Come si va ormai dicendo da tutti (modestamente: lo avevamo detto dal primo momento),
per votare occorrerà attendere la decisione della Consulta che, per
ora, ha fissato l’udienza al 24 gennaio. Si badi: l’udienza, non la
sentenza che potrebbe tardare di un po’ di giorni (ma non tantissimi),
dopo, però, occorrerà attendere la pubblicazione delle motivazioni e,
grosso modo, si tratterà di un mesetto. Ripeto, quindi, che la
cosa più probabile è che si vada a votare fra aprile e Giugno, ma con la
possibilità di slittare a settembre. Partiamo, quindi, da cosa farà la Corte Costituzionale.
Prima soluzione:
dire che l’Italicum è perfettamente costituzionale, lasciarlo come è e
passare la patata bollente al Parlamento. Sarebbe un divertentissimo
scherzo da prete, perché costringerebbe le forze politiche ad inventarsi
qualcosa per scansare un sistema che farebbe vincere i 5 stelle, però
non mi pare probabile che accada ed invece è assai più verosimile che
intervenga modificando la legge in modo da renderla costituzionalmente
“digeribile”. E qui occorre fare una precisazione, dato che
anche in tv si sente dire “Ma la Corte Costituzionale può produrre una
nuova legge elettorale?”. Non può: deve farlo.
Per il principio della continuità delle
istituzioni, la legge elettorale è parte integrante del dispositivo di
attuazione del Parlamento, per cui la legge elettorale deve essere
sempre operativa ed immediatamente applicabile (Corte Cost. 29/1987).
Dunque, alla Corte spetta lasciare una legge elettorale
costituzionalmente corretta ed immediatamente applicabile, quel che si
ottiene “manipolando” il testo sottoposto a giudizio, abrogando le parti
ritenute incostituzionali ed, eventualmente, emendando singoli e
limitati passaggi per rendere il testo coerente.
E questo significa che la legge deve venir fuori dal testo esistente dell’Italicum, il che pone essenzialmente 4 questioni: il doppio turno, il premio di maggioranza, le clausole di sbarramento ed il voto di preferenza.
a) Doppio turno: la
Corte, che nella sentenza precedente aveva ritenuto eccessivo un premio
che aveva trasformato un 29% di voti popolari in un 54% di seggi, può
ritenere che il doppio turno sani questa irregolarità, dando maggiore
rappresentatività al Parlamento o, al contrario, potrebbe ritenere che
questo aggravi il difetto di rappresentatività, perché, magari, la
vittoria andrebbe al secondo competitore che al primo turno avesse
ottenuto anche meno del 20%. La seconda soluzione ci sembra più
probabile, sia per ragioni di ordine giuridico (ricordiamoci che non
stiamo parlando di un premio in cifra fissa – ad esempio 50 seggi – ma di
un premio variabile che consente al vincitore di ottenere oltre la metà
dei seggi, qualsiasi sia stato il suo risultato al primo turno e teniamo
presente che la legge non prevede una soglia minima per entrambi gli
ammessi al secondo turno). Ma ci sono anche considerazioni di ordine
politico come il rischio di vittoria del M5s, sicuramente inviso ad
alcuni membri della Corte. Dunque, qui è probabile una bocciatura del
testo.
b) Il premio di maggioranza potrebbe essere abolito,
ma più probabilmente, potrebbe sopravvivere attraverso la clausola del
premio al primo turno (diventato unico in caso di bocciatura del
secondo) se una delle liste ottiene il 40%. Da un punto di vista
giuridico si pone il problema del se un premio del 14% sia più o meno
eccessivo, ma teniamo presente che la Corte non può dare indicazioni
generiche (del tipo “aumentare la soglia” o “diminuire il premio”)
perché la legge non sarebbe immediatamente applicabile e non può fissare
criteri matematici precisi, perché questo andrebbe al di là di un
intervento puramente manipolativo; stessa ragione per cui la Corte non
può “resuscitare” le coalizioni che nel testo esistente non sono
menzionate neppure come possibilità. Questo punto ha valenza giuridica e
può averne di tipo pratico in prossime elezioni, se restasse in vigore
il sistema delineato dalla Corte, ma, allo stato attuale, ha scarsa
efficacia politica, dato che appare assai poco probabile che una singola
lista possa raggiungere il 40% e, dunque, si andrebbe ad un sistema
proporzionale, magari accompagnato da una eventuale raccomandazione al
Parlamento di abbassare il premio o alzare la soglia in caso di una
nuova legge elettorale.
c) Clausole di sbarramento:
la sentenza precedente le ritenne legittime e non intervenne, ma è
anche vero che, nella legge precedente, le clausole erano del 2% per i
partiti inclusi in coalizioni con più del 10% e del 4% per quanti
correvano da soli. Ora, scomparse le coalizioni, la soglia è del 3%.
Inoltre, il primo Consultellum abrogava il premio di maggioranza, mentre
qui potrebbe sopravvivere con la soglia del 40%. Ne consegue che, se le
liste sotto quota dovessero totalizzare un totale consistente di voti
al premio di maggioranza si aggiungerebbe una parte dei seggi non
ottenuti dagli esclusi, con il risultato finale di ingrossare il premio
di maggioranza sino a svuotare di senso il principio di rappresentanza
che, la sentenza precedente stabiliva dovesse prevalere su quello di
governabilità (qui comunque garantita qualora scatti il premio di
maggioranza). Facciamo un esempio: consideriamo che le liste escluse
totalizzino un 19% di voti e che, pertanto un 10% di seggi vada al
vincitore, questi si troverebbe ben il 64% dei seggi – vale a dire quasi
quello che basta a riformare la Costituzione senza referendum – avendo
ottenuto una minoranza di voti popolari. E’ un calcolo che la Corte
potrebbe fare. D’altra parte, non si conoscono sistemi maggioritari con
l’aggiunta di clausole di sbarramento, il che è una particolarità tutta
italiana. Dunque le clausole potrebbero meglio sopravvivere se la Corte
decidesse di abrogare il premio, magari ritenendolo eccessivo o, vice
versa, si potrebbe mantenere il premio ma abrogando le clausole di
sbarramento.
d) Capilista bloccati:
la legge sembra recepire la raccomandazione della precedente sentenza
che ripristinando le preferenze, diceva, in verità assai genericamente,
che liste più corte avrebbero permesso all’elettore di conoscere meglio
gli eligendi e questo avrebbe sanato (in tutto i in parte) il difetto di
rappresentatività delle liste bloccate. Qui si sono parzialmente
ripristinate le preferenze, ma “bloccando” i capilista. Considerando che
i collegi sono diventati un centinaio, questo significa che, in caso di
mantenimento del premio di maggioranza, le preferenze avranno un peso
solo per la lista vincente che avrebbe mediamente 2-3 seggi per
collegio, mentre tutte le altre liste avranno solo eccezionalmente un
secondo eletto in qualche collegio. Risultato: il 60% circa degli eletti
sarebbero candidati “bloccati” cioè nominati. Nel caso in cui il premio
fosse abolito, l’equilibrio sarebbe in parte ristabilito, perché anche
nei maggiori fra i partiti sconfitti, potrebbe esserci una quota di
eletti con preferenza. Questo è il punto più oscuro e meno facile da
dipanare.
Dunque, fatte queste premesse
sulla decisione della Corte, vediamo quale sia la posizione di partenza
dei partiti, partendo da una constatazione: il Pd (sempre che
resti compatto, cosa della quale non ci sentiremmo di garantire) ha
quasi la maggioranza assoluta alla Camera, ma non al Senato dove deve
per forza cercare consensi, tendendo conto che l’attuale maggioranza che
include l’insalata del centro, non si sa se esista più.
Facciamo una considerazione preliminare: c’è una conventio ad exclidendum nel confronti del M5s
di quasi tutti i partiti (lasciamo da parte Lega e Sinistra Italiana,
di cui parleremo in un pezzo apposito), per cui una nuova legge
elettorale deve avere soprattutto la qualità di ostacolare la vittoria
del Movimento anche nella probabile ipotesi che ottenga la maggioranza
relativa. Ed i punti deboli del M5s sono:
– il rifiuto di allearsi con chiunque e dunque l’assenza di coalizioni
– lo scarso peso dei singoli candidati che lo rende meno competitivo nei collegi uninominali.
Poi ci sono gli interessi di parte di
ogni singolo attore. I “piccoli!” centristi, potrebbero risultare
determinanti dato che il Pd non ha da solo i voti necessari. Ovviamente,
i vari Udc, Ala, Ncd, rimasugli di Sn eccetera, non hanno alcun
interesse a mantenere le clausole di sbarramento (come peraltro Fdi e
Si) anche nel caso vogliano confluire nelle liste del Pd o Forza Italia,
perché questo ne diminuirebbe di molto il potere contrattuale. Vice
versa, hanno interesse a ripristinare le coalizioni che ne
preserverebbero la visibilità, aumentandone il potere contrattuale.
Quanto ad eventuali premi di maggioranza, i piccoli sarebbero
interessati ad esso in caso di coalizione, ma contrari in caso esse non
ci fossero. Infine, i “piccoli” potrebbero avere interesse a valorizzare
le preferenze, nella speranza che queste gli portino tre voti in più.
Vediamo, per ora i “pezzi
grossi” come si posizionano: di fatto i quattro poli della politica
italiana (Lega-FdI, Forza Italia e frattaglie circonvicine, Pd con
cespugli e arbusti, M5s) hanno interessi divergenti.
– Per il M5s la soluzione perfetta sarebbe la conferma dell’Italicum
ma questo confligge con la sua posizione di principio per il
proporzionale; potrebbe essere tentato dall’incauta scelta di sedere al
tavolo delle trattative per ottenere qualcosa e concedere (magari a
“malincuore” qualcosa sul piano del premio di maggioranza, nella
speranza di essere quello che lo prende); ma si tratterebbe di una
scelta di rara stupidità: in primo luogo perché occorrerebbe andare ad
una consultazione on line (anche se non se ne fanno da prima della morte
di Roberto) e far digerire la cosa ai militanti non è cosa semplice, in
secondo luogo, quello che tiene insieme Pd e Forza Italia è la volontà
di fare tutto il necessario per sbarrare la strada al M5s. Per cui,
ammesso che il movimento sia ammesso al tavolo, troverebbe giochi fatti o
dovrebbe subire condizioni umilianti. Ed io non faccio così sciocchi i
miei amici del M5s.
– Lega e FdI possono essere interessati ad un mix fra proporzionale e collegi uninominali
(la Lega ha un elettorato molto concentrato e in diversi collegi alpini
potrebbe spuntarla), in omaggio all’alleanza con Fdi e nella speranza
di spaccare Forza Italia, la Lega potrebbe accettare le coalizioni,
quanto al premio di maggioranza, per il quale la Lega sa di non poter
concorrere in nessun caso, potrebbe però accettarlo con un calcolo in
due mosse di cui diremo prossimamente.
– Forza Italia sa di essere un partito di serie B
che parte da circa il 10%, non ha alcuna voglia reale di coalizzarsi
alla Lega, ha bisogno di togliersi dai piedi i piccoli di centro,
recuperandone l’elettorato, sa di non potersi coalizzare con il Pd, ma,
con il Pd, è il più interessato di tutti a scongiurare la vittoria dei
5s. Dunque, ha interesse al proporzionale con una forte clausola di
sbarramento (al 6-7%). Berlusconi lo ha già detto; potrebbe fare qualche
concessione sui collegi uninominali ma solo con doppio turno e con
assicurazioni di accordi con il Pd (desistenze, apparentamenti ecc.).
Non ha nessun interesse a premi di maggioranza e coalizioni.
– Il Pd, ma esiste
ancora un Pd come soggetto politico unico e solidale? Oggi vedremo la
Direzione e chi sopravvive alla sparatoria da saloon. Ci sono due campi
principali: i renziani e gli antirenziani (che ormai includono anche ex
renziani). Renzi, spinto dai suoi ha questi interessi: restare
segretario, fare le politiche prima del congresso in modo da essere
quello che fa le liste, pertanto, è interessato ad un maggioritario che
valorizzi al massimo la sua posizione di (supposto) partito di
maggioranza relativa, ma magari a ripristinare le coalizioni concedendo
agli alleati il minimo necessario a sbarrare la strada al M5s. O collegi
uninominali potrebbero stargli bene, ma siccome richiederebbero una
radicale revisione dei collegi, questo comporterebbe almeno due mesi di
tempo che per lui potrebbero esser troppi. Il proporzionale non gli va,
ma potrebbe subirlo pur di evitare la vittoria del M5s. Meno che mai gli
vanno le preferenze.
– Gli anti renziani hanno l’interesse opposto di prender tempo,
sia perché temono (giustamente) un disastro del Pd che potrebbe
scendere sotto il 30% e tornare verso il 25% dei tempi di Bersani ed
essere battuti dal M5s, sia perché vogliono arrostirsi ben bene Renzi in
un congresso prima delle politiche. Dal punto di vista elettorale non
sanno a che santo votarsi e sono il massimo della confusione: Bersani
vorrebbe le preferenze come De Luca, mentre Orfini e Orlando no, e
Franceschini forse ma non si sa; Bersani vuole i collegi uninominali, i
soliti giovani turchi no; forse tutti vorrebbero le coalizioni, ma poi
non saprebbero con chi allearsi dato che i bersaniani non vogliono
saperne di Verdini o Alfano e Franceschini e De Luca non fanno salti di
gioia per gli ex Sel, comunque poi temono che il premio di maggioranza
se lo becchi Grillo. Insomma: Gran Varietà, ricchi premi e cotillons. Ai
tempi di Renzi trionfante tutti votavano disciplinatamente, compresa la
sinistra che mugugnava ma poi si arrendeva. Ma ora? Renzi è un padre
padrone azzoppato e la sinistra (oddio: “sinistra”) ha rialzato la
cresta.
Dunque, un partito che non offre alcuna
garanzia di compattezza come, peraltro non ne danno neanche i centristi,
che sono già in crisi di disgregazione fra quelli che vorrebbero
rientrare in Fi, quelli che vanno verso il Pd, quelli che vorrebbero una
qualche federazione di centro e quelli che si candiderebbero pure con i
marziani per rientrare in Parlamento. Dunque, una maggioranza simile a
quella che regge l’attuale governo non c’è più. Unica possibilità un
accordo con Forza Italia, ma su cosa? E, soprattutto, chi lo fa?
Dunque delle due l’una: o un
accordo Pd-Fi (che mi pare una ipotesi campata in aria) o il metodo
lasciato dalla Corte dopo la sua pronuncia, qualsiasi esso sia.
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