L’annuncio è arrivato ieri per bocca della missione Onu in Yemen: i
ribelli Houthi hanno accettato di ritirarsi unilateralmente da tre porti
yemeniti al fine di sostenere il processo di pacificazione interno. Il
movimento Ansar Allah, espressione politica della minoranza, lascerà le
città portuali e gli scali di Hodeidah, Saleef e Ras Isa, sul Mar
Rosso, entro quattro giorni a partire da oggi.
“Il primo passo pratico sul terreno”, lo definisce il generale
Michael Lollesgaard, presidente del Comitato di coordinamento dell’Onu,
responsabile in questi mesi del negoziato tra Houthi e governo yemenita
del presidente Hadi. Saranno le Nazioni Unite a supervisionare il ritiro e a trasferire la gestione dei porti alla Red Sea Ports Corporations.
Lo conferma uno dei leader Houthi, Mohammed Ali al Houthi, che parla di
“ritiro unilaterale” dai tre parti occidentali a causa del rifiuto
della coalizione a guida saudita di applicare l’accordo siglato lo
scorso dicembre in Svezia.
I tre porti sono fondamentali al paese: è da Hodeidah che transitano il 70% degli aiuti umanitari che riescono a raggiungere lo Yemen,
quelli autorizzati dall’Arabia Saudita responsabile del blocco aereo e
navale che dal 2015 ha provocato una crisi umanitaria senza precedenti. Lo scalo di Saleef è invece il principale ingresso per il grano e Ras Isa per il carburante e il greggio.
A monte sta l’accordo siglato dalle due parti sei mesi fa e
mai realmente applicato: l’intesa prevedeva il ritiro da Hodeidah sia
delle forze Houthi che di quelle governative e filo-governative che
assediano la città da mesi. Al momento, però, dal presidente
Hadi – e dal suo sponsor, l’Arabia Saudita – non giungono reazioni di
sorta all’annuncio dell’Onu.
O meglio una reazione c’è stata ma non di plauso: il ministro
dell’Informazione yemenita al-Eyrani ha definito “inaccettabile” il
ritiro perché non prevedrebbe un monitoraggio congiunto. O forse, più
probabilmente, perché mette pressione su Hadi e su Riyadh, politicamente
indeboliti dalla mossa dei ribelli.
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