Tribù sunnite irachene armate e addestrate per combattere l’Isis a
terra. Tornano a chiederlo a gran voce gli Emirati arabi, che lo scorso
dicembre si sono ritirati dalla coalizione internazionale contro lo
Stato islamico per ” la mancanza di sicurezza garantita ai piloti che
sorvolano i territori conquistati dal Califfato” e tentano di colpire le
loro postazioni.
A rivelarlo è stato ieri il quotidiano emiratino al-Ittihad, che
ha spiegato il ritiro dalla coalizione di Dubai in funzione del
pericolo che potevano correre i suoi militari bombardando l’Iraq e la
Siria. Gli Emirati si sono chiamati fuori dalle missioni aeree
contro il Califfato proprio pochi giorni dopo l’abbattimento del jet
giordano e il sequestro del suo pilota Moaz al-Kasasbeh, bruciato vivo
poco tempo dopo, la cui esecuzione è stata diffusa in un video martedì scorso.
Ma non è tutto: secondo il quotidiano emiratino la ragione
principale del disimpegno di Dubai starebbe nel mancato supporto della
coalizione internazionale alle tribù sunnite di Anbar, provincia
irachena circondata e parzialmente occupata dall’Isis, alle quali erano
state promesse armi, aiuto finanziario e addestramento in fase di
formazione della coalizione. “Né gli attacchi aerei, né una
guerra mediatica sono sufficienti per la sconfitta del Califfato” scrive
il quotidiano citando fonti della sicurezza emiratine, che descrive
come “insoddisfatte perché la coalizione ha dimenticato la gente di
Anbar”.
Lo scorso novembre era trapelata la notizia che la Casa
Bianca stesse valutando l’ipotesi di armare le tribù sunnite della
regione di Anbar, cuore del conflitto tra Isis e Baghdad e che stesse
considerando di inviare missili, granate e lanciarazzi per un valore di
24 milioni di dollari. Una strategia ufficialmente accantonata
per timore di un risultato già tristemente noto in Libia: milizie senza
controllo, armate fino ai denti, che combattono la loro guerra settaria e
mettono in ginocchio un intero paese. E il rischio di una carneficina
confessionale in Iraq, dove lo scontro tra sciiti – la maggioranza della
popolazione irachena, repressa e assassinata per anni e ora a capo
delle istituzioni – e sunniti ha già provocato migliaia di morti solo
nel post Saddam, secondo gli analisti è decisamente più alto.
Proprio oggi due bombe esplose nella capitale irachena hanno
causato almeno ventisette morti e oltre cinquanta feriti. Alcune agenzie
parlano invece di oltre trentasette morti in tre attentati.
Gli attacchi, i più sanguinosi degli ultimi mesi nella capitale, sono
stati perpetrati nella parte orientale a maggioranza sciita e nel centro
della città: l’esplosione di una bomba in un ristorante ha provocato
almeno 22 vittime, mentre un ordigno esploso in un centro commerciale
avrebbe ucciso altre 5 persone. Gli attacchi, che non sono ancora stati
rivendicati, sono stati compiuti nel giorno in cui il governo aveva
deciso di togliere il coprifuoco notturno, attivo ormai da oltre sette
anni.
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