di Chiara Cruciati
Sentore di quanto si stava
prospettando l’hanno dato le destinazioni dei miliziani islamisti
evacuati da Ghouta est nei giorni scorsi: con la ripresa da parte del
governo del sobborgo di Damasco controllato dalle opposizioni islamiste
dal 2013, migliaia di miliziani hanno accettato di uscire ed essere
portati a Idlib, la provincia nord-occidentale da anni ormai enclave dei
qaedisti di al-Nusra. Ma non tutti sono stati trasferiti lì. Una parte, quella del gruppo Jaysh al-Islam, la milizia più potente nella Ghouta orientale, sono diretti ad al-Bab e Jarabulus.
Non destinazioni qualunque: nel profondo nord siriano, le due località si trovano all’interno del triangolo Afrin-Manbij-Kobane, nel mezzo del territorio che la Turchia punta a ripulire delle unità di difesa popolari curde Ypg e Ypj.
Il summit di ieri ad Ankara tra Russia, Turchia e Iran pare
suggellare le strategie dei tre attori nel paese. Con i paesi del Golfo,
Arabia Saudita in testa, che hanno avuto come obiettivo della guerra la
frammentazione della Siria e la caduta del presidente siriano Assad, Mosca
e Teheran hanno sempre difeso l’unità del paese, un’unità necessaria a
una Damasco forte e stabile e dunque parte di quell’asse politico ed
economico. Il presidente turco Erdogan si è accodato da poco, con
politiche contradditorie: la Turchia è stata in prima linea
nell’opera di distruzione della Siria, finanziando i gruppi di
opposizione e facendoli transitare per il proprio territorio.
Ora, complici screzi con l’amministrazione statunitense e il riavvicinamento di comodo alla Russia, mostra un’altra faccia. Pur
non rigettando la richiesta iniziale – Assad se ne deve andare – è
concentrata oggi sulla creazione di un corridoio a nord, senza curdi,
dove spostare i rifugiati siriani e i miliziani islamisti a lei fedeli. L’attacco contro Afrin – possibile anche grazie al via libera silenzioso di Mosca – non è che il primo passo.
Ieri ad Ankara i tre presidenti, Putin, Erdogan e Rouhani, hanno
ribadito l’impegno a farsi “garanti del raggiungimento di un cessate il
fuoco duraturo”, a rigettare “ogni tentativo di creare nuove realtà sul
territorio con il pretesto di combattere il terrorismo e contro ogni
sostegno a un’agenda separatista che violi la sovranità e l’integrità
territoriale della Siria”. Dichiarazioni che paiono dirette proprio al
progetto di confederalismo democratico di Rojava, sebbene la Federazione
del Nord della Siria abbia da sempre dichiarato di voler restare parte
della nazione siriana come soggetto autonomo.
Mosca e Teheran potrebbero, dunque, avallare le ambizioni
turche a nord pur di soffocare quelle di frammentazione del paese.
L’Iran, in particolare, non ha alcuna intenzione di lasciare mano libera
ad Ankara nell’intero paese, una sua influenza su Damasco danneggerebbe
il ruolo iraniano. La soluzione, al momento, appare quella di
garantire a Erdogan spazio d’azione a nord, dove non solo è presente con
le truppe ma dove avanza per basi militari, come le otto basi di
osservazione che sta creando nel bubbone jihadista di Idlib. Con buona
pace di Teheran che non intende perdere il corridoio che dalla capitale
iraniana corre a Damasco verso Baghdad e il Libano.
L’Iran non ha nascosto nelle scorse settimane il fastidio per la campagna militare contro Afrin:
fonti interne parlano di pressioni di Rouhani perché il cantone
curdo-siriano venisse riconsegnato a Damasco, togliendolo al controllo
di chi c’è oggi, esercito turco ma soprattutto le milizie dell’Esercito
Libero Siriano, responsabili dello sfollamento di 300mila
persone e dell’occupazione fisica delle case e dei villaggi del cantone,
già utilizzati per spostarci dentro rifugiati siriani e miliziani
islamisti.
Dare qualcosa per ottenerne un’altra è la strategia russa: con gli
Stati Uniti fuori gioco (e che di nuovo ieri in una nota parlavano di
missione quasi finita contro lo Stato Islamico), Mosca punta ad arrivare
ad un tavolo del negoziato con opposizioni deboli, come oggi di fatto
sono quelle islamiste con poche eccezioni, che accettino una
pacificazione interna con Assad al governo, almeno nel primo periodo.
Fonte
Dispiace ribadirlo, ma il trasformismo della classe dirigente curda appare ogni giorno di più come un disastro irrecuperabile, per il popolo curdo prima di tutto.
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