Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/02/2026

Gravity (2013) di Alfonso Cuarón - Minirece

Trump può continuare a irritarsi ma il destino degli Usa pare in larga misura segnato

di Alessandro Volpi

Donald Trump è davvero un fenomeno nel raccontare la sua visione come fosse la realtà. Lo ha dimostrato con chiarezza anche la notte tra il 24 e il 25 febbraio nel Discorso sullo stato dell’Unione, pieno di mirabolanti risultati e promesse. In realtà il capo dei Maga ha dimenticato e stravolto tante cose. Mi limito a citarne tre.

La prima è costituita dal colossale debito federale di quasi 40mila miliardi di dollari e dall’estrema difficoltà di coprirlo, tanto da generare una costante fuga di capitali dal dollaro. Si tratta di un tema noto per cui non mi ci soffermo. Naturalmente al debito si lega un deficit che è ormai oltre il 6% ed è pari a oltre 1.700 miliardi di dollari. Ma la seconda cosa dimenticata da Trump è l’assoluta ingiustizia del sistema fiscale americano: dal 2017 le grandi corporation Usa pagano il 21% di aliquota, un beneficio che ora Trump ha reso strutturale, mentre l’aliquota massima per i redditi dei super ricchi è stata fissata al 37%, con un aumento significativo della possibilità di detrarre le tasse federali fino a 40mila dollari. Le tasse di successione, poi, hanno una franchigia fino a 15 milioni di dollari.

La terza considerazione riguarda la spesa sociale: i tagli alla sanità pubblica ammontano a 800 miliardi, con l’introduzione peraltro del “Great healthcare plan” che mira a ridurre la spesa federale di circa mille miliardi di dollari in un decennio, spostando i costi direttamente sui consumatori tramite conti di risparmio sanitario (Health savings accounts). In compenso il piano per il contrasto dell’immigrazione è stato portato a 100 miliardi di dollari.

Che cosa costituisca “The Nation” per Donald è molto chiaro ma la narrazione è ben diversa e si rivolge al “popolo”. Il buon Trump, peraltro, non ha dimenticato di ricordare nell’aulico discorso sull’età dell’oro che sua moglie Melania ha ricevuto 40 milioni da Jeff Bezos per il suo “documentario”.

Oltre a questi tre fattori, ne esiste un quarto ancora più critico per gli Stati Uniti. Il presidente Trump continua a puntare sui dazi, pensando addirittura di sostituirli al carico fiscale interno ma i numeri fanno capire che così non può fermare certo la crisi strutturale degli Stati Uniti. Nel 2025, infatti, le entrate federali derivanti dai dazi hanno raggiunto la cifra record di 287 miliardi di dollari. Erano state pari a 80 miliardi nel 2024. Ma chi ha pagato questi dazi? Per circa 145 miliardi le società americane che producono all’estero e importano in Usa e per altri 60 miliardi le piccole e medie imprese americane che hanno una filiera di produzione in parte all’estero. Quindi di 287 miliardi di entrate, ben 205 miliardi sono state pagate da aziende americane, che ne hanno riversato i costi sui consumatori americani con un aumento dei prezzi di circa 110 miliardi. Dunque i dazi sono stati una doppia tassazione che ha danneggiato, in primis, l’economia statunitense nel suo insieme, contribuendo ad avvitare la crisi su se stessa.

Inoltre, è utile notare che sul complesso delle entrate federali i dazi pesano per poco meno del 5% e non sono in alcun modo in grado di contenere l’esplosione del deficit federale degli Stati Uniti che è pari, come detto, a 1.700 miliardi e su cui gravano 1.200 miliardi di dollari di interessi da pagare sul debito. Trump può continuare a irritarsi ma il destino degli Usa pare, in larga misura, segnato.

Magari sarebbe il caso che lo capissero i fondi pensione italiani che continuano a impegnare in dollari i risparmi degli italiani: ma ciò diventa molto difficile in un Paese così sensibile alle parole di Trump. L’Italia è stato uno dei Paesi che, con maggiore solerzia, ha risposto alle “esortazioni” trumpiane in merito al trasferimento di aziende in Usa. Sono ormai oltre 3.500 le aziende italiane negli Stati Uniti, con una forte crescita dopo l’avvento del presidente Maga, con un’occupazione americana di oltre 300mila dipendenti. In tale ambito è interessante notare che ci sono imprese con un numero di dipendenti americani assai più alto di quelli italiani.

Stellantis ha infatti 8mila dipendenti negli Stati Uniti contro i 40mila in Italia, di cui quasi la metà interessati da ammortizzatori sociali. EssilorLuxottica, di cui i Del Vecchio sono principali azionisti attraverso la holding lussemburghese Delfin, ha 80mila dipendenti Usa contro i 15mila italiani. Ferrero, anch’essa con sede lussemburghese, ha 12mila dipendenti negli Stati Uniti e ottomila in Italia. Insomma, il ministro del Made in Italy si sta ben adoperando per svuotare la produzione italiana a vantaggio del presidente Maga.

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Altri mondi. Per sfuggire all’eterno presente

di Gioacchino Toni

Carlo Altini, Altri mondi. Utopie e distopie da Spinoza a Christopher Nolan, Carocci, Roma, 2025, pp. 252, € 26,00

«Abbandonata la storia e ignorato il futuro, non rimane che l’essere presente» e nonostante l’insistenza con cui da qualche tempo a questa parte viene fatto riferimento alla diversità, scrive Carlo Altini nel suo recente volume Altri mondi (2025), questa sembra spesso ripiegare nell’individualizzazione, in una diversità «priva di uno sguardo su una vera alternativa, su una reale alterità, su una possibilità di cambiamento. La vita individuale e sociale si svolge, infatti, nel presente di un click che – solo per un attimo – sembra soddisfare le pulsioni edonistiche e narcisistiche coltivate nei social media, in una bulimica ricerca di emozioni senza fine e senza direzione». Ripiegato sul privato, l’individuo tende a guardare gli altri e lo spazio sociale, sempre più digitalizzato, come specchi del proprio sé e così, «insieme al passato e al futuro scompaiono anche la dimensione collettiva di senso […] e ogni ipotesi di cambiamento» (p. 11). Di tutto ciò, avverte l’autore, non sono immuni nemmeno diverse di quelle opzioni che vorrebbero collocarsi al di fuori dall’immaginario occidentale in quanto si rivelano prive di una progettualità che contempli una reale alternativa al sistema capitalistico. Le stesse lusinghe di onnipotenza offerte dal digitale tendono a ridursi a mero intrattenimento funzionale al controllo e alla riproduzione del sistema. È in un tale scenario sottomesso al presente che si palesa la crisi dell’utopia e con essa la proliferazione di distopie focalizzate sulla sopravvivenza individuale nell’immediato, incuranti del contesto sociale e delle prospettive future.

Per quanto l’utopia abbia spesso fantasticato su trasformazioni sociali prive di concretezza storica che, in taluni casi, hanno finito per dare luogo ai peggiori scenari distopici, secondo Altini occorre riconoscerle il merito di aver contribuito a opporre alla cristallizzazione del presente un immaginario di cambiamento radicale. Ciò che interessa all’autore di Altri mondi è discutere «l’importanza teoretica dello sguardo utopico in sé, in quanto espressione di una dimensione antropologica irrinunciabile, visibile nel fatto che gli umani non possono vivere senza una dimensione immaginativa che rinvia al di là del presente» (p. 17). Lo scopo principale che si prefigge Altini è, dunque, quello di «inserire l’utopia e la distopia all’interno della traiettoria della modernità, così da far vedere la profondità e l’ampiezza della loro presenza anche nei casi in cui sembrano essere assenti» (p. 20).

Il dialogo degli sguardi utopici e distopici con alcune delle parole chiave della modernità può essere affrontato sia da un punto di vista storico-filosofico che filosofico-politico. «Il primo conduce a svincolare il discorso storiografico sull’utopia dai tradizionali riferimenti a una letteratura di “genere” e a uno specifico corpus di racconti sui mondi impossibili da realizzare, al fine di farlo dialogare con le altre storiografie sui concetti chiave della modernità filosofica, politica e scientifica». L’approccio filosofico-politico, invece, conduce «a una riflessione critica sui principali contenuti dell’utopia e della distopia ancora oggi utili – o pericolosi – per pensare i limiti del presente, al riparo da ogni rischio di naturalizzazione dell’ordine socioeconomico e politico, propagandato dall’attuale società dei consumi come il migliore dei mondi possibili» (p. 21).

Sganciare l’utopia dalla dittatura del presente, sostiene Altini, è condizione necessaria affinché si possa riattivare una conflittualità sociale e politica indirizzando «lo sguardo utopico nella chiave di una vera ulteriorità, cioè come altrove e come possibilità» (p. 24). Passando in rassegna opere filosofiche, letterarie e cinematografiche, lo studioso sostiene un’idea di utopia che, anziché limitarsi a un’aspirazione morale, sappia delineare un progetto non totalitario di trasformazione politica e un futuro alternativo di speranza capace di sfuggire alla dittatura dell’eterno presente del digitale e dell’ideologia del consumo.

Altini passa dunque in rassegna una serie di parole chiave della modernità con cui dialogano l’utopia e la distopia e lo fa a partire dal lemma emancipazione che associa al Trattato teologico-politico (1670) di Spinoza per il suo coniugare la critica dei poteri autoritari con la proiezione verso una nuova interpretazione del mondo e della storia guardando al ruolo attivo che dovrebbero avere l’individuo e la collettività. La questione dell’emancipazione immessa da Spinoza nel pensiero moderno riprende vigore nella seconda parte del Novecento, come attestano diverse opere cinematografiche incentrate sulla questione coloniale o sulle ingiustizie sociali a cui lo studioso fa puntualmente riferimento nella sua trattazione.

Il passaggio dalla dimensione spaziale a quella temporale dell’utopia è invece al centro del capitolo dedicato al futuro. La capacità di immaginare l’altrove assume caratteristiche definite con l’aprirsi della modernità, quando alla scoperta di una località altra rispetto al conosciuto si sostituisce l’idea di una città immaginaria e perfetta da realizzare. Con il XVII scolo prendono piede anche utopie politiche che, legando i desideri di libertà e giustizia ad attese escatologiche e millenaristiche, finiscono con l’esercitare un ruolo importante nelle sollevazioni popolari che attraversano l’Europa. La dimensione utopica si fa così motore attivo del mutamento emancipandosi dal carattere meramente consolatorio.

È nel corso del Settecento illuminista, con l’affermarsi delle ideologie del progresso, che l’utopia cessa di delinearsi nello spazio per proiettarsi nel tempo, nel futuro, all’interno della dinamica storica, facendosi progetto da realizzare attraverso una concreta azione umana. «L’utopia diventa espressione di una prassi politica con ambizioni generali da realizzarsi nella storia e alla quale possono partecipare tutti coloro che guardano al futuro in vista di un’effettiva riorganizzazione della società» (p. 58). Abbandonato il carattere eminentemente morale della critica alla politica e alle istituzioni proprio della prima modernità, legandosi direttamente alla storia e alla nascita di una coscienza storica, le utopie divengono ucronie. Altini individua ne L’anno 2440 (1770) di Luis Sébastien Mercier una delle opere in cui sono maggiormente evidenti il passaggio dell’utopia dall’ambito spaziale a quello temporale e il suo carattere totalitario derivato dall’arrogarsi il raggiungimento di uno stato di perfezione che non ammette contestazioni.

Un capitolo del volume è dedicato al mutare dell’idea di hybris nella modernità. Soprattutto con l’affermarsi dell’idea del progresso, l’affrancamento dell’essere umano dai vincoli di autorità non viene più visto come arrogante pretesa di superamento del limite nel disprezzo di un ordine dato, ma assume un valore positivo alla luce dei miglioramenti delle condizioni di vita individuali e sociali derivate dal lavoro, dall’ingegno e dalla tecnica. Se con la crisi dell’idea di progresso emergono tutti i limiti dell’hybris ad esso legata, nell’era del capitalismo finanziario e digitale contemporaneo, sostiene lo studioso, l’hybris diviene «la forma assunta dal sistema di produzione e del consumo per riprodurre e giustificare pratiche di potere e di controllo, la cui assenza di limiti si manifesta nella diffusione planetaria dell’immaginario edonistico e narcisistico che percorre i social network» (p. 68). In questo capitolo Altini delinea puntualmente i passaggi, spiegandone le ragioni, che hanno condotto la letteratura economica e il linguaggio filosofico-politico a passare dal concetto di progresso a quello di sviluppo, dunque a quello di innovazione, a cui viene fatto ricorso ai nostri giorni, sottolineando efficacemente come quest’ultimo termine anziché al mutare della struttura sociopolitica rimandi alla sua riproduzione.

Nell’ambito del rovesciamento dell’utopia in distopia presente nella letteratura satirica e in quella fantascientifica, Altini si sofferma su Frankenstein o il moderno Prometeo (1818) di Mary Shelley in cui compare il topos della perdita del controllo sulla scienza e sulla tecnica da parte di un essere umano in preda all’hybris. È però soprattutto nel Novecento che tale rovesciamento si palesa maggiormente: l’abbandono della fiducia riposta nel corso della prima età moderna nella scienza e nella tecnica conduce a una visione negativa derivata in buona parte dai disastri delle guerre mondiali e dagli esiti distruttivi e alienati della produzione meccanizzata capitalistica. Tale rovesciamento dell’utopia in distopia, sostiene Altini, «affonda le proprie radici nell’ambiguità del progetto utopico che, accanto alla giusta indignazione per la miseria e la violenza che caratterizzano le società tradizionali, propone un disegno statico e immutabile della nuova società» (p. 72).

Nell’indagare il rapporto tra giustizia e utopia, insieme al suo rovesciamento in distopia, Altini si sofferma sulla presenza di «elementi genericamente utopici e “religiosi” (messianici, escatologici, millenaristici, apocalittici) in molte tradizioni del socialismo ottocentesco e novecentesco, in primis nel Manifesto del Partito comunista (1848) di Karl Marx, che hanno tenuto viva la domanda “morale” intorno alla società giusta» (p. 87). Il testo del filosofo di Treviri eccede l’analisi scientifica ampliandosi «verso orizzonti “ideali” nei quali sono centrali l’elemento profetico della speranza e la dimensione volontaristica dell’azione concreta attraverso i quali si delineano alcuni caratteri della società futura» (p. 93). Nel solco della tradizione marxiana, è in particolare Ernst Bloch ad avere insistito sul parallelismo tra speranza religiosa ed emancipazione comunista ribadendo l’importanza dell’ulteriorità nell’esistenza umana.

Utopia non significa per Bloch una fuga dalla realtà; al contrario, essa rimanda alle possibilità insite nel reale, allo scopo di realizzarle attivamente, anche se non in modo deterministico. L’utopia generata dall’insoddisfazione per l’incompiutezza del presente, mira alla costruzione di un mondo migliore di quello attuale. [...] È soprattutto con questa visione messianica del comunismo – intesa come apertura all’ulteriorità, all’altrove, a ciò che è assente (ma che potrebbe essere presente) – che hanno dialogato molti autori del Novecento attenti alla questione della giustizia, intesa più come inclinazione dell’anima che come espressione di una battaglia sociale in vista di una nuova organizzazione istituzionale. In questi casi, la giustizia è un’aspirazione, o un desiderio; in particolare è il risultato dell’indignazione per i soprusi, della rivendicazione di appartenenza a una comune umanità (p. 101).

Con riferimento al concetto di progresso, inteso nella modernità come «direzione dell’umanità verso un’esistenza migliore», Altini sottolinea come questo derivi da un’interpretazione lineare del tempo «irreversibile, mondano, dotato di un senso orientato verso un fine», dall’affermazione di «un soggetto astratto e universale della storia del progresso, l’umanità, attraverso cui è possibile definire ciò che favorisce lo sviluppo umano [...] sulla strada de perfezionamento» a cui si aggiunge un’interpretazione qualitativa, e non quantitativa, dei diversi progressi, che solo così possono essere riportati a unità» (p. 107). A cavallo tra Otto e Novecento, negli ambienti artistici, letterari e intellettuali, il progresso inizia a essere inteso in senso negativo divenendo sinonimo di «razionalizzazione, industrializzazione, reificazione, massificazione, spersonalizzazione, urbanizzazione e livellamento» (p. 108).

Lo studioso si sofferma su I Buddenbrook (1901) di Thomas Mann per il suo esporre la traiettoria plurisecolare compiuta dall’idea moderna di progresso, dalla sua affermazione alla sua crisi. Dopo i campi di sterminio nazisti e le atomiche statunitensi sganciate sul Giappone, l’idea di progresso si è fatta sempre più insostenibile, ma «se non vogliamo chiudere ogni spazio di progettualità sociale e politica e vivere in un eterno presente in assenza di reale mutamento», scrive Altini, «è con una qualche interpretazione dell’idea di progresso che dovremmo fare i conti per riproporre una visione aperta dell’agire individuale e sociale, contro ogni immagine dell’esistente cristallizzata in una visione chiusa e determinata» (p. 120).

Con rifermento al concetto di pace, oltre a soffermarsi sulle riflessioni novecentesche di Aldo Capitini, Altini ricorda come tra Sette e Novecento essa si presenti come ideale regolativo non solo nelle teorie nonviolente e pacifiste, ma anche nelle prospettive cosmopolite presenti già nel mondo antico. Tuttavia, sottolinea lo studioso, il cosmopolitismo in senso moderno può essere fatto risalire al Settecento con l’Abbé de Saint-Pierre e, soprattutto, con Kant. Pur con qualche precedente ottocentesco, è nel Novecento che prende piede un pensiero antimilitarista e a tal proposito Altini riporta numerosi esempi di romanzi, film, canzoni, dipinti capaci di far breccia nell’opinione pubblica. Più che al desiderio di giustizia, nota lo studioso, si tratta di un approccio morale in cui «la ricerca della pace assume i contorni universali della comune partecipazione di tutti gli individui alla stessa umanità» (p. 135). Un approccio che rischia di limitarsi alla dimensione morale pertinente la dimensione emotiva individuale che fatica a trasformasi in movimento politico attivo.

Venendo al nesso tra i paradisi e le utopie, Altini sottolinea come l’eredità religiosa costituisca la cornice concettuale per comprendere alcuni nuclei problematici del programma utopico. Lo studioso evidenzia come il paradiso delle religioni non risieda nel presente, ma nel passato, in un’età dell’oro a monte dell’inizio della storia, o nel futuro, nella condizione escatologica o messianica della salvezza, dunque, nella sua declinazione moderna, in una prospettiva restaurativa o in una progressista/rivoluzionaria. Detto che il paradiso a cui si ambisce può riguardare la trascendenza, la natura o gli universi artificiali, Altini si sofferma sul romanzo Big Sur (1962) di Jack Keruac che prospetta una rigenerazione attraverso la solitudine.

Nel connettere l’utopia al concetto di speranza – intesa come movimento simbolico verso qualcosa che guarda la futuro, e che può darsi anche a livello interiore –, lo studioso si sofferma sulle speranze proprie dell’età moderna che, nel loro essere elaborate e vissute nel contesto sociopolitico e nello spazio pubblico, hanno a che fare con i processi di liberazione. Tra i tanti esempi – narrativi, cinematografici, filosofici, artistici e musicali – in cui emerge il nesso tra utopia e speranza, Altini guarda in particolare alla canzone Chimes of Freedom (1964) di Bob Dylan, in cui si incrociano individuale e collettivo, immanenza e trascendenza.

La libertà di cui parla qui Dylan non è la libertà borghese, capitalistica, democratica, liberale o socialista, ma è quella dimensione autentica di liberazione dalla paura e dagli affanni, dall’abbandono e dalla solitudine; è quella speranza di redenzione per tutti e per ciascuno; è quella promessa mai realizzata che tuttavia attraversa le nostre anime; è quell’incontro fuggevole eppure eterno con l’ulteriorità alla quale aspiriamo fin dalla nostra origine; è quel futuro immateriale che fornisce linfa alla nostra vita quotidiana. [...] Certamente Dylan ci richiama al fatto che la speranza riguarda la salvezza soprattutto degli oppressi [...], ed è primariamente una speranza di giustizia sociale. Tuttavia essa non può essere vincolata solo al “qui ed ora”, perché rimanda sempre a un “altrove” (pp. 168-169).

A partire dall’analisi di Una ballata del mare salato (1967-69) e di altri racconti di Hugo Pratt, perennemente in bilico «tra incanto e disincantato, tra azione e riflessione, tra libertà e necessità, tra contingenza e assoluto, tra il “qui ed ora” e l’altrove» (p. 172), Altini affronta il rapporto nella cultura europea tra utopia ed esotismo focalizzandosi in particolare sulla declinazione orientalista di quest’ultimo. Riprendendo Edward Said, che guarda al processo ideologico di trasfigurazione dell’Oriente come a uno strumento attraverso cui l’Occidente tende a costruire la propria identità in termini di superiorità nei confronti dell’alterità, Altini mette in luce come il disagio della civiltà, che fa capolino in Occidente attorno alla metà dell’Ottocento, si acuisca all’inizio del Novecento, quando l’idea di progresso palesa la sua crisi. In taluni casi l’esotico diviene anche una via di fuga, una manifestazione del desiderio di un’utopia.

Un capitolo del volume è dedicato al nesso tra l’idea di decadenza e la caduta dell’età dell’oro, nesso che, individuabile già in età antica, ritorna ciclicamente nel pensiero europeo per palesarsi in ambito filosofico in autori come Rousseau e Nietzsche e nella produzione cinematografica di registi come Werner Herzog come, ad esempio, nel suo film Fata Morgana (1970).

Nello smarrimento tra realtà e illusione (è questo l’esito della “fata Morgana”) si incrociano [...] sia la rappresentazione trasfigurata e “ulteriore” di ciò che è reale, sia la visione sensibile di ciò che non è presente “qui ed ora”: poiché il miraggio è il riflesso speculare di un oggetto che esiste e che è possibile vedere, anche se non possiamo toccarlo, la fisicità della natura è solo una delle modalità con cui si dà l’esperienza dell’ulteriorità e pertanto non è possibile “sentire” l’ulteriorità senza attraversare la fisicità della natura. È l’incontro estatico con l’inatteso, con l’estraneo, con l’assoluto che rende allora possibile vedere nella fisicità dei luoghi e dei viventi [...] i tre grandi momenti dell’assoluto, che danno il nome alle tre parti del film: Creazione, Paradiso, Età dell’oro (pp. 194-195).

Nel capitolo dedicato agli inferni, Altini si sofferma sulla recente fortuna di cui godono le distopie e sul loro carattere individualista e social-darwinista di matrice capitalistica. Esse si concentrano sulla sopravvivenza e sull’interesse «del singolo individuo “qui ed ora”, senza alcuna considerazione nei confronti del contesto sociale o verso un futuro di medio termine» (p. 207). In particolare lo studioso si sofferma sul rovesciamento dell’utopia in distopia messo in scena dal film Zardoz (1974) di John Boorman. Un rovesciamento che prende piede insieme a una concezione “utilitaristica” della scienza moderna e al suo contrapporre alla «realtà storica irrazionale e degradata [...] un progetto di costruzione sociale “assoluto”, meditato e coerente nella propria logica interna, con caratteri di autosufficienza e prevedibilità, e perciò statico e definitivo» (p. 211).

Altini ricorre al film Inception (2010) di Christopher Nolan per aprire una riflessione non solo su come si guardi oggi ai mondi possibili, ma anche su come si potrebbe guardare a essi se non si vuole «chiudere ogni spazio di progettualità sociale e politica e vivere in un eterno presente, o in un tempo “puntiforme” senza storia e senza futuro, deterministicamente indotto, in assenza di reale mutamento» (p. 239). In chiusura di volume lo studioso pone il problema di un’idea di potenza come possibilità «non disgiunta dall’idea di potenza come potere, pena la costruzione di mere e irrealizzabili fantasie» (p. 239): un’idea di potenza che sappia opporsi alle necessità del mondo e denaturalizzare la struttura storico-sociale.

Ciò che rimane introno alla questione dell’utopia, intesa come capacità di immaginare altri mondi, è il deposito teorico rappresentato dall’incontro tra la concezione moderna della legittimità dell’autoaffermazione umana e il concetto di potentia intesa come potenzialità, facoltà, possibilità, che rimanda a un’apertura di possibilità e di futuro, non elaborata né nella forma del domino né in quella dell’onnipotenza, ma in quella di riconoscimento del limite, come fosse una ricerca dell’inesauribile che sperimentiamo quotidianamente nell’amore, nella spinta all’ulteriorità e all’altrove, oltre che nel desiderio di conoscere, grazie alla capacità umana di “sentire” qualcosa di assente. Una potentia, dunque, che non sia identificata tout court con la potestas, ma che non sia nemmeno un vuoto e delirante vagheggiamento di possibilità assolute, infinite e sempre cangianti, tipiche dell’individualismo narcisistico contemporaneo, funzionale all’ideologia del consumo e alla riproduzione di rapporti di potere (p. 240).

Su tali argomenti: Immaginari distopici contemporanei

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Contro l’aggressione statunitense e sionista in Medio Oriente, fermare l’escalation bellica!

L’attacco militare lanciato da USA e Israele e la prima risposta dell’Iran si inseriscono in un contesto dove la tendenza alla guerra in “Medio Oriente” è divenuta da più di due anni un’ampia guerra guerreggiata di cui Israele è il suo maggiore vettore.

Questa continua aggressione bellica ha potuto contare sulla profonda complicità di tutto il blocco occidentale, comprese le classi dominanti del nostro paese.

In questo senso l’escalation militare a cui siamo assistendo è un altro tassello di una vera e propria guerra “costituente” che sta cambiando gli equilibri regionali dopo che alcuni attori del mondo multipolare – come la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese – sembravano essere diventati decisivi fattori di stabilizzazione nell’area, contendendo agli USA ed all’UE il ruolo di principali agenti politico-diplomatici.

In questo senso si pensi a quello che sembrava essere l’intervento risolutivo della Russia in Siria al fianco del regime baathista contro l’insorgenza jihadista, insieme alle altre forze del cosiddetto Asse della Resistenza, o il ruolo di mediatrice della Cina nella normalizzazione dei rapporti diplomatici tra due acerrimi nemici – dal 1979 – come l’Arabia Saudita e l’Iran, distensione che aveva portato alla concreta possibilità della fine del conflitto in Yemen, scatenato dall’aggressione congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Quella tendenza ad un parzialmente nuovo assetto medio-orientale, in cui avrebbe potuto trovare una giusta collocazione le legittime aspirazioni palestinesi, è divenuta – da due anni a questa parte – lettera morta.

Si è scatenata una guerra costituente che sembra avere principalmente due nemici, da un lato i palestinesi ed i territori da loro abitati sacrificati anche dalla Realpolitik dei regimi arabi – firmatari o pronti a firmare i cosiddetti Accordi di Abramo per normalizzare le relazioni diplomatiche con lo Stato sionista sotto patrocinio statunitense come avevano fatto a suo tempo l’Egitto e poi la Giordania –, e dall’altro le forze del cosiddetto Asse della Resistenza che hanno nell’Iran uno dei principali propulsori e che insieme alla Siria di Assad avevano i principali fattori di profondità strategica; mentre l’Algeria – all’interno della Lega Araba – era riuscita, con una sapiente e certosina azione diplomatica, a rimettere al centro (per il mondo arabo) la questione palestinese ed aveva sapientemente preparato il terreno per la fine dell’isolamento politico del regime baathista siriano.

Quest’escalation bellica di carattere regionale che oltre al genocidio palestinese a Gaza e alla colonizzazione della Cisgiordania sta ridefinendo i rapporti di forza di quel quadrante – e che ha una funzione centrale nella ridefinizione del bilancio di potenza dei rapporti internazionali – rischia di estendersi ed intensificarsi a causa del secondo attacco congiunto statunitense ed israeliano all’Iran anche per la cospicua presenza della basi militari Usa nell’area e dei circa 40/50 mila soldati statunitensi, oltre alle forze navali della flotta nord-americana.

La convergenza tra sionismo e amministrazione statunitense sembra darsi su obiettivi in parte coincidenti, con Israele che promuove il “politicidio” palestinese oltre allo sterminio vero e proprio e alla volontà di annichilire sul nascere ogni Stato o forza politica che vede come minaccia strategica nella regione, e gli Stati Uniti che vogliono sbarrare la strada alla configurazione di un mondo multipolare e policentrico restando il dominus delle relazioni internazionali, e ristabilire la propria supremazia sia nell’Emisfero occidentale che nel Mediterraneo allargato.

Per farlo, gli USA, con una sorta di nuova politica delle cannoniere che ha colpito prima Venezuela e Nigeria, hanno bisogno di imporre le proprie condizioni ai paesi produttori di petrolio rispetto alla sua commercializzazione per mitigare gli effetti della de-dollarizzazione che procede a vantaggio dell’Euro e delle altre monete che hanno come garanzia un robusto apparato produttivo alle spalle, a dispetto del deserto industriale statunitense.

Gli Usa, sono divenuti da tempo esportatori di greggio, oltre che di shale gas, hanno una specie di “corrispettivo aureo” nel petrolio come contro-valore del dollaro che ne garantisce la propria solidità come equivalente generale per una quota strategica del commercio mondiale e come uno dei fattori decisivi, insieme alla potenza del complesso militare-industriale e della superiorità del proprio strumento bellico. Tutto questo affinché non venga messa in discussione la capacità di tenuta della sua economia caratterizzata da una crisi strutturale che non sembra avere sbocchi.

In base a queste priorità strategiche che hanno non pochi problemi di tenuta sociale interna – come mostrano le vincenti mobilitazioni contro l’ICE – va letta l'alleanza statunitense con Israele, e la creazione di una narrazione del nemico ripresa spesso supinamente dagli apparati della disinformazione strategica occidentali tra cui i media del nostro paese e confezionata dall’intelligence israeliana.

Questo è avvenuto anche per l’assoluta incapacità delle classi dominanti europee di stabilire relazioni paritetiche con Teheran, perseguendo quello che era lo spirito dei cosiddetti accordi sul nucleare iraniano – fortemente osteggiati da Israele ed ai tempi dall’Arabia Saudita – da cui erano usciti gli USA della prima amministrazione Trump.

Un vero e proprio “tradimento” da parte europea nei confronti di un paese che aveva rinunciato ai propri progetti di arricchimento dell’Uranio e che aveva ottenuto come contropartita la fine delle sanzioni in vigore dalla caduta dello Shah nel 1979 – un vero e proprio blocco economico che asfissia il Paese – e l’inizio della normalizzazioni delle relazioni a tutti i livelli che avrebbero potuto portare ad un processo di distensione complessiva.

Bisogna denunciare più che mai la rinnovata aggressività statunitense e sionista, nonché le complicità occidentale di cui gode a tutti i livelli. È necessario più che mai che “le armi tacciano” e che questa ulteriore escalation bellica rientri, continuando a recidere quei legami che connettono il nostro paese con il terrorismo sionista e i banditi statunitensi, che non indugiano un attimo di fronte alla possibilità di portare il mondo sull’orlo di un conflitto bellico mondiale per mantenere il proprio dominio nell’area e la propria rendita di potere mondiale.

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Guerra all’Iran “per la democrazia”? Guardate com’è andata in Iraq

Chiunque sia così sciocco da credere che gli Stati Uniti vogliano portare la democrazia in Iran dovrebbe dare un’occhiata a ciò che stanno facendo attualmente per sabotare la democrazia in Iraq.

Il presidente Trump ha minacciato in modo aggressivo di tagliare le entrate petrolifere dell’Iraq se questo consentirà il ritorno in carica dell’ex primo ministro Nouri al-Maliki, che l’amministrazione Trump considera troppo favorevole all’Iran.

E le minacce sembrano funzionare, come riporta Jason Ditz di Antiwar: “La candidatura dell’ex e forse futuro primo ministro iracheno Nouri al-Maliki è sempre più in dubbio questo fine settimana, con le notizie secondo cui la richiesta del presidente Trump di non consentirgli di tornare in carica aumenta la possibilità che il blocco del Coordination Framework possa ritirarlo dalla sua scelta per la carica di primo ministro”

Le elezioni irachene dell’anno scorso si sono concluse con il solito parlamento profondamente diviso, sebbene il quarto posto del Partito dello Stato di Diritto con il 6% dei voti sia stato generalmente considerato sufficiente per dare a Maliki la leadership della coalizione, dato che l’attuale Primo Ministro Mohammed al-Sudani non ha intenzione di tornare.

“Alla fine del mese scorso, Trump ha chiesto a Maliki di dimettersi dalla nomination, ma lui all’epoca ha rifiutato, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenersi fuori dagli affari interni dell’Iraq. Maliki era già stato Primo Ministro iracheno dal 2006 al 2014”

Ditz spiega che Trump è in grado di influenzare la politica irachena con minacce credibili grazie al controllo imposto dagli Stati Uniti sull’economia del Paese in seguito all’invasione dell’Iraq:  “Alla base di tutto questo c’è il fatto che, dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, il Paese è stato ristrutturato in modo tale che tutti i proventi petroliferi iracheni fossero pagati in dollari statunitensi tramite la Federal Reserve Bank di New York. Poiché tali entrate rappresentano quasi la totalità del bilancio pubblico iracheno, ciò significa che gli Stati Uniti possono virtualmente sequestrare il tesoro iracheno in qualsiasi momento e mandare il Paese in bancarotta con un preavviso minimo”

Ecco come si presenta in pratica la “democrazia” imposta dagli Stati Uniti: dare a una nazione la libertà di fare ciò che Washington le dice di fare ed eleggere i leader che Washington le consente di eleggere.

Ricorderete forse che la narrativa usata per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein da parte della coalizione statunitense nel 2003 era l’urgente necessità di portare libertà e democrazia al popolo iracheno. Gli Stati Uniti chiamarono letteralmente l’invasione “Operazione Iraqi Freedom”. Uccisero un milione di persone, gettarono la regione nel caos e nell’instabilità per anni e fecero sì che il popolo iracheno rimanesse per sempre sotto lo stivale dell’impero statunitense.

Non c’è scusa per un adulto che creda che l’impero statunitense voglia portare la democrazia in Iran. Gli Stati Uniti sostengono costantemente dittature e monarchie in Medio Oriente proprio perché non vogliono che la volontà popolare determini le azioni e le politiche dei governi di quelle nazioni. Gli stati veramente democratici della regione vedrebbero i cittadini usare il proprio voto per eleggere leader ostili a Israele e agli Stati Uniti, che stabiliscono politiche sui combustibili fossili che promuovono gli interessi del proprio popolo piuttosto che quelli dell’impero occidentale.

Ecco perché il Medio Oriente è pieno di monarchie ricche, estremamente amichevoli con gli Stati Uniti e i loro alleati. Ciò non è avvenuto per caso: l’Occidente è stato intimamente coinvolto nella manipolazione aggressiva degli affari mediorientali per generazioni. Questo include l’Iran; la CIA organizzò un colpo di stato nel 1953 per sostituire il suo governo democraticamente eletto con una monarchia allineata agli Stati Uniti, che fu poi rovesciata dalla Rivoluzione iraniana del 1979. 

Il piano non è quello di portare la democrazia in Iran, e c’è un argomento convincente che sostiene che non sia nemmeno quello di preservare l’Iran come stato unito. Influenti falchi iraniani hanno recentemente promosso la balcanizzazione come strategia preferita, con i propagandisti di guerra che ora promuovono l’idea che un Iran frammentato lungo linee etniche potrebbe essere nel migliore interesse di tutti.

Questa strategia creerebbe conflitti insondabili e un caos orribilmente mortale, ma consentirebbe di rovesciare il governo iraniano senza doversi prendere la briga di sostituirlo con un nuovo governo. Possono semplicemente distruggere l’Iran per eliminare una potenza regionale disobbediente e lasciare che i pezzi cadano dove vogliono, senza il timore che una futura rivoluzione sostituisca il loro regime fantoccio in un grande stato unito.

Gli Stati Uniti non cercano la democrazia, cercano il dominio planetario. È questo l’obiettivo di tutte le loro mosse, e all’impero non importa quante persone debbano perire lungo il cammino per arrivarci.

Fonte

Prime reazioni politiche internazionali all’attacco contro l’Iran. La Ue è la peggiore

In Italia c’è stata in mattinata una insulsa nota di Palazzo Chigi, dopo la riunione di governo presieduta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “In questo momento particolarmente difficile, l’Italia rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Nella nota si legge anche che “il Presidente del Consiglio si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. Da Palazzo Chigi è emersa la preoccupazione del governo italiano, che ha riunito in videoconferenza i principali vertici istituzionali, compresi i responsabili dell’intelligence. “Non è uno scenario che ci coglie impreparati”, ha commentato il ministro Crosetto. “Ma si è aperto un nuovo fronte, e non ne sentivamo il bisogno”.

Non una parola su quella che è palesemente una aggressione militare unilaterale contro l’Iran da parte di Usa e Israele.

Unione Europea

Ancora peggiore del governo italiano è la posizione assunta dall’Unione Europea che ha sostanzialmente legittimato l’aggressione militare contro l’Iran.

“Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono pericolosi. Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone. I suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale”, ha scritto su X l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas. “Ho parlato con il Ministro degli Esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L’Ue sta inoltre collaborando strettamente con i partner arabi per esplorare percorsi diplomatici. La protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario sono una priorità”.

In un post su X Ursula Von der Leyen, ha scritto che dopo gli attacchi congiunti di Usa e Israele sull’Iran, invita “tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale”. “È di fondamentale importanza garantire la sicurezza nucleare e prevenire qualsiasi azione che possa ulteriormente aggravare le tensioni o indebolire il regime globale di non proliferazione – ha affermato la Von der Leyen – L’Unione Europea ha adottato sanzioni estese in risposta alle azioni del regime omicida iraniano e delle Guardie rivoluzionarie e ha costantemente promosso sforzi diplomatici volti ad affrontare i programmi nucleari e balistici attraverso una soluzione negoziata. In stretto coordinamento con gli Stati membri dell’Ue – ha concluso – adotteremo tutte le misure necessarie per garantire che i cittadini dell’Unione nella regione possano contare sul nostro pieno sostegno”.

Russia

Il Ministero degli Esteri russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran un passo sconsiderato, chiedendo un immediato ritorno alla pace. “La Russia, come prima, è pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche sulla base del diritto internazionale, del rispetto reciproco e di un equilibrio di interessi”

In seguito alle “aggressioni degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, l‘ambasciata russa a Teheran ha chiesto ai connazionali di lasciare il Paese “qualora ne abbiano la possibilità”. In un comunicato ripreso dal canale Telegram del ministero degli Esteri, l’ambasciata chiede inoltre ai russi presenti in Iran di “mantenere la calma e non cedere al panico che alcuni cercheranno di seminare attraverso i media e i social network”.

Norvegia

Il ministro degli Esteri norvegese sostiene che gli attacchi contro l’Iran violano il diritto internazionale, e chiede una soluzione diplomatica alla crisi. “L’attacco viene descritto da Israele come un attacco preventivo, ma non è in conformità con il diritto internazionale. Un attacco preventivo richiederebbe l’esistenza di una minaccia imminente”, afferma il ministro Espen Barth Eide non menzionando però gli attacchi statunitensi.

Gran Bretagna

Il Regno Unito non ha partecipato agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Secondo il portavoce del governo, che ha parlato in una dichiarazione, Londra “non vuole vedere la situazione peggiorare e degenerare in un conflitto regionale più ampio dopo questi attacchi congiunti”.

“Abbiamo una serie di capacità difensive nella regione, che abbiamo recentemente rafforzato. Siamo pronti a proteggere i nostri interessi”, ha aggiunto, affermando che la sicurezza dei cittadini britannici nella regione è la “priorità”. “A causa di segnalati attacchi missilistici, i cittadini britannici in Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti devono cercare immediatamente riparo”, ha pubblicato il Foreign Office britannico sul suo account X.

Ben diversamente, il leader della sinistra britannica Jeremy Corbin ha dichiarato che “Gli attacchi all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono illegali, ingiustificabili e ingiustificati. La pace e la diplomazia erano possibili. Invece Israele e gli Stati Uniti hanno scelto la guerra.
Questo è il comportamento degli Stati canaglia, che hanno messo a repentaglio la sicurezza dell’umanità in tutto il mondo con questo catastrofico atto di aggressione.
Il nostro governo deve condannare questa flagrante violazione del diritto internazionale e perseguire urgentemente una politica estera basata su giustizia, sovranità e pace”
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Spagna

Si barcamena con un po’ di destrezza e cerchiobottismo il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez. In un post su X ha dichiarato che la Spagna ha respinto quella che ha definito l’azione militare unilaterale condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha aggiunto che l’attacco all’Iran segna una chiara escalation che aggrava l’instabilità nella regione.

“Allo stesso modo, respingiamo le azioni del regime iraniano e della Guardia Rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in Medio Oriente”, per concludere con un ecumenico “Chiediamo un immediato allentamento delle tensioni e il pieno rispetto del diritto internazionale”.

Fonte

Figuraccia della Francia su Francesca Albanese. Denunciato Trump per le sanzioni

Una figura di merde per Parigi e una sconfitta per Israele. La Francia alla fine ha dovuto ritirare la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese.

Contrariamente agli annunci fatti nelle scorse settimane in parlamento dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi nel corso del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu che si è tenuto nei giorni scorsi a Ginevra. Parigi, ha optato alla fine per un semplice richiamo.

Il governo francese, dopo aver montato un caso inesistente e utilizzato un video manipolato da una associazione israeliana sulle parole di Francesca Albanese ad un forum su Al Jazeera, deve essersi reso conto che chiedendo formalmente all’Onu la rimozione di Francesca Albanese rischiava di cadere nel ridicolo e di aprire una battaglia da cui sarebbe uscita con le ossa rotte. Sull’incarico della Relatrice speciale dell’Onu si sarebbe creato di fatto un confronto/scontro tra Paesi europei – e neppure tutti, perché la Spagna avrebbe probabilmente votato contro – e i paesi del Sud globale, da cui numeri alla mano sarebbero usciti vincitori questi ultimi che sostengono invece la Relatrice speciale dell’ONU. La richiesta di rimozione di Francesca Albanese della Francia aveva trovato il sostegno dei governi di Italia, Estonia, Lettonia, Paesi Bassi, Ungheria ma era evidente che non sarebbe passata. In Europa c’è servilismo verso Israele, nel resto del mondo molto meno. 

Il Comitato ONU del resto aveva già respinto la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese parlando di “attacchi politicamente motivati, basati sulla disinformazione, contro chi documenta crimini e violazioni”.

“Invece di chiedere le dimissioni della signora Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze molto difficili, inclusi intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti del Governo dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili, compreso davanti alla Corte Penale Internazionale, leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, invece di incoraggiare o difendere le azioni illegali del governo di Israele”, avevano scritto gli esperti dell’Onu.

Ma la famiglia di Francesca Albanese, giustamente, è passata anche all’offensiva facendo causa a Trump e a diversi alti funzionari dell’amministrazione Usa per le sanzioni emesse contro la Relatrice speciale dell’Onu.

Dopo un anno di sanzioni, conti bloccati, killeraggio economico feroce e inumano l’impossibilità persino di offrirle un caffè, il marito di Francesca Albanese Massimiliano Cali e il figlio della relatrice per i territori palestinesi occupati hanno deciso di portare in tribunale l’uomo più potente del mondo per avere giustizia e tornare ad avere una vita normale.

La famiglia allora si è presentata al Tribunale distrettuale di Columbia e ha messo nero su bianco le violazioni dei diritti garantiti dal primo, quarto e quinto emendamento.

Lo hanno accusato di aver sequestrato i suoi beni senza alcun processo né possibilità di difesa.

In una parola: la famiglia Albanese ha dichiarato quelle sanzioni “incostituzionali”. 

Fonte

Attaccare l’Iran... Usa e Israele hanno iniziato

I giornali euro-atlantici ospitano dotti interventi di “esperti” sul come e quanto attaccare l’Iran. Il dispositivo militare accumulato nel frattempo è quantitativamente paragonabile a quello usato contro il confinante Iraq, ma nel frattempo è passato oltre un quarto di secolo (1990-'91 il primo round, 2003 il secondo).

Ma nelle ultime ore si sono moltiplicati i segnali negativi, con una serie ormai rilevante di paesi che ordinano o consigliano i propri connazionali di lasciare la Persia e Israele. Il dado sembra ormai tratto con l'“asse del male” Washington-Tel Aviv deciso a far arretrare di decenni lo sviluppo del paese governato dagli ayatollah, che era finalmente esploso con la fuga dello shah Reza Pahlevi e l’eliminazione della servitù verso gli Stati Uniti nel 1979.

L’esitazione statunitense è stata lunga, e motivata. Da allora – e dal primo tentativo fallito di “liberare” l’ambasciata Usa a Tehran, occupata dagli “studenti” – non sono passati soltanto gli anni, ma sono cambiate anche le forme della guerra, come si è visto con quella in Ucraina ed anche nella “guerra dei dodici giorni” di Israele-Usa contro la stessa Teheran.

In estrema sintesi, si è visto che gli eserciti occidentali, con a disposizione una quantità di armamenti limitata ma super-tecologica – seguendo la trasformazione di eserciti destinati a “guerre asimmetriche” contro nemici privi di armamenti corrispettivi – vanno in difficoltà contro armi tecnologicamente più arretrate ma a bassissimo costo e costruite/utilizzate in grandi quantità. Lo ha sperimentato direttamente Israele l'anno scorso, quando ha visto il suo sofisticato e costosissimo sistema anti-missile “Iron Dome” travolto da sciami di droni e missili lanciati in numero tale da saturare/esaurire le batterie difensive.

Non è chiaro se questo primo attacco israeliano sia avvenuto congiuntamente con aerei statunitensi, ma tutti danno per scontato il “coordinamento” tra i due eserciti. Il New York Times, citando un funzionario statunitense, ha riferito che erano in corso anche attacchi statunitensi. 

Di fatto i media in questione – quelli più attendibili, almeno – hanno riportato le preoccupazioni dei vertici politici e militari Usa che non riescono a calcolare con sufficiente precisione quanto le loro basi e le loro truppe sarebbero “al sicuro” rispetto ad una massiccia risposta iraniana ad un attacco Usa di grandi dimensioni. Lo stesso Capo di Stato Maggiore delle forze Congiunte ha avvertito Trump: “L’Iran non è il Venezuela”.

Il problema sottostante si chiama scarsità di munizioni difensive (missili antimissile), tanto che è stata ritirata la proposta – di qualche mese fa – di spostare un certo numero di batterie Patriot e similari dal Medio Oriente all’Ucraina. I costruttori che hanno contratti con la difesa statunitense stanno del resto dicendo da tempo agli alleati europei di non avere la capacità di produrre più armi per aiutare l’Ucraina.

La testata POLITICO, per esempio, riportava un paio di giorni fa che “Il Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington, ha stimato che gli Stati Uniti abbiano lanciato fino al 20 percento dei missili intercettori SM-3 che si prevedeva avessero a disposizione nel 2025, e tra il 20 e il 50 percento dei missili del sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense)”

Non si deve naturalmente dedurne che “l’Iran è troppo forte”, visto lo squilibrio assoluto in termini di aviazione, marina, e soprattutto testate nucleari (di cui è privo). Si tratta invece di capire che la “vittoria facile e priva di costi”, di cui Trump e la propaganda Usa hanno sempre bisogno, non ci può essere.

Una reazione droni/missili di Teheran produrrebbe danni consistenti, che stimolerebbero una guerra prolungata per “punire più severamente” gli ayatollah, trascinando così l’America in un conflitto costoso e di lunga durata (mesi, come minimo) per raggiungere un obiettivo niente affatto chiaro e inspiegabile all’elettorato trumpiano.

In fondo l’attacco all’Iran è un “bisogno primario di Israele”, non statunitense. Le ipotesi politiche a valle di un attacco, non a caso, ammettono persino il mantenimento del regime vigente (con buona pace dell’ascaro Pahlevi, che sogna il ritorno sul trono del padre), ma “decapitato e invalidato”.

Quindi non una “guerra per la democrazia” – argomento tipico dell’establishment “dem”, altrettanto sanguinario ma con pretese “umanitarie” – né una “guerra per la pace”, visto che il Medio Oriente intero sta spingendo per fermare tutto, temendo un “dopo” di alta tensione o incontrollabile per anni.

Il quadro cambierebbe se i colloqui in corso portassero ad una rinuncia iraniana ai missili balistici. Ma non si capisce perché Teheran dovrebbe privarsi dell’unica vera deterrenza contro l’ennesimo assalto di Tel Aviv (ricordiamo che ci sono stati innumerevoli attacchi aerei missilistici, nonché attentati e uccisioni mirate di generali, scienziati, ecc.). E la cosa è stata ribadita più volte nel corso dei colloqui, con inviti a “non chiedere troppo” rivolti agli inviati Usa.

Dunque l’equazione non era scioglibile con qualche certezza, lasciando l’amministrazione Trump a ballare su un grande numero di crisi politico-militari (Ucraina, Venezuela, vari paesi del Medio Oriente, Taiwan usata per “stuzzicare” la Cina, Nigeria) con uno strumento militare ai limiti delle sue possibilità (lo dimostra proprio la “più grande portaerei del mondo”, la Gerald Ford, tolta dal fronte venezuelano per irrobustire quello iraniano, ma in crisi igienica per il malfunzionamento dell’impianto fognario dopo i mesi passati in mare aperto).

In questa incertezza l’idea di un “attacco limitato e decapitante” – sequestrare o uccidere Khamenei e qualche altro comandante religioso e/o militare – è sembrata a lungo la meno “costosa”. Tant’è che nell’entourage trumpiano qualcuno si è spinto a suggerire “ma non ci conviene che ad attaccare sia Israele, invece che gli Usa?” Non che cambi molto negli sviluppi belicci successivi, ma l’elettorato trumpiaqno avrebbe meno remore a seguire un’altra avventura militare in qualche modo “obbligata” e non “scelta”.

Il tutto, infine, viene discusso come fosse un innocuo war game. Nessuno che si chieda “perché”, o “per quale obiettivo”. La retorica guerrafondaia occidentale ha ormai superato le colonne l’ercole della “giustificazione necessaria”. Si fa una guerra perché ci va di menare ad un certo nemico, che è “cattivo” per definizione, visto che non obbedisce... 

Comunque sia, dicevamo, il dado sembra tratto. L’ambasciata Usa in Israele, guidata da quel sionista evangelico di Mike Huckabee, ha ordinato al proprio personale “non essenziale” di lasciare il paese nel più breve tempo possibile. Così ha fatto la Cina con i propri connazionali in Iran, impegnati in numerosi progetti comuni.

La Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, ha nel frattempo stabilito quattro livelli di successione in tutte le posizioni politiche e militari, memore degli attentati contro comandanti di rilievo che hanno accompagnato la “guerra dei dodici giorni”. Le dichiarazioni odierne dei leader iraniani, sia militari che politici, indicano che questa volta non ci sono “linee rosse”, che lo scontro diretto non è la prima opzione, ma è messo nel conto.

Rispetto a quella guerra, poco più di sei mesi fa, in cui era stata registrata una notevole debolezza della contraerea di Tehran, la Cina ha fornito all’Iran il radar YLC-8E, noto come “stealth killer”, già entrato in servizio. La Russia ha a sua volta fornito il sistema missilistico spallabile Verba, contro missili e aerei a distanze che vanno dai 10 metri ai 4,5 chilometri in verticale e 6,5 chilometri in orizzontale.

Un’arma “personale”, che non necessita di postazioni di lancio identificabili dai satelliti. Inoltre, l’Iran è stato dotato di nuovi missili antiaerei. La ferita che può dunque infliggere agli attaccanti, anche prima della risposta droni/missili, può essere profonda, anche se l’Iran dovesse infine essere annientato. Ma è uno scenario tipo “Vietnam”, non proprio il migliore per un presidente vanaglorioso che ama solo “vincere facile”.

La clessidra vede scorrere il tempo come la sabbia, e ieri si è anche chiusa la breve “finestra di pace” garantita dalla visita del premier indiano Narendra Modi in Israele (durante il quale un attacco è praticamente impossibile perché avrebbe messo in pericolo l’ultraconservatore premier di quella “più grande democrazia del mondo” – 1,4 miliardi di persone – che gli Stati Uniti stanno provando a sfilare dai Brics). Ed anche Nuova Delhi ha invitato i suoi cittadini a lasciare al più presto l’Iran.

Lunedì, peraltro, Israele celebra la festa ebraica di Purim, che commemora la fuga da un mitologico “complotto persiano”. In mancanza di giustificazioni razionali valide, un simbolismo religioso d’accatto può diventare un “messaggio storico” lanciato contro tutti i musulmani. Scadenza, anche questa, forse troppo vicina, visto che “Narco” Rubio, ministro degli esteri statunitense, è atteso anche lui in Israele proprio a partire da lunedì. E sembra decisamente improbabile che voglia fare l’esperienza di una guerra proprio da uno dei bersagli principali.

Le poche speranze che la situazione non precipiti nei prossimi giorni sta, non paradossalmente, nella possibilità che i calcoli fatti e rifatti dai generali Usa mostrino dei risultati ben poco soddisfacenti per il tycoon. Perché ci sembra davvero improbabile che una testa come questa – quella di Pete Hegseth, che ha rinominato in “della Guerra” l’ex Dipartimento della Difesa – possa partorire qualcosa di sensato.

Aggiornamenti

Trump, dopo un silenzio inziale, ha rivendicato di aver deciso e lanciato l’attacco con i seguenti obbiettivi:

“Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Annienteremo la loro marina militare.
Faremo in modo che i “terroristi” della regione non possano più destabilizzare la regione o il mondo.
Faremo in modo che l’Iran non ottenga armi nucleari. È un messaggio molto semplice. Non avranno mai armi nucleari.
Questo regime imparerà presto che nessuno deve sfidare la forza e il potere delle forze armate degli Stati Uniti.”


Funzionari del Pentagono hanno confermato che “l’operazione potrebbe durare diversi giorni”.

L’attacco di questa mattina contro l’Iran è avvenuto nonostante Washington e Teheran avessero apparentemente concordato giovedì di continuare le negoziazioni nucleari la prossima settimana, con il presidente USA Donald Trump che ieri aveva dichiarato di non essere “soddisfatto” del comportamento iraniano ma di non aver ancora preso una decisione sull’autorizzare o meno un attacco militare. Col senno di poi, sembra che si trattasse di un atto di depistaggio.

Ore 9:00. Due colonne di fumo sono visibili a Teheran. Le esplosioni, secondo alcuni media, sarebbero avvenute nei pressi degli uffici di Khamenei. Che però da giorni sarebbe stato trasferito in un luogo più sicuro. Esplosioni anche nell’est e nel centro nord della città. Tra gli obiettivi ci sono il ministero dell’intelligence e quello della Difesa, oltre all’Organizzazione per l’energia atomica. Ma anche in altre città vengono segnalate esplosioni.

Naturalmente tutti si attendono una risposta... E in effetti l’esercito israeliano ha fatto suonare le sirene d’allarme perché sarebbero stati rilevati missili in arrivo.

Inguardabili i media occidentali che parlano di “attacco preventivo”, riprendendo senza filtri né riflessione le parole del genocida ministro della Difesa Israel Katz, che lo definito tale. Subito dopo il Comando del Fronte Interno israeliano ha ordinato alla popolazione di svolgere solo attività essenziali in tutto il Paese. Le restrizioni appena annunciate vietano gli assembramenti pubblici, l’andare al lavoro e a scuola.

Ore 9:40. Netanyahu è apparso in un messaggio video in ebraico dopo che Israele e Stati Uniti hanno lanciato un’ondata di attacchi contro l’Iran, affermando che l’operazione è stata lanciata “per eliminare la minaccia esistenziale” posta dalla Repubblica Islamica e “creare le condizioni” affinché gli iraniani possano cambiare il loro destino.

Ore 10:00. Al Jazeera riferisce che anche nel Barhein, una delle petromonarchie del Golfo, sono state udite esplosioni. Le foto mostrano un razzo che atterra nella capitale bahreinita, Manama. Secondo altre fonti sarebbe stata colpita la base militare statunitense di Juffair dove c’è un centro logistico di supporto alla flotta USA. L’Iran ha affermato che le basi Usa in Medio Oriente sono un target legittimo della propria risposta agli attacchi.

Ore 10:25. Gli Houthi yemeniti hanno deciso di riprendere gli attacchi con missili e droni contro le rotte marittime e contro Israele in appoggio all’Iran. Lo riferiscono due alti funzionari Houthi, che hanno parlato a condizione di anonimato poiché non c’è alcun annuncio ufficiale da parte della leadership Houthi. Uno dei funzionari ha dichiarato che il primo attacco potrebbe avvenire già “stanotte”.

Le sirene stanno suonando a Gerusalemme e nelle aree circostanti, così come nel nord e nel sud di Israele, dopo il lancio di missili balistici dall’Iran a seguito degli attacchi militari israeliani e statunitensi di questa mattina su Teheran.

Un missile lanciato dall’Iran verso il centro di Israele è stato intercettato dalle difese aeree, secondo fonti della difesa. Non ci sono segnalazioni immediate di feriti.

Nel frattempo, nuove sirene suonano nel nord di Israele dopo il lancio di missili balistici dall’Iran. Le IDF affermano che i sistemi di difesa aerea stanno lavorando per intercettare i missili.

L’IRGC iraniano afferma che la prima ondata di attacchi missilistici e con droni è stata lanciata contro Israele in risposta agli attacchi contro l’Iran, lo riportato l’agenzia di stampa Tasnim.

Ore 10:30. La Reuters ha riportato una massiccia esplosione nella città di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, mentre Al Jazeera riporta esplosioni anche in Kuwait. Il ministero dell’Interno del Qatar ha detto alla popolazione di tenersi lontana dai siti militari.

Ore 10:45. Al Jazeera riferisce che razzi intercettori vengono lanciati da varie parti del centro di Israele mentre le sirene risuonano in tutto il paese. Si sono sentite esplosioni nei pressi di Ramallah.

L’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che quattro principali basi statunitensi in Qatar, Kuwait, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti sono sottoposte a un intenso attacco missilistico da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana (IRGC)

Ore 11:00. Bombardamenti anche sull’Iraq. Un bombardamento statunitense ha preso di mira una base militare irachena che ospita una milizia filo-iraniana provocando vittime, riferiscono all’AFP. Si tratta della base di Jurf al-Sakher, nel sud dell’Iraq, appartiene ad Hashed al-Shaabi, o Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ma che ospita principalmente il gruppo filo-iraniano Kataeb Hezbollah.

Iran. Sono giunte notizie di attacchi aerei israeliani contro Isfahan. A Teheran si parla di un attacco all’edificio del parlamento iraniano e di bombardamenti su Ministero dell’Intelligence iraniano, Ministero della Difesa iraniano, Ufficio del Leader Supremo, Agenzia iraniana per l’Energia Atomica.

Israele. La televisione Canale 12 riferisce che un edificio di 9 piani nel nord di Israele è stato colpito e uno degli appartamenti è stato gravemente danneggiato. I media locali hanno riportato forti esplosioni nella regione della Galilea, mentre anche i residenti di Haifa hanno riferito di aver sentito delle detonazioni.

Ore 11:40. Le autorità israeliane riferiscono che gli attacchi di questa mattina in Iran hanno preso di mira la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian.

Secondo un funzionario israeliano, anche altri alti comandanti del regime e militari sono stati presi di mira. Al momento, gli esiti degli attacchi non sono chiari, afferma la stessa fonte.

In precedenza, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim aveva riferito che Pezeshkian “gode di piena salute”. Secondo quanto riferisce Al Jazeera, l’esercito iraniano ha dichiarato che tutti i comandanti militari iraniani erano in buona salute. 

Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno dichiarato che “I nostri attacchi missilistici e con droni continuano come parte dell’Operazione True Promise 4. Abbiamo preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta USA in Bahrain con missili e droni e le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre a centri militari e di sicurezza in Israele”.

Quella iraniana è una scelta abbondantemente annunciata da tempo che punta ad estendere la portata del conflitto e della risposta all’aggressione USA-Israeliana ma che strattona pesantemente anche tutte le relazioni tra l’Iran e i paesi arabi del Golfo.

Significativamente il Ministero degli Affari Esteri saudita afferma in una nota che “Condanniamo l’aggressione iraniana e la palese violazione della sovranità degli Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Giordania. Avvertiamo delle gravi conseguenze di continuare a violare la sovranità degli Stati e i principi del diritto internazionale”.

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Stando alle prime valutazioni militari israeliane, da questa mattina sono stati lanciati circa 35 missili balistici dall’Iran verso Israele. Alcuni missili sono stati intercettati dalla difesa aerea israeliana, mentre altri sono caduti sul terreno.

Il Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele ha invitato gli israeliani all’estero a prestare la massima attenzione e ad adottare misure precauzionali.

“L’escalation con l’Iran aumenta la probabilità che il regime iraniano intensifichi gli sforzi per compiere attacchi terroristici all’estero contro obiettivi israeliani/ebraici, a partire da subito”, si legge nella nota. “Inoltre, e sulla base dell’esperienza passata, la motivazione a colpire gli israeliani all’estero potrebbe aumentare anche tra altri elementi terroristici, insieme a iniziative locali (inclusi attacchi di lupi solitari)”

Invita gli israeliani a evitare di condividere dettagli di viaggio in tempo reale sui social media, evitare eventi identificati con Israele o l’ebraismo che non siano protetti, prestare molta attenzione all’ambiente circostante quando ci si trova in aree identificate con Israele o l’ebraismo, segnalare qualsiasi minaccia o attacco alle forze di sicurezza locali ed evitare aree note per l’ostilità verso israeliani ed ebrei.

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato che il suo paese utilizzerà le sue capacità militari per difendersi “nell’ambito del nostro diritto intrinseco alla legittima difesa”. Aragchi ha fatto saper di aver discusso gli sviluppi attuali della situazione con i suoi omologhi in Iraq, Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Qatar, paesi colpiti in mattinata dalla ritorsione iraniana in quanto ospitano basi militari statunitensi.

Secondo quanto riportato dai media statali della Giordania, un missile iraniano è caduto su un’abitazione nella capitale giordana Amman. Le immagini pubblicate dai media arabi mostrano fiamme e fumo che si levano dai detriti.

Il corrispondente di Al-Jazeera riferisce di missili intercettati nei cieli sopra la città di Erbil, mentre un missile avrebbe colpito l’aeroporto di Erbil nel Kurdistan iracheno dove sono presenti anche nuclei di israeliani e militari statunitensi.

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Ore 12:50. Un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile a Minab, una città nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, uccidendo 40 persone. Altre 45 risultano ferite. Il bilancio dei morti è salito a 50 nelle ore successive.

L’agenzia di stampa Fars afferma che gli alti funzionari iraniani sono “in perfetta salute”, compresi il presidente Masoud Pezeshkian, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il capo della sicurezza Ali Larijani.

La televisione israeliana Canale 12, citando fonti israeliane anonime, afferma che il palazzo della guida suprema iraniana Ali Khamenei è stato completamente distrutto. La stessa fonte riferisce che non era chiaro se Khamenei fosse presente al momento dell’attacco.

Un funzionario statunitense ha detto ad Al Jazeera che Washington continuerà i suoi attacchi contro l’Iran nei prossimi giorni.

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Alcune grandi compagnie petrolifere hanno sospeso le spedizioni di petrolio greggio e carburante attraverso lo Stretto di Hormuz a causa degli attacchi in corso di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e della ritorsione di Teheran nella regione, hanno riferito sabato quattro fonti commerciali.

“Le nostre navi resteranno ferme per diversi giorni”, ha detto alla Reuters un alto dirigente di una grande compagnia commerciale. Circa 20 milioni di barili di petrolio attraversano lo stretto ogni giorno, oltre a più di 10 miliardi di metri cubi di GNL.

Ore 14:30. Il senatore statunitense Edward J. Markey ha definito l’attacco militare di Trump all’Iran “illegale e incostituzionale”. Non è stato infatti approvato dal Congresso e “rappresenta un pericolo per tutti gli americani. Le azioni illegali di Trump aumentano il rischio di un’escalation in una guerra regionale più ampia, con gravi rischi per le truppe e i civili statunitensi nella regione. Trump ha costantemente esagerato l’imminenza della minaccia nucleare iraniana, anche dopo aver insistito sul fatto che gli Stati Uniti abbiano “annientato” il programma nucleare iraniano durante il suo attacco illegale, l’Operazione Midnight Hammer”, ha affermato in una nota. Persino il Segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che l’Iran non sta arricchendo l’uranio. “C’era tempo per la diplomazia prima di questo attacco, e c’è ancora tempo”, ha aggiunto Markey, chiedendo una soluzione diplomatica.

Anche il deputato repubblicano Thomas Massie, nemico del presidente, parla di «atto di guerra senza autorizzazione del Congresso».

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L’Iran ha dichiarato di aver preso di mira anche le basi militari statunitensi nella regione.

Massicce esplosioni sono risuonate ad Abi Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti ma anche nei pressi di Dubai, mentre l’AFP riporta di esplosioni nella capitale saudita Riad.

“Abbiamo preso di mira basi statunitensi in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti e centri militari e di sicurezza in Israele”, ha dichiarato il comando delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane (IRGC). “Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane ha preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrain con missili e droni”, ha aggiunto.

Le autorità bahreinite hanno annunciato di aver iniziato l’evacuazione dell’area di Juffair, uno dei quartieri della capitale Manama, dove ha base la Quinta Flotta USA, presa di mira da missili iraniani oggi. L’Agenzia di Stampa del Bahrain ha riferito che il centro di servizio della Quinta Flotta degli Stati Uniti è stato colpito da un razzo.

In Israele a Gerusalemme sono state udite grandi esplosioni. Il sito israeliano Walla ha riportato che sono state udite esplosioni nell’area di Haifa, e altri media israeliani hanno riferito che potenti esplosioni sono state udite nella regione della Galilea, nel nord di Israele.

Il Ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen ha ordinato una “sospensione temporanea” delle attività in “alcuni pozzi di gas naturale” nel Mediterraneo.

Da questa mattina, circa 40 missili balistici sono stati lanciati dall’Iran contro Israele, secondo le valutazioni militari preliminari. Le autorità israeliane cercano di impedire in tutti i modi che vengano diffuse notizie su dove colpiscono i missili iraniani.

In Israele il sito israeliano Walla, riferisce che un uomo è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di incitare e documentare in tempo reale i colpi dei razzi iraniani. A seguito delle informazioni ricevute, la Polizia Regionale del Negev è arrivata nell’area della diaspora beduina e ha arrestato il sospetto mentre trasmetteva “Live” sul social network TikTok, documentando e pubblicando così le posizioni su cui avevano colpito i missili iraniani.

Ore 15:00. I media iraniani hanno confermato esplosioni in diverse città iraniane, a seguito dell’attacco di Stati Uniti e Israele al paese, iniziato questa mattina. Diverse esplosioni sono state udite in varie parti della capitale, Teheran, dove l’attacco ha colpito il cuore della città, in Piazza Palestina, che ospita la residenza dell’ayatollah Kahmenei, in via Wesal vicino all’edificio del Tribunale, in via Pasteur, che ospita l’edificio della Presidenza della Repubblica a sud della capitale.

I media iraniani hanno confermato che il presidente Pezeshkian e il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, erano vivi, mentre la Reuters ha citato un funzionario iraniano che ha detto che Khamenei non si trovava a Teheran e che era stato trasferito in un luogo sicuro.

Gli attacchi hanno preso di mira anche le aree interne dell’Iran tra cui le città di Karaj, Alborz, Isfahan e Qom, e aree nell’ovest del paese come le città di Kangawar, Nahavand, Lorestan, le città di Dezful e Andimishk Ilam, la città di Tabriz, la città di Minab e l’isola di Khark nella provincia di Hormozgan nelle acque del Golfo, la città di Chabahar e la città di Shiraz.

Al Jazeera ha consultato Abdulqader Fayez, un giornalista specializzato in problemi iraniani, il quale sottolineato che “prendere di mira gli organi politici in Iran è in netto contrasto con le parole del presidente degli Stati Uniti di poco fa che dice agli apparati militari di deporre le armi, e al corpo politico dovete arrendervi”, aggiungendo che il messaggio di Trump al popolo iraniano è che “abbiamo iniziato questa battaglia, e dovete farne parte”.

Ore 15:40. L’Iran ha presentato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e al Segretario generale Antonio Guterres, in cui invita le Nazioni Unite ad “assumersi la responsabilità della pace internazionale”.

Nella lettera si legge: “L’Iran invita urgentemente i membri del Consiglio di sicurezza a convocare, senza indugio, una riunione di emergenza del Consiglio per affrontare gli atti di aggressione e violazione della pace da parte dei regimi statunitense e israeliano, che costituiscono una minaccia reale e seria alla pace e alla sicurezza internazionale, e ad adottare le misure necessarie e immediate per porre fine a questo uso illegale della forza e garantire l’assunzione di responsabilità”.

Ore 15:20. «Per quanto ne so», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in un’intervista alla NBC News, «la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è ancora viva». «Se gli americani ci vogliono parlare, sanno dove trovarci», ha aggiunto, sostenendo che Teheran «cerca la de-escalation», è «pronta a parlare di un accordo» nel momento in cui gli attacchi cesseranno, e «non hanno missili in grado di raggiungere il territorio statunitense».

Il «regime change» in Iran auspicato da Donald Trump è considerato una «mission impossible», ha proseguito. «Non puoi rovesciare un regime mentre ci sono milioni di persone che lo sostengono», ha spiegato il capo della diplomazia di Teheran.

Ore 16:00. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran) ha affermato che una nave di supporto al combattimento del Military Sealift Command (Mst, il comando della Marina Usa responsabile del trasporto marittimo di attrezzature, carburante, munizioni e rifornimenti per il dipartimento della Difesa) degli Stati Uniti è stata gravemente colpita da missili lanciati dalle proprie forze navali, senza specificare dove.

È stata anche diffusa la foto satellitare sulla base statunitense che ospita una centrale radar avanzata in Qatar, colpita dai missili iraniani.

Tutte le le navi commerciali stanno ricevendo trasmissioni dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane che dicono che nessuna nave è autorizzata a passare attraverso lo Stretto di Hormuz. Di lì passa il 20% del petrolio mondiale. Inevitabili le ripercussioni sul prezzo del greggio, quando riapriranno i mercati, lunedì mattina.

Ore 16:40. Un missile ipersonico Fatah ha raggiunto il centro di Tel Aviv. La notizia è stata data da numerosi testimoni, ma ovviamente l’Idf si rifiuta di confermare.

Ore 18:45. Un portavoce della Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato all’agenzia di stampa Mehr che gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele hanno colpito 24 province iraniane, uccidendo almeno 201 persone e ferendone 747. Il portavoce ha affermato che oltre 220 squadre della Mezzaluna Rossa sono presenti nei luoghi presi di mira e che le operazioni di soccorso continuano.

Ore 22:45. Le sirene in serata hanno risuonato nel centro di Israele mentre l’Iran continua a lanciare missili balistici. Ynet riporta che una donna israeliana è morta, e circa 20 persone sono rimaste ferite dall’impatto di un missile balistico iraniano a Tel Aviv, secondo i primi soccorritori.

Ore 23:00. L’agenzia di stampa cinese Xinhua, citando fonti iraniane, ha riportato che l’ayatollah Khamenei è vivo e si trova al sicuro.

Poco prima, anche il Ministero degli Esteri iraniano aveva dichiarato in TV che l’ayatollah Khamenei è vivo e che le voci sulla sua morte fanno parte di una guerra informativa e psicologica. Un portavoce dell’ufficio di Khamenei ha inoltre comunicato che il leader dell’Iran continua a guidare il Paese e che le notizie sulla sua morte sono false.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato in un’intervista di ritenere corrette le notizie sulla morte della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei. “Riteniamo che questa sia una storia corretta”, ha detto Trump a NBC News.

Sulla morte di Khamenei non c’è però conferma dall’Iran e un tweet pubblicato dall’account X dell’ayatollah sostiene di dimostrare che la guida suprema è ancora viva.

L’obiettivo di questa guerra del resto è il “cambio di regime” e gli Stati Uniti vogliono disperatamente che la popolazione creda alla morte di Khameni, scenda in strada e insorga. Diffondendo voci sulla morte del leader, cercano di riportare la gente in strada.

Fonte

27/02/2026

Amori & incantesimi (1998) di Griffin Dunne - Minirece

Il Joker e il suo doppio. Note a proposito di un film incompreso

di Sandro Moiso

Mentre il primo Joker di Todd Phillips (2019) aveva riscosso un più che meritato successo di critica e di pubblico vincendo anche il Leone d’oro alla 76ª Mostra del cinema di Venezia, il secondo, Joker: Folie à Deux (2024), dello stesso regista e con lo stesso straordinario interprete (Joaquin Phoenix), cui si è aggiunta la presenza di Lady Gaga, non ha suscitato la stessa attenzione ed è stato troppo spesso liquidato come film non riuscito o, peggio ancora, come musical noioso o irrisolto. Eppure, eppure...

Todd Phillips, prima del film dedicato al miglior (o peggior?) “villain” prodotto dall’immaginario della DC Comics, si era dedicato quasi esclusivamente al genere commedia, con cui aveva raggiunto una certa dose di celebrità e successo di cassetta con film quali Una notte da leoni (The Hangover, 2009) e i successivi Una notte da leoni 2 e 3 (2011 e 2013), oppure Parto con il folle (Due Date, 2010), anche se alcune sue sceneggiature – come ad esempio quella di Borat: studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan), per la regia di Larry Charles nel 2006 – avevano già fatto intravedere una certa sua attenzione alla critica sociale e culturale della nazione americana e dei suoi valori.

Con il successivo Trafficanti (War Dogs, 2016) Phillips tinge di nero e realismo una commedia basata su una storia vera pubblicata sulla rivista «Rolling Stone» a proposito dei contratti, e delle susseguenti truffe, di due trafficanti d’armi, David Packouz e Efraim Diveroli, incaricati di rifornire le truppe statunitensi in Iraq. Dalla critica ironica del commercio illegale di armi e delle politiche americane in Medio Oriente alla rivisitazione del personaggio di Arthur Fleck, alias il Joker, il passo sarà breve e così il regista e sceneggiatore, nato a New York nel 1970, trasforma l’originale nemico di Batman in un individuo solitario, tartassato dalla madre e abusato durante l’infanzia dagli amanti violenti della stessa, che non ha certo bisogno di un antagonista in armatura e calzamaglia nera per scatenare la propria furia omicida e il proprio malessere esistenziale.

Già questo passaggio, contenuto nel primo film, rimette seriamente in discussione un personaggio precedentemente rivisitato da Tim Burton nel suo primo Batman, interpretato da Jack Nicholson nel 1989, e da Christopher Nolan nel suo Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008) in cui il ruolo del Joker era interpretato da un buio e tossico Heath Ledger (1979-2008), che sarebbe deceduto prima ancora dell’uscita del film.

Un Joker oscuro, si diceva prima, ben lontano da quello interpretato da Nicholson, ancora legato ad una interpretazione irridente e irriverente del personaggio, e che per questo motivo sarebbe stato sempre critico nei confronti del film di Nolan. Ma non ancora così oscuro e malato quanto quello portato sugli schermi da Joaquin Phoenix. In entrambi i casi, anzi in tutti e tre, fino al primo Joker di Phillips, però, il villain dalla maschera clownesca ha qualcosa del ribelle e del trascinatore di folle. Capace di scatenare il Caos poiché, come afferma quello interpretato da Heath Ledger, sa di essere egli stesso “il Caos”.

Così, non a caso, nelle rivolte reali e successive all’uscita del film del 2019 non fu difficile individuare manifestanti che, in occasioni e aree diverse del pianeta, vestivano i panni del Joker phoenixiano per partecipare alle stesse. Trasformando un Mito in Realtà o, almeno, cercando di riprodurre il Mito nella Realtà1.

Ecco, la novità di Joker: Folie à Deux consiste proprio nel rompere con tutto questo, riportando la maschera al volto reale che da quella è celato, mostrando Arthur Fleck per quello che è, nel suo disagio esistenziale, nella sua follia e nel suo tentativo (impossibile) di ritorno o accesso ad una affettività che gli è stata sempre negata in quanto essere, semplicemente, umano.

Ma per raggiunger e il risultato voluto, il regista deve anche rivisitare la figura di Harleen Quinzel alias Harley Quinn, l’eterna innamorata e complice del Joker già portata più volte sullo schermo, in particolare da Margot Robbie in Suicide Squad di David Ayes (2016), Birds of Prey di Cathy Yan (2020) e The Suicide Squad – Missione suicida di James Gunn (2021).

In Folie à Deux rimane soltanto Harleen Quinzel, ragazza ricca e viziata, che non diventerà mai Harley Quinn, per il semplice fatto che se non esiste davvero il Joker anche la mitomane e intraprendente Harley non può esistere. Lady Gaga dà così vita e volto a una giovane donna che non comprende la realtà e che, anzi, vorrebbe trasformarla secondo le logiche di un film, quello sul Joker che ha visto, a suo dire, prima «venti volte», ma in realtà, messa alle strette da Arthur, «quattro o cinque».

Il Mito, nel secondo film sul Joker di Phillips, esce di scena e non lascia altro spazio se non alla pietà per chi è rinchiuso in un circuito carcerario e manicomiale, l’orrido Arkham Asylum di lovecraftiana memoria, che non serve a curare o redimere, ma soltanto ad umiliare, torturare psicologicamente e fisicamente, fino ad uccidere, chi vi è rinchiuso. Soprattutto quando costui, in questo caso Arthur Fleck, cerca di ritrovare un senso e una minima dignità nella propria vita, che non sia soltanto frutto di una maschera carnevalesca e dei suoi crimini efferati.

Arthur Fleck, illuso e allo stesso tempo risvegliato dal rapporto con la solo apparentemente folle Harleen, scopre, poco per volta e soprattutto attraverso l’inganno, il bambino impaurito che ancora si cela nel suo corpo scheletrico. Corpo che di per sé diventa simbolo di ogni sofferenza umana e infantile legata alla fame, non soltanto di affetto, alla violenza o alla reclusione nei differenti aspetti che l’universo concentrazionario può assumere: dal carcere al manicomio fino ai campi di concentramento o alle rovine di Gaza.

 Ma corpo reale ed origine dello stesso non interessano nemmeno agli estimatori del Joker che vedono in lui solo il potenziale simbolo di una rivolta che non può, però, essere soltanto sinonimo di violenza. Anche Harleen non vede e non vuole Arthur, vuole il Joker e, proprio per questo, prima di consumare l’unico, frettoloso e insoddisfacente rapporto sessuale che avrà con lui dovrà prima truccarlo con i colori del clown.

I secondini vogliono un uomo sconfitto che, illuso nell’infanzia di essere destinato a portare l’allegria nel mondo, non sa far altro che raccontare barzellette che non fanno ridere. Harleen vuole il criminale spietato e ferocemente ludico; gli ammiratori, che giungeranno ad un eccesso di violenza per liberarlo e risvegliarlo al fasullo se stesso, vogliono il capopopolo, il leader, il volto di cui trasmettere e condividere l’immagine sui social.

È un film crudele e spietato quello di Phillips che una critica rinchiusa nei suoi banali moduli interpretativi (commedia, serialità, comics) e un pubblico affamato di superficiali avventure superomistiche (anche se ammantate, come ormai si usa da anni sia in ambito Marvel che DC, di problematicità) non hanno compreso. Troppo lungo per il pubblico del sabato sera e della domenica pomeriggio, troppo intenso per una critica addormentata dai moduli cinematografici del perbenismo in cui van bene le teste mozze e le cascate di sangue oppure la violenza priva di sacralità di Tarantino, ma non la sacralità della sofferenza dell’individuo in cerca di riscatto.

Arthur Fleck cerca infatti il riscatto, non sociale, ma personale e se per far questo dovrà difendersi da solo sapendo che in quel modo gli si apriranno davanti soltanto i corridoi percorsi dai condannati a morte, ben vengano le conseguenze giudiziarie. Arthur, forse per la prima volta cosciente della necessità di una guarigione, cerca di liberare il bambino ferito che è in lui, cerca l’amore che mai nessuno gli ha dato. E che mai nessuno, tanto meno Harleen o i suoi ammiratori, gli daranno, scontando così non tanto i suoi peccati quanto il rifiuto di fornire il modello di un Eroe negativo.

Un film davvero troppo bello quello di Phillps, a partire dal magnifico cartoon iniziale, ricalcato su quelli della serie Looney Tunes già prodotta e distribuita dalla Warner Bros, la stessa società che ha prodotto il film attuale, tra il 1930 e il 1969. Un film dove le scene musicate e cantate rappresentano i sogni di Arthur e in cui, come spesso accade, solo la musica popolare sa dare voce a chi non ha modo di esprimere altrimenti i propri sentimenti. Mentre un immaginario collettivo troppo spesso influenzato dal gioco dei media e dei social, nella ricerca di improbabili modelli esistenziali e “politici”, viene messo irrimediabilmente alla gogna.

Note

1) Si veda in proposito qui

Fonte

Per il Capitale “siamo tutti palestinesi”

di Pasquale Cicalese

È stato approvato nei giorni scorsi il decreto Omnibus, contenente, tra gli altri, norme sul lavoro. Uno potrebbe dire: “buona la flat tax su festivi, notturni e indennità di turno”. Così potrebbe essere, come la “partecipazione dei lavoratori ai profitti delle aziende” decisa lo scorso anno.

Poi però, siccome sono malizioso, vado a vedere cosa porta nei luoghi di lavoro, assieme a quell’Intelligenza Artificiale che Panetta, Banca d’Italia, e tutti, vorrebbero venisse adottata in Italia e Ue.

Rimaniamo a noi. La flat tax porterà ad accordi aziendali, magari di finte riduzioni di orari di lavoro, ma distribuite per 24 ore su 24, e 7 giorni su 7. Insomma, la produzione non si ferma mai, il lavoratore ed in specie la lavoratrice, vedrà magari alcuni giorni di riposo, ma a fine settimana, magari notturni, con i loro figli (non che la cura dei figli debba essere solo “femminile”) a casa o chissà dove.

Il capitale non si ferma mai, sia produttivo che finanziario, i flussi di produzione devono sottostare alle leggi del capitale che implicano una “durata di lavoro” che mai si ferma. Assieme all’Intelligenza Artificiale, che comporta “controllo” ed “intensificazione dei ritmi produttivi”, non vi è più una sottomissione solo “formale”, direbbe Marx, ma “sussunzione reale” del fattore lavoro, il tutto condito da salari che lascio a voi giudicare.

In un contesto di pluslavoro assoluto e di “riduzione fiscale del fattore lavoro” (da dove prenderanno i soldi per tamponare, a livello di bilancio statale, tale misura? sempre da lì, dal salario sociale globale di classe), l’individualismo “operaio”, “impiegatizio” porterà, sempre insieme all’IA, ad una competizione tra lavoratori e lavoratrici.

Insomma, il governo, voce dei padroni, risponde alla “crisi” con l’allungamento della giornata lavorativa, con la “porosità” dei fattori capitale lavoro, con il “rientro” (fiscalmente favorito) di gente in pensione, ma sempre con leggi sul mercato del lavoro che rimandano a Pacchetto Treu (1998), Legge Sacconi (2002), Jobs Act (2016) e altro ancora.

Chi avrà letto Il Capitale di Karl Marx – assieme al suo sodale Engels che scrisse una splendida opera sulle condizioni degli operai, lui che era industriale – si renderà conto che questi “trucchetti” erano già adottati nella Gran Bretagna dell’800.

L’autoritarismo, di cui gli italiani sembrano scandalizzati quando si manifesta altrove, trova una “base” nell’autoritarismo “soft”, “sottaciuto”, o magari “crudo nel suo reale” dei luoghi di lavoro. Ed è da lì che occorre ripartire.

Alcune settimane fa scrivevo che non servivano più “economisti”, ma occorrevano antropologi, psichiatri infantili, gente che bazzica le carceri, sociologi di inchiesta sociale e territoriale, capace di ascoltare qualche industriale (lo faccio, quando mi capita), gente del sociale, che sia cooperativa o volontaria, che abbia l’occhio su quanto succede nelle “strade”.

Dopo aver visto su Il Sole 24 Ore la notizia della flat tax del decreto Omnibus sento un compagno della Rete dei Comunisti. Gli ho detto: “in questi tre anni non ho seguito guerre, stermini, genocidi o altro. Seguivo tracce diverse, e ora i nodi vengono al pettine”. Mi riferivo al Decreto Omnibus.

Seguivo insomma cosa stava succedendo nel ciclo economico e quel che accadeva soprattutto nel mercato del lavoro italiano. Sarò stato controcorrente, forse poco empatico (anche se avevo già annunciato pubblicamente che non avrei seguito alcuna guerra guerreggiata), ma avevo i miei motivi.

Mi interessava la guerra al lavoro, alla base di tutto; la crisi capitalistica, alla base di tutto, la finanza internazionale, ancor più alla base di tutto.

Scavavo insomma come la vecchia talpa, come diceva Marx, ed ora molte cose mi sono chiare, ma già tre anni fa intuì ma stetti zitto. Il terzo morto – Piccola storia crotonese (mio terzo libro) mi impegnò per un bel po’, poi avevo il lavoro, ma un caro amico romano mi mandava e mi manda alcuni giornali, vedevo i titoli principali, scorrevo quello che mi interessava (sono stato interessato per diversi mesi alla finestra del Sole “Norme e tributi”). Non credo che con un governo di centrosinistra le cose sarebbero andate diversamente, anzi, dopo quello che avevano combinato mi aspettavo ancor peggio.

Per me il pacchetto sicurezza, la riforma costituzionale della giustizia, e altre cose, hanno a che fare con la costruzione di un Panopticon foucaltiano del mercato del lavoro. Il tutto condito da sorrisi, simpaticherie, feste, festicciole, e prime pagine di giornali di destra con un odio di classe che inorridiva.

Può darsi che con Vannacci gli italiani ci caschino ancora, e vinceranno ancora, ma il Panopticon sarebbe stato sia di destra sia “di sinistra”. Ma nella stessa sinistra antagonista, capisco impegnata nei genocidi, non ho visto coscienza di quel che stava per succedere.

Unica consolazione alcuni amici compagni, due imprenditrici, alcuni credenti, ed un Franco Ferlini che un anno e mezzo fa mi pose una questione: “Pasquale, qual è l’energia che fa muovere il mondo capitalistico?” Gli risposi: “non so, forse il profitto”. Lui disse: “no, Pasquale, il lavoro; siamo tutti palestinesi”.

Ecco, nel mentre si seguiva la tragedia palestinese, seguivo tracce dei “palestinesi lavoratrici e lavoratori di tutto l’Occidente”. Ed ora ecco il futuro.

Su Milano Finanza di due giorni fa compare una notizia: “Legittimo il licenziamento per introdurre la IA in azienda: la sentenza che fa discutere. La decisione del Tribunale di Roma legittima il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quando l’IA permette un’efficienza aziendale tale da sopprimere posizioni lavorative”. E non c’è coscienza di quanto sta per accadere, ed è questo il dramma.

Fonte

Open-Mentana, i controllori italiani della visibilità su Facebook

C’è una riga nella pagina “Chi Siamo” di Open, il sito di informazione fondato da Enrico Mentana, che la maggior parte dei lettori in genere supera senza fermarsi.

“Dal 2021,” si legge, “riceviamo un contributo da parte di Facebook all’interno del Third-Party Fact-checking Program della nostra sezione Open Fact-checking.“

La frase è burocratica. Il potere che descrive non lo è.

Quando i fact-checker di Open valutano un post su Facebook o Instagram come “Falso,” “Alterato,” o “Contesto mancante,” l’algoritmo di Meta non si limita ad aggiungere un’etichetta. Riduce drasticamente la distribuzione del post su ogni piattaforma Meta nel mercato italiano.

Il contenuto resta, tecnicamente, online. Ma il numero di persone che lo vedono crolla a una frazione di quello che altrimenti sarebbe.

Per i contenuti valutati “Falso” o “Alterato,” il Transparency Center di Meta stesso descrive la riduzione come “drastica.” Il post viene anche escluso dai suggerimenti, bloccato dalla pubblicità, e innesca penalizzazioni per la pagina o l’account che lo ha condiviso.

Open è una delle due sole organizzazioni certificate per svolgere questa funzione per Meta in Italia. L’altra è Facta (già Pagella Politica).

Tra le due, controllano quali post su Gaza, su Israele, sulla guerra, sull’occupazione (e altro, ovviamente) raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme social più utilizzate del paese, e quali vengono algoritmicamente sepolti.

La domanda non è se Open svolga questa funzione con competenza. La domanda è se un’organizzazione il cui fondatore e direttore editoriale ha posizioni pro-Israele documentate, pubbliche e costanti, possa svolgerla senza bias strutturale.

E se la relazione finanziaria tra Open e Meta, il cui importo non è mai stato reso pubblico, crei incentivi che rendono quel bias non un rischio, ma una caratteristica identitaria.

L’uomo

Enrico Mentana è uno dei volti più riconoscibili del giornalismo italiano. Direttore del TG di La7, il telegiornale della rete di Urbano Cairo, dal 2010. Ex direttore del TG5 sul Canale 5 di Berlusconi. Fondatore di Open nel dicembre 2018, concepito come “impresa sociale” per impiegare giovani giornalisti nel digitale (o, almeno, questo è quello che ha dichiarato Mentana).

La sua voce su Wikipedia nota, nel registro neutro dell’enciclopedia, che è “figlio primogenito di Franco Mentana, noto corrispondente della Gazzetta dello Sport, e di Lella, di origini ebraiche. È stato battezzato cattolico, sebbene mostrerà sempre grande vicinanza al popolo ebraico.“

La posizione di Mentana su Israele non è una questione di interpretazione: è una questione di documentazione.

Nell’ottobre 2024 Contropiano, analizzando lo speciale di Mentana su TG La7 per il primo anniversario del 7 ottobre, intitolato “L’orrore di un anno“, ha documentato quella che hanno definito una strategia editoriale sistematica: tre quarti d’ora di immagini del 7 ottobre quasi senza mai menzionare l’assedio, la distruzione, o i bambini palestinesi uccisi nella campagna successiva.

Gli analisti hanno argomentato che Mentana utilizza una tecnica in cui le dichiarazioni verbali offrono critiche nominali a ogni tipo di violenza, mentre il contenuto visivo umanizza esclusivamente le vittime israeliane. Le parole dicono una cosa, le immagini un’altra. Il pubblico ricorda, ovviamente, le immagini.

Nel maggio 2025, Il Fatto Quotidiano lo ha detto in modo piuttosto diretto: “Mentana non è mai stato ambiguo sulla Palestina: è sempre stato apertamente sionista.“

Nel marzo 2025, la giornalista Paola Caridi ha documentato come il TG La7 di Mentana si riferisse ai coloni israeliani in Cisgiordania come “settlers” che “conducono una vita di frontiera“, sanificando il più grande sistema organizzato di furto di terra nel mondo contemporaneo presentandolo come una scelta di stile di vita.

Niente di tutto questo è insolito per i media mainstream italiani.

Ciò che è insolito è che l’uomo che fa questa (dis)informazione controlla anche un’operazione di fact-checking con il potere di sopprimere algoritmicamente contenuti su Facebook e Instagram, le piattaforme dove la maggior parte degli italiani legge le notizie.

La struttura

Open è pubblicato da G.O.L. Impresa Sociale S.r.l. (Giornale On Line), con sede a Milano. Mentana detiene il 99% del capitale. Il restante 1% appartiene a Giampiero Falasca, partner di DLA Piper, lo studio legale internazionale, che ha fornito servizi legali pro bono (o meglio, pro 1%) al lancio.

L’investimento iniziale è stato modesto: Mentana ha messo 250.000 euro di tasca propria. La pubblicità è stata gestita fin dal lancio da Cairo Pubblicità, il braccio pubblicitario di Urbano Cairo, che possiede La7 (dove Mentana dirige il TG) ed è azionista di maggioranza di RCS MediaGroup, editore del Corriere della Sera. La Fondazione Cariplo ha contribuito con un importo non dichiarato tra il 2019 e il 2020.

Nel 2022, l’operazione Open generava 2,2 milioni di euro di ricavi annui, impiegava tra 20 e 49 persone, con costi del personale di circa un milione di euro. L’utile netto dichiarato era di 150.000 euro.

La struttura di “impresa sociale” significa che gli utili non possono essere ridistribuiti, ma vanno reinvestiti. Ma l’operazione non è benefica: è – e rimane – una società media commerciale, con una porzione significativa dei suoi ricavi che proviene da un singolo cliente: Meta.

L’importo esatto che Meta paga a Open non è mai stato reso pubblico. A livello globale, il Third-Party Fact-Checking Program di Meta finanziava nel 2023 oltre 90 organizzazioni in più di 60 lingue, spendendo ciò che Bill Adair, co-fondatore dell’International Fact-Checking Network, ha descritto come “milioni di dollari.”

NPR ha riportato che i singoli contratti sono talmente sostanziosi da aver suscitato preoccupazioni sulla dipendenza in diverse organizzazioni.

La dichiarazione di Open riconosce il pagamento di Meta, ma non fornisce alcuna cifra.

Non è un dettaglio, perché la dipendenza finanziaria crea un incentivo strutturale. Open ha bisogno dei soldi di Meta. Meta ha bisogno dei fact-check di Open per dimostrare ai regolatori europei, in particolare sotto il Digital Services Act dell’UE, che prende la disinformazione sul serio. La relazione è simbiotica, e la simbiosi modella cosa viene verificato e come.

Il conflitto

C’è una definizione per ciò che accade quando la stessa persona, politicamente molto schierata, contemporaneamente dirige un importante telegiornale nazionale e controlla un’operazione di fact-checking con potere di enforcement sulle piattaforme social dominanti del paese.

Nella maggior parte dei quadri regolamentari, la definizione sarebbe “conflitto di interessi.” In Italia, si chiama Open, di Enrico Mentana.

Mentana dirige il TG La7, di proprietà di Urbano Cairo. Cairo Pubblicità vende la pubblicità di Open. Cairo controlla anche RCS, l’editore del Corriere della Sera. Un singolo impero mediatico fornisce la piattaforma editoriale (La7), i ricavi pubblicitari (Cairo Pubblicità) e l’infrastruttura di fact-checking (Open) che determina quali contenuti raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme Meta e quali no.

Lo stesso uomo siede al centro di tutti e tre.

Il team di fact-checking di Open lavora sotto la direzione editoriale di Mentana.

Quando valutano un post su Gaza come “Contesto mancante” o “Parzialmente falso”, la decisione porta il peso dell’algoritmo di Meta: soppressione della distribuzione a milioni di utenti italiani.

Questo non è un editoriale che i lettori possono scegliere di ignorare. È un intervento a livello infrastrutturale che opera sui contenuti ben prima che gli utenti li possano vedere.

David Puente, il principale fact-checker di Open, ha dichiarato a MasterX nel febbraio 2025 di ricevere critiche da entrambe le parti: “I filo-israeliani mi chiamano filo-palestinese o addirittura filo-Hamas, i filo-palestinesi mi chiamano ebreo e sionista.” Questo è il framing standard del fact-checker che rivendica obiettività attraverso l’equidistanza.

Ma l’equidistanza non è neutralità, soprattutto quando un lato sta conducendo un’operazione militare che la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato plausibilmente genocidaria, e l’altro è la popolazione civile che viene uccisa, in massima parte donne e bambini.

L’equidistanza tra l’atrocità documentata e la sua negazione non è una metodologia. È una posizione politica.

La posizione strutturale del direttore editoriale, le cui opinioni su Israele sono pubblicamente documentate come costantemente pro-Israele, modella la cultura organizzativa in cui quelle decisioni di fact-checking vengono prese.

Non deve essere una direttiva. Non deve essere scritta in un memorandum. Deve solo essere l’orientamento compreso dell’istituzione, l’aria che la redazione respira.

È così che funziona l’influenza editoriale in ogni organizzazione mediatica del mondo e non c’è ragione di supporre che Open ne sia esente.

Il bias della piattaforma

Il conflitto strutturale si approfondisce quando si esamina ciò che le piattaforme Meta fanno con i contenuti su Israele-Palestina, indipendentemente da qualsiasi fact-checking.

Nel maggio 2024, l’Adversarial Threat Report di Meta ha riconosciuto la rimozione di 510 account Facebook e 32 account Instagram collegati a STOIC: un’operazione di influenza contrattata dal governo israeliano, che conduceva campagne coordinate rivolte al pubblico negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito.

L’operazione promuoveva contenuti pro-Israele e anti-palestinesi, usando account falsi e personaggi generati dall’IA.

Molteplici ricercatori e organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, 7amleh (il Centro Arabo per l’Avanzamento dei Social Media) e i ricercatori di The Markup, hanno documentato la soppressione algoritmica di contenuti palestinesi sulle piattaforme Meta.

Giornalisti, attivisti e utenti comuni palestinesi hanno segnalato shadowbanning, rimozione di contenuti e restrizioni degli account a tassi di gran lunga superiori a quelli applicati a contenuti israeliani comparabili. La revisione interna di Instagram, nel 2021, ha scoperto che un cambiamento tecnico aveva “accidentalmente” soppresso contenuti sulle proteste di Sheikh Jarrah e che l'”incidente” si allineava con un pattern.

Open è il contractor pagato da Meta per la moderazione dei contenuti in Italia.

Opera all’interno di un ecosistema di piattaforma che ha un bias documentato contro le voci palestinesi.

I giudizi individuali dei fact-checker non esistono nel vuoto. Esistono all’interno di un sistema i cui default sono chiaramente orientati. Quando il fact-checker condivide l’inclinazione, quando le posizioni pubbliche del direttore editoriale si allineano con il bias documentato della piattaforma, il sistema non corregge l’errore. Lo amplifica.

Cosa ha cambiato il gennaio 2025 e cosa no

Nel gennaio 2025, Mark Zuckerberg ha annunciato che Meta avrebbe terminato il suo Third-Party Fact-Checking Program negli Stati Uniti, sostituendolo con un sistema crowdsourced di “Community Notes” modellato su quello usato da X di Elon Musk.

L’annuncio è stato ampiamente raccontato come una capitolazione alla pressione politica della nuova amministrazione Trump.

Ciò che è stato meno raccontato è stato l’ambito geografico. La dichiarazione di Meta è stata precisa: il cambiamento si applicava solo agli Stati Uniti. “Fino a quando le Community Notes non saranno lanciate in altri paesi, il programma di fact-checking di terze parti rimarrà attivo.”

Ad oggi (febbraio 2026), le Community Notes non sono state lanciate in Italia, quindi Open continua a operare come fact-checker certificato di Meta per il mercato italiano.

Il meccanismo di enforcement algoritmico, la soppressione della distribuzione per i contenuti valutati falsi o fuorvianti, resta pienamente attivo.

Negli Stati Uniti, la funzione di gatekeeping è stata rimossa dalla destra sotto pressione politica. In Italia, persiste.

Il potere che Open esercita su ciò che gli utenti italiani di Facebook e Instagram vedono su Gaza non è terminato nel gennaio 2025. Continua ogni giorno.

Lo scudo dell’impresa sociale

La forma giuridica di Open, impresa sociale, merita attenzione non per ciò che significa, ma per ciò che segnala.

La designazione di “impresa sociale” ha una certa aura di no-profit nel diritto societario italiano. Suggerisce interesse pubblico, missione civica, giornalismo come servizio.

La forma proibisce la distribuzione degli utili, il che sembra confermare il framing altruistico.

Ma la designazione non impedisce all’impresa di ricevere pagamenti commerciali sostanziosi da una delle più potenti corporation tecnologiche del mondo.

Non impedisce all’impresa di funzionare come contractor di moderazione dei contenuti, le cui decisioni editoriali portano a un enforcement algoritmico. Non impedisce al fondatore dell’impresa di dirigere un telegiornale su una rete posseduta dall’uomo che vende anche la pubblicità della sua impresa.

La forma di impresa sociale non è una garanzia di indipendenza. È una struttura giuridica che fornisce benefici fiscali e posizionamento reputazionale, permettendo le stesse relazioni commerciali (e le stesse dipendenze strutturali) che operano in qualsiasi società mediatica.

La missione sociale è verificabile: Open impiega, di fatto, giovani giornalisti. La domanda è se la missione si estenda alla funzione editoriale che dà all’impresa il suo potere (il fact-checking) o se quella funzione serva un diverso insieme di interessi che l’etichetta di impresa sociale oscura.

Ciò che non è noto

Ciò che è ben documentato è il posizionamento editoriale costantemente pro-Israele di Mentana, attestato da molteplici fonti mediatiche italiane, lungo ormai più di un decennio.

La relazione finanziaria di Open con Meta, dichiarata sul suo stesso sito. Il conflitto strutturale tra advocacy editoriale e neutralità del fact-checking. Il bias documentato di Meta contro i contenuti palestinesi sulle proprie piattaforme. La continuazione del programma di fact-checking in Italia dopo la sua terminazione negli Stati Uniti.

Ciò che non è documentato è l’importo esatto che Meta paga a Open fin dal 2021.

Se qualsiasi ente governativo israeliano, organizzazione pro-Israele, o fondo legato all’hasbara, abbia qualsiasi relazione finanziaria o istituzionale con Open, il suo staff, o le sue operazioni editoriali.

Se Mentana abbia mai ricevuto comunicazioni dirette da organizzazioni diplomatiche o di advocacy israeliane riguardo alla copertura di Open.

Sia ben chiaro: non c’è evidenza di finanziamento israeliano diretto a Open. A differenza de Il Riformista, che pubblica un conto corrente, diffonde contenuti di JNS, e ospita esponenti di think tank del governo israeliano, Open non mostra alcuna impronta istituzionale israeliana visibile.

Il caso non è di finanziamento occulto o coordinamento formale. È di allineamento strutturale: un fact-checker il cui orientamento editoriale, la cui dipendenza dalla piattaforma, e il cui potere algoritmico si combinano per creare un sistema in cui la soppressione di contenuti pro-palestinesi non è uno scandalo, come dovrebbe essere, ma un’impostazione di base.

Questa è una forma di controllo narrativo ben più sottile e potenzialmente molto più importante di qualsiasi campagna dichiarata di advocacy.

Il Riformista ti dice chiaro e tondo cosa è: il braccio dell’Hasbara in Italia. Open ti dice cosa non è, ma esercita un potere che Il Riformista può solo invidiare.

Il problema del gatekeeping

Quando l’IDMO, l’Osservatorio Italiano dei Media Digitali, ha pubblicato il suo rapporto dell’ottobre 2025, ha rilevato che Israele-Palestina era il singolo tema più frequente nelle verifiche sulla disinformazione in Italia, rappresentando il 24,3% di tutta l’attività di debunking. Open ha contribuito a una porzione molto significativa di quelle verifiche.

La statistica invita a fare due letture.

La prima è che la disinformazione sul conflitto è genuinamente dilagante, e che quindi i fact-checker stanno svolgendo un lavoro comunque utile e necessario. C’è disinformazione su ogni aspetto del conflitto, e correggerla serve l’interesse pubblico.

La seconda lettura è meno confortevole.

Quando un quarto di tutta l’attività di fact-checking in un paese è diretta a un singolo tema geopolitico, uno su cui il direttore editoriale di una delle principali organizzazioni di fact-checking ha posizioni politiche pubbliche e ben documentate, la concentrazione stessa diventa la domanda. Chi decide quali affermazioni su Gaza vengono verificate?

Chi decide cosa è un “contesto mancante”?

Quando un post documenta la distruzione di un ospedale da parte dell’IDF e viene etichettato come “contesto mancante” perché non menziona i tunnel di Hamas, è fact-checking o è framing?

Quando un post condivide le cifre delle vittime dal Ministero della Salute di Gaza e viene etichettato come “necessita contesto aggiuntivo” perché la fonte è Hamas, è accuratezza o delegittimazione?

Queste non sono domande ipotetiche. Sono le decisioni quotidiane che determinano cosa milioni di utenti italiani possono vedere sui loro schermi. E sono prese da un’organizzazione il cui direttore editoriale non è mai stato ambiguo su dove si colloca.

Il potere di decidere cosa è vero non è la stessa cosa del potere di decidere cosa è visibile. Open ha entrambi.

Nell’ecosistema informativo italiano, la distanza tra fact-checking e controllo narrativo, di fatto, è inesistente.

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