Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/02/2026

“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto

È chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.

Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).

Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.

Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.

A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.

La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile... 

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.

Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?

P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).

*****

Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

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L’Italia è più ricca solo sulla carta: diminuisce il potere d’acquisto rispetto al 2021

Il rapporto su “La ricchezza dei settori istituzionali in Italia – Anni 2005-2024”, elaborato congiuntamente da Istat e Banca d’Italia, ci dice che il portafoglio degli italiani gode di ottima salute... se consideriamo solo i valori nominali e l’ultimo anno. Al contrario, sul lungo periodo e sul potere d’acquisto fotografa il fallimento di centrodestra e centrosinistra.

La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2024, la cifra di 11.732 miliardi di euro. Rispetto al 2023 ha segnato un aumento del 2,8%, che però è ben lontano dal promettere il recupero dell’inflazione degli anni precedenti. La ricchezza a prezzi costanti risulta ancora inferiore di oltre il 5% rispetto ai livelli del 2021.

Nello studio si legge che “in rapporto al reddito lordo disponibile, la ricchezza netta è rimasta stabile rispetto al 2023 (8,2), tra i valori più bassi del periodo 2005-2024”. Il messaggio è che, in sostanza, il colpo inferto dalla fiammata inflattiva del 2022 non è stato riassorbito, e i segnali attuali non sembrano incoraggianti in questo senso, soprattutto se vediamo come la dinamica dei prezzi sta colpendo soprattutto le fasce meno abbienti.

La crescita del 2024, inoltre, è stata sostenuta da due motori principali. Il primo è la crescita del valore delle abitazioni: un dato che può trarre in inganno, perché parliamo di una ricchezza di cui non si può disporre immediatamente. La casa, chi vive del proprio lavoro, la abita, non la “smercia” sui mercati. La crescita dei valori immobiliari (che ha a malapena recuperato il livello raggiunto prima della crisi del debito sovrano) aiuta sostanzialmente chi ci vuole speculare sopra.

Il secondo motore sono state le attività finanziarie, balzate in avanti del 3,6%, trainate dal vento favorevole “dell’andamento positivo dei prezzi delle quote di fondi comuni, dei titoli e delle riserve assicurative”, si legge nella sintesi sul sito dell’Istat. Ciò è dovuto ad anni di alti tassi d'interesse, ma rappresenta anche un’ulteriore finanziarizzazione che potrebbe giungere al limite di una bolla pronta ad esplodere. Non si tratta dunque di ricchezza reale, ma di codici sui server che potrebbero svanire da un momento all’altro.

Senza voler generare allarmismo, bisogna sottolineare come rispetto all’aumento del rischio, le famiglie italiane possano ancora contare su una larga ricchezza proveniente dalla casa di proprietà (il valore delle abitazioni sul totale della ricchezza netta è vicino al 50%). Un bene rifugio che permette ancora di rimanere a galla, ma che non può risolvere il problema della spesa giornaliera.

Ci sono poi problemi legati a un patrimonio che, comunque è distribuito in maniera fortemente diseguale, e anche il fatto che le famiglie più giovani sono quelle che fanno più fatica ad accumulare risparmio, non potendo magari contare su redditi da lavoro adeguati. Insomma, il passato del paese lo fa ancora respirare, ma il futuro sembra dovrà essere vissuto in apnea da intere generazioni.

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01/02/2026

Uomini e Topi (1992) di Gary Sinise - Minirece

Ecco l’accordo Usa-Italia: “all’ICE dati sensibili e dna”

C’è un accordo del 2009 che lega Italia e Stati Uniti in uno scambio di informazioni nel quale ha un ruolo di primo piano l’ICE.

Uno scambio che riguarda soggetti sospettati di terrorismo e gravi crimini e che arriva a trasferire da una parte all’altra dell’Atlantico informazioni sul Dna e dati personali.

Tra i soggetti che possono disporre di queste banche dati c’è anche l’Immigration and Customs Enforcement, la branca del Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) nel quale lavorano gli agenti responsabili delle violenze di Minneapolis.

Le informazioni che riguardano soggetti sul suolo italiano possono arrivare anche a loro, grazie a un accordo firmato il 28 maggio 2009 per il governo Berlusconi dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni.

L’accordo consta di 24 articoli e nasce “dal desiderio di cooperare più efficacemente nella prevenzione e lotta alle forme gravi di criminalità, in particolare al terrorismo”.

Le informazioni che le forze di polizia di Roma e Washington possono scambiarsi riguardano persone che hanno commesso o sono sospettati di reati di terrorismo e chi “partecipa a un gruppo o a una associazione di criminalità organizzata”.

In questi casi Italia e Usa “autorizzano i rispettivi punti di contatto nazionali” ad accedere “ai dati di riferimento contenuti nei propri schedari di profili del Dna con la facoltà di procedere ad interrogazioni automatizzate tramite il raffronto dei profili del Dna”.

Oltre al profilo genetico le due parti possono scambiarsi “cognomi, i nomi, (…) il sesso, la data e il luogo di nascita, le attuali e le precedenti nazionalità, il numero di passaporto, (…) dati dattiloscopici, nonché la descrizione di qualsiasi precedente giudiziario”.

Il loro utilizzo non sarà limitato alle indagini e alla prevenzione della minaccia per la sicurezza pubblica, ma potranno essere usati anche “nei procedimenti giudiziari non penali o amministrativi direttamente connessi” alle indagini.

All’articolo 21 poi si specifica che l’accordo “resta in vigore a tempo indeterminato” e che “entrambe le Parti possono recedere con preavviso scritto di tre mesi”.

L’intesa viene ratificata in Italia il 3 luglio 2014 (governo Renzi), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 17 luglio e confermata da un “accordo di attuazione” firmato dalle due parti il 20 ottobre 2017 (governo Gentiloni).

Che l’Agenzia finita nella bufera dopo le uccisioni a Minneapolis sia coinvolta nello scambio di dati lo certifica però un altro documento, un paper interno datato 3 aprile 2018 del Department of Homeland Security da cui l’ICE dipende.

Qui si specifica: “Il paese che effettua l’interrogazione raccoglie le impronte digitali della persona di interesse e interroga il sistema biometrico automatizzato dell’altro paese per determinare se quest’ultimo ha precedentemente incontrato questo individuo. Le informazioni a disposizione dei partner” dell’accordo “includono le azioni di applicazione del DHS, dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della US Customs and Border Protection (CBP)”.

L’accordo è emblematico della quantità e della delicatezza di informazioni che possono essere scambiate.

Di certo oggi le autorità italiane saranno pronte a ribadire che il dipartimento dell’ICE citato nel documento americano del 2018 non è lo stesso che sarà presente in Italia durante le Olimpiadi.

E che, come ha già detto l’ambasciatore Usa, gli agenti americani avranno solo un ruolo di intelligence.

Ma che senso ha – si domanda qualche addetto ai lavori – se in Italia c’è già un centro della Cia, che verrà di certo rafforzato con l’arrivo delle autorità statunitensi?

Peraltro esiste anche il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (C.a.s.a) del Viminale che riunisce forze di Polizia e Intelligence per analizzare informazioni e coordinare misure di sicurezza proprio per la minaccia terroristica.

“È una mossa di Trump per ottenere un riconoscimento dell’ICE”, commentano alcuni esperti.

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Silicio e sangue. La strategia contro la furia del debitore armato

Qualche giorno fa, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un’autopsia dell’economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida.

Dall’altro, l’ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l’accusa di sovrapproduzione. Chi mente?

La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all’importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.

Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi. La storia è nota: Washington vieta l’export dei chip di punta e Nvidia, per non perdere il suo mercato più grande, crea una versione depotenziata ma performante, l’H200, specificamente calibrata per aggirare le restrizioni dirette verso la Cina.

Qui avviene l’imprevisto: Pechino inizialmente rifiuta. Secondo la logica del Wsj – un paese disperato e in ritardo tecnologico – la Cina avrebbe dovuto accaparrarsi qualsiasi chip disponibile. Invece, il governo ha bloccato o rallentato gli ordini. Perché?

La chiave di volta risiede nella condizionalità strategica che accompagna la riapertura di ieri. Pechino ha sfruttato il proprio potere di mercato non per subire, ma per imporre quote vincolanti di adozione interna. Secondo fonti accreditate, il semaforo verde alle Big Tech (Alibaba, Tencent, ByteDance) per l’importazione dei processori americani è subordinato a un preciso do ut des: l’acquisto contestuale di volumi paralleli di chip domestici, in primis la serie Ascend di Huawei.

Questo non è il comportamento di un’economia in “Doom Loop” che annaspa. È la mossa di uno Stato che orienta la liquidità delle sue aziende (che il Wsj definisce in crisi) per finanziare l’indipendenza tecnologica.

La smentita alla tesi del declino arriva anche dalla natura stessa dello sviluppo della IA cinese. Mentre l’Occidente misura il successo con l’hype dei chatbot generativi, la Cina ha intrapreso la via di una IA “pragmatica”. Il caso DeepSeek è emblematico. Invece di cercare la forza bruta computazionale (che richiederebbe infiniti chip americani), i laboratori cinesi hanno lavorato sull’architettura, sviluppando innovazioni che trasformano la scarsità di hardware in efficienza software, abbattendo drasticamente i requisiti di memoria.

Come evidenziato dall’ambasciatore Xu Feihong, l’obiettivo non è il consumismo digitale, ma l’integrazione nelle filiere industriali complete. L’IA in Cina non serve a scrivere poesie, ma a ottimizzare la rete elettrica, gestire i porti automatizzati e coordinare la logistica.

Questa visione “materialista” dell’IA rende la Cina meno vulnerabile alle restrizioni di quanto Washington speri. Se l’obiettivo è l’efficienza industriale e si dispone di algoritmi ottimizzati (DeepSeek) che girano su componenti ibridi (Nvidia H200 + Huawei Ascend), il ritardo tecnologico tende a ridursi sensibilmente ai fini della competizione manifatturiera.

Con una realtà industriale così dinamica e solvibile, perché il Wsj insiste sulla narrazione della trappola deflazionistica? La risposta ci obbliga a entrare nel campo della sopravvivenza imperiale.

Come evidenziato dagli studi di economisti quali Emiliano Brancaccio, gli Stati Uniti hanno accumulato una posizione debitoria netta verso il resto del mondo che ha sfondato la soglia dei 18mila miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta una voragine di ricchezza reale: Washington non ha i mezzi fisici per onorare questo debito colossale verso i suoi creditori (Cina in testa) senza cedere la proprietà dei propri asset nazionali.

Di fronte all’impossibilità di onorare i propri debiti, il “debitore armato” ha una sola opzione: usare tutti i mezzi, inclusa la forza, per svalutare il credito altrui. Sembra proprio che il Wsj operi, nell’inchiesta in questione, una proiezione psicologica per distruggere la credibilità del creditore. Ma, soprattutto, la strategia americana si è rapidamente evoluta, nei tempi più recenti, lungo tre scenari di insolvenza aggressiva che spiegano perché è vitale dipingere la Cina come un paese morente.

La “Dottrina Donroe” in Venezuela

Washington ha spostato il baricentro delle transazioni con l’interdizione marittima e il sequestro dei carichi, rivendicando de facto il controllo su export e ricavi. Questo colpisce direttamente il modello oil-for-loans con la Cina: se i barili che servivano a ripagare Pechino vengono bloccati o dirottati, il credito cinese perde la sua garanzia materiale (il flusso di greggio).

Il Board of Peace e l'Asia occidentale

Gli Usa “esternalizzano” la spesa per mantenere l’impero: Washington definisce cornice e priorità, ma i costi della gestione coloniale di Gaza e della regione sono coperti da un finanziamento strutturato come contributo internazionale ad “alto ticket”.

In questo schema, gli Stati ricchi del Golfo sono i candidati obbligati a sostenere progetti e flussi. È la privatizzazione dell’occupazione: i creditori arabi pagano Washington per mantenere un “ordine” che serve agli interessi americani e sionisti.

A questo quadro si aggiunge la pressione sull’Iran, dove la strategia del debitore armato si fa ancora più esplicita. Qui, l’economia strangolata dalle sanzioni, le mai dimostrate violazioni sulla gestione del nucleare e le rivolte colorate vengono strumentalizzate per favorire un regime change. Colpire Teheran significa turbare le politiche energetiche della Cina.

L’Iran è un rubinetto petrolifero strategico per Pechino; destabilizzarlo o favorire un governo fantoccio filo-occidentale equivarrebbe a chiudere un altro canale di approvvigionamento di asset reali, costringendo il creditore cinese a evidenti criticità riguardanti i rifornimenti.

Patrimoni di guerre sostenute o minacciate (Ucraina e Groenlandia)

Washington sta perfezionando la conversione forzata del debito in asset reali. In Ucraina, gli aiuti militari vengono convertiti in un fondo di ricostruzione, trasformando di fatto le munizioni di ieri nei diritti di estrazione del titanio di domani. Parallelamente, in Groenlandia, la strategia è l’annessione delle risorse senza acquisto del territorio.

Usando la leva della sicurezza Nato, gli Usa hanno stimolato la revoca di alcune concessioni cinesi puntando dritto all’accesso fisico alle materie prime locali.

La Cina, in questo quadro, appare come un “creditore sotto minaccia”

I suoi surplus commerciali non possono essere reinvestiti liberamente perché il debitore armato (gli Usa) sta sistematicamente sequestrando gli asset reali (energia, metalli, terre rare) su cui quei surplus dovrebbero atterrare.

Nonostante ciò, la riapertura ai chip H200 è sintomatica del fatto che la narrazione del “Doom Loop” si rivela un sedativo rassicurante per un Occidente distratto da metodi protezionisti, pericolose corse al riarmo e faticoso inseguimento del consenso elettorale, ma strategicamente letale.

Mentre il Wall Street Journal celebra il funerale dell’economia cinese, Pechino sta installando il motore (leggi “H200”) per far girare la sua nuova macchina industriale, forgiata su una IA efficiente e su una competizione che seleziona le aziende più resilienti.

Lo scenario che emerge non è quello di un fallimento della Cina, ma che Pechino abbia intrapreso il completamento della transizione verso l’alta tecnologia proprio mentre l’Occidente vorrebbe persuadersi che il suo rivale stia morendo.

Assistiamo alla collisione ormai irreversibile tra due potenze che si fronteggiano in fortezze opposte

Da un lato, il debitore armato (Usa), costretto a usare la forza militare e il sequestro fisico delle risorse per mascherare la propria insolvenza finanziaria; dall’altro, il creditore reindustrializzato (Cina), che converte la tecnologia in asset reali per rompere l’assedio del dollaro armato.

In questo scenario di default sistemico, il pragmatismo non è più un auspicio diplomatico, ma un imperativo di sopravvivenza: o si impone una correzione strutturale a questi squilibri, oppure la guerra finanziaria in corso è destinata a perdere ogni freno inibitore, rendendo lo scontro atomico l’unica forma di ‘liquidazione’ del debito rimasta sul tavolo.

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Gaza - Uccisi 32 palestinesi in un solo giorno di bombardamenti israeliani. La tregua è un inganno

Continuare a parlare di cessate il fuoco e “piano per Gaza” è una menzogna sanguinosa. Il Ministero della Salute di Gaza ha annunciato che 29 palestinesi (saliti a 32 nelle ultime ore) inclusi bambini, sono stati uccisi e decine sono stati feriti in continui bombardamenti israeliani dall’alba di sabato, sabato 31 gennaio, in varie aree della Striscia.

Dall’inizio della tregua a ottobre 2025 sono ormai quasi 500 i palestinesi uccisi dai militari di Israele, mentre l’offensiva israeliana a Gaza dal 7 ottobre 2023 ha ucciso più di 71mila palestinesi, con un bilancio destinato a salire, e le stesse autorità israeliane hanno ammesso solo ora – dopo averle negate per oltre due anni – che questa stima è giusta.

L’esercito israeliano ha preso di mira una stazione generale della polizia nel quartiere Sheikh Radwan, provocando 13 morti e case distrutte nel quartiere di Al-Nasr, i bombardamenti israeliani hanno incluso anche campi di sfollati a Mawasi Khan Yunis, nel sud.

Il Movimento di Resistenza Islamica Hamas, secondo quanto riferisce Al Jazeera, ha affermato in una dichiarazione che le accuse israeliane sulla violazione dell’accordo di cessate il fuoco da parte del movimento sono false, “e costituiscono una giustificazione per i massacri contro il nostro popolo”

Hamas ha aggiunto che il continuo bombardamento delle forze armate israeliane sulla Striscia di Gaza e il nuovo massacro sono un crimine brutale e una flagrante violazione dell’accordo di cessate il fuoco.

L’esercito di occupazione israeliano ha dichiarato di aver attaccato 4 leader e militanti di Hamas e della Jihad Islamica in tutta la Striscia di Gaza in risposta a quella che ha definito una violazione dell’accordo di cessate il fuoco, e ha sottolineato che l’ondata di attacchi aerei su Gaza continuerà ed è in risposta a eventi pericolosi avvenuti negli ultimi due giorni.

Il Times of Israel riferisce che, secondo la versione dell’esercito, i bombardamenti sono stati lanciati dopo che venerdì otto uomini armati sono emersi da un tunnel a Rafah, nel sud di Gaza. L’IDF ha dichiarato che tre di essi sono stati uccisi e un quarto, descritto come un comandante di Hamas, è stato catturato.

I bombardamenti hanno colpito aree popolate, centri civili e presumibilmente rifugi sicuri per gli sfollati. Secondo i dati forniti dai media locali, gli obiettivi sono concentrati all’interno della cosiddetta “linea gialla”, cioè aree fuori dal controllo dell’esercito israeliano, che ora include la popolazione più numerosa della Striscia di Gaza, dopo ripetuti esodi forzati.

Il genocidio della popolazione palestinese a Gaza – ma anche in Cisgiordania – non è affatto terminato ma viene solo ignorato dai mass media e dalla politica che alla prima occasione – l’inganno della tregua e del Piano Trump – hanno semplicemente spento i riflettori, tolto la Palestina dall’agenda politica e riavviato il meccanismo che consente l’impunità a Israele. È una operazione che va contrastata con forza.

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Palestina, Francesca Albanese, ha affermato che ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza non può essere descritto come una tregua umanitaria, sottolineando che “non c’è mai stata una tregua”, alla luce delle continue uccisioni e bombardamenti da parte di Israele, e dell’assenza delle necessità più fondamentali per la vita.

Albanese ha aggiunto che la crisi a Gaza è diventata piuttosto chiara, ma il più grande ostacolo alla sua fine è, secondo lei, il sostegno degli Stati Uniti e dei loro alleati a Israele, considerando che Tel Aviv è parte integrante della politica americana in Medio Oriente e che ciò che sta accadendo contro i palestinesi riflette direttamente questo ruolo.

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Panama - La Corte Suprema annulla le concessioni dei porti alla CK Hutchinson di Hong Kong

La Corte Suprema di Panama ha stabilito che la concessione dei porti di Balboa (lato Pacifico) e Cristobal (lato Atlantico) alla compagnia CK Hutchinson è incostituzionale. La decisione, arrivata nella tarda serata di giovedì, segna un passaggio centrale nel braccio di ferro sul Canale che si è aperto più o meno un anno fa tra Washington e Pechino.

Al centro della disputa c’era un contratto della Panama Ports Company (PPC), sussidiaria del gruppo di Hong Kong. La PPC, negli anni Novanta, aveva stipulato un contratto per la gestione dei terminal in questione, che si è rinnovato automaticamente nel 2021. Secondo la Corte panamense, gli atti alla base della concessione violano la Costituzione del paese.

Tra i motivi addotti dai giudici ci sono anche irregolarità fiscali. Infatti, l’equivalente della Corte dei Conti di Panama afferma che la società cinese non avrebbe versato le tasse dovute, con errori contabili che avrebbero causato al paese centro-americano una perdita di circa 300 milioni di dollari dal rinnovo del 2021 e di ben 1,2 miliardi di dollari durante i primi 25 anni del contratto.

Il Presidente di Panama, José Raúl Mulino, ha sostenuto apertamente che tali contratti fossero contrari agli interessi del paese. La sentenza non è però semplicemente un pronunciamento giudiziario, ma è il risultato di uno scontro politico in cui gli Stati Uniti hanno fatto pesanti pressioni su Panama, fino a ottenere di farci tornare in pompa magna persino i propri militari.

Appena arrivato alla Casa Bianca, Trump aveva sollevato il nodo del Canale, a suo avviso controllato dal Partito Comunista Cinese (in questo caso, da una società di Hong Kong, che non è esattamente la stessa come dovrebbe sapere bene The Donald) che lo usava come arma contro gli interessi stelle-e-strisce.

Le sollecitazioni avevano portato infine la CK Hutchinson a vendere la gestione di vari porti a una cordata guidata da Blackrock e MSC, ma Pechino aveva fermato la transazione attraverso un provvedimento dell’Antitrust. Lo stallo è stato superato per iniziativa panamense, ma è chiaro che questa è stata dettata dalle minacce della nuova dottrina Monroe di Washington, il cui risultato si è già visto col rapimento del presidente del Venezuela Nicolas Maduro.

Con questa nuova evoluzione, la CK Hutchinson perde un suo asset fondamentale. Dalla società hanno immediatamente dichiarato che la sentenza è “priva di fondamento giuridico e mette a repentaglio non solo la PPC e il suo contratto, ma anche il benessere e la stabilità di migliaia di famiglie panamensi che dipendono direttamente e indirettamente dall’attività portuale”.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha affermato che il governo “adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare con risolutezza i diritti e gli interessi legittimi delle aziende cinesi”. Ma è innegabile che, per ora, l’amministrazione Trump sembra essere riuscita a strattonare il Dragone e a ottenere quel che voleva.

Difatti, con la sentenza il piccolo paese americano è ora costretto a ristrutturare una parte importante delle sue operazioni portuali legate al Canale, dove passa un terzo delle merci globali, di cui un quinto è Made in China. Dovrebbero essere indette nuove gare d’appalto, aprendo la strada a operatori che potrebbero essere più graditi a Washington. Il governo panamense, inoltre, ha già bandito un’asta per la costruzione di altri due porti e di un nuovo gasdotto strategico.

Tutti settori in cui le compagnie stelle e strisce potrebbero farla da padrone, segnando una nuova ondata neocoloniale in linea con il dominio sull’emisfero occidentale che Trump ha dichiarato essere al centro della propria politica estera.

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Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze

Siamo abituati da decenni ai “due pesi e due misure” applicati dai governi occidentali – tutti, senza eccezione alcuna – quando si tratta di qualificare “atti di violenza”. E non solo quelli, ma ne riparleremo... 

Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle... 

Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.

Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.

Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.

Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).

A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.

Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.

In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni... 

Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.

E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo... 

Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”... 

Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).

La conclusione è semplice.

Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).

È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.

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Perché Xi Jinping purga i vertici dell’esercito

di Michelangelo Cocco

L’arresto del vice capo della commissione centrale militare Zhang Youxia evidenzia la volontà del presidente cinese di mantenere il controllo assoluto su un esercito obbediente. Più che per Taiwan i militari secondo Xi devono servire a fronteggiare qualsiasi minaccia interna sostenuta dall’esterno.



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Gaza - Famiglie massacrate e civili sotto le macerie del “cessate il fuoco”

Dall’alba di oggi Israele ha ucciso almeno 26 palestinesi nella Striscia di Gaza, tra cui molti bambini.

Il cessate il fuoco firmato dal premier Netanyahu resta, per Tel Aviv, un accordo privo di qualsiasi vincolo. Le operazioni militari non si sono mai fermate: bombardamenti, uccisioni e distruzione continuano senza interruzione. Dalla firma della tregua, il 10 ottobre 2025, più di 500 persone sono state ammazzate a Gaza. Come sempre, tra le vittime ci sono molti bambini: schiacciati sotto le case civili rase al suolo, carbonizzati nelle tende date alle fiamme, colpiti a morte da cecchini e carri armati. Anche oggi, le principali vittime sono i più piccoli. Ancora una volta, le bombe israeliane hanno massacrato famiglie intere, come quella di Abu Hadayed, che viveva ad Asdaa, a nord-ovest di Khan Younis. Sette i morti: Ribhi Hamad Abu Hadayed, i suoi tre figli Mohammad Ribhi, Hazem Ribhi e altri membri della famiglia, e tre nipoti, Hajar Ribhi Hadayed, Lia Mohammad Abu Hadayed, Sham Hazem Abu Hadayed e Jibril Hazem Abu Hadayed.

Altre tredici persone sono state uccise nell’attacco alla stazione di polizia di Sheikh Radwan, a Gaza City, nel nord della Striscia. La struttura era affollata di funzionari e civili presenti per pratiche amministrative. Molti risultano ancora dispersi sotto le macerie. Le immagini mostrano scene apocalittiche: civili insanguinati, corpi senza vita tutt’intorno a un edificio sventrato. Diverse donne lavoravano all’interno della struttura pubblica. Alcuni corpi sono riemersi, mutilati, dalle macerie, mentre le squadre di soccorso continuano a scavare. Il bilancio delle vittime potrebbe salire.

L’esercito israeliano ha dichiarato che la strage sarebbe stata una risposta all’uscita di otto combattenti di Hamas da un tunnel a Rafah, probabilmente rimasti intrappolati nelle strutture sotterranee. Tel Aviv ha anche sostenuto di aver colpito “piattaforme di lancio di razzi” e depositi di armi, senza fornire alcuna prova. Sul terreno, droni e aerei hanno preso di mira campi profughi, abitazioni civili e aree lontane da Rafah. A Gaza City una casa è stata colpita alle 4 del mattino, senza alcun avviso, mentre un’intera famiglia con bambini dormiva all’interno. Altre immagini mostrano razzi cadere su strade della città, mentre pochi metri più avanti i bambini giocavano a pallone. Anche a Jabalia, nel nord, i cecchini hanno ucciso almeno una persona.

Nessun soldato israeliano è stato attaccato né è rimasto ferito. In ogni caso, il piano del presidente statunitense Trump, firmato da Tel Aviv, stabilisce che l’eventuale smilitarizzazione della Striscia non spetterebbe a Israele, né ai suoi aerei o droni. Al contrario, secondo gli accordi, l’esercito avrebbe dovuto sospendere ogni operazione militare, aprire immediatamente il valico di Rafah e ritirarsi dalla Striscia. Eppure, nonostante il massacro di donne, uomini e bambini, Washington non ha rilasciato alcuna dichiarazione sulle gravissime violazioni israeliane e il silenzio si fa ancora più pesante alla luce delle recenti decisioni dell’amministrazione statunitense. Mentre Gaza continua a essere bombardata, infatti, gli Stati Uniti hanno approvato nuove e massicce forniture di armi a Israele. Il Dipartimento di Stato ha dato il via libera a un accordo da 3,8 miliardi di dollari per l’acquisto di 30 elicotteri d’attacco Apache, affiancato da un ulteriore pacchetto da 1,8 miliardi per veicoli tattici leggeri.

Vendite giustificate in nome della “sicurezza” di Israele e della sua “prontezza militare”, nonostante Tel Aviv continui a violare il cessate il fuoco a Gaza. Ogni anno Washington garantisce a Israele miliardi di dollari in sostegno militare, in gran parte sotto forma di aiuti, rafforzando di fatto un apparato bellico impegnato in operazioni contro la popolazione civile palestinese. Benyamin Netanyahu, alleato e amico del presidente Donald Trump, resta libero di agire senza conseguenze, nonostante la nascita del cosiddetto “Board of Peace”, del consiglio tecnocratico palestinese e della forza internazionale che dovrebbe garantire la sicurezza di Gaza. E nonostante Hamas abbia consegnato tutti gli ostaggi rimasti nella Striscia, vivi e morti.

Restano totalmente impuniti anche i bombardamenti israeliani in Libano, violazioni continue di un altro cessate il fuoco, quello firmato con Hezbollah. Ieri sera, nell’arco di un’ora, l’esercito ha colpito 21 volte le aree del sud del Paese. Il “cessate il fuoco” di Israele ha già ucciso 300 persone in Libano in poco più di un anno.

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