Vent’anni fa, il 27 aprile 1994, un serpentone in festa di donne e
uomini di ogni etnia e ceto sociale, in cammino per la prima volta verso
le urne, avrebbe eletto liberamente Nelson Mandela primo Presidente nero della Repubblica Sudafricana, dopo tre secoli di dominazione bianca e 46 anni di apartheid. Il
movimento di liberazione impegnato nella lotta politica e armata contro
quel regime, l’African National Congress (Anc), avrebbe così inaugurato
due decenni ininterrotti al governo del Paese.
Oggi i sudafricani di ogni lingua, razza ed etnia, testimoni e
protagonisti di quel periodo della vergogna che fu l’apartheid e i
cosiddetti born free, la prima
generazione di nati fuori dalla dominazione bianca, vanno a votare con
la rabbia in corpo per essere ancora schiavi di diseguaglianze
economiche e sociali e con l’amarezza di non sentirsi ancora cittadini
di uno stato ma estranei in «pacifica» condotta.
Sono le prime elezioni senza Nelson Mandela, morto il 5 dicembre scorso all’età di 95 anni.
Le urne resteranno aperte dalle 7 di questa mattina fino alle 9 di
stasera per il rinnovo dell’establishment nazionale e comunale.
22.264 i seggi elettorali, 2.000 in più rispetto alle comunali del
2011, con la maggior parte dei nuovi ubicati nelle zone rurali. 29 i
partiti in lizza nelle 9 provincie: 26 in Western Cape, 22 nel Gauteng,
20 in Limpopo, 18 in Eastern Cape e in KwaZulu-Natal, 17 nel Free State,
16 in Mpumalanga, Northern Cape e North West.
Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato domenica scorsa dal sudafricano Sunday Times, il partito attualmente al governo, l’Anc, è dato come favorito
con il 63.9% dei voti, di poco in calo rispetto al 65.9% di 5 anni fa. A
registrare una diminuzione consistente, dal 65 al 58%, è invece
l’indice di gradimento di Jacob Zuma, l’attuale Presidente del Sud
Africa.
A pesare sullo scenario politico generale, sono soprattutto fattori come lo scandalo del Nkandlagate, il
massacro di Marikana del 2012, le proteste esplose nelle township e
nelle zone rurali contro l’inefficienza della classe dirigente
nell’assicurare servizi di base, scioperi e agitazioni sindacali, la
formazione di nuovi partiti politici. Tra questi i due più significativi sono l’Economic Freedom Fighters (Eff) di Julius Malema, ex leader dell’Anc Youth League, e l’Agang di Mamphela Ramphele, la compagna del fondatore del Black Consciousness Movement Steve Biko, massacrato in cella dalla polizia del regime nel 1977.
Formazioni politiche che hanno strappato voti e spostato elettorato,
seppure in minima parte, dall’Anc. Contro Zuma in particolare pesa una
relazione del Pubblico Ministero Thuli Madonsela che lo accusa di aver
«beneficiato indebitamente» di «eccessive» ristrutturazioni alla
lussuosa residenza privata di Nkandla, suo paese natale, nel
KwaZulu-Natal. Accuse di appropriazione indebita di denaro
pubblico (circa 23 milioni di dollari) per cui il maggior partito
d’opposizione, il Democratic Alliance (Da) ha presentato in parlamento
nei mesi scorsi una mozione di impeachment contro il presidente.
A mettere alla gogna Zuma sono stati alti funzionari del suo stesso
partito, l’Anc, e larghe fasce di giovani esasperati che da mesi – nelle
township come nelle periferie – lamentano la mancanza di servizi
pubblici adeguati e posti di lavoro. La questione occupazionale
continua a essere preponderante rispetto ad altre in Sud Africa, dove il
tasso di disoccupazione è salito al 25,2 per cento della forza lavoro, vale a dire a 5,07 milioni di cittadini, nel primo trimestre del 2014 dal 24,1 per cento nei tre mesi precedenti.
Ciò nonostante, è talmente radicata e influente l’eredità identitaria
dell’Anc quale movimento di liberazione che il malcontento generale
contro il partito, più che dirottare voti verso il Democratic Alliance
(Da), visto come la roccaforte dei bianchi, o l’Eff di Malema,
neoformazione di estrema sinistra, sta indirizzando molti elettori verso
l’astensionismo.
Se l’Anc riuscirà a mantenere la maggioranza di quasi due
terzi in questa tornata elettorale, in gran parte sarà dovuto
all’elettorato della provincia del KwaZulu-Natal di etnia zulu,
gruppo etnico che con il 28 per cento su una popolazione di circa 53
milioni di abitanti rappresenta quello più esteso del Sud Africa.
Secondo un gruppo di esperti del MunicipalIq, solo il 6% delle
proteste legate alla fornitura di servizi negli ultimi 10 anni si sono
verificati in KwaZulu –Natal nonostante sia la seconda provincia a più
alta densità di popolazione del Sudafrica. Tra il 2001 e il 2011, il
numero di case di mattoni è qui più che raddoppiato arrivando a 480.000,
mentre nell’Eastern Cape è salito solo di un terzo.
«Se si guardano gli impegni di sviluppo nelle province, è
evidente ad occhio nudo che il KwaZulu –Natal è stata notevolmente
favorita», sostiene da Città del Capo l’analista Nic Borain.
Però, le agitazioni sociali contro l’Anc e contro Zuma – accusati di
accumulare ricchezza a spese dei cittadini – sono aumentate negli ultimi
dieci anni nel resto delle altre provincie, con 470 gravi incidenti
registrati nel 2012 rispetto ai soli 13 nel 2004, stando ai dati di uno
studio dell’Università di Johannesburg (UJ).
Malcontento sociale a cui si aggiunge quello dei lavoratori del
settore minerario sfociato nel 2012 nel più violento incidente del
post-apartheid, con l’uccisione a Marikana dei minatori in sciopero
della Lonmin per mano delle forze di polizia. A segnare questa
tornata elettorale sarà proprio lo sciopero, all’ottava settimana, dei
minatori dell’Association of Mineworkers and Construction Union contro i
primi tre produttori mondiali di platino – Amplats, Lonmin e Impala Platinum a cui chiedono aumenti salariali di base.
di Rita Plantera – Il Manifesto
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