Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/11/2021

Italia-Francia. Un Trattato per la competizione globale e l’interventismo militare

In una prima analisi del Trattato del Quirinale firmato da Italia e Francia, avendo finalmente a disposizione il testo, non può ci si può che concentrare sugli art.1-2-3-5-7 ovvero politica estera, politica militare, cooperazione industriale, Unione Europea e spazio.

Nelle disposizioni finali è scritto nero su bianco che: “Il Trattato ha durata indeterminata, fatta salva la facoltà di ciascuna Parte di denunciarlo con un preavviso di almeno dodici mesi per via diplomatica. In questo caso, il Trattato cessa di essere in vigore al compimento di sei mesi dopo la data di ricezione della denuncia. Tale denuncia non mette in causa i diritti e gli obblighi delle Parti derivanti dai progetti avviati nel quadro del presente Trattato”.

Uno dei fattori che sostanzia il senso di questa alleanza strategica tra Italia e Francia è indicato all’art.5 quando scrive che: “Le Parti favoriscono, ove appropriato e nel quadro previsto dai Trattati dell’Unione Europea, un più esteso ricorso al sistema della maggioranza qualificata per l’assunzione di decisioni nel Consiglio”.

In pratica siamo a quel passo avanti nella messa in soffitta della necessaria unanimità per prendere decisioni in seno agli organismi intergovernativi dell’Unione Europea. Una volta fuori dalle scatole la Gran Bretagna, gli Stati che erano abituati a utilizzare il diritto di veto su decisioni strategiche, dovranno rassegnarsi o adeguarsi.

Da adesso si procederà per “cooperazioni rafforzate“. È un salto di qualità decisivo sul piano della centralizzazione dei poteri decisionali nella Ue.

Negli altri articoli sono leggibili tutte le ambizioni di Italia e Francia nello svolgere un ruolo di punta nelle nuove ambizioni globali della Ue nella competizione internazionale, ed a tutti i livelli incluso quello militare e tecnologico.

Nell’Art.1 del Trattato, dedicato alla politica estera si riconosce subito che il Mediterraneo è l’ambiente comune delle due parti. Ma lo sguardo va tutta l’area di influenza della Ue puntando a cooperare per “la stabilità e la sicurezza nel continente africano. Insieme, s’impegnano a rafforzare le relazioni dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri con questo continente, con particolare attenzione al Nord Africa, al Sahel e al Corno d’Africa”.

Senza ovviamente perdere di vista il quadro globale attraverso: “lo sviluppo di un approccio comune in seno all’Unione Europea nei confronti dei principali partner e competitor internazionali, in particolare sulle questioni relative alle sfide globali e alla governance multilaterale”. Come? “Contribuendo a rafforzare la politica industriale e a costruire un’autonomia strategica europea”.

Ma è all’art.2, quello in materia di politica militare e delle relative relazioni nel complesso militare-industriale europeo che si assiste ad un significativo passo in avanti.

Innanzitutto la Francia ha fatto scrivere nero su bianco l’adesione comune alla “Iniziativa Europea d’Intervento” creata da Macron nel 2018 e sulla quale il governo Conte 1 (ma anche la Germania) erano apparsi riluttanti. L’Italia però alla fine firmò senza neanche troppe discussioni pubbliche, ma al governo c’era veramente la fiera dei dilettanti allo sbaraglio.

Più sostanzialmente, nell’Art.2 del Trattato vengono dettagliati alcuni passaggi rilevanti, anzi dirimenti: “sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ovunque i loro interessi strategici s’incontrino”; rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO; Le Parti si consultano regolarmente sulle questioni trattate rispettivamente dall’Unione Europea e dalla NATO, e coordinano ove possibile le proprie posizioni, in particolare sulle questioni relative alle iniziative di difesa dell’Unione Europea, rispetto alle quali è ricercata ogni possibilità di cooperazione”.

Relativamente alla collaborazione/integrazione del complesso militare-industriale europeo, Italia e Francia si impegnano alla: “cooperazione al fine di migliorare l’efficienza e la competitività dei rispettivi sistemi industriali e di contribuire allo sviluppo e al potenziamento della base industriale e tecnologica della difesa europea; a rafforzare la cooperazione tra le rispettive industrie di difesa e di sicurezza, promuovendo delle alleanze strutturali; alla costituzione di partnership industriali in specifici settori militari, nonché dei progetti congiunti nell’ambito della cooperazione strutturata permanente (PESCO), con il sostegno del Fondo europeo per la difesa”.

Infine, ma non certo per importanza, l’art.7 dell’Art. 2 prende un impegno decisamente pesante e scrive testualmente che: “Le Parti s’impegnano a facilitare il transito e lo stazionamento delle forze armate dell’Altra parte sul proprio territorio”.

Ma anche sulle sfide della competizione globale il Trattato del Quirinale evidenzia tutto l’armamentario in discussione anche a livello di Commissione Europea e che indica una seria ambizione ad un salto di qualità riassunto nella autonomia strategica e la sfida sulla iper-competizione.

All’art.2 dell’Art.3 sugli Affari Europei viene ribadito un nesso decisivo: Il rafforzamento della moneta unica come fattore di autonomia strategica per l’Unione Europea.

Ma al capitolo 5 del Trattato tutto questo viene dettagliato con: “l’attuazione di un’ambiziosa politica industriale europea orientata alla competitività globale delle imprese e a facilitare la realizzazione della doppia transizione digitale ed ecologica dell’economia europea. Esse agiscono per realizzare l’obiettivo dell’autonomia strategica dell’Unione Europea, a partire dai settori delle transizioni energetica e digitale, delle nuove tecnologie, della sanità, della difesa e dei trasporti, in particolare promuovendo dei progetti a sostegno dell’occupazione e degli attori economici locali”.

Non solo, si punta anche a: “promuovere iniziative congiunte che contribuiscono alla valorizzazione delle catene del valore strategiche europee” ed inoltre “approfondire la loro cooperazione in settori strategici per il raggiungimento di tale obiettivo, quali le nuove tecnologie, la cyber-sicurezza, il cloud, l’intelligenza artificiale, la condivisione dei dati, la connettività, il 5G-6G, la digitalizzazione dei pagamenti e la quantistica”.

Sul terreno delle alte tecnologie e dei fattori strategici, il Trattato del Quirinale dedica anche l’Art.7, in particolare nel settore dello Spazio: “Le Parti riconoscono l’importanza della loro cooperazione bilaterale nella costruzione dell’Europa dello spazio, che costituisce una dimensione chiave dell’autonomia strategica europea e dello sviluppo economico dell’Europa”.

Ed ancora: “rafforzare la strategia spaziale europea e a consolidare la competitività e l’integrazione ’dell’industria spaziale dei due Paesi. Nel settore dell’accesso allo spazio, esse sostengono il principio di una preferenza europea attraverso lo sviluppo, l’evoluzione e l’utilizzo coordinato, equilibrato e sostenibile dei lanciatori istituzionali Ariane e Vega”.

È evidente come il Trattato del Quirinale rappresenti un architrave fondante di un progetto strategico e di natura squisitamente imperialista che mira a incardinare Italia e Francia in una struttura di comando a livello europeo – quello che viene definito “Il Triangolo” – insieme ad una Germania fin qui riluttante eppure aderente al similare Trattato di Aquisgrana con la Francia firmato nel 2019.

Fin qui si è lavorato su trattati bilaterali tra le tre potenze e qualcosa dovrà essere ancora messo a punto. Ma se torniamo allo spirito con cui viene liquidata l’unanimità dei paesi aderenti alla Ue nelle decisioni, si comprende bene come siamo ormai lanciati su una cabina di comando che procederà per “cooperazioni rafforzate” prendendo decisioni con e tra i paesi che condividono i progetti in campo.

E forse non è affatto casuale che il titolo completo del Trattato firmato al Quirinale sia effettivamente: “Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata”. Ben presto a questo spirito si adegueranno anche i Trattati Europei fin qui sottoscritti.

Adesso il Trattato dovrà essere approvato dal Parlamento. C’è da scommettere che pochissimi o nessuno troverà qualcosa da dire in merito cogliendone gli aspetti inquietanti.

Il soft power e la dissuasione morale ormai sono roba del passato. Adesso fanno tutti la faccia feroce: à la guerre comme à la guerre!

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Non si convive con il virus. Le borse mondiali si arrendono

Contrordine, finanzieri! La ripresa non ci sarà, anzi, forse, vediamo... ‘Sto cavolo di virus ci ha tolto le certezze...

Nell’economia dominata dalla finanza, che credeva di aver eliminato i fastidi del mondo reale – con tutte le sue ineliminabili lentezze, inciampi, incertezze – il Covid semina scompiglio.

Tutta colpa, o merito, della variante “Omicron”, apparsa in Sudafrica solo tre settimane fa, ma già dominante nell’Africa australe “grazie” alla sua estrema variabilità (ben 32 versioni differenti, pare).

Peggio ancora: già presente sul territorio europeo (un caso in Belgio), rilevata in Estremo Oriente (Hong Long) e in altri paesi.

Immediati e isterici i riflessi: borse attraversate da un’ondata di panic selling su tutti i titoli, meno che – ovviamente – quelli di Big Pharma, che ha in mano la produzione di vaccini e non solo, e quindi non soffre quando gli altri soffrono.

Crolli che vanno in media dal 3 al 5%, al di qua e al di là dell’Atlantico o del Pacifico.

Tutte le previsioni fatte fino al giorno prima – grande ripresa mondiale, dopo un 2020 da infarto – sono azzerate. Se neanche la vaccinazione di massa nei paesi ricchi (per quanto in completa e insufficiente, viste le “diffidenze” no vax rilevanti soprattutto nei paesi più importanti ed “evoluti” (Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, ecc) mette al riparo da una improvvisa ricaduta, le prospettive diventano nere.

Se la nuova variante sarà effettivamente più contagiosa e pericolosa delle precedenti, per il momento, non lo sa nessuno. Ma è chiaro che un super-mutante in grado di presentarsi in 32 versioni differenti ha qualche probabilità in più di “bucare” i vaccini fin qui prodotti. E dunque di far ripiombare i paesi industrializzati nell’incubo dei lockdown e della produzione a ritmi ridotti, con circolazione e commerci al minimo vitale.

Al di là delle conseguenze economiche immediate – il prezzo del petrolio è crollato di oltre il 10% in un solo giorno – sembra evidente che la strategia adottata dall’Occidente neoliberista per affrontare la pandemia sta clamorosamente fallendo anche sull’obiettivo principale: preservare l’economia, a costo di far ammalare e morire decine di milioni di persone.

E’ la strategia del “convivere con il virus”, chiudendo alcune delle attività solo quando l’occupazione dei posti letto in ospedale – mai aumentati, in due anni, in nessun paese “sviluppato” – superava il livello di guardia.

Una strategia che affidava al solo vaccino la soluzione del problema, nella convinzione idiota che tanto sarebbe bastato per “tornare alla normalità”.

La realtà fisica – il virus, in questo caso – si è dimostrata come sempre più complessa. Le varianti si moltiplicano, per il banale motivo che gran parte della popolazione mondiale non è stata vaccinata e non è previsto che lo sia a medio termine.

Perché – altra idiozia derivante dal servilismo nei confronti della multinazionali farmaceutiche – non si è provveduto a liberalizzare i brevetti sui vaccini, consentendo così di produrli anche fuori dalle “case madri” (Pfizer e Moderna, in pratica, visti i limiti dei prodotti di AstraZeneca e Johnson&Johnson), a prezzi infinitamente minori (è uscito fuori che il prezzo imposto dalle due major è 24 volte il costo di produzione!)

Siamo così dentro la tempesta perfetta, stretti tra varianti più aggressive e vaccini a copertura comunque breve (4-6 mesi, in pratica), che riduce la popolazione effettivamente protetta resta troppo bassa per ipotizzare qualsiasi “ripresa” di dimensioni mondiali e di spessore adeguato.

In pratica la prospettiva diventa una corsa alla vaccinazione comunque più lenta del decadimento della copertura vaccinale. Bisognerebbe insomma somministrare ogni giorno, su tutto il pianeta,e a tutta la popolazione, molte più dosi di quante persone vengono a perdere la “copertura anticorpale”.

Oltre a raggiungere tutti quelli che, per mancanza di fondi pubblici degli Stati di appartenenza o suicida “convizione anti-vaccinista”, sono tuttora senza alcuna coertura, anche se temporanea.

Un problema immenso, che coinvolge tutta l’umanità, e che non può certo dipendere dalla ristretta visione di due multinazionali preoccupate soltanto di massimizzare il profitti sui prodotti che hanno in mano (da riprogrammare comunque per affrontare le varianti). Secondo logica del “mercato” infatti, i prezzi spuntati possono essere più alti solo se c’è una certa scarsità… E al momento ce n’è tantissima.

La soluzione razionale è evidente: abolizione totale dei brevetti sui vaccini “euro-atlantici”, rapido esame di quelli “nemici (i tre vaccini cubani, più quelli cinesi e lo Sputnik russo), produzione militarizzata a valanga e moltiplicazione delle squadre sanitarie per la somministrazione di massa su tutto il pianeta.

Ma quel che è razionale per l’umanità nel suo insieme è una bestemmia per la follia neoliberista.

E anche le borse se ne stanno accorgendo.

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26/11/2021

Nosferatu il vampiro (1922) di F. W. Murnau - Minirece

Cingolani e le guerre puniche

Si vede era destino: mentre un secolo fa la cultura italiana istituzionale si dibatteva, via Croce e Gentile, sulla scienza come pseudoconcetto producendo quel pregiudizio che voleva i concetti “pratici” come qualcosa di stupido, oggi la cultura manageriale che occupa posti di governo ribalta completamente le convinzioni di allora. Per cui il sapere delle scienze umane è accettabile, e ha cittadinanza nei desideri di riforma, nel momento in cui accetta il predominio dei concetti “pratici” tra i quali il digitale che, a dar retta a ministri come Cingolani e Colao, è giusto questione di saper calcolare o avere competenze organizzative. Viene da dire: come rendere stupidi i concetti anche quando proprio non lo sono, quando oramai da decenni le teorie della complessità ci hanno fatto capire che nei tremendi livelli di caos e di ordine del sapere tanto più si alzano barriere disciplinari tanto meno si comprende e si governa l’oggetto della propria indagine o il proprio progetto educativo.

Cingolani, secondo dopo Colao (che in una conferenza stampa è uscito con una sorta di riforma del sapere specialistico non si sa bene concordata con chi), si è quindi avventurato in una idea di riforma della scuola, mettiamola sul generico, nella quale il principale accusato è ovviamente il sapere storiografico con il suo presunto indifendibile racconto sulle guerre puniche ripetuto in quattro fasi del processo educativo. Ora, a parte il fatto che nei programmi ministeriali attuali le guerre puniche si affrontano due volte, nel percorso che va dalla primaria al diploma, viene da chiedersi a cosa, e a chi, servano le dichiarazioni di un ministro che, oltre a gestire una parte importante del budget del PNRR, va avanti a colpi di spot.

Dal punto di vista di un governo balcanizzato come quello Draghi le dichiarazioni di Cingolani ovviamente non servono a nulla vista l’assenza di discussione pubblica con il ministero dell’educazione e con quello dell’università su questi temi. Ma, come sappiamo, le riforme politiche, di quelle fatte tra ministeri che si confrontano, sono arnesi del passato. Oggi ogni progetto di riforma è un terreno di scontro tra cordate parlamentari, trasversali e confuse, legate a lobby rissose tra loro e al loro interno. Il peggio del passato, quello che inquinava i progetti di riforma, e del presente assieme. Queste dichiarazioni servono, probabilmente, allo stesso Cingolani per dire quello che Confindustria vuol sentir dire: togliere ulteriore spazio, e in prospettiva risorse, all’insegnamento delle scienze umane nel nostro paese. Per produrre, come da logica fine anni ’90 della riforma Berlinguer, pacchetti di specializzati che possono anche vedere evaporate le proprie competenze in pochi anni. Tanto le specializzazioni, e i ruoli, durevoli appartengono a un circuito del sapere premium, tra circuiti di relazione di alto livello e specializzazioni di ottimo profilo, impermeabili a questo genere di rischi. Insomma, Cingolani dà il proprio personale contributo al lungo processo di svuotamento del sapere pubblico prodotto in Italia proprio attaccando quello che pensa essere l’aspetto più indifendibile: il nozionismo storiografico.

Ora, non si pretende che Cingolani, pagata meteora della politica istituzionale, reciti a memoria la lezione che vuole che anche al MIT, come ripetuto in questi giorni, si insegni filosofia. Si pretende molto di più: ovvero che si comprenda che senza la percezione della profondità temporale e spaziale, senza quella della complessità e dei rovesci degli eventi la costruzione del sapere digitale, a livello di programmi educativi, sia tecnicamente difettosa e socialmente dannosa. Certo non è questione che riguarda un ministero o un governo che ripetono sempre i soliti mantra da convention aziendale di una volta oltretutto totalmente sorpassati dalle modalità di evoluzione delle convention oltreoceano.

In realtà sia Cingolani sia chi ce l’ha messo (Grillo) provengono, al contrario dei proclami fatti, da una idea d’innovazione oramai decotta, formatasi negli anni ’50 e arrivata fino a noi, nella quale innovazione tecnologica e sogno si sposano entro un progressivo evolvere della società. È roba vecchia di cui questo paese non ha bisogno. Avremmo bisogno di un sistema dell’educazione formato alla complessità, capace d’invertire lo svuotamento di sapere reale presente nei percorsi formativi, in grado d’intrecciare differenti piani di conoscenza, capace di affrontare i tremendi livelli di caos e di ordine presenti nel sapere contemporaneo. Avremmo bisogno di rovesciare l’attuale assetto del sapere proprio come nelle guerre puniche: passare dal dominio di uno schieramento per poi arrivare a spargere il sale sulle rovine proprio della capitale di questo schieramento prima dominante. Giusto per parlare di guerre puniche, naturalmente.

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A est, purtroppo, nulla di nuovo

La situazione a est rimane a dir poco tesa, in particolare ai confini sudorientali della Russia, con gli Stati Uniti che spingono apertamente l’Ucraina allo scontro in Donbass, cercando così di provocare una reazione di Mosca, mentre entrano essi stessi direttamente in gioco nel mar Nero, dove ancora continuano le manovre navali insieme agli alleati USA nella regione.

Fa da sponda al gioco atlantista l’ormai uscente Angela Merkel, che parla di nuove sanzioni contro Mosca, per i pretesi “preparativi di attacco” russo contro l’Ucraina.

In questo quadro, le truppe di Kiev sono tornate ieri a impiegare droni d’attacco (presumibilmente, uno dei “Bayraktar TB2”, acquistati dalla Turchia) per colpire il centro di Jasinovataja, una ventina di km a nordest di Donetsk, mentre la sera precedente era stata bersagliata con armi di terra una scuola nel villaggio di Krasnyj Partizan, nei pressi della stessa Jasinovataja.

Non si sarebbero registrate vittime, come anche nel caso dei tiri di mortaio da 120 mm, lunedì scorso, sul villaggio di Leninskoe, nel sud della DNR.

Il sito web Vzgljad.ru ricorda come Vladimir Putin, in un colloquio telefonico con Mario Draghi, avesse stigmatizzato il rifiuto di Kiev di adempiere agli impegni previsti dagli accordi di Minsk del 2015.

Nei giorni scorsi, il rappresentante russo al Gruppo di contatto, Boris Gryzlov, ha dichiarato che Kiev rifiuta qualsiasi passo per concordare con L-DNR una “road map” per un accordo politico; inoltre, l’Ucraina continua a ignorare le osservazioni di L-DNR a proposito del fatto che Kiev non intende condurre il dialogo sullo status speciale del Donbass, previsto dagli accordi di Minsk.

Indicative della situazione, in ogni caso, le voci diffuse dal leader del Partito Radicale ucraino, Oleg Ljaškò, secondo cui Vladimir Zelenskij si appresterebbe a introdurre in Ucraina la legge marziale dal 1 dicembre. Ciò costituirebbe una ulteriore testimonianza del bassissimo livello cui è precipitato il grado di consenso e di legittimazione del Presidente, eletto poco più di due anni fa.

L’introduzione della legge marziale, ha detto Ljaškò, risponde a «uno scopo, quello del controllo sui media, dal momento che significa la limitazione assoluta di tutti i diritti civili, compresi diritto di parola, riunione e manifestazioni pubbliche».

Difficile sfuggire alla sensazione che ciò sia anche direttamente collegato al ripetuto battere sulla grancassa, soprattutto nelle ultime settimane, della “delenda Cartago” di una presunta “aggressione russa” all’Ucraina.

Dunque, sarà certo per prevenire cotanta “aggressione” che, come comunica il Comando della VI Flotta, giovedì ha fatto rotta per il mar Nero il cacciatorpediniere lanciamissili USA “Arleigh Burke”, capo-classe dei vascelli di simili caratteristiche.

È probabile che il DDG 51 “Arleigh Burke” vada a sostituire l’equivalente DDG 78 “Porter”, dal momento che, in base alla Convenzione di Montreux, navi militari di paesi non rivieraschi del mar Nero non possono superare una stazza complessiva di 30.000 tonnellate (in teoria, i tre vascelli USA già presenti – la nave comando “Mount Whitney”, il “Porter” e la nave cisterna “John Lenthall” – superano tale tonnellaggio) e possono incrociare nel bacino solo per un limitato numero di giorni, mentre le manovre navali “Passex” vanno ormai avanti da almeno un paio di settimane.

Corollario di tutto: la minaccia di nuove sanzioni, lanciata dall’uscente Angela Merkel all’indirizzo di Mosca, per l’eventuale escalation attorno all’Ucraina.

L’ormai “facente funzioni” di cancelliera tedesca, in una conferenza stampa congiunta col primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, ha dichiarato che la UE deve mostrarsi unita sulla questione dei rapporti con la Bielorussia che, ha detto, fornisce sostegno ai rifugiati che assaltano il confine polacco, e anche verso la Russia, che ha schierato le proprie unità militari sul confine ucraino.

«Qualunque aggressione che minacci la sovranità dell’Ucraina costerà cara», ha detto Angela. “Dispotica, pesante e (ormai) incolore”, diceva Paul Verlaine parlando dell’estate.

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25/11/2021

Voglio la testa di Garcia (1974) di S. Peckinpah - Minirece

Culture e pratiche di sorveglianza. Tracciati e profilati fin da prima della nascita

di Gioacchino Toni

«Dal momento in cui i bambini vengono concepiti, le loro informazioni mediche sono spesso condivise su app di gravidanza o sui social media, e dopo essere venuti al mondo tutti i loro dati sanitari e educativi vengono digitalizzati, archiviati e molto spesso gestiti da società private. A man mano che crescono, ogni istante della loro vita quotidiana viene monitorato e trasformato in un dato digitale […] I dati dei nostri bambini vengono aggregati, scambiati, venduti e trasformati in profili digitali, e verranno sempre più utilizzati per giudicarli e per decidere aspetti fondamentali della loro vita» (p. 10)

Così scrive Veronica Barassi nell’ambito di una  sua ricerca, pubblicata originariamente da MIT Press in lingua inglese, volta ad approfondire come la trasformazione digitale in atto, grazie anche all’apporto degli sviluppi dell’intelligenza artificiale, stia conducendo alla datificazione di ogni traccia lasciata dall’individuo sin da prima della sua nascita. Per comprendere meglio la portata di tale trasformazione secondo la studiosa conviene concentrarsi sulla prima generazione che ha subito il processo di datificazione digitale sin da prima di venire al mondo. Tale ricerca è stata tradotta e pubblicata in italiano nel volume da poco disponibile in libreria: Veronica Barassi, I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita (Luiss University Press, 2021).

Se è difficile individuare un momento preciso in cui tutto ciò ha preso il via, secondo l’autrice si possono tuttavia individuare due momenti chiave che hanno permesso l’avvio di tale processo. Un primo momento può essere individuato nella svolta neoliberista thatcher-reaganiana a cavallo tra anni Settanta e Ottanta nel suo porsi alla base di quei processi di globalizzazione che, con le relative ricadute economiche, politiche e sociali, hanno fatto da premessa al secondo fenomeno che ha determinato la trasformazione di cui si sta parlando, ossia la nascita negli anni Novanta di quel capitalismo della sorveglianza di cui ormai si palesano gli effetti in termini di controllo e sfruttamento [su Carmilla].

Nonostante le tecnologie Internet siano nate nel corso degli anni Settanta da reti militari, universitarie, scientifiche, ludiche e alternative, il vero e proprio punto di svolta è riconducibile all’avvento del World Wide Web a metà anni Novanta che ha radicalmente cambiato e influenzato il modo di organizzare e rendere accessibili le informazioni in rete. È tale trasformazione ad aver permesso la nascita di quel capitalismo digitale che, con lo spostamento della produzione industriale nei paesi con un costo della forza lavoro più contenuto, ha dato vita nei paesi tecnologicamente più avanzati a un’economia sempre più incentrata sul marketing, sulla pubblicità e sulla distribuzione supportata da una sempre più marcata flessibilità dei rapporti di lavoro e da un’evidente erosione della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero.

Nonostante gli intenti utopistici che avevano accompagnato la nascita del web, il processo di privatizzazione non ha tardato ad arrivare sotto forma di browser e business dot.com. È dall’implosione di tale economia, naufragata con la bolla speculativa al passaggio di millennio, che è nato il web 2.0 costruito sulla partecipazione attiva degli utenti; non a caso le prime grandi piattaforme 2.0 sono state i social media (Facebook dal 2004, YouTube dal 2005, Twitter dal 2006 ecc.) e a tali standard si sono presto adeguate le piattaforme tradizionali di Google e Amazon a cui si sono poi aggiunte Airbnb (dal 2007) [su Carmilla] e Uber (dal 2009).

Sebbene a ridosso del passaggio tra primo e secondo decennio del nuovo millennio le piattaforme social hanno oggettivamente svolto un ruolo importante nel supportare numerose proteste, l’entusiasmo nei confronti delle nuove tecnologie della connettività ha dovuto fare i conti sia con il palesarsi del loro operare nella raccolta e nello sfruttamento dei dati personali sia con l’inadeguatezza di queste allo sviluppo duraturo di esperienze di antagonismo sociale [su Carmilla].

Se il web 2.0 ha permesso la raccolta di una quantità di dati prima inimmaginabile, occorre sottolineare come parallelamente a tutto ciò siano avanzate le ricerche nell’ambito dell’intelligenza artificiale, ed è dall’intrecciarsi di questi due ambiti che è scaturita quella vera e propria riformulazione della vita quotidiana di cui forse soltanto ora ci si accorge, anche alla luce dell’emergenza pandemica.

Non è azzardato affermare che per il capitalismo della sorveglianza Google ha avuto un ruolo non dissimile da quello esercitato dalla Ford Motor Company e dalla General Motors nello sviluppo del capitalismo industriale [su Carmilla] ed è proprio attraverso colossi come Google che si è diffusa l’analisi predittiva in tutti gli ambiti dell’esistenza; dalle scuole alle banche, dalle assicurazioni alle agenzie interinali, dall’assistenza sociale agli apparati di polizia.

Nell’era del capitalismo della sorveglianza non c’è più confine tra i dati del consumatore, raccolti per proporre pubblicità personalizzate, e i dati del cittadino, raccolti per decidere se possiamo avere accesso o meno a determinati diritti […] Il Capitalismo della sorveglianza ci sta trasformando tutti in cittadini datificati e se davvero vogliamo capire questa trasformazione dobbiamo concentrarci sui bambini nati nell’ultima decade: la prima generazione datificata fin da prima della nascita (p. 19).

È pertanto sui nativi datificati che si concentra la ricerca di Veronica Barassi. Sui bambini datificati cioè sin da prima di nascere anche a causa della condotta dei genitori che condividono sui social informazioni circa il futuro nascituro, dai resoconti sull’attesa alle loro ecografie, proseguendo poi, una volta venuti al mondo, con la diffusione di immagini e racconti dettagliati dei loro istanti di vita quotidiana a cui si aggiungono i dati raccolti dalle tante app utilizzate dai genitori per monitorare la salute e la crescita dei bambini e dalle apparecchiature smart sempre più diffuse all’interno delle abitazioni [su Carmilla]. Poi il profilo dei bambini sarà aggiornato delle piattaforme educative e da tutto l’armamentario di cui dispone il capitalismo della sorveglianza.

In particolare la studiosa si sofferma su quattro tipologie principali di raccolta dati relativi ai bambini: quelli raccolti dagli “assistenti virtuali” presenti nelle abitazioni in cui vivono; quelli immagazzinati dalle scuole attraverso le piattaforme educative on line; quelli relativi alla salute aggregati tanto attraverso app private quanto attraverso l’informatizzazione del sistema sanitario pubblico; quelli raccolti dai social media. Risulta pertanto palese la volontà delle Big Tech di raccogliere il maggior numero di dati personali per poterli aggregare in profili digitali riconducibili a singoli individui attraverso sistemi, anche biomedici, di identificazione e profilazione.

La recente pandemia, ricorda Barassi, ha di certo spinto sull’acceleratore del capitalismo della sorveglianza già in atto, palesando il livello di dipendenza dalle tecnologie digitali e la sempre più difficile distinguibilità tra ambiti privati e pubblici e tra tempi e spazi lavorativi e ricreativi.

Se il tracciamento medico del nascituro non è una novità, scrive Barassi, esistono però almeno due grandi differenze rispetto al passato: un’inedita possibilità di concentrazione dei dati raccolti dalle famiglie (informazioni mediche, psicologiche e relative alla routine quotidiana, agli stili di vita e di consumo ecc.) e una altrettanto inedita diffusione di tali dati attraverso condivisioni su app e social con ciò che ne consegue in termini di profilazione aziendale. Non a caso, come ha esplicitato l’ONG Electronic Frontier Foundation nel report di Quintin Cooper, The Pregnancy Panopticon (2017), Facebook e Google stanno investendo sulla compravendita dei dati raccolti delle app che accompagnano la gravidanza.

In generale, sostiene Barassi, le Big Tech, oltre a raccogliere dati da terzi, stanno investendo in settori pubblici come la salute e l’educazione (es. Google for Education, che la recente emergenza pandemica ha enormemente contribuito a diffondere anche nel sistema educativo italiano). Sebbene negli USA e in Europa vi siano leggi che proibiscono alle aziende private di vendere a terzi dati raccolti nell’ambito dell’educazione, non è poi così difficile per tali piattaforme aggirare i vincoli legislativi e aggregare i dati sotto un unico profilo ID in grado di seguire l’individuo lungo la sua intera esistenza.

Una ricerca del 2019 pubblicata dal “British Medical Journal” ha mostrato come buona parte delle app relative alla salute condividano i dati raccolti con fornitori di servizi che a loro volta li girano soprattutto a società di ambito tecnologico, pubblicitario e persino ad agenzie di credito: anche i dati raccolti prima della nascita possono concorrere all’ottenimento o meno di un credito in età adulta.

Circa i motivi che spingono tante famiglie a ricorrere a tali app di tracciamento, le interviste sul campo condotte da Veronica Barassi indicano come l’entusiasmo per tali applicazioni derivi soprattutto dalla sensazione di sicurezza e controllo che esse sembrano offrire. Il fenomeno del sharenting, ossia l’ossessione dei genitori di condividere sui social informazioni relative ai figli, spiega la studiosa, sembra derivare dal tentativo di sconfiggere tutte quelle ansie e quelle paure che si proiettano sull’essere genitori per la prima volta attraverso la creazione di un’identità digitale dei figli il più possibile idilliaca. Durante l’inchiesta è emerso come le medesime motivazioni di controllo e sicurezza siano alla base anche del ricorso volontario a tecnologie di tracciamento reciproco, ad esempio tramite smartphone, tra i genitori.

Alla luce dell’incremento esponenziale nell’ultimo decennio di tecnologie di intelligenza artificiale tra le pareti di casa, Barassi invita a chiedersi quale tipo di valori culturali questi dispositivi incorporino e come vengano trasmessi. «Cosa vuol dire far crescere i nostri figli con dispositivi di intelligenza artificiale che insegnano loro a relazionarsi con un oggetto come se fosse una quasi-persona? Che tipo di dati vengono raccolti da queste tecnologie e che impatto hanno sulla privacy dei nostri figli?» (p. 46).

L’idea di intelligenza artificiale, ricorda la studiosa, è nata negli anni Cinquanta del Novecento con riferimento alla possibilità di far eseguire alle macchine cose che necessiterebbero dell’intelligenza umana. Oggi si tende a parlare di intelligenza artificiale tanto in maniera “hollywoodiana” (che la vuole dotata di coscienza e autonomia, in grado di provare emozioni e ingannare l’essere umano), quanto rapportandola all’apprendimento automatico da dati esistenti, alle reti neurali e all’analisi predittiva, cioè a tutto ciò che sta realmente trasformando la realtà quotidiana. «Se davvero vogliamo capire il ruolo dell’intelligenza artificiale nelle nostre case dobbiamo cominciare proprio dalle sensazioni e dalle emozioni che proviamo quando interagiamo con “macchine intelligenti”, e da come molto spesso le nostre interazioni con queste tecnologie siano definite dall’illusione dell’intimità artificiale» (p. 52).

Diverse ricerche sul campo hanno dimostrato come gli individui si relazionino con queste tecnologie come se si trovassero di fronte a esseri umani (ad es. vi si rivolgono con forme di cortesia del tipo “per favore”, “grazie” ecc.) e si rapportano con gli “assistenti virtuali” avendo la sensazione di dialogare confidenzialmente con una persona amica. Sebbene tale sensazione venga maggiormente percepita confrontandosi con robot antropomorfici, è comunque ben presente anche nel rapporto con gli assistenti virtuali con cui sono possibili soltanto forme di interazione vocale.

A partire da tali premesse diviene importante chiedersi che tipo di relazione strutturino i bambini con agenti dotati di intelligenza artificiale. Sebbene non vi sono al momento risposte univoche da parte degli studiosi a proposito del tipo di interazione che i bambini sviluppano con l’intelligenza artificiale, quanto il rapporto possa divenire intimo e personale, di certo però occorre non dimenticare che tali tecnologie domestiche sono pianificate con preconcetti culturali e sociali, dunque è importante domandarsi quale tipo di valori trasmettano ai bambini. Di certo Alexa e Google Assistant sono progettati per incentivare e facilitare il consumo, ma quali preconcetti culturali trasmettono? La scelta della voce femminile in molto tecnologie smart, ad esempio, rafforza il pregiudizio culturale che vuole la donna “assistente” e “servizievole”.

Uno dei casi che più hanno fatto discutere, e su cui si sofferma l’autrice, riguarda Hello Barbie: una bambola rivelatasi in grado di registrare le conversazioni casalinghe per la profilazione dei bambini e dei famigliari. Non meno inquietante è stato l’uso e lo stoccaggio da parte di Amazon dei dati raccolti dai bambini attraverso Echo Dot Kids. Al di là dei prodotti appositamente realizzati per raccogliere dati sui bambini, occorre tener presente anche il rapportarsi di questi ultimi con tecnologie domotiche presenti nelle abitazioni – la studiosa ha in particolare monitorato l’uso di Amazon, Google, Apple e Samsung – che hanno accesso a informazioni relative al contesto socio-economico e agli aspetti valoriali e comportamentali della famiglia. Si tratta di raccolte che avvengono sempre più anche sfruttando la ricognizione vocale.

Un’impronta vocale è esattamente come un’impronta digitale, è un dato biometrico che può essere facilmente associato all’individuo. Questo significa che le aziende che raccolgono i dati dalle nostre case possono integrarli con informazioni biometriche da utilizzare per la creazione di profili ID unici che [...] possono essere utilizzati per trarre una varietà di conclusioni sensibili sull’individuo: dal contesto socio-economico in cui vive al suo stato di salute mentale (p. 61).

Oltre a soffermarsi sull’inchiesta del 2019 condotta dalla tv belga VRT NWS venuta in possesso di un migliaio di registrazioni di Google Assistant che includevano conversazioni in camera da letto registrate senza che fosse stato pronunciato “Hey Google”, dunque all’insaputa degli utenti, Barassi riporta le inquietanti ammissioni di un impiegato di Apple rilasciate all’inglese “Guardian” nel 2020 a proposito della pratica diffusa in azienda di far ascoltare ai dipendenti le registrazioni di Siri.

Negli Stati Uniti vi sono già stati diversi casi in cui le registrazioni ottenute tramite Alexa sono state utilizzate in tribunale mentre il “Washington Post” ha ricostruito come l’Immigration and Customs Enforcement (la polizia di controllo dell’immigrazione) si avvalga del database CLEAR di proprietà di una multinazionale canadese contenente oltre 400 milioni di nominativi, indirizzi e dati vari raccolti da un’ottantina di aziende che si occupano di utenze domestiche, internet, telefonia ecc.

Il volume I figli dell’algoritmo di Veronica Barassi dedica uno spazio importante anche al ruolo dei social media nella costruzione contemporanea del sé e alla questione della privacy mettendo in luce, in quest’ultimo caso, come tale concetto sia contingente al contesto politico, sociale e culturale e come il grande limite del concetto di privacy in Occidente derivi dall’essere inteso come fenomeno individuale che induce a cercare soluzioni individualiste a problematiche in realtà di natura collettiva. Occorrerà tornare su questi ultimi aspetti affrontati dalla studiosa.

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La riforma fiscale del Governo Draghi: cambiare poco per cambiare male

Da mesi ormai si parla con toni da grande attesa dell’imminente riforma fiscale studiata dal governo Draghi. Nel suo discorso programmatico in Senato del 17 febbraio scorso, Mario Draghi spese parole enfatiche, ma assai vaghe nei contenuti, per annunciare le intenzioni di intervenire in modo energico sul fisco: “in questa prospettiva” affermava Draghi, “va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività”.

Delle intenzioni trasformatrici espresse durante il discorso di insediamento cosa troviamo nell’attuale legge finanziaria in via di approvazione? Sostanzialmente nulla e sicuramente nulla di buono. La proposta, più o meno definita nei contenuti generali, è quella di andare a limare lievissimamente uno o due aliquote Irpef ed andare a ridurre l’Irap per le imprese, per un costo complessivo di circa 8 miliardi di euro. Per capire la direzione degli interventi proposti occorre fare un passo indietro e capire da dove veniamo.

Anni e anni di riforme involutive dagli anni ’80 ad oggi hanno portato ad una diminuzione continua del carico fiscale sui redditi da capitale e in generale sul reddito dei più ricchi. Una tendenza che si è articolata lungo due direzioni: da un lato la riduzione delle tipologie di reddito incluse nella base imponibile Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche), con la previsione di regimi separati e agevolati per una parte cospicua dei redditi da capitale (reddito delle società di capitali, rendite finanziarie, rendite immobiliari); dall’altra una drastica riduzione della progressività in seno all’Irpef. Quest’ultima imposta, che ormai colpisce quasi esclusivamente redditi da lavoro e da pensione e solo in piccola parte i redditi da capitale (profitti della piccola e talvolta media impresa), è passata dai 32 scaglioni del lontano 1974 ai 5 attuali, con un differenziale ridottissimo tra prima e ultima aliquota e tra primo scaglione e ultimo scaglione di reddito ad esse associati.

Per non parlare dell’enorme piaga dell’evasione fiscale, mai seriamente affrontata da nessun governo, se non attraverso misure di corto respiro e mai indirizzate a colpire i pesci più grandi. Insomma, un sistema tributario che grava pesantemente sui redditi bassi e medi e che ha smesso da tempo di effettuare una discriminazione positiva sui livelli di reddito e sulla natura dei redditi (da lavoro e da capitale).

In un simile scenario la “grande riforma fiscale” del governo Draghi sembra davvero un ritocchino, da cui non c’è da attendersi nulla di positivo. In merito all’Irpef, a quanto è dato sapere si sta studiando la possibilità di abbassare di uno o due punti l’aliquota relativa al terzo scaglione. Gli scaglioni nel sistema italiano da ormai 14 anni sono i seguenti cinque:

  • da 0 a 15.000 euro si paga un’aliquota del 23% (ad eccezione della no tax area, sotto 8.000 euro);
  • da 15.000 a 28.000 il 27%;
  • da 28.000 a 55.000 il 38%;
  • da 55.000 a 75.000 il 41%;
  • oltre i 75.000 il 43%.

Per chi non fosse avvezzo alla fiscalità e agli scaglioni, ciò significa che sui primi 15.000 euro di reddito si paga il 23%, sulla parte di reddito che eccede i 15.000 e fino a 28.000 si paga invece il 27% e così via. L’aliquota media che si paga sul complesso del proprio reddito – la percentuale del reddito versato allo Stato – sarà dunque data da una media ponderata delle diverse aliquote marginali pagate su ciascuno scaglione del proprio reddito ed è data dal rapporto tra imposta pagata e reddito.

L’intenzione sarebbe quella di abbassare l’aliquota dal 38% al 37% (o al 36%) e, in una seconda ipotesi, anche quella del 27% di un punto al ribasso (al 26%, quindi). Rimarrebbero immutate le restanti aliquote.

Nell’ambito dell’Irpef potremmo dire che cambierebbe davvero pochissimo rispetto allo status quo. La seconda e la terza aliquota in discussione sono effettivamente molto alte rispetto alla fascia di redditi che vanno a colpire, così come è enorme la distanza tra le due (ben 11 punti percentuali), la quale crea forti asimmetrie distributive allo scattare della fascia superiore.

La terza aliquota colpisce redditi lordi dai 28.000 ai 55.000, che in termini netti significa circa da 1500 a 2600 euro al mese. Parliamo insomma di redditi medi, non certo valori da persone ricche né particolarmente agiate. Tassare la quota eccedente i 1500 euro mensili con un’aliquota al 38% è davvero tanto. Così come è altissima la tassazione al 27% e al 23% delle due fasce inferiori (che comprendono redditi che in termini netti vanno da 900 a 1500 e da 0 a 900 al mese circa).

Va detto che il sistema di detrazioni, tipiche per lavoro dipendente e autonomo e specifiche per carichi familiari, abbassa di fatto l’aliquota media in maniera abbastanza significativa, specie per i redditi più bassi, ma le percentuali di imposta per i redditi bassi, medio-bassi e poco più che medi restano comunque gravose pure al netto delle detrazioni, se si tiene conto anche delle imposte legate alle addizionali regionali e comunali.

A titolo di esempio, una persona che guadagna 25.000 euro annui lordi, senza figli a carico e che vive a Roma, oggi paga un’aliquota media del 20% – considerando anche detrazioni e addizionali – ed un’aliquota marginale (ovvero sull’ultimo euro guadagnato) del 31%. La stessa persona, con un reddito di 35.000 euro lordi annui paga un’aliquota media del 25% e un’aliquota marginale del 41,5%. Con un reddito di 50.000 euro lordi annui un’aliquota media del 30,5% e una marginale del 42%.

Una quota rilevante del reddito viene quindi versata come imposta da parte di persone che hanno redditi che consentono una vita appena dignitosa oppure che, pur stando bene, di certo non navigano nell’oro. L’aspetto più scandaloso lo si coglie tuttavia procedendo verso l’alto in queste simulazioni.

Una persona che guadagna 200.000 euro lordi annui, nelle stesse condizioni ipotizzate prima, ha un’aliquota media del 39% e un’aliquota marginale del 43%. Una che ne guadagna 1.000.000 un’aliquota media del 42% e una marginale del 43%.

Come si vede, al crescere del reddito l’aliquota media cresce in modo sempre più lento ed oltre una certa soglia la crescita si assottiglia sempre di più, mentre si azzera quella dell’aliquota marginale. Colpa di un sistema in cui l’ultimo scaglione con un’aliquota del 43% colpisce una fascia incredibilmente ampia di redditi: da 75.000 euro in su. Come se il reddito di un dipendente molto ben pagato o di un professionista agiato fosse comparabile al reddito milionario di un’impresa che macina milioni di utili o di un top manager strapagato.

È allora evidente che, all’interno dell’Irpef, il problema grave è la scarsissima distanza tra l’aliquota media pagata dai redditi bassi e medi e i redditi alti, altissimi e milionari. E, a priori, il problema gravissimo è che la gran parte dei redditi da capitale (in genere i più alti) l’Irpef non sanno neanche cosa sia, rientrando in regimi agevolati separati non progressivi.

Secondo altre voci, la riforma dell’Irpef potrebbe assumere una forma leggermente diversa con una riduzione degli scaglioni da 5 a 4, un abbassamento un po’ più significativo della terza aliquota (attualmente al 38%) e l’abolizione della quarta (41%), mentre la quinta aliquota (43%) scatterebbe dai 55.000 in su. Se da un lato questo intervento abbasserebbe in modo più visibile il carico fiscale sui redditi medi, esso andrebbe tuttavia ad indebolire ulteriormente la progressività verso l’alto, lasciando che l’ultima aliquota scatti ad una soglia ridicolmente bassa ed equiparando di fatto un reddito lordo di 55.000 annui ad un reddito milionario.

Qualunque sia la versione finale, di certo non si tratterebbe di interventi particolarmente incisivi. Pochissimo o quasi nulla in un sistema che, per riacquistare una qualche forma di equità, necessiterebbe di una rivisitazione radicale.

Secondo tassello della riforma dovrebbe essere un abbassamento dell’Irap per tutte le imprese o, in alternativa, un’eliminazione o forte riduzione solo per le piccole (in termini di fatturato).

L’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap) è una delle imposte più discusse della storia dei sistemi tributari moderni. Che sia un’imposta atipica, incongrua rispetto agli obiettivi di progressività e in alcuni casi paradossale non ci piove. Si tratta in effetti di un’imposta che non colpisce l’utile d’impresa, ma il valore aggiunto, inteso come valore del fatturato al netto dei costi di produzione, delle materie prime e dell’ammortamento dei macchinari. Insomma, oltre a colpire gli utili, l’Irap colpisce anche il costo del lavoro e gli interessi passivi dovuti dalle imprese alle banche, con il risultato che un’impresa effettivamente in perdita la dovrebbe comunque pagare su alcune componenti del valore aggiunto. Per di più, come l’imposta societaria (IRES), l’Irap è completamente priva di progressività, essendo costituita da un’aliquota unica pari mediamente al 3,5%-4%. Significa che un’impresa che ha un fatturato (e verosimilmente un utile) modesto paga la stessa percentuale di una società che macina utili a 9 zeri.

Tuttavia, per capire l’Irap dobbiamo capire il sistema tributario del nostro paese. Con uno dei tassi di evasione più alto tra i paesi occidentali, l’Italia ha da sempre abdicato al compito di far davvero pagare le imposte alle imprese. Moltissime attività produttive nel nostro paese risultano falsamente in perdita a causa delle numerose pratiche di evasione ed elusione che permettono di gonfiare i costi e non far apparire alcuni ricavi.

In questo contesto, l’Irap risulta l’unica imposta sostanzialmente non ‘evadibile’ almeno per una sua quota parte. Se infatti è possibile nascondere una transazione economica generatrice di un utile, evadendo così le imposte sugli utili (Irpef ed Ires) e l’IVA, non è possibile nascondere del tutto la presenza di manodopera o di rapporti finanziari con le banche. Ciò implica che anche l’impresa più adusa all’evasione sistematica dovrà per forza pagare almeno una parte dell’Irap. Si potrebbe quindi dire che l’Irap, pur con tutte le sue storture, iniquità e inadeguatezze, da quando è stata istituita (fine anni ’90) ha funzionato da vero e proprio strumento di recupero d’evasione delle imposte sui redditi d’impresa.  

A prescindere dagli evidenti limiti dell’Irap, proporre una drastica riduzione o l’abolizione non può allora essere accettabile nel contesto attuale, specie se si considera che il gettito associato a questa imposta va a finanziare il già martoriato Sistema Sanitario Nazionale, per il quale – come sottolineato dall’UPB – la Legge di Bilancio non ha stanziato un euro addizionale di risorse aggiuntive, a livello strutturale. Occorre piuttosto mettersi nella doppia ottica di una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e di un radicale intervento tributario che faccia rientrare in toto i redditi da capitale nell’alveo della progressività, intensificando il grado complessivo di progressività del sistema, facendo pagare tanto a chi ha tantissimo.

In assenza di tutto questo, ogni proposta di intervento di riduzione dell’Irap, quale quella agitata dal governo, altro non è che l’ennesimo tassello del programma di riduzione del carico fiscale sui redditi da capitale in atto da decenni. Un tassello del grande puzzle del processo di redistribuzione delle risorse economiche a danno del lavoro.

Ecco qui servita la ‘riformina’ fiscale del governo Draghi: una riforma piccola e di scarso rilievo strutturale, a dispetto delle dichiarazioni che, a fronte di qualche briciola concessa al ceto medio lavoratore, offre in compenso l’ennesimo consistente regalo alle imprese, in un’ottica di perfetta conservazione della struttura di un sistema fiscale profondamente iniquo, che svantaggia pesantemente chi vive del proprio lavoro.

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