francese di una clausola sul pareggio di bilancio, ha ulteriormente svuotato l’Assemblea Nazionale spoliticizzando definitivamente la finanza pubblica, togliendola dal dibattito pubblico. Tale argomento, quindi la politica fiscale, viene ormai trattato da detta Autorità i cui membri sono nominati dall’esecutivo. In larga misura essi provengono dalla Corte dei Conti al cui controllo l’Autorità stessa è soggetta. In Francia votare per le presidenziali può ancora avere un senso ma alle legislative molto meno.

Il secondo paese è l’Italia ove la dimensione extra parlamentare del sistema di governo cresce a vista d’occhio e ove questo Parlamento è stato rimesso in discussione dalla stessa Corte Costituzionale (si veda l’appello a questo link).

Tra i grandi (per popolazione e peso economico) paesi europei, quello ove più forte è la difesa del proprio ordinamento interno è la Repubblica Federale Tedesca. Questo è un fatto “positivo” considerando che l’ordinamento della BRD è democratico nel senso liberale e parlamentare-regionale del termine, mentre quello dell’UE non lo è.

Ed è proprio perché assolutamente non lo è che il ministro delle finanze tedesco Schäuble può venir fuori dicendo che il programma di austerità che ha ucciso la Grecia deve essere esteso (dalla Troika) all’Ucraina. Secondo me, il ministro è come il Dr Strangelove di Kubrick, perché ha fatto una dichiarazione che implica una guerra con la Russia. Infatti l’ultracatastrofe economica che ne discenderebbe implicherebbe delle situazioni sociali esplosive nelle regioni orientali, russofone e più industrializzate come Donetsk, che ricadrebbero massicciamente sulla Russia e ad essa verrebbero imputate con estrema virulenza da Kiev appoggiata da USA-NATO-UE.

Tuttavia le forze che vogliono, giustamente, mettere i paletti tra l’ordinamento della BRD e quello dell’UE, specialmente quando passa per la BCE, sono di orientamento economico monetario molto conservatore. Credono in una Moneta “FISSA” (in forma ancora più rigida dell’oro) e addirittura sostengono, come l’influente Werner Sinn, che le esportazioni nette tedesche sono un sacrificio (invece di essere dei profitti per il capitale operante in e dalla Germania). Come possiamo constatare il conservatorismo economico, sia quello UE-TROIKA di Schäuble che quello export surplus = sacrifici di Sinn, produce dei nut cases (degli svitati) pericolosissimi.

Ne consegue che è estremamente importante assorbire ciò che hanno scritto gli economisti della Bank of England. Essi non partono da una visione normativa bensì analizzano come effettivamente funziona la moneta ed il sistema bancario arrivando ad affermare cose che in Italia si trovavano già in Augusto Graziani. Poco importa: la verità è venuta a galla, come ha affermato il Guardian. A galla per il pubblico ed è ciò che conta. Costituisce un’importante base di partenza per pensare se e – eventualmente – come rifare le fondamenta. Altrimenti il terreno critico influente viene occupato dai Sinn in Germania, quello popolare dal Front National in Francia e quello operativo dai nut cases (svitati) dell’UE-Troika ma fino al Don questa volta. E da lì inevitabilmente verrà di vedova un velo  (per parafrasare una grande poesia di Brecht).

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Shevil


Uno dei pezzi più belli che abbia mai ascoltato!

Svela complotto turco contro la Siria, Erdogan spegne Youtube


Erdogan è davvero disperato. Dopo aver bloccato twitter su tutto il territorio nazionale turco – anche se tramite degli escamotage è possibile accedere comunque al social network – durante la giornata di ieri il ‘sultano’ ha chiuso anche youtube. La rete, a suo avviso, è colpevole di permettere a milioni di elettori di venire a conoscenza delle inchieste della magistratura nei confronti suoi e del suo entourage, svelando anche ai più distratti il sistema clientelare-mafioso attraverso il quale l’Akp ha costruito il suo potere politico ed economico dal 2002 in poi. Il 30 marzo si vota per le elezioni amministrative più importanti degli ultimi decenni e gli scandali rivelati dalle inchieste, insieme alla rabbia di un pezzo consistente della società turca nei confronti dell’autoritarismo e delle misure economiche antipopolari adottate dal governo, potrebbero sancire la fine del potere del leader dell’Akp.

Ieri una nuova tegola sul già traballante Erdogan: proprio su youtube qualcuno ha caricato una conversazione durante la quale si ascoltano dirigenti politici governativi e militari turchi pianificare una provocazione contro la Siria per giustificare un intervento militare contro Damasco. La conversazione riportata nel breve video parla chiaro: il progetto prevede la realizzazione di un finto attacco dell’esercito siriano in suolo turco e poi la ‘giustificata’ reazione di Ankara contro la Siria. Le voci intercettate dall’anonima talpa sarebbero quelle – afferma il quotidiano Hürriyet – del ministro turco degli Esteri e fedelissimo di Erdogan, Ahmet Davutoglu, che discute con il capo dei servizi segreti, Hakan Fidan, e con il "número due" dello Stato Maggiore delle Forze Armate, Yasar Gürel, a proposito di come mettere in scena un bombardamento alla tomba del sultano Solimán Sah, il nonno del fondatore dell’Impero Ottomano, in una zona del nord della Siria controllata da miliziani islamisti. Ankara considera la tomba come territorio turco in virtù di un accordo firmato con i colonialisti francesi nel 1921, quando la Siria era sotto mandato di Parigi. Tant’è che una ventina di soldati delle forze speciali turche dall’inizio della guerra civile siriana sorvegliano il monumento.

Naturalmente ora è scontro sull’autenticità della intercettazione, una delle tante diffuse nelle ultime settimane su Youtube e sui social network, che non a caso sono diventati da tempo l’oggetto degli strali del Primo Ministro che ha promesso di ‘sradicarli’ dal suolo turco. E dopo aver bloccato l’accesso a Twitter ieri Erdogan ha ordinato di impedire anche l’utilizzo di Youtube, anche se ormai il video era ampiamente rimbalzato su migliaia di siti, giornali, profili. Tanto che secondo la stampa il presidente turco, Abdullah Gul, ha convocato d’urgenza i tre presunti partecipanti alla conversazione incriminata. Formalmente la decisione di bloccare Youtube è stata adottata dalla Autorità delle Telecomunicazioni come ‘misura amministrativa di precauzione’ senza che sia intervenuta la magistratura, come previsto dalla legge bavaglio varata dal parlamento nei mesi scorsi proprio per aumentare il potere di controllo e di censura del governo sul web. Così come nel caso di Twitter, anche il blocco dell’aggregatore di video può essere bypassato cambiando i parametri del DNS del computer dal quale si effettua l’accesso. Sul contestatissimo blocco di Twitter deciso venerdì dal premier ieri si era pronunciata la Corte amministrativa di Ankara, che ha ordinato la sospensione immediata del provvedimento, definito «contrario ai principi dello stato di diritto». Ma per ora il blocco rimane e anzi si allarga.

Nei giorni scorsi l’aviazione e la contraerea turche avevano abbattuto un caccia siriano impegnato nei bombardamenti di postazioni dei miliziani islamisti nel Nord della Siria, con la scusa che il velivolo aveva sconfinato in suolo turco. L’esecutivo di Ankara ha anche minacciato un intervento militare diretto in suolo siriano con la scusa di fermare i combattimenti tra le milizie qaediste dell’Isis – Stato Islamico in Iraq e Siria – e altri gruppi ribelli moderati. Non solo il governo di Damasco, ma anche tutte le opposizioni turche avevano accusato Erdogan di tentare di distrarre l’opinione pubblica dagli scandali per corruzione che lo hanno investito direttamente, ed ora l’intercettazione sembra confermare le accuse ed anzi svela uno scenario ancora più inquietante. Erdogan era stato accusato già più volte in passato di aver dato il via libera ai servizi segreti e ad alcuni pezzi del suo esercito affinché addestrassero, armassero e rifornissero le milizie islamiste opposte al governo Assad, anche quelle legate ad Al Qaeda, le stesse che secondo molte fonti sono state responsabili del massacro di Reyhanlı, località nella provincia meridionale di Antiochia dove l’11 maggio del 2013 alcune autobomba hanno fatto strage di civili: 51 morti secondo fonti ufficiali, forse il doppio per fonti alternative. Il governo accusò del massacro un gruppo di estrema sinistra turco ‘manovrato’ dal governo siriano, ma poi l’accusa venne facilmente smontata e si ritiene che siano state proprie le milizie islamiste coperte da Erdogan a compiere un’atrocità che ha scatenato contro il governo turco un’ondata di violente manifestazioni popolari, quasi un prologo dei moti di piazza che hanno scosso tutta la Turchia per tutta l'estate del 2013.

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Pena di morte: il mondo fa un passo indietro


Iran e Iraq fanno impennare il numero di esecuzioni capitali eseguite nel 2013, secondo il rapporto annuale di Amnesty International (AI), che denuncia un aumento del 15 per cento delle condanne a morte eseguite: l’anno scorso ci sono state 778 esecuzioni in 22 Stati, mentre nel 2012 erano state 682. Inoltre, Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno reintrodotto la pena di morte.

A detenere il triste primato sono Cina, Iran e Iraq. I numeri esatti della Repubblica popolare cinese non sono noti, poiché Pechino li tiene segreti, ma nella triste classifica dell’organizzazione per la difesa dei Diritti umani, la Cina resta sempre al vertice e per AI sul patibolo ogni anno finiscono migliaia di persone.

In Iran, invece, il boia è entrato in azione ben 369 volte, ma è l’Iraq ad avere registrato un balzo in avanti con 169 condanne capitali eseguite l’anno scorso. Nel Paese la tensione è al massimo e lo scontro settario, tra sciiti e sunniti, miete decine di vittime ogni giorno. In questo situazione di violenza quotidiana, con autobombe, kamikaze e omicidi mirati, il ricorso alle leggi anti-terrorismo si è tradotto in una raffica di condanne a morte contro presunti terroristi. Il timore di molti è che la pena capitale giustificata dal “terrorismo” sia diventata uno strumento efficace per regolare i conti tra gli sciiti al potere e i sunniti che ai tempi di Saddam Hussein guidavano il Paese.

“L’aumento delle uccisioni cui abbiamo assistito in Iran e Iraq è vergognoso”, ha detto Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, “Quegli stati che ancora si aggrappano alla pena di morte sono sul lato sbagliato della storia e di fatto sono sempre più isolati”  

Al quarto posto della classifica c’è l’Arabia Saudita con 79 esecuzioni e al quinto gli Stati Uniti (39). I metodi usati comprendono la decapitazione, la somministrazione di scariche elettriche, la fucilazione, l’impiccagione, l’iniezione letale e, in alcuni Paesi (Arabia Saudita, Iran, Somalia, Corea del Nord) le esecuzioni sono state pubbliche. Ma il dato peggiore riguarda i crimini che prevedono la pena capitale in alcuni Stati, dove si rischia il patibolo per reati che non dovrebbero neanche essere considerati tali come l’adulterio e la blasfemia, o crimini non letali come la rapina,  i reati economici, quelli connessi alla droga.

NUMERO ESECUZIONI NEL MONDO NEL 2013

China – 1000+

Iran – 369+

Iraq – 169+

Saudi Arabia – 79+

United States – 39

Somalia – 34+

Sudan – 21+

Yemen – 13+

Japan – 8

Vietnam – 7

Taiwan – 6

Indonesia – 5

Kuwait – 5

South Sudan – 4+

Nigeria – 4

Palestinian Authority (Gaza) – 3+

Afghanistan - 2

Bangladesh – 2

Malaysia – 2

Botswana – 1

India – 1

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Il pacco Atlantico


Scopo centrale della visita del presidente Obama in Europa – dichiara Susan Rice, consigliera per la sicurezza nazionale – è «premere per l’unità dell’Occidente» di fronte alla «invasione russa della Crimea».

Il primo passo sarà l’ulteriore rafforzamento della Nato. L’alleanza militare che, sotto comando Usa, ha inglobato nel 1999-2009 tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex Urss e due ex repubbliche della Jugoslavia (distrutta dalla Nato con la guerra); che ha spostato le sue basi e forze militari, comprese quelle a capacità nucleare, sempre più a ridosso della Russia, armandole di uno «scudo antimissili», strumento non di difesa ma di offesa; che è penetrata in Ucraina, organizzando il golpe di Kiev e spingendo così la Crimea a separarsi e unirsi alla Russia. «Cambia il quadro geopolitico», annuncia il segretario generale della Nato: «Gli alleati devono rafforzare i loro legami economici e militari di fronte all’aggressione militare russa contro l’Ucraina».

Si prospetta dunque non solo un rafforzamento militare della Nato perché accresca «la prontezza operativa ed efficacia nel combattimento», ma allo stesso tempo una «Nato economica», tramite «l’accordo di libero scambio Usa-Ue» funzionale al sistema geopolitico occidentale dominato dagli Stati Uniti.

Una Nato che, ribadisce Washington, «resterà una alleanza nucleare». Significativo è che la visita di Obama in Europa si sia aperta con il terzo Summit sulla sicurezza nucleare. Una creazione dello stesso Obama (non a caso Premio Nobel per la pace), per «mettere in condizione di sicurezza il materiale nucleare e prevenire così il terrorismo nucleare». Questo nobile intento perseguono gli Stati Uniti, che hanno circa 8000 testate nucleari, tra cui 2150 pronte al lancio, alle quali si aggiungono le 500 francesi e britaniche, portando il totale Nato a oltre 2600 testate pronte al lancio, a fronte delle circa 1800 russe. Potenziale ora accresciuto dalla fornitura del Giappone agli Usa di oltre 300 kg di plutonio e una grossa quantità di uranio arricchito adatti alla fabbricazione di armi nucleari, cui si aggiungono 20 kg da parte dell’Italia. Partecipa al summit sulla «sicurezza nucleare» anche Israele – l’unica potenza nucleare in Medio Oriente (non aderente al Trattato di non-proliferazione) – che possiede fino a 300 testate e produce tanto plutonio da fabbricare ogni anno 10-15 bombe tipo quella di Nagasaki.

Il presidente Obama ha contribuito in particolare alla «sicurezza nucleare» dell’Europa, ordinando che circa 200 bombe B-61 schierate in Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia (violando il Trattato di non-proliferazione), siano sostituite con nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, progettate in particolare per il caccia F-35, comprese quelle anti-bunker per distruggere i centri di comando in un first strike nucleare.

La strategia di Washington ha un duplice scopo. Da un lato, ridimensionare la Russia, che ha rilanciato la sua politica estera (v. il ruolo svolto in Siria) e si è riavvicinata alla Cina, creando una potenziale alleanza in grado di contrapporsi alla superpotenza statunitense. Dall’altro, alimentare in Europa uno stato di tensione che permetta agli Usa di mantenere tramite la Nato la loro leadership sugli alleati, considerati in base a una differente scala di valori: con il governo tedesco Washington tratta per la spartizione di aree di influenza, con quello italiano («tra i nostri amici più cari al mondo») si limita a pacche sulle spalle sapendo di poter ottenere ciò che vuole.

Contemporaneamente Obama preme sugli alleati europei perché riducano le importazioni di gas e petrolio russo. Obiettivo non facile. L’Unione europea dipende per circa un terzo dalle forniture energetiche russe: Germania e Italia per il 30%, Svezia e Romania per il 45%, Finlandia e Repubblica Ceca per il 75%, Polonia e Lituania per oltre il 90%. L’amministrazione Obama, scrive il New York Times, persegue una «strategia aggressiva» che mira a ridurre le forniture energetiche russe all’Europa: essa prevede che la ExxonMobil e altre compagnie statunitensi forniscano crescenti quantità di gas all’Europa, sfruttando i giacimenti mediorientali, africani e altri, compresi quelli statunitensi la cui produzione è aumentata permettendo agli Usa di esportare gas liquefatto.

In tale quadro rientra la «guerra dei gasdotti»: obiettivo statunitense è bloccare il Nord Stream, che porta nella Ue il gas russo attraverso il Mar Baltico, e impedire la realizzazione del South Stream, che lo porterebbe nella Ue attraverso il Mar Nero. Ambedue aggirano l’Ucraina, attraverso cui passa oggi il grosso del gas russo, e sono realizzati da consorzi guidati dalla Gazprom di cui fanno parte compagnie europee. Paolo Scaroni, numero uno dell'Eni, ha avvertito il governo che, se venisse bloccato il progetto South Stream, l'Italia perderebbe ricchi contratti, come l’appalto da 2 miliardi di euro che la Saipem si è aggiudicata per la costruzione del tratto sottomarino. Bisogna però fare i conti con le pressioni Usa.

Il presidente Obama si dedica comunque anche a opere di bene. Con Papa Francesco parlerà domani del «comune impegno nel combattere la povertà e la crescente ineguaglianza». Lui che durante la sua amministrazione ha fatto salire il tasso di povertà negli Usa dal 12% al 15% (oltre 46 milioni di poveri) e quello infantile dal 18% al 22%, mentre i superricchi (lo 0,01% della popolazione) hanno quadruplicato il loro reddito. Obama «ringrazierà il Papa anche per i suoi appelli per la pace». Lui, presidente di uno stato la cui spesa per armi e guerre equivale a circa la metà di quella mondiale.

Manlio Dinucci - Tommaso Di Francesco per Il Manifesto

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I veri obiettivi di Russia e Occidente nella crisi in Ucraina, visti da Mosca


di Sergej Kuznecov

Questo articolo è il tentativo non tanto di commentare un articolo con analogo titolo, recentemente pubblicato su Limesonline, quanto il desiderio da parte di un lettore russo interessato di mostrare al lettore italiano il proprio sguardo sul problema e su determinati stereotipi politici occidentali.

Spero che l'articolo possa aiutare a intenderci meglio l'un l'altro, a capire il rispettivo modo di pensare, le apprensioni politiche, le speranze e a trattare con maggior tolleranza il punto di vista politico della controparte.

Ecco alcuni cliché.

Sulle “ambizioni neo imperiali di Mosca”

Sicuramente molti russi, soprattutto tra le persone più anziane, hanno accettato con profondo rammarico il crollo dell'Unione Sovietica. Oggi però anche loro capiscono che una sua ricostruzione è pura utopia politica. Anche se condizioni politiche esterne favorevoli lo rendessero possibile, il progetto incontrerebbe insormontabili difficoltà dal punto di vista economico. Soprattutto per quanto riguarda le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. Possiamo invece parlare di associazioni economiche interstatali sul tipo dell'Unione doganale, al massimo con qualche forma di coordinamento per la politica estera.

Tra le ex repubbliche sovietiche, l'Ucraina occupa per la Russia una posizione del tutto particolare. Kiev è anche conosciuta come “la madre delle città russe”: da essa ha avuto inizio la costruzione dello Stato russo. Metà della popolazione ucraina è russofona, e molti su entrambi i lati del confine comune reputano quello russo e quello ucraino un unico popolo, oggi diviso per equivoco da una frontiera. Sensazioni simili, sembrerebbe, a quelle provate dai tedeschi della Germania Est e Ovest dal dopoguerra fino alla riunificazione.

La Russia è stato uno dei primi paesi a riconoscere l'indipendenza dell'Ucraina. Lo sviluppo di relazione positive, amichevoli ed economicamente vantaggiose tra i nostri paesi sarebbe continuato se non fossero intervenuti fattori geopolitici. Le prime dichiarazioni su un’ipotetica adesione dell’Ucraina alla Nato iniziarono a circolare durante la presidenza Kucma.

Nei circoli politici di Mosca, l’intrusione dell’Occidente negli affari ucraini veniva letta come il tentativo di indebolire la statura geopolitica della Federazione Russa, a livello sia politico sia militare. Molti credono che il coinvolgimento dell’Ucraina nelle strutture euro-atlantiche (e nell'Unione Europea) porterà inevitabilmente allo schieramento di missili Nato al confine con le regioni di Kaluga, Belgorod, Brjansk, Rostov e Orel.

Non bastano le rassicurazioni dell’Ue e degli Stati Uniti, perché i paesi occidentali, in primo luogo gli Usa, dal momento della caduta dell’Urss hanno apertamente contato sulla forza per risolvere le proprie questioni di politica estera, ignorando palesemente le norme del diritto internazionale. Per la leadership russa e per la maggioranza della nostra popolazione, l’Ucraina rappresenta una sorta di Rubicone, una linea rossa che l’Occidente non deve oltrepassare. Se lo facesse, la cosa potrebbe generare conseguenze disastrose nelle relazioni internazionali, senza escludere la soluzione militare.

La situazione può andare rapidamente fuori controllo e arrivare a un aperto confronto militare, scelta che verrebbe considerata ad un certo punto come inevitabile.

Il mito di Yanukovich politico filo-russo

Yanukovich non è mai stato filo-russo. Sia la sua campagna elettorale del 2004 sia quella del 2010 sono state organizzate da un gruppo di consulenti politici americani guidati da Paul Manafort, che coordinavano i loro compiti dall’ambasciata statunitense di Kiev. Yanukovich infatti ha utilizzato come propaganda slogan politici in linea con gli interessi degli ucraini del sud e dell’ovest del paese. Slogan incentrati sullo status della lingua russa e sullo sviluppo dei rapporti con la Federazione Russa, che, una volta diventato presidente, sono stati dimenticati.

Sul carattere “pacifico” di Majdan

Il carattere pacifico è stato soprattutto delle forze dell’ordine, costrette a confrontarsi - armate soltanto di scudi, manganelli di gomma e granate stordenti - con i manifestanti. La situazione non è cambiata neanche quando l’organizzazione estremista Pravyj Sektor ha iniziato a utilizzare cecchini equipaggiati con armi da guerra. Tra le vittime degli scontri si contano soprattutto agenti delle forze dell’ordine, feriti e ustionati dalle molotov dei miliziani.

In nessun paese europeo, tanto meno negli Stati Uniti, queste azioni sarebbero state qualificate come “pacifiche”. Un doppio standard. Il risultato è che di quanto accaduto a Majdan, dopo le dimostrazioni avviate dai partiti moderati, beneficiano ora i neonazisti. Questi, utilizzando truppe d’assalto, minacciando fisicamente deputati e loro familiari hanno costretto il parlamento a decidere per il rovesciamento del presidente legittimo e per l’elezione di un nuovo organo legislativo e di un nuovo presidente della Verchovna Rada, che ancora oggi funge da capo dello Stato. Un parlamento e una leadership che l’Occidente riconosce legittimi e che chiede alla Russia di riconoscere.

Sul rifiuto di Yanukovich di firmare all’ultimo l’accordo con l'Unione Europea

Il ripensamento del presidente ucraino è stato attribuito alle pressioni esercitate su di lui da Vladimir Putin: una ritorsione sotto forma di prestito (l’acquisto di titoli di Stato ucraini per 15 miliardi di dollari americani) e di sconto sui prezzi del gas. A quanto pare un tale accordo è stato effettivamente raggiunto e nell’occasione il presidente russo ha illustrato i problemi che l’economia ucraina avrebbe incontrato dopo la firma con l'Ue: molte aziende avrebbero chiuso per l’impossibilità di reggere la concorrenza con le merci europee. La Russia sarebbe stata costretta a chiudere le frontiere ai prodotti ucraini, il che avrebbe portato ad una forte riduzione del fatturato e a perdite significative per l’economia di Kiev, in larga parte orientata verso il mercato russo.

Yanukovich non ha certo letto tutte le 960 pagine dell’accordo con l'Ue e chi avrebbe potuto spiegargli l’essenza del contratto o si è deliberatamente tirato indietro, o non ha potuto incontrare il presidente o ha avuto paura di farlo, conoscendo il suo carattere. Yanukovich ha invece dovuto ascoltare Putin…

Sulla situazione in Crimea

La questione chiave della vicenda è il riconoscimento della legittimità del referendum per l’autodeterminazione della Crimea e la possibile adesione alla Federazione Russa. Naturalmente il punto di vista dei paesi occidentali e quello di Mosca sulla questione divergono completamente. La Russia si rifà al precedente del Kosovo, quando l’Occidente ne riconobbe l’indipendenza e il diritto degli albanesi all’autodeterminazione. Cosa che le diplomazie occidentali si sono guardate bene dal fare dopo il referendum con il quale gli abitanti della Crimea hanno espresso la loro volontà.

Il Kosovo, hanno sostenuto, è un “caso a sé”, senza però spiegare in cosa consiste la sua particolarità. La Russia, come noto, non riconosce il “precedente kosovaro”, ma ha trovato il modo di utilizzarlo per il riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. E adesso della Crimea. Molti esperti si sono chiesti: perché gli Stati Uniti hanno creato e imposto un precedente così pericoloso per molti di quei paesi europei dove resistono forti sentimenti separatisti? E hanno concordato sul fatto che lo scopo principale della diplomazia americana è quello di indebolire politicamente l’Unione Europea.

In linea con l’obiettivo di fiaccare Bruxelles, principale alleato e serio concorrente sulla scena internazionale in campo politico, economico e finanziario, Washington ha inanellato una serie di iniziative. Tra queste: dislocare in Europa nuovi componenti per lo scudo di difesa missilistica, spingere l'Ue verso un costante allargamento a paesi economicamente depressi, amplificare i contrasti tra i membri europei e la Russia prima in campo politico e adesso, con le sanzioni adottate a seguito della crisi ucraina, anche in campo economico. La normalizzazione dei rapporti politici ed economici tra Ue e Russia in base alle rispettive risorse naturali e tecnologiche è percepita dagli Stati Uniti come una minaccia al proprio status di unico leader globale.

Confrontando la situazione nell'ex Jugoslavia e in Ucraina si riscontra senza dubbio un'interpretazione unilaterale e interessata delle norme del diritto internazionale, che in prospettiva mette in discussione la loro stessa esistenza.

Senza regole chiare, globalmente riconosciute e giuridicamente vincolanti il mondo finirà nel caos, visto che l'alternativa al diritto internazionale può essere solo il ricorso all'uso della forza. Purtroppo il mondo si sta muovendo in questa direzione, cioè verso una nuova guerra mondiale.

Come si giudica in Russia la minaccia occidentale di imporre sanzioni

Politici, media e opinione pubblica si domandano cosa impedisca di unirci alla Crimea politicamente ed economicamente. In questo momento nessuno ha la risposta, viste le innumerevoli variabili da considerare. Certamente, per quanto riguarda le sanzioni gli americani sono pronti ad agire, mentre tra i paesi europei non c'è unanimità al riguardo. La ragione è che non ci sono soltanto i previsti costi economici (per la già debole economia europea), ma anche motivi puramente politici.

Si avvicinano elezioni dalle quali si prevede nell'Unione Europea il rafforzamento delle forze e delle tendenze conservatrici. I loro leader sono meno influenzati dalle scelte americane e più disposti a prendere decisioni di interesse nazionale senza dogmi ideologici da guerra fredda. Un atteggiamento che manterranno durante la campagna elettorale. L'incertezza “variabile” dipenderà da quanto coerentemente i leader conservatori vorranno (o potranno di fronte alla pressione statunitense) mantenere la linea dopo le elezioni. È un'incertezza non di poco conto.

Senza dubbio, l'annessione della Crimea alla Russia non è riconosciuta dalla maggior parte del mondo. Neanche alcuni leader di paesi ex sovietici sono completamente a loro agio su questo punto. Ma non c'è da aspettarsi da loro entusiasmo e approvazione incondizionata, anche se un'unione tra ex repubbliche sovietiche (anche in forma di confederazione) agevolerebbe la risoluzione di molti problemi ancora irrisolti, come ad esempio quello del Nagorno-Karabakh. In molti tentano di non drammatizzare la situazione, anche se saranno imposte sanzioni economiche.

Si ritiene che, al contrario, queste potranno stimolare la soluzione di annosi problemi come la lotta alla corruzione (il deposito in banche occidentali di parte dei capitali russi è quasi sempre una forma di corruzione), l'assenza di incentivi a investire nel paese non solo nel campo delle materie prime, il sostegno alle piccole e medie imprese, e così via. Tutte cose che ben conosciamo e mai affrontate a causa di inerzia mentale e dei facili soldi guadagnati grazie all'export di materie prime e di risorse energetiche.

Sul progetto Ue di firmare con la nuova leadership di Kiev un accordo di associazione politica

Commenti ufficiali su questo punto non sono ancora stati rilasciati, e non sembra registrarsi una particolare preoccupazione da parte russa. La ragione è semplice: lo sviluppo della situazione a Kiev è ancora da decifrare.

Il nuovo governo ucraino mostra sempre più la sua dipendenza dai neonazisti. Cosa che diventa evidente per la popolazione, per le forze di opposizione moderate e per la comunità internazionale. L'economia del paese si trova in una situazione di pre-default (se non di default) dalla quale può uscire soltanto attraverso un rapido ripristino dei deteriorati legami economici con la Russia e con gli altri paesi dell'Unione doganale. Per un certo periodo di tempo, i bisogni di bilancio più urgenti potranno essere soddisfatti attraverso prestiti e aiuti finanziari da parte di paesi occidentali. Ma aiuti del genere non sono salutari per il paese, perché diretti non a rifondarne l'economia ma semplicemente a sostenerne il regime.

La caduta del governo è un problema che si porrà in un futuro prossimo. Il potere che sostituirà l'attuale esecutivo sarà autorizzato a considerarsi libero dall'adempiere agli impegni internazionali sottoscritti dall'Occidente con un regime chiaramente illegale.

Per approfondire: L'articolo da cui è scaturita questa risposta pubblicato su Limes online.

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