Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/02/2026

Il rebus delle “materie critiche” per la UE

La logica folle del capitalismo si può rintracciare in tutte le attività umane, ma mai come intorno all’automobile – vera merce-pivot dell’economia novecentesca e attuale – diventa un pugno in faccia.

Negli ultimi tempi i “pensatori” dell’Unione Europea – negli Usa ci metteranno ancora decenni solo per cominciare, probabilmente – hanno preso ad interrogarsi sul come reperire quantità maggiori di “materie critiche”, fondamentali per la costruzione di auto, armi, merci tecnologiche varie, ecc.. 

Le forniture, è noto, arrivano principalmente dalla Cina ma proprio per questo si è creata una dipendenza considerata strategicamente pericolosa. In un mondo serio (non capitalistico, diciamo) dovrebbe essere normale che un territorio che ha determinate risorse naturali le scambi con beni che non possiede o non produce. Ma in questo mondo folle in cui “la competizione” tende a trasformarsi di frequente in guerra aperta, il fornitore di oggi può diventare il nemico di domani. E se quel che ti fornisce è indispensabile, tu sei strategicamente più debole (rischi di restare senza quei prodotti o doverli pagare cifre mostruose).

Ragionando ragionando, i “pensatori della UE” si sono accorti che una grossa quantità di quelle “materie critiche” in realtà ce l’hanno sotto il sedere: le automobili a fine vita o da metter fuori circolazione per emissioni diventate eccessive con l’avanzare delle normative ambientali. Ogni auto è piena non solo di gomma e plastica, abbastanza facilmente riciclabili, ma anche di acciaio, rame, platino-palladio-rodio (le marmitte catalitiche) e via elencando.

Il problema è che lo smaltimento del parco auto dismesso prende molte vie, solo in parte tracciate, e quei materiali diventano irraggiungibili. Perché? Per le normali leggi del capitalismo, naturalmente. Ogni soggetto della filiera cerca di guadagnare il più possibile dal suo intervento e dunque di “risparmiare” al massimo sui costi. La logica dello smaltimento resta nelle mani della logica del profitto, anarchica e irrazionale.

E quindi. Le auto ancora marcianti ma “fuori norma” con le emissioni prendono la via dell’Africa o dei paesi dell’Est. Le prime viaggiano via nave e quindi sono tracciate, anche se le materie prime utili non torneranno mai in Europa restando ad inquinare aree crescenti di quel continente. Le seconde vanno via terra e, con gli accordi Shengen, passano senza registrazioni. Di fatto “scompaiono” e restano per la maggior parte irrecuperabili.

I circuiti della rottamazione all’interno dei paesi UE sono in parte legali e in parte “di straforo”. Anche in questo caso una gran parte delle auto “scompare” andando ad alimentare il circuito dei pezzi di ricambio per le officine, che ovviamente “risparmiano” con i pezzi di origine “ambigua” anche quando fatturano regolarmente ai clienti finali.

Aggiungiamo che il recupero dei materiali “critici” richiede spesso lavorazioni industriali costose (al contrario, per esempio, della separazione degli pneumatici dai cerchioni metallici), che rendono il recupero economicamente non conveniente.

Il tutto in un “sistema” in cui la libera impresa la fa da padrone, senza alcun piano di gestione generale del ciclo di vita dell’auto (e di nessun altro prodotto, va detto), né al momento della produzione né in quello della “sepoltura”.

Alla fin fine la quantità di “materie prime” recuperate o recuperabili è una frazione del totale, e quel rapporto di dipendenza dai fornitori resta. Al massimo si può cambiare il fornitore, se esiste, ma non è detto che ci sia un guadagno (si è visto con il gnl statunitense, tre-quattro volte più costoso del gas russo che arrivava via North Stream).

Ma non ditelo ai “pensatori della UE”, che staranno lì per anni ad elaborare “normative” poi aggirate da ogni attore della filiera dell’auto (o di qualsiasi altra merce), perché ogni possibile “governo” di un’economia circolare (dalla nascita alla “morte” di ogni prodotto) richiede una pianificazione fondata sulla collaborazione attiva di tutti i soggetti.

Non la “competizione” per raschiare individualmente il massimo profitto da ogni fase del processo...

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Immaginari distopici contemporanei. Economia, lavoro e ambiente. Potere, conflitti e violenza

di Gioacchino Toni

Nell’introdurre il volume Immaginari distopici contemporanei (Edizioni di Storia e Letteratura, 2025), i curatori Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini sottolineano come il pessimismo contemporaneo derivato dalla percezione di vivere in un mondo segnato dall’ingiustizia e dall’assenza di futuro abbia strutturato un immaginario distopico all’insegna del fatalismo e dell’arrendevolezza nei confronti del deteriorarsi della realtà attuale e prossima, un immaginario che non prospetta opzioni di lotta collettiva finalizzate ad alternative migliori.

Dopo aver guardato, in uno scritto precedente, ai saggi raccolti nelle sezioni Distopie e società digitale e Corpi, immagini ed emozioni, viene di seguito fatto riferimento agli interventi raggruppati negli ultimi due blocchi del volume: Economia, lavoro e ambiente e Potere, conflitti e violenza. In apertura del primo di questi ultimi blocchi, Maria Pia Paternò si sofferma sulle modalità con cui viene affrontato l’universo lavorativo e la disoccupazione nel romanzo distopico La scuola dei disoccupati (2006) di Joachim Zelter. Ad essere messa in scena è una struttura finalizzata alla creazione di soggetti prestazionali che, pur differenziandosi dai classici luoghi concentrazionari totalitari non manca di rinviare ad essi. In tale spazio gli ospiti sono sottoposti a una sorta di tabula rasa che, insieme alla cancellazione, prevede una riscrittura dell’individuo alla luce della prestazione relegando all’impotenza coloro che rifiutano di integrarsi.

Valentina Romanzi mette a confronto le distopie anticapitaliste che si riscontrano in Ubik (1969) di Philip K. Dick e in Pane non autorizzato (2019) di Cory Doctorow. Se Dick si preoccupa maggiormente «di trasmettere la “non conciliabilità” del reale, di cui lo stesso capitalismo è una delle manifestazioni, Doctorow propende invece per una denuncia diretta e ben più esplicita di due dei principi della società occidentale contemporanea: il potere spropositato delle mega-corporazioni e il trattamento disumano riservato ai rifugiati» (p. 163).

Mentre in Ubik viene messo alla berlina il consumismo degli anni Cinquanta e Sessanta, in Pane non autorizzato viene criticata la mercificazione della conoscenza della società post-industriale. «Il disprezzo di Dick per il sistema capitalista americano è evidente; in Ubik, tuttavia, non si spinge fino al punto di suggerire una qualche forma alternativa sul piano dell’organizzazione socio-economica» (p. 169). Per quanto irrida e denunci i processi di reificazione nella società consumistica della seconda metà del Novecento, in cui vige il primato assoluto del Prodotto sulla vita degli individui, nel suo romanzo Dick non ne prospetta il superamento. Se in Ubik tutto viene ridotto a prodotto, in Pane non autorizzato ogni cosa è trasformata in servizio commercializzabile, persino l’atto di pirateria informatica. «Mentre il potenziale critico di Ubik finisce per smarrirsi nelle riflessioni ontologiche che costituiscono parte fondamentale del romanzo di Dick, in Pane non autorizzato l’obiettivo polemico è chiaro ed esorta a non rassegnarsi alla presunta inesorabilità del sistema capitalistico» (p. 174).

Le distopie meritocratiche e i timori egualitari sono al centro del saggio di Alessandro Dividus che prende il via guardando al racconto distopico The Rise of Meritocracy (1958) con cui il sociologo Michael Young denuncia i pericoli di una società democratica orientata a una ridistribuzione del potere su base meritocratica. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso si sono moltiplicate le narrazioni distopiche incentrate sulla questione meritocratica con la sua incidenza sulle disparità sociali e sul concetto stesso di cura. Se nel suo racconto Young aveva insistito su come la logica meritocratica potesse perpetuare le diseguaglianze sociali creando nuove forme di aristocrazia, in Mater Class (2020) di Christina Delacher si denunciano i rischi derivanti da un’organizzazione sociale meritocratica che, con l’ausilio dell’eugenetica, si propone di eliminare l’ineguaglianza. Dividus si sofferma anche su Genus (2011) di Jonathan Trigell e The Ten Percent Thief (2023) di Lavanya Lakshminarayan, come esempi di romanzi incentrati sui rischi derivanti dai sistemi gamificati basati sugli incentivi che alimentano la logica meritocratico-competitiva. In conclusione del suo saggio, lo studioso evidenzia come nella narrativa distopica incentrata sulla questione meritocratica si sia passati da un’analisi di tipo politico, come quella proposta da Young sul finire degli anni Cinquanta, a un’interiorizzazione del tema nei romanzi più recenti «che, pur mettendo in guardia dalle distorsioni sociali generabili, non propone vere e proprie soluzioni a livello politico-istituzionale, bensì drammi esistenziali di protagonisti inermi di fronte a un meccanismo irrefrenabile» (p. 187).

Guardando al manga Devilman (1972) di Kiyoshi ‘Go’ Nagai e al suo adattamento di Masaaki Yuasa per la piattaforma Netflix intitolato Devilman Crybaby (2018), Augusto Petter indaga l’idea di apocalissi indotta dall’umanità e la scomparsa di ogni netta distinzione tra bene e male. Tale universo distopico, che ha nello sviluppo tecnologico una delle cause principali della rovina dell’umanità, è segnato da un cupo pessimismo, tanto che gli appelli all’assunzione di responsabilità individuale e collettiva non evitano la distruzione totale dell’umanità.

L’ultimo blocco di scritti – Potere, conflitti e violenza – si apre con un intervento di Angelo Arciero che guarda alle modalità con cui, nel corso dei decenni, le narrazioni distopiche si sono rapportate con l’immaginario introdotto da Nineteen Eighty-Four (1949) di George Orwell. Lo studioso delinea tre differenti fasi in cui può essere distinta la percezione dell’opera orwelliana: la fase della “sorveglianza di Stato”, compresa tra la metà del Novecento, quando viene scritto il celebre romanzo, fino alla metà degli anni Ottanta del medesimo secolo; la fase della “società della sorveglianza”, da metà anni Ottanta al cambio di millennio; l’attuale fase della “cultura della sorveglianza” contraddistinta dal fatto che ognuno è al contempo sorvegliato e sorvegliante.

Nel corso della prima di tali fasi, le narrazioni distopiche restano sostanzialmente aderenti ai canoni orwelliani nel riproporre le tensioni tra Stato e individuo sebbene presentino un crescente depotenziamento ideologico. Le ansie che attraversano tali narrazioni risultano via via rafforzate dall’introduzione di nuovi strumenti tecnologici che divengono fondamentali nella fase della società della sorveglianza che, pur continuando a richiamare l’immaginario orwelliano, tende a focalizzarsi sullo sviluppo della sorveglianza nella società dello spettacolo e sul crescente ruolo che vengono ad assumere le logiche commerciali; emblematico in tal senso è The Truman Show (1998) di Peter Weir in cui il narcisismo collettivo sfruttato dalla società dei consumi tende a sostituirsi all’ansia del controllo visivo di matrice totalitaria. L’isola dei senza memoria (1994) della scrittrice giapponese Yōko Ogawa può, secondo lo studioso, essere visto come esempio di narrativa di transizione che conduce, nel nuovo millennio, a immaginari distopici in cui gli aspetti specificatamente incentrati sulla sorveglianza e sulle degenerazioni autoritarie si intrecciano con le questioni demografiche, i disastri ambientali, i movimenti migratori, la crisi delle identità nazionali, le problematiche genetiche e gli effetti culturali e sociali dei social network. Le distopie del nuovo millennio, in cui non sempre le componenti autoritarie costituiscono l’elemento centrale delle narrazioni, tendono spesso ad essere caratterizzate da un ripiegamento intimistico in cui il conflitto tra potere e individuo assume forme assai differenti da quelle prospettate dall’opera di Orwell, come nel caso dei romanzi The Circle (2013) e The Every, (2021) di Dave Eggers.

Federico Trocini prende in esame due romanzi, uno statunitense ed uno italiano, che, per quanto differenti per contesto e modalità narrativa, riflettono alcune ossessioni che agitano l’Occidente legate al suo avviarsi al tramonto in balia di culture e civiltà altre. Sul versante statunitense viene fatto riferimento in particolare al romanzo The Turner Diaries (1978) di William Luther Pierce, figura di primo piano del suprematismo bianco nordamericano degli anni Settanta. Nonostante lo scarso valore letterario, il romanzo continua ancora oggi ad avere una certa diffusione negli ambienti della destra radicale. Pur rifacendosi a un genere distopico a sfondo razziale che vanta una solida tradizione negli USA a partire dalla prima metà dell’Ottocento, l’opera di Pierce prende a modello sia The Iron Heel (1908) di Jack London, per la trama e per alcuni espedienti narrativi, sia il Catechismo del rivoluzionario (1871) del nichilista russo Sergej Nečaev, da cui trae il profilo del “perfetto rivoluzionario”.

Attraverso l’espediente del ritrovamento di un diario, Pierce ripercorre la lotta tra un movimento popolare di resistenza e un Sistema ordito dal “giudaismo internazionale” attraverso la manovalanza afroamericana che ha preso il potere negli Stati Uniti. Se negli scenari distopici immaginati da London la lotta ha basi socio-economiche, in quelli di Pierce ha base razziale. Per quanto si tratti di un romanzo fantapolitico, anche se risulta difficile stabilire fino a che punto possa rientrare nel genere distopico, scrive Trocini, di certo The Turner Diaries eccede la sua funzione romanzesca presentandosi come “breviario del perfetto terrorista” e “manifesto ideologico”. Oltre a farsi promotore di un viscerale razzismo, il testo si contraddistingue anche per una feroce critica nei confronti della cultura liberale, accusata di essere la principale causa di disgregazione della società tradizionale.

Rispetto al panorama statunitense, in Europa la narrativa che si rifà allo “scontro di civiltà” guarda maggiormente al pericolo islamico. Trocini ricorda a tal proposito romanzi di autori come i francesi Michel Houellebecq e Laurent Obertone, la russa Elena Chudinova e gli italiani Roberto Vacca, Giuseppe Fraschetti, Paolo Frusca, Italo Bonera, Davide Longo, Sione Farè e, in particolare, Pierfrancesco Prosperi, autore di una trilogia fantapolitica che prospetta la graduale islamizzazione del Paese e la perdita dell’identità occidentale. Trocini sottolinea come nelle opere di Prosperi non venga messa in scena l’invasione dell’Italia da parte di un soggetto statale esterno, quanto piuttosto una graduale conquista dall’interno derivata da una sorta di suicidio politico-culturale operato dalle classi dirigenti italiane, dagli intellettuali progressisti e da esponenti della Chiesa.

Nonostante le tante differenze, Trocini si dice convinto che ad accomunare le narrazioni di Pierce e Prosperi sia una critica radicale alla cultura liberale e alla sua povertà valoriale. «Se per Pierce la cultura liberale rappresenta infatti l’arma tramite cui gli ebrei si propongono di infiacchire gli americani, eroderne la purezza razziale e, così facendo, perpetuare il proprio dominio mondiale, per Prosperi essa finisce, sia pure lungo strade diverse, per svolgere una funzione analoga, a beneficio di un’altra minoranza, gli immigrati di fede islamica, che, al pari degli ebrei, intende nondimeno porsi come se fosse maggioranza» (p. 235).

Alla letteratura russa guardano gli scritti di Lara Righi e di Dontaella Possamai. La prima affronta l’universo postatomico che ha ricondotto gli abitanti di Mosca a sopravvivere cibandosi di topi in una città rurale e arcaizzata a un paio di secoli da una tremenda catastrofe atomica raccontato dalla scrittrice russa Tat’jana Tolstaja nel suo romanzo Kys (2000). Dopo aver indagato il tema del degrado ambientale in relazione alla rappresentazione del corpo umano e i passaggi incentrati sull’oppressione e la violenza domestica a cui sono sottoposti soprattutto i personaggi femminili, la studiosa si sofferma sulle modalità con cui viene rappresentata la figura del leader e le strategie attraverso cui esercita il potere. Righi mette in luce come nel caso della scrittrice russa il genere narrativo distopico divenga un espediente per alludere ai grandi cambiamenti che hanno attraversato il Paese nel passaggio dalla sua storia sovietica a quella post-sovietica con particolare attenzione a come è cambiata la figura dello scrittore nel corso di questa trasformazione epocale.

Rimanendo in Russia, al sistema culturale e alla tradizionale importanza riservata alla letteratura non solo in ambito cultuale, ma anche politico e sociale, Possamai esamina le narrazioni distopiche e apocalittiche che, ultimamente, sembrano permettere, più di altri generi, forza critica grazie anche alla maggiore diffusione del genere. Secondo la studiosa, la produzione russa contemporanea definibile utopica si snoda lungo due assi principali che vanno da una polarità anti-utopica, espressione di rassegnazione, passività e arrendevolezza, a una che, invece, contempla la possibilità umana di giungere alla realizzazione di utopie postdistopiche in cui viene prefigurata una possibile salvezza e rinascita.

Se nella Russia post-sovietica diverse articolazioni del fantastico conoscono un certo successo già negli anni Novanta del secolo scorso, le narrazioni post-apocalittiche iniziano a diffondersi soprattutto nel nuovo millennio, come attesta il grande successo ottenuto dalla trilogia Galassia Metro (dal 2005) di Dimitrij Glukhovsky – capace di dare il via a una interminabile serie di romanzi a cui hanno concorso molteplici altri autori – o alle due opere dello stesso scrittore Post (2022) e Post. Spastis’ i sokhranit’ (2023) con cui Glukhovsky si sposta dalla polarità anti-utopica, in cui l’umanità è letteralmente in balia della catastrofe, a quella utopica che lascia intravedere una possibilità di salvezza per il genere umano.

A chiudere la sezione, e con essa il volume, è uno scritto di Gabriele Catania che indaga la difficoltà con cui le narrazioni distopiche delineano scenari geopolitici credibili più o meno prossimi nel tempo. Difficoltà riconducibili, secondo lo studioso, sia al fatto che il genere tende solitamente a porsi come monito rivolto ai contemporanei, sia alla complessità del mondo contemporaneo che rende arduo prospettare futuri plausibili. Catania sottolinea come letteratura distopica e geopolitica non siano però due universi inconciliabili: report del National Intelligence Council statunitense e del NATO Defense College, ad esempio, prospettano scenari non così dissimili da quelli immaginati dalla fiction distopica che si dimostra dunque un’importante palestra mentale per “pensare l’impensabile” che, però, potrebbe darsi.

Immaginari distopici contemporanei. Distopie e società digitale. Corpi, immagini ed emozioni

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Genova - 15 cassoni posati su 73: ritardi (e costi aumentati) della diga finanziata anche col PNRR

Sull’attacco USA all’Iran tutti con il fiato sospeso

Non è ancora definito se stiano prevalendo le forze che spingono per una aggressione militare statunitense-israeliana all’Iran o quelle che la sconsigliano.

Secondo il sempre ben informato Axios, alti funzionari iraniani e statunitensi si incontreranno in Svizzera giovedì per il terzo turno di colloqui sul nucleare.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che probabilmente incontrerà giovedì l’inviato statunitense Steve Witkoff a Ginevra, sottolineando che c’è ancora “una buona possibilità” di una soluzione diplomatica relativa alle ambizioni nucleari di Teheran.

Sembrerebbe una buona notizia, ma è difficile dimenticare che anche a giugno del 2025 l’Iran è stato attaccato da Israele e Usa mentre erano in corso dei negoziati nell’Oman.

Inoltre un alto funzionario statunitense ha detto ieri ad Axios che i negoziatori statunitensi sono pronti a tenere un altro giro di colloqui con l’Iran venerdì prossimo a Ginevra, solo se riceveranno una proposta dettagliata iraniana su un accordo nucleare entro le prossime 48 ore, aggiungendo che l’amministrazione Trump sta aspettando la proposta iraniana.

“Se l’Iran presenterà una proposta preliminare, gli USA sono pronti a incontrarsi a Ginevra venerdì per iniziare negoziati dettagliati volti a discutere la possibilità di raggiungere un accordo nucleare”, ha detto il funzionario statunitense.

I funzionari statunitensi affermano poi che l’attuale sforzo diplomatico “è probabilmente l’ultima possibilità che il presidente Donald Trump darà all’Iran prima di lanciare una vasta operazione militare” tra Stati Uniti e Israele che potrebbe colpire direttamente la Guida Suprema Ali Khamenei.

Sabato Witkoff aveva detto a Fox News che l’Iran potrebbe teoricamente essere a circa una settimana dalla possibilità di arricchire il proprio uranio esistente a livelli adatti per un’arma. “Probabilmente sono a una settimana dall’avere materiale per bombe di grado industriale. E questo è davvero pericoloso. Quindi non possono averlo”, ha dichiarato l’inviato di Trump a Fox News

Certo, se dovessimo giudicare dal volume mediatico di annunci bellicisti dovremmo ammettere che un attacco militare contro Teheran sembra ormai imminente. Difficile escludere però che questo bombardamento mediatico non sia anche parte di una guerra psicologica per ottenere i risultati voluti senza precipitare nell’escalation.

Sono note le preoccupazioni di tutti i paesi dell’area – tranne di Israele che invece spinge per la guerra all’Iran – nel voler scongiurare tale scenario, ma ci sono anche un paio di “dettagli” che potrebbero incidere sui tempi e i modi dell’attacco.

Negli Stati Uniti, per un Trump con seri e crescenti problemi interni, rimane poi l’incognita del voto del Congresso. Il Presidente infatti non ha il potere di dichiarare guerra ma deve esserne autorizzato. Ha già forzato la mano sul Venezuela e il Congresso non ha gradito. Poi è arrivata anche la Corte Suprema ad affermare che gli ordini esecutivi del presidente non possono scavalcare il Congresso, neanche sui dazi.

Per bypassare questa incognita Trump, dopo una serie di attacchi sull’Iran, potrebbero cercare di provocare una reazione iraniana e di conseguenza danni e vittime ad una nave o una base militare statunitense nell’area per cercare di strappare l’autorizzazione del Congresso.

I poteri di un presidente USA sono infatti limitati nel tempo per un coinvolgimento militare. La War Power Revolution del 1973 prevede che il Presidente possa schierare truppe e autorizzare un attacco, ma queste devono essere ritirate entro 60 giorni, a meno che non abbia ottenuto il voto e il via libera dal Congresso.

In tal caso gli USA dovrebbero dare vita ad una campagna di bombardamenti aerei e missilistici sull’Iran e tentare di fiaccarne la resistenza in tempi stretti, non oltre i sessanta giorni, come avvenne con la Serbia nel 1999.

Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che la portaerei Gerald Ford è ancora in navigazione verso l’area di crisi. È entrata nel Mediterraneo ma deve collocarsi in zona operativa. E perché è importante la portaerei Ford? Secondo il Military Times, la USS Gerald Ford è la nave strategica che ha partecipato al raid a sorpresa degli Stati Uniti in Venezuela a gennaio e che ha portato al rapimento del presidente venezuelano.

Il che fa ritenere che tra gli aerei a bordo della portaerei Ford, ci siano quelli che hanno compiuto gli attacchi elettronici e informatici Shock and Doo in Venezuela, neutralizzando le difese aeree e aprendo la strada alla cattura di Maduro. Una volta che la Ford sarà in zona operativa, gli USA saranno in grado di colpire pesantemente l’Iran da molti punti di vista.

Resta l’incognita della capacità e della direzione della reazione militare iraniana. Interessante in tal senso il commento dell’agenzia mediatica statunitense Global Beacon, secondo cui “Mentre gli Stati Uniti hanno tecnologia, potenza aerea e portata globale schiacciante, l’Iran non è fatto per una lotta alla pari. È progettato per rendere ogni conflitto estremamente duro, costoso e rischioso per l’America”.

E poi ci sarebbero le reazioni di paesi molto “sensibili” all’Iran come Russia e Cina. Se l’America Latina può essere ritenuta – e ceduta – come area di influenza degli Stati Uniti e della nuova dottrina “Donroe” o l’Ucraina costretta a capitolare con la Russia, il Medio Oriente e le sue risorse sono ancora un’area contesa e contendibile in un mondo in cui la competizione sta prevalendo prepotentemente sulla concertazione.

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Kosovo - UCK sotto accusa per crimini di guerra

Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi uomini che nel 1999, durante i bombardamenti NATO contro la Serbia di Slobodan Milošević, venivano presentati come alleati necessari, se non addirittura patrioti.

La Corte speciale per il Kosovo – istituita con legge kosovara ma con sede nei Paesi Bassi – ha chiuso un dibattimento imponente: 227 udienze, 130 testimoni in aula, decine di deposizioni scritte. In un clima definito dai giudici “pervaso da intimidazioni costanti” nei confronti di chi collaborava. Non esattamente l’atmosfera di una democrazia consolidata.

Thaçi si è dichiarato “completamente innocente”. Con lui, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, ex comandanti Uck poi riciclati ai vertici del nuovo Stato kosovaro. L’accusa, rappresentata dalla procuratrice Kimberly West, ha chiesto per ciascuno 45 anni di reclusione per crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, torture, persecuzioni, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie tra il 1998 e il 1999.

La sentenza è attesa entro l’estate. Ma il verdetto politico è già scritto nella cronologia.

Da “terroristi” a statisti, andata e ritorno

Fino a poco prima dell’intervento NATO, l’Uck figurava nelle liste statunitensi delle organizzazioni terroristiche. Poi, improvvisamente, divenne interlocutore legittimo nella guerra contro Belgrado. La geopolitica ha questa elasticità morale: dipende da chi è utile contro chi.

Il 12 giugno 1999, con la fine dei bombardamenti, una risoluzione ONU avviò la costruzione di un Kosovo amministrato internazionalmente. L’Uck si trasformò in forza politica dominante. Thaçi, già direttore politico e responsabile dei servizi informativi del gruppo armato, divenne ministro degli Esteri, poi premier, infine presidente. Veseli guidò l’intelligence. Selimi e Krasniqi occuparono ruoli apicali nell’apparato statale.

La guerriglia era diventata istituzione. Ma secondo l’accusa, la struttura di potere non avrebbe abbandonato i metodi della guerra.

Campi di detenzione e fosse comuni

Gli atti processuali, in parte desecretati, elencano circa cinquanta siti di detenzione in Kosovo e nel nord dell’Albania. Luoghi dove, secondo l’impianto accusatorio, civili serbi, rom, bosniaci, montenegrini e anche albanesi considerati “collaborazionisti” sarebbero stati imprigionati e torturati. Le contestazioni parlano di 437 detenzioni arbitrarie documentate.

Le testimonianze raccolte descrivono percosse con catene e spranghe, minacce di morte, esecuzioni simulate. In alcuni casi, uccisioni successive a trasferimenti tra centri di detenzione, specie durante ritirate militari. Tra le vittime figurano anche membri della Lega Democratica del Kosovo, partito favorevole a un’autonomia negoziata con la Serbia e dunque visto come traditore.

Un episodio citato negli atti riguarda un uomo rom, catturato e picchiato in un villaggio controllato dall’Uck, poi ucciso a un posto di blocco. Non è un dettaglio folkloristico della guerra balcanica: è uno dei capi d’accusa.

La Corte ha dovuto affrontare un problema strutturale: la protezione dei testimoni. Nel 2022 Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, esponenti dell’Associazione veterani Uck, sono stati condannati per aver divulgato dati sensibili relativi a potenziali testimoni. Nel 2025 tre cittadini kosovari hanno patteggiato per intimidazioni. E per Thaçi è già fissato un nuovo procedimento per presunte interferenze sulle deposizioni.

La domanda scomoda resta sospesa: criminali perché hanno perso il favore internazionale o perché i crimini sono stati finalmente perseguiti? La giustizia internazionale è selettiva per definizione, ma non per questo i fatti contestati evaporano.

Il Kosovo indipendente, oggi guidato da Albin Kurti, cerca di consolidare istituzioni e credibilità europea. Ma l’ombra del passato armato grava ancora. L’Occidente, che nel 1999 scelse l’Uck come alleato tattico contro Milošević, deve ora accettare che alcuni di quegli alleati siano giudicati per atrocità.

La storia non è lineare: gli “eroi” di ieri possono diventare imputati. E forse è un segno di maturità istituzionale che ciò accada. Resta però un interrogativo geopolitico: quanto pesa, nelle trasformazioni morali delle milizie, l’interesse strategico del momento?

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22/02/2026

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USA - Dazi nel caos, si naviga a vista

“Qui comando io!”. Poche ore dopo la pubblicazione della sentenza con cui la Corte Suprema (equivalente della nostra Corte Costituzionale) cancellava gli ordini esecutivi che imponevano dazi differenziati praticamente a tutti i paesi del Pianeta, Donald Trump ha deciso di alzare i dazi globali dal 10% al 15% con effetto dalla mezzanotte del 24 febbraio e per 150 giorni.

A prima vista sembra la reazione di un bambino frustrato dal vedersi negare qualcosa cui tiene molto, ma naturalmente stiamo parlando di un “bambino” che purtroppo guida quella che è ancora la principale superpotenza, almeno dal punto di vista militare.

Partiamo dai fatti. La senza della Corte Suprema di venerdì scorso demoliva il sostegno legale scelto da Trump per giustificare la raffica di dazi dello scorso anno, ovvero il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977. La ragione tecnico-legale è inappuntabile: quella legge prevede che non avendo poteri assoluti – come in ogni “democrazia liberale” – il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso.

Le circostanze straordinarie – guerre, crisi economiche stile 1929, ecc. – non ricorrono oggi. Dunque non c’è alcuna ragione di “necessità e urgenza” che giustifichi scelte strategiche (i rapporti con il resto del mondo) compiute sulla testa del Congresso, ovvero del potere legislativo. O fai un golpe, mandando i killer dell’ICE dentro la Corte Suprema, oppure devi mandarla giù facendo di tutto per apparire comunque “vincente”.

Convocati i suoi azzegarbugli, Trump ha scovato un’altra legge – tutto il sistema legale statunitense è privo di coerenza interna perché “fondato sul precedente”, ossia su quanto accaduto in casi simili, come un abito fatto di toppe – ossia una disposizione di una legge commerciale separata, la Sezione 122, che consente al Presidente di applicare tariffe fino al 15% per affrontare problemi “ampi e gravi” della bilancia dei pagamenti per un massimo di 150 giorni. Per la proroga serve poi, anche in questo caso, il voto del Congresso. Entro luglio dunque.

Cosa cambia? Molte cose, come per ogni toppa messa su un buco. In primo luogo i dazi diventano – temporaneamente – uguali per tutti i paesi del mondo, di fatto svuotando gli accordi fatti bilateralmente con ogni paese o con l’Unione Europea. Si trattava di percentuali molto diverse (dal 10 al 41%, più contenziosi ancora aperti con Cina, Brasile, India), oltretutto differenziate per settori merceologici (50% su acciaio e alluminio o il 25% su auto e componenti).

Da dopodomani, invece, tutti uguali. Inevitabilmente ogni interlocutore commerciale straniero ed ogni operatore economico americano deve ora rifarsi i conti, anche sulla merce appena caricata su una nave. All’interno, oltretutto, stavano già partendo migliaia di cause per il rimborso dei danni subiti dalle aziende importatrici a causa dei dazi, con una pletora di istituzioni coinvolte e una prassi obbligata a valutare caso per caso (ogni azienda può aver trasferito più o meno interamente il peso di certi dazi sul prezzo finale della merce, e quindi aver diritto – oppure no o solo in parte – ad un risarcimento).

Anche qui, tutto da ricalcolare sul 15%, ma con la certezza che nessuna causa vedrà la conclusione entro i prossimi 5 mesi (la giustizia è lenta anche negli Usa, che vi credevate...).

Dicevamo che la reazione di Trump appare bambinesca e profondamente stupida, ma obbligata. Va ricordato che “il bambino” in questione non è questo vecchio truffatore puttaniere e pedofilo che siede alla Casa Bianca, ma la sua base elettorale, quel mondo “Maga” fatto di suprematisti bianchi, evangelici di varie sette, “sionisti cristiani” (come l’ambasciatore in Israele, Mike Huckabee) convinti che la Bibbia sia un testo divino su cui basare i titoli di proprietà e i confini territoriali, qui sulla Terra.

Questa base è stata convinta a considerare Trump imbattibile, inarrestabile, “unto dal signore”. Dunque non può vederlo mai sconfitto. Neanche una volta, se no si buca il palloncino della credulità e crolla tutto.

I problemi diciamo così “politici interni”, la gestione del consenso ultra-reazionario e fideistico, costituiscono però un’interferenza continua con la necessità di affrontare e risolvere problemi prosaicamente economici, politici, militari, nel rapporto col resto del Pianeta ed anche con il resto degli Stati Uniti stessi.

Abbiamo ricordato le sconfitte subite a Minneapolis (dove l’ICE è potuta restare solo a patto di diminuire drasticamente il numero degli effettivi sul campo e una radicale modifica delle “regole di ingaggio” con la popolazione), e quelle elettorali a New York, Seattle, Texas e città minori.

Si è parzialmente rifatto con il brutale attacco al Venezuela e il rapimento di Maduro e la moglie, ma – sproloqui a parte – non è risultato un “successo” capace di portare maggiori consensi, neanche tra le “sette sorelle” del petrolio. Anzi, persino nelle città Usa ci sono state manifestazioni di protesta che hanno visto insieme latinoamericani, neri, sinceri democratici, ecc.

Ma se le cannoniere sembrano uno strumento facile da utilizzare contro avversari militarmente assai meno potenti – ma per pochissimo tempo, altrimenti finisce come in Afghanistan – non servono praticamente a nulla in materia di economia.

Nella strategia trumpiana i dazi dovevano essere un corrispettivo altrettanto “persuasivo”, consentendo di variare l’entità dei colpi a seconda del grado di arrendevolezza del malcapitato di turno: “a te il 100%, e se reagisci il 200%, a te il 10”, ecc..

Ma se sono tutti uguali – al 15%, per ora e nei limiti di quella “legge commerciale” scovata negli archivi – quel potere magico scompare e diventa una semplice “tassa sulle importazioni” che va contabilizzata, magari bestemmiando, ma non ha alcun effetto differenziante sulla “competitività” nei rapporti con gli Stati Uniti.

In particolare, segnalano anche giornali Usa, diversi accordi commerciali hanno incluso impegni da parte dei partner per acquistare petrolio e gas naturale liquefatto negli Stati Uniti. Trump ha anche minacciato dazi per fare pressione su altri paesi per non acquistare petrolio russo o iraniano. Senza una leva tariffaria “arbitraria”, scalabile a piacimento, il ricatto non si può attuare.

Non è la fine di quest’arma, ma per impugnarla nuovamente Trump dovrà concordare col Congresso – e prima ancora con i repubblicani recalcitranti, legati ad interessi locali danneggiati dalle tariffe elevate – forme e tempi che non dipenderanno soltanto dalla sua volontà sintetizzata in “ordini esecutivi”. Una limitazione del suo potere, da misurare nei prossimi mesi.

Rompere un “sistema basato sulle regole” – se sei il “nuovo sceriffo in città” – è relativamente facile. Costruirne uno nuovo, che abbia un senso e sia gestibile “in automatico” da quasi tutti i partecipanti, tutt’altra cosa.

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Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza

Abbiamo partecipato giovedì 19 febbraio al Tavolo nazionale sul caporalato, portando per la prima volta la necessità di estendere il ragionamento sul caporalato ad altri settori, a partire da quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali.

Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del PNRR destinati al superamento degli insediamenti informali e delle baraccopoli, (i 200 milioni di euro stanziati per questi progetti non sono stati spesi dalla quasi totalità dei Comuni beneficiari), certificando il fallimento di un intervento che avrebbe dovuto rappresentare una risposta concreta alle condizioni di degrado e segregazione in cui vivono migliaia di lavoratori, in particolare nel Sud Italia, abbiamo parlato di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che in tutta Italia operano come rider per le piattaforme di food delivery.

Non si tratta di un ampliamento improprio del perimetro del Tavolo, ma del riconoscimento di una trasformazione profonda delle modalità di sfruttamento. Oggi il caporalato non agisce solo nei campi: assume forme tecnologicamente avanzate, urbane, apparentemente “moderne”, ma sostanzialmente analoghe per effetti e impatto sui diritti.

L’algoritmo delle piattaforme sostituisce il caporale tradizionale, riproducendone la funzione: organizza la forza lavoro, distribuisce le opportunità di guadagno, premia o esclude, determina unilateralmente il reddito, spesso con compensi incompatibili con standard minimi di dignità. La presenza significativa di lavoratori migranti, talvolta in condizioni di vulnerabilità amministrativa, accresce ulteriormente la ricattabilità.

Quella che abbiamo portato al Tavolo non è solo la posizione di USB, che da anni denuncia queste condizioni nelle piazze e nei tribunali. È una realtà confermata anche dall’azione della magistratura.

L’indagine della Procura della Repubblica di Milano nei confronti di Foodinho S.r.l., società operativa per conto di Glovo, resa pubblica il 9 febbraio, e che oggi ha visto la convalida del controllo giudiziario da parte del GIP, ha fotografato un sistema organizzativo ritenuto riconducibile a forme di sfruttamento assimilabili al caporalato.

Non si tratta di un episodio isolato: tra il 2018 e il 2020 anche Uber Italy è stata coinvolta in un procedimento per caporalato, conclusosi con una condanna.

La richiesta che abbiamo avanzato è di prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio caporalato metropolitano.

Le modalità di sfruttamento non si annidano soltanto nelle campagne del Sud, ma sono connaturate a un modello di sviluppo sempre più predatorio che trova nelle metropoli e nel lavoro a piattaforma una delle sue espressioni più avanzate.

Oggi i protagonisti, loro malgrado, sono i rider, che devono essere assunti tutti subito con il CCNL Logistica. Ma il lavoro a piattaforma si sta estendendo rapidamente ad altri settori dei servizi, portando con sé le stesse dinamiche di compressione salariale e riduzione delle tutele.

Su questo pesa una responsabilità politica trasversale: per oltre dieci anni si è lasciato campo libero a queste piattaforme, consentendo loro di espandersi senza un adeguato quadro regolatorio e senza controlli efficaci.

Per queste ragioni, oltre alle richieste avanzate in sede nazionale, USB formalizzerà la richiesta di convocazione di Tavoli analoghi presso le Prefetture su tutto il territorio nazionale, al fine di attivare strumenti di controllo capillari e di individuare contromisure concrete e incisive.

La lotta al caporalato non può essere selettiva né limitata a un solo settore.

O è una battaglia contro ogni forma di sfruttamento organizzato del lavoro, anche quando indossa i panni dell’innovazione digitale, oppure rischia di rimanere un impegno formale privo di efficacia reale.

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A Vicenza non solo basi USA, ci si addestrano anche i militari che verranno dislocati a Gaza

La prima riunione del Board of Peace progetto coloniale voluto da Trump ha visto la partecipazione anche del Governo italiano nel ruolo ipocrita di osservatore. Oltre all’interesse economico, non a caso Confindustria ha affermato che bisogna esserci, l’Italia si è offerta come paese in grado di addestrare soldati e poliziotti dei paesi che invieranno i propri contingenti ad occupare Gaza.

Vicenza oltre alla presenza storica di basi militari USA, è anche sede del COESPU (Center of Excellence for Stability Police Unit).

Si tratta di una struttura militare dei carabinieri, gestita con il compito di addestrare soldati e polizie di vari paesi ai fini di anti terrorismo, ordine pubblico e controllo del territorio.

Del resto al COESPU vengono addestrate tra le altre le polizie palestinesi dell'ANP, e recentemente quelle ucraine.

La struttura perfetta, nata come costola del G8 nel 2005, per le funzioni dell’eventuale dislocamento di truppe dei paesi del Board.

Ancora una volta il governo italiano è complice del genocidio dei palestinesi e del progetto sionista e colonialista prima fornendo armi ad Israele, poi non riconoscendo lo stato di Palestina e ora addestrando le truppe di occupazione. Bisogna rilanciare la mobilitazione antisionista e anti colonialista. Contro il governo italiano e contro le basi militari Usa presenti nel nostro territorio.

La mattina del 21 febbraio, in concomitanza con i “Global Days of Action to Close Bases” organizzati dal World BEYOND War, associazione radicata negli Stati Uniti per protestare contro le basi militari USA in tutto il mondo, l’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare ha reso pubblico il video della conferenza, integrate da immagini della 173ª Brigata aviotrasportata di stanza a Vicenza.

La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra” tenutasi di recente, ha visto il giornalista e attivista Antonio Mazzeo offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato.

Il materiale si rivela particolarmente interessante per capire il ruolo strategico della 173ª Brigata Aviotrasportata e delle basi presenti a Vicenza: dalle esercitazioni in Ucraina (Rapid Trident e Fearless Guardian, 2011-2021) per addestrare le forze ucraine, all’arrivo dei missili V-SHORAD alla caserma Del Din (2023) per la difesa antiaerea a corto raggio, fino al laboratorio Bayonet Team alla caserma Ederle. Qui si progettano e producono droni all’avanguardia – killer, intelligence e “wolf packs” – destinati ai nuovi scenari di guerra, con finanziamenti USA da 1 miliardo di dollari.


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USA - Il capitalismo “feudale” MAGA riscrive l’establishment e la politica estera

Come spesso facciamo sul nostro giornale, riportiamo articoli di analisti che reputiamo interessanti per la lucidità (o la mistificazione) con cui affrontano nodi fondamentali. Questo pezzo di Vittorio Carlini, giornalista per Il Sole 24 Ore, appartiene alla prima categoria.

Magari non tutto è condivisibile, ma gli spunti di riflessione sono importanti. Quella di Carlini è una lunga disamina che ci ricorda che quello MAGA, negli USA, non è un agitarsi irrazionale, ma una strategia definita per trasformare l’establishment della più grande potenza mondiale. E anche le regole del gioco in politica estera.

La rottura con l’ordine precedente che caratterizza questo nuovo mandato di Trump ormai sta andando ad impattare profondamente l’economia statunitense, oltre che l’agenda politica sui dossier internazionali, che all’esterno si presenta come caratterizzata da “spacconate” e “angherie” sia ai danni di nemici, che di “amici” storici. Ma che in realtà fa leva sui punti di forza che rimangono a Washington, dopo aver abbandonato il soft power.

Per quanto riguarda la situazione economica interna, l’amministrazione MAGA si sta ritagliando un ruolo fondamentale in uno spazio prima lasciato totalmente in mano all’autoregolazione dei mercati, andando ad intervenire profondamente negli affari delle compagnie private e distribuendo privilegi e favori ai gruppi di interesse che si allineano con la sua visione.

Emblematiche sono infatti le nomine di fedelissimi di Trump ai vertici di importanti organismi di regolazione del mercato, l’acquisizione statale di quote azionarie di compagnie giudicate come stategiche – Intel in primis – e i legami con figure chiave dei settori delle stable coin e dell’intelligenza artificiale.

In questa fase, i paperoni delle aziende tech e degli altri settori diventano veri e propri vassalli che si pongono sotto l’ala protettiva del “sovrano” per cercare di strappare vantaggi e trattamenti di favore. Dall’analisi complessiva della situazione economica stelle-e-strisce ne emerge dunque la volontà statale di serrarne i ranghi intorno agli obiettivi politico-strategici dell’agenda MAGA.

A farne le spese, prima tra tutti, potrebbe essere la Federal Reserve, passando poi per le crypto e le aziende principali, sia del complesso militare-industriale sia della tecnologia, in vista del probabile intensificarsi dello scontro diretto col mondo multipolare, e in particolare con la Cina.

La dinamica è quella per cui “lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere”, dice Carlini. Diremmo noi che il confronto tra grandi conglomerati capitalistici esonda definitivamente dal campo economico, dove la competizione ha raggiunto i suoi picchi, per sfociare direttamente nella guerra.

E per la guerra serve uno stato, che definisca le regole per la valorizzazione (e la tutela) dei capitali che a lui fanno riferimento, ma anche che prepari gli strumenti funzionali a rubare mercati e risorse altrui, unica strada conosciuta dal capitale per far fronte alla sua crisi. Quello della distruzione altrui (o molto più probabilmente reciproca) è l’unico orizzonte che offrono i padroni. Il progetto MAGA cerca di approfittare del peso che gli USA ancora hanno , ma le tensioni che crea sono assai pericolose.

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“Imprevedibile”. Oppure: “Inaffidabile” o anche peggio. Sono alcuni degli epiteti – chi si scorda “Taco”, ovvero Trump si tira indietro – assegnati all’attuale Presidente degli Usa. Si tratta di una scorciatoia rassicurante. È il modo più semplice attraverso cui trasformare un progetto in rumore, una strategia in capriccio.

Ma dietro la retorica muscolare (al di là delle orribili e tremende mosse di politica interna con l’ICE) o delle giravolte apparenti si muove qualcosa di più solido: la riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere che salda politica, tecnologia e rendita. Non caos, dunque. Bensì, un nuovo ordine tutt’altro che improvvisato.

È un modello nel quale la logica delle piattaforme digitali, la concentrazione dei capitali e la centralizzazione della forza politica (e militare) si uniscono in un struttura precisa. Dove lo Stato federale non è più semplice arbitro dei mercati. Al contrario, ne diventa azionista, regolatore, garante e co-protagonista.

1. Maggiore controllo sui mercati

Il passaggio è evidente in diverse mosse dell’attuale amministrazione. Alla Sec, la Securities and exchange commission, “The Donald” ha insediato Paul Atckins, veterano repubblicano e convinto sostenitore del listino quale leva centrale dell’ordine economico.

La sua nomina segna una discontinuità netta con la stagione Biden, che aveva rafforzato vigilanza su Esg, trasparenza contabile e derivati. Atkins punta sul dossier della deregolamentazione, chiedendo che la “creazione di capitale” sia di nuovo la priorità.

È un linguaggio dove è forte l'eco degli anni Ottanta, quello della supply-side reaganiana aggiornato al mondo digitale. Il mercato deve tornare libero di oscillare, entro però una cornice politica che ne orienti priorità e limiti. E con lui la stessa autorità di controllo (Sec), la quale al segnale del Presidente dev’essere pronta a muoversi, ad esempio, per mettere in discussione l’obbligo della contabilità trimestrale a Wall Street.

Analogo messaggio è arrivato dalla Cftc, la Commodity future trading commission. Michael Selig è stato nominato con un mandato che unisce ortodossia regolatoria e apertura alle nuove frontiere finanziarie: derivati su cripto-asset e stablecoin. La Casa Bianca vuole che la supervisione resti “amichevole” verso l’innovazione, ma allineata al disegno strategico nazionale. Detto diversamente: più spazio per la sperimentazione e meno regolamentazione. È un approccio pragmatico, ma anche politico. Le piattaforme di scambio digitale e le criptovalute (le stablecoin devono garantire la loro parità con il dollaro attraverso l’acquisto di titoli di Stato Usa) diventano un tassello della sovranità americana alla medesima stregua di portaerei e chip.

2. La narrazione economica

Sullo sfondo di queste nomine si muove un’operazione più profonda: il focus sulle fonti del dato economico. Il Bureau of Labour Statistics, la macchina che produce i numeri sull’occupazione e sull’inflazione, nella scorsa estate è stato al centro di un evento clamoroso: la rimozione della commissaria nominata sotto Biden, Erika McEntarfer. Una scelta avvenuta all’indomani della pubblicazione di numeri sull’occupazione Usa non in linea con la narrazione dell’Esecutivo di un’economia in espansione. Adesso il posto è affidato – stante lo scontro sul candidato proposto dalla Casa Bianca – all’interim di William Wiatrowski, figura interna e rispettata. Ma il segnale è chiaro: Washington tenta di avere un racconto dell’economia che il più possibile rifletta la visione del Presidente. In un sistema dove le aspettative contano più dei fatti, la gestione del dato diventa strumento di potere. I numeri non mentono, ma possono essere orchestrati.

3. No all’indipendenza della Fed

Nella stessa logica si colloca, poi, il duro conflitto con la Federal reserve. Da decenni l’indipendenza della banca centrale è uno dei pilastri del capitalismo americano ed occidentale: oggi è diventato un concetto negoziabile. Due settimane fa, sono emerse iniziative investigative da parte di procuratori federali sul presidente della Fed, Jerome Powell, in merito alla sua testimonianza – resa la scorsa estate – riguardo alla ristrutturazione degli edifici della medesima banca centrale. Powell, che ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, ha reagito con fermezza. In un video ha definito l’indagine un pretesto nell’ambito della campagna in corso del presidente Donald Trump, finalizzata a fare pressione sulla Federal reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Di nuovo: il Governo centrale – a detta di diversi commentatori – vuole il controllo della politica economica.

4. Le tesi di Stephen Miran

Un tesi assurda? Non proprio. Anche perché, a conferma della suddetta interpretazione, c’ è il fatto che la volontà di controllo sulla Fed è esplicitata da Stephen Miran, già capo dei consiglieri economici della Casa Bianca e oggi in una posizione di rilievo all’interno della Fed stessa. Cosa dice Miran? Beh che – essendo «la Fed già integrata con il resto del potere esecutivo» – questa dovrebbe essere soggetta a un controllo politico più stretto e a meccanismi che ne aumentino la responsabilità verso il presidente e il Congresso. In un report per il Manhattan Institute del 2024 (scritto a quattro mani con Daniel Katz) l’esperto propone riforme radicali: dall’accorciare il mandato dei governatori da 14 a 8 anni fino a renderli rimovibili dal presidente (“at his will”) e non più per giusta causa. Insomma: lo scenario pare chiaro. Se il denaro è lo strumento supremo di sovranità, chi controlla la Fed controlla il tempo stesso di mercato ed economia.

5. Lo stato nell’industria

Ma non è solo questione della presa diretta su politica monetaria e mercati. Altro segnale eclatante del nuovo capitalismo di Trump è venuto dall’industria. Nel 2025 gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente nel capitale di Intel, con una partecipazione vicino al 10%. È una svolta importante: lo Stato diventa socio di minoranza di un campione tecnologico privato. L’obiettivo dichiarato è garantire la sovranità dei semiconduttori, ma la sostanza è un’ altra: il governo vuole dire la sua sulla governance. “The Donald” ha chiamato personalmente Li-Bu Tan, ceo di Intel, per discutere delle strategie produttive e dei rapporti asiatici. Non solo. La Casa Bianca ha subordinato il via libera all’export verso la Cina da parte di Nvidia ad una sorta di “commissione sui ricavi” – seppure si tratti di un’indicazione di massima – pari a circa il 25% sulle vendite. Ancora. Come dimenticare – rispetto al tema delle materie prime – lo shopping di partecipazioni in realtà minerarie: da Trilogi Metals (che estrae zinco in Alaska) fino a Lithium Americas attiva nel litio per le batterie. Insomma: il confine tra attività privata d’impresa e comando politico si assottiglia.

6. Il patto con le tecnologie

Una logica simile pervade, poi, i rapporti con la Silicon valley. Le pressioni su Microsoft, culminate nella richiesta – riportata da diversi osservatori – di rimuovere Lisa Monaco, responsabile per gli affari globali del colosso di Redmond ed ex vice ministro della giustizia di Biden, sono state un segnale diretto. Un messaggio che si colloca in un contesto dove Trump ha organizzato – nel rinnovato Rose Garden della Casa Bianca – una cena con molti tra i più importanti ceo e fondatori del big tech. Intorno alla tavola apparecchiata, gli “dei” della tecnologia: da Bill Gates a Satya Nadella, fino a Tim Cook, Lisa Su e Mark Zuckerberg. Senza dimenticare altri jolly del mazzo, come Sam Altman e Sundar Pichai. Un asse il quale, per diversi osservatori, è realpolitik: fare buon viso a cattivo gioco, in uno scenario in cui la Casa Bianca ha assunto un ruolo sempre più attivo nella politica industriale. Ma che, più in generale, rappresenta il salto di qualità evidente. Il matrimonio tra Trump e il business tecnologico non è più tacito: è volutamente dichiarato, nel reciproco riconoscimento di potere che ricorda – a detta di vari esperti – quello tra il sovrano e i signori feudatari nel Medioevo.

Anche la moneta digitale entra nel disegno. Con il “genius Act”, Trump ha imposto la supervisione diretta dell’Office of the comptroller of the currency – presieduto da un altro fedelissimo, Johnatan Guld – sugli emittenti delle stablecoin. Ogni token dovrà essere coperto al 100% da riserve in dollari o titoli del Tesoro. È di nuovo – ecco il fil rouge – una liberalizzazione la quale, però, non può uscire dal controllo pubblico. L’apparente criptonarchia si trasforma in nazionalizzazione della fiducia.

7. Lo scenario attuale

Queste mosse, prese insieme, delineano un nuovo assetto di potere. Lo Stato americano agisce oggi come una “piattaforma”, non più quale mero arbitro. Sempre di più Washington gestisce risorse e consenso con logiche di rete: attribuisce privilegi, concede licenze, redistribuisce accesso. Chi partecipa al sistema riceve protezione; chi ne resta fuori rischia l’emarginazione o, addirittura, il trattamento ostile. Può obiettarsi: si tratta di una situazione già esistente in passato. Vero! Ma questo non contraddice la tesi della trasformazione in atto. Da un lato, l’attuale Presidente non rappresenta altro che l’enzima catalizzatore in grado – tra mille contraddizioni – di concretizzare la reazione chimica; dall’altro, tutti gli elementi della formula già erano ben presenti sul tavolo. E non da poco tempo.

8. Gli hippy con gli anarco-capitalisti

In tal senso, per cogliere al meglio il contesto odierno, bisogna tornare indietro di mezzo secolo. Cioè, negli anni Settanta, quando la California divenne il laboratorio di un esperimento unico: la fusione tra controcultura hippy, individualismo libertario e fede nel mercato. I figli dei fiori, insieme agli ideali pacifisti e mutualisti, credevano profondamente nell’autonomia individuale e nella libertà creativa. Il successo del Whole Earth Catalog, il “Google cartaceo” ante litteram curato da Stewart Brand, risiedeva anche – e soprattutto – nella convinzione che la tecnologia potesse liberare l’uomo dai rapporti di potere tradizionali, rendendolo sovrano di sé stesso. Una visione che, a ben vedere, è alla base della cultura hacker.

Questa concezione del mondo, in cui la dimensione della socialità tendeva a dissolversi nell’autosufficienza individuale, si è poi saldata con il nascente libertarismo economico della baia di San Francisco: un’imprenditoria che diceva no allo Stato e vedeva nell’high-tech uno strumento di emancipazione personale nel libero mercato. Certo! Sul piano materiale, molte di quelle imprese – destinate a diventare colossi globali – si svilupparono anche grazie al sostegno dell’apparato pubblico e militare statunitense, in particolare attraverso la domanda di tecnologie avanzate nel settore della difesa. L’impalcatura ideologica, tuttavia, rimase quella.

Con il passare del tempo, però, il sistema ha finito per generare il proprio opposto. Deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni, globalizzazione – abbracciata a piene mani anche dai democratici – e concentrazione dei dati hanno prodotto, come l’economia classica insegna, oligopoli più potenti di molti Stati nazionali. Il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, in cui il plusvalore “estratto” dagli utenti sono le informazioni sulle loro vite, e il capitalismo del cloud sono diventati così gli strumenti di un dominio perlopiù invisibile: la rendita che sostituisce il profitto e l’accesso che si trasforma in privilegio.

9. La Casa Bianca e l’hardware del potere

In un simile contesto, Trump chiude il cerchio. Dove la Silicon Valley aveva costruito infrastrutture immateriali di controllo – algoritmi, piattaforme, ecosistemi high-tech – la Casa Bianca costruisce oggi l’hardware del potere: nomine, decreti, autorità. Lo Stato si appropria della logica di rete, centralizzando le proprie funzioni. È la traduzione fisica del potere digitale.

Questo processo, coerente con l’ambito di provenienza dello stesso Trump, investe anche settori industriali più tradizionali. L’appeasement del mondo petrolifero non è una contraddizione, ma rafforza una struttura di potere che richiama, per analogia, dinamiche di tipo feudale. Trump agisce come un monarca del XXI secolo: distribuisce favori, contratti, accessi; assegna ruoli chiave nei nodi strategici del sistema – dalle authority di regolazione ai campioni industriali – e in cambio ottiene lealtà politica.

In un simile quadro, il rapporto con le élite economiche diventa esplicito e ritualizzato. I vertici delle Big Tech e dell’industria energetica vengono accolti simbolicamente nel cuore del potere esecutivo, in un riconoscimento reciproco di autorità che segna il superamento della separazione tradizionale tra Stato e mercato. Come osservano diversi economisti, quest’ultimo tende così a essere sostituito da un sistema di “rente politique”, in cui la rendita nasce dall’appartenenza al perimetro riconducibile a Washington. La concorrenza formale sopravvive – quella reale, per usare una formula cara a Peter Thiel, è sempre più residuale – mentre uno dei principali vantaggi competitivi diventa la relazione personale con il decisore politico.

Per imprese e investitori il nuovo assetto è ambivalente: offre stabilità, incentivi e protezione industriale. La volatilità dei mercati, però, non è più legata soltanto ai dati economici o alle scelte sui tassi, bensì anche alle parole e ai segnali provenienti dalla Casa Bianca. L’economia americana resta potente, ma più gerarchica. Il capitalismo della libertà assume il retrogusto del capitalismo della fedeltà.

10. La geopolitica

A livello geopolitico, la trasformazione si inserisce in una traiettoria globale già in atto. Nella progressiva separazione tra il blocco americano – che nella visione trumpiana include l’intero emisfero occidentale e si estende fino all’avamposto da conquistare rappresentato dalla Groenlandia – e le aree di influenza della Cina, emerge un modello economico in cui il pubblico-militare entra direttamente nei circuiti tecnologici e finanziari. Trump non inventa questa tendenza: la americanizza. L’ideologia libertaria della Silicon Valley viene assorbita nella sovranità nazionale. Il paradosso è compiuto: l’anarchia digitale produce un nuovo ordine centralizzato.

Non è un ritorno al socialismo, né un’estensione del liberismo. È una mutazione del capitalismo stesso: post-industriale, iper-tecnologico e politicamente centrato. Lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere. Nel linguaggio dei mercati, è la fusione tra rischio politico e rischio di credito. In quello della storia, è la reincarnazione del sovrano nel XXI secolo. È il capitalismo della fedeltà a Trump non in quanto persona, ma in ciò che lui rappresenta. Un apparato politico, economico e militare che – come era prevedibile – è uscito dalla lampada, che da tempo era ben in vista sul tavolo. Un apparato sempre di più pronto a prepararsi allo scontro finale con il colosso cinese.

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“No Other Choice” e il Mostro che stiamo diventando

Dopo aver visto un film, capita che il sottoscritto debba farlo decantare per un po’ nella mente, quantomeno per evitare che il primo impatto (positivo o negativo che sia) lo induca a conclusioni affrettate. È accaduto diverse volte, anche per film di cui, col senno di poi, ho un giudizio completamente opposto da quello assunto inizialmente.

Non è il caso di No Other Choice che mi entusiasma allo stesso modo oggi come ieri. Park Chan-wook ci mostra (ancora una volta) un esempio nitido delle potenzialità del Cinema, soprattutto in un frangente storico caratterizzato da una crisi che appare irreversibile.

Ma andiamo con ordine.

Man-soo è un importante caporeparto in un’azienda coreana produttrice di carta appassionato della sua professione. L’azienda viene acquisita da una società americana che licenzia gran parte dei dipendenti, compreso il protagonista.

Già a questo punto della trama possiamo trovare diverse analogie con il presente, che vede le grandi corporation occidentali che operano nel mercato globale espandersi a scapito delle aziende cosiddette “zombie”, quelle minori, sacrificabili.

Ma la pellicola non è una disamina delle logiche di mercato, delle modalità predatorie con cui queste si affermano o delle condizioni nei posti di lavoro che queste producono (vedi La Classe operaia va in Paradiso), bensì dei suoi effetti, della ricaduta nei rapporti sociali che queste implicano, qualche temerario direbbe della “ideologia” che ne consegue.

Man-soo dopo il licenziamento cerca un’altra occupazione, sempre come caporeparto nell’industria cartaria. Inizia la pianificazione degli omicidi dei suoi competitor, di altri tre potenziali profili per lo stesso ruolo e che vivono la stessa situazione del protagonista.

La lotta per la vita, in cui la vita è il lavoro, nient’altro.

Di questo è consapevole anche la moglie di Man-soo la quale, scoperto il piano e gli omicidi perpetrati dal marito, decide di coprirlo pur di mantenere lo status di vita che quel licenziamento aveva messo in discussione.

La bravura di Park Chan-wook sta nel lavorare minuziosamente sui singoli personaggi, i quali rispecchiano le problematiche del precariato moderno, come ad esempio l’alcolismo di cui sono affetti gli altri candidati al posto di caporeparto.

Sono decine le scene che dimostrano la decadenza e soprattutto l’individualismo indotto dalla competizione interna alla classe salariata (anche l’educazione che Man-soo impartisce a suo figlio va in questo senso), scene che si inseriscono in un filone che è quello del cinema e della serialità sud-coreane, di cui l’esempio più famoso è Squid Game.

Non è un caso che questo accada nel paese sopracitato, il quale è un fulgido esempio di riassetto industriale nel solco delle nuove tecnologie e dell’automazione del lavoro. In questo senso, montaggio e fotografia non fanno altro che calcare la mano su questa sensazione di inquietudine alimentata spesso con scene al limite del grottesco.

Il primo, a cura di Kim Sang-bum, è veloce e serrato all’inizio e più lento nello svolgimento delle vicende chiave. In altre parole, la bella vita della cosiddetta “aristocrazia proletaria” che vive Man-soo finisce ancor prima che possa raccontarcela per bene, è un’illusione, un sogno.

La fotografia (di Kim Woo-hyung) e la regia, invece, costruiscono delle scene e dei frame che evocano una chiara impostazione pittorica, che hanno un impatto chiaro anche prese singolarmente, aiutate anche da un ottimo lavoro di color grading in post-produzione.

È un’estetica utile a sottolineare il punto di non ritorno a cui è arrivato il personaggio; il ritratto acceso e colorato della famiglia felice che abbiamo prima dell’esubero, i primi piani con le espressioni folli del protagonista, i colori e le luci che cambiano verso tonalità più grige e spente man mano che la storia si infittisce in un solco più inquietante.

Il finale non è conciliante, anzi. Il protagonista riesce nella sua impresa, senza rimorsi. L’ultima scena ci immerge in una fabbrica fredda e completamente automatizzata tramite piani di lavoro impostati da un’intelligenza artificiale. Man-soo è completamente solo, non deve fare altro che verificare che tutto vada liscio, che non vi siano intoppi.

Questo finale apre dunque il dibattito sulla direzione intrapresa dai nostri tempi, dunque dalle nostre vite. Per comprendere fino in fondo il senso del film (forse con una punta di egoismo) non dovremmo immedesimarci tanto con il protagonista, il “vincitore”, bensì con gli altri tre.

Insomma, un’“altra scelta” ci deve essere, l’alternativa è morire.

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La follia suicida di una guerra con l’Iran

di Chris Hedges

La squadra di negoziatori di Stanlio e Ollio, formata da Steve Witkoff e Jared Kushner, unita alla spaventosa ignoranza di Trump in materia di affari mondiali e alla sua megalomania, sembra destinata a spingere gli Stati Uniti verso un altro disastro in Medio Oriente, un disastro che il Congresso non ha approvato e che l’opinione pubblica non vuole.

Le richieste imposte all’Iran dalla Casa Bianca di Trump non sono più accettabili per il regime di Teheran di quelle imposte ad Hamas a Gaza nell’ambito del finto piano di pace di Trump.

La richiesta di Trump che l’Iran interrompa il suo programma nucleare e rinunci alle sue capacità missilistiche in cambio di nessuna nuova sanzione è tanto sorda quanto l’appello ad Hamas al disarmo a Gaza. Ma poiché da tempo abbiamo rinunciato ai diplomatici, che sono alfabetizzati linguisticamente, politicamente e culturalmente, e che possono mettersi nei panni dei loro avversari, siamo condotti a un’altra guerra in Medio Oriente dalla nostra nuova cricca di buffoni. Gli Stati Uniti e Israele credono scioccamente di poter bombardare il governo iraniano e insediare un regime fantoccio. Che questo sistema di credenze irrealistico abbia fallito in Afghanistan, Iraq e Libia sfugge loro.

La promessa di non imporre nuove sanzioni non incentiverà l’Iran a mediare un accordo. L’Iran è già paralizzato da sanzioni onerose che hanno devastato la sua economia. Questo non farà nulla per spezzare la morsa economica.

L’Iran non rinuncerà al suo programma nucleare, che ha il potenziale per essere trasformato in un’arma, né al suo programma missilistico balistico, che Israele ha dichiarato di voler colpire con un attacco aereo. Il presunto arsenale nucleare israeliano di circa 300 testate è un potente incentivo per l’Iran a mantenere la capacità di costruire un proprio arsenale nucleare. L’Iran, come Hamas, non si renderà mai indifeso contro coloro che cercano di annientarlo.

Un attacco aereo contro l’Iran non sarà come l’assalto durato 12 giorni dello scorso giugno contro gli impianti nucleari e le strutture statali e di sicurezza dell’Iran. Allora l’Iran calibrava la sua risposta con attacchi simbolici alla base aerea di Al Udeid in Qatar, nella speranza che non portassero a un conflitto più ampio e prolungato. Se venisse lanciato un attacco aereo oggi, l’Iran non avrebbe nulla da perdere. Capirebbe che placare i suoi avversari è impossibile.

L’Iran non è l’Iraq. L’Iran non è l’Afghanistan. L’Iran non è il Libano. L’Iran non è la Libia. L’Iran non è la Siria. L’Iran non è lo Yemen. L’Iran è il diciassettesimo paese più grande del mondo, con una superficie equivalente alle dimensioni dell’Europa occidentale. Ha una popolazione di quasi 90 milioni di abitanti, 10 volte più di Israele, e le sue risorse militari, così come le alleanze con Cina e Russia, lo rendono un avversario temibile.

Nonostante la relativa debolezza militare dell’Iran, se confrontato con le forze combinate di Stati Uniti e Israele, può infliggere danni ingenti. Lo farà il più rapidamente possibile. Centinaia di soldati americani saranno probabilmente uccisi. L’Iran chiuderà sicuramente lo Stretto di Hormuz, il più importante punto di passaggio petrolifero al mondo, da cui transita il 20% delle forniture mondiali di greggio.

Questo raddoppierà o triplicherà il prezzo del petrolio e devasterà l’economia globale. Prenderà di mira gli impianti petroliferi, insieme alle navi e alle basi militari statunitensi nella regione.

Le crescenti perdite e l’impennata dei prezzi del petrolio forniranno a Trump e alla sua spregevole controparte in Israele l’occasione per scatenare una guerra regionale prolungata.

Questo è il prezzo da pagare per essere governati da imbecilli. Che Dio ci aiuti.

Fonte

Il martire nero della République: i governi europei contro l’antifascismo

A quasi una settimana dalla morte di Quentin Deranque, non si è ancora arrestata la furia mediatica e politica che ha macabramente colorato di nero il dibattito francese negli ultimi giorni. Strette nel cordoglio, la sinistra liberale e la destra colgono l’occasione per costruire su questo caso un precedente anti-sinistra progressista, trasformando il “martire” dei neonazi francesi in martire nazionale, in piena continuità con il processo – di respiro europeo – di sdoganamento del fascismo e di criminalizzazione dell’antifascismo e dei movimenti sociali.

Dal 12 febbraio, mentre i media continuavano a diffondere la retorica del “clima di violenza prodotto dall’ultragauche” e da La France Insoumise, quindici sedi del partito sono state attaccate, si sono tenute marce notturne intimidatorie in molte città francesi, sono arrivate minacce di morte ai militanti del sindacato Solidaires ed è stata assaltata una delle loro sedi. Il 18 febbraio, infine, una mail anonima ha annunciato una minaccia di bomba contro la sede centrale di LFI:
«Ho appena piazzato degli esplosivi nei vostri locali, ho fatto bene il mio lavoro (di notte) in modo che non si possano trovare, vi ucciderò tutti. Ucciderò tutti i magrebini, i gauchisti e gli altri negri, tutto esploderà alle 13 e morirete tutti. La pagherete cento volte per aver assassinato Quentin». 
Si capisce bene allora che il clima di violenza sta effettivamente montando, ma è di segno totalmente opposto, e ripropone un copione storicamente ricorrente: l’avvicinamento dei partiti liberali alle squadracce fasciste in funzione anti-sociale e anti-progressista.

Il tornante delle elezioni presidenziali del 2027, catalizza questo processo in chiave anti-insoumise, e contro tutto quel settore sociale e popolare che riempie le piazze e anima gli scioperi, costituendo la reale opposizione alla Francia di Macron e Lecornou.

Come ha detto Saïd Bouamama nel film-intervista di Blast «Comment la France est devenue un état policier»: «la tentation du fascisme ne monte que lorsque, en face, une évolution sociale est possible», ovvero «La tentazione del fascismo cresce solo quando, di fronte, è possibile un’evoluzione sociale».

Dopo che già l’assistente di Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, presente sulla scena dello scontro, era stato momentaneamente dimesso dalla sua carica parlamentare, adesso il ministro degli interni Bruno Retailleau chiede direttamente le dimissioni di Raphaël Arnault, deputato della France Insoumise e tra i fondatori della Jeune Garde, organizzazione antifascista creata nel 2019 proprio a Lione – città che si distingue tristemente per la presenza di nutriti gruppi neofascisti – e sciolta a giugno 2025, insieme a Urgence Palestine.

Senza soffermarsi sui dettagli, è utile fare un passo indietro per tracciare la dinamica della vicenda, che delinea un modello ben noto: una contestazione delle “femministe” nazionaliste di Némesis, spalleggiate dai loro camerati, alla conferenza tenuta dalla deputata palestinese Rima Hassan, e lo scontro cercato dagli squadristi – armati e mascherati, come si vede in questa foto e in alcuni video – al margine dell’evento (Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”).

Le comode versioni dei fatti, secondo cui Deranque sarebbe capitato lì quasi per caso, tradiscono la reale identità del ragazzo, ricordato dal collettivo neonazista Luminis Paris come militante modello, e la cui appartenenza ideologica lo rende “martire d’Europa” per la nostra più vicina Lega dei Patrioti.

Se è vero che le conseguenze di quanto accaduto sono, su un piano privato, insopportabili, non si può tuttavia considerare quanto rivendicato – e strumentalizzato – politicamente, in termini privati, senza guardare alla dimensione strutturale di questo tipo di violenza e al clima sociale e politico in cui si inserisce.

Non dovrebbe essere necessario ricordare che l’attività dei militanti neofascisti si basa ideologicamente su nazionalismo, xenofobia e razzismo e si struttura intorno alla scelta della violenza come strumento mirato di “pulizia” e intimidazione.

Secondo dati ufficiali dell’Università di Sciences Po, tra il 1968 e il 2021 si sono registrati in Francia 52 morti dovuti all’estrema destra e solo 5 imputati all’estrema sinistra. Questa sproporzione chiarisce da quale parte sta la volontà strutturale di annientare il nemico, e da che parte il tentativo di “contenere” la violenza nera, che agisce indiscriminatamente contro senzatetto, immigrati e persone variamente discriminate, con il benestare di polizia, giornali, giustizia e politica. 

Gli eventi di questi giorni testimoniano la continuità di questa connivenza strutturale: il 12 febbraio, nonostante l’Institut d’études politiques (IEP) – dove si sarebbe tenuta la conferenza con Rima Hassan – avesse avvisato le forze dell’ordine della conclamata minaccia di contestazione fascista all’evento, la polizia non si è neanche presentata, perché impegnata a sorvegliare un’azione antimilitarista all’Università Lione 3... 

Per questo motivo l’IEP avrebbe rafforzato la sicurezza autogestita in occasione dell’evento, non riuscendo comunque ad impedire il degenerare degli eventi, che hanno avuto luogo fuori dagli spazi accademici.

Solo qualche giorno prima, il 7 febbraio, la polizia interveniva zelantemente gasando il corteo antifascista mobilitatosi contro il covo di fascisti “la Taverne de Thor” negli Champs de la Meuse.

L’antifascismo autorganizzato nasce dunque come vera e propria esigenza in risposta all’“incuria” complice delle istituzioni rispetto alla gestione della minaccia fascista, con l’obiettivo di difendere minoranze razzializzate, soggettività queer, attivisti e militanti nei loro spazi di espressione politica e nei quartieri.

Come ricorda Mélenchon in occasione del suo “moment politique”, all’indomani degli eventi, la prima attività dei fascisti è storicamente sempre stata quella di impedire alle forze progressiste e comuniste di radunarsi e discutere.

Negli ultimi anni la Jeune Garde Antifasciste aveva costituito il servizio d’ordine del partito di Mélenchon, rappresentando il cordone sanitario necessario in un contesto marcato da provocazioni e aggressioni di carattere esplicitamente fascista, come le recenti minacce di morte e di stupro a Mathilde Panot e Rima Hassan.

Dopo la morte di Hacen Diarra in un commissariato nel 20esimo arrondissement a fine gennaio, passata sotto silenzio, e il giudizio della corte di Cassazione che scagiona i tre gendarmi accusati della morte di Adama Traoré nel 2016, diventato simbolo delle violenze poliziesche di carattere razzista, il minuto di silenzio per il neonazista Deranque il 17 febbraio all’Assemblea Nazionale è ancora più rumoroso, svelando l’identità profondamente razzista della classe politica francese.

Sarebbe eufemistico anche parlare di “doppio standard”, trattandosi di una violenza sistematica, in cui Stato, polizia e squadristi convergono nell’alimentare il terrorismo xenofobo e “bianco”, con 107 morti in custodia o nel corso di operazioni di polizia dal 2022, secondo dati ufficiali di un’indagine europea.

In questo contesto di violenza esacerbata, la criminalizzazione giudiziaria e politica dell’antifascismo e dei movimenti sociali rende sempre più vulnerabile l’assetto democratico dei paesi europei.

A Budapest, il 4 febbraio si è concluso il processo di primo grado contro tre militanti antifascisti – Maya, Anna e Gabriele – con condanne rispettivamente a 8, 2 e 7 anni di carcere. Il procedimento, lo stesso che aveva coinvolto anche Ilaria Salis, riguarda presunte aggressioni a militanti di estrema destra durante il raduno neonazista del “Giorno dell’onore”, che ogni 13 febbraio celebra i soldati del Terzo Reich che nel 1945 non si arresero all’Armata Rossa.

Nel frattempo, nel Regno Unito 24 attivisti sono detenuti da oltre un anno senza processo per azioni contro l’industria bellica, mentre il governo Starmer ha classificato Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo perseguibile anche il sostegno pubblico.

Nei Paesi Bassi deputati di destra ed estrema destra hanno presentato una mozione per vietare gli “antifa”; in Belgio il leader del Mouvement Réformateur ha definito il movimento “il più grande pericolo per la democrazia” annunciando iniziative per scioglierlo.

In Austria e Germania si moltiplicano repressione e inchieste contro realtà antifasciste e solidali con la Palestina, in un clima politico che tende ad assimilare antifascismo ed estrema destra sotto l’etichetta generica di “estremismi”.

In Italia il governo Meloni sta portando a compimento il processo di sdoganamento del neofascismo in Italia, riducendo d’altra parte sistematicamente le libertà per ogni tipo di opposizione sociale e progressista.

Dall’aggressione neofascista subita dallo chef Gabriele Rubini, noto come Chef Rubio, nel 2024 dopo le sue prese di posizione antifasciste, fino ai raduni del 7 febbraio per il “Giorno del Ricordo” spesso trasformati in passerelle identitarie, il clima si è fatto sempre più teso.

Il Comitato “Remigrazione e Riconquista” (CasaPound, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani) ha annunciato iniziative in oltre 60 città italiane per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare sulla “remigrazione”, sono già oltre 112mila le firme raccolte online.

Intanto, dopo lo sgombero dello storico centro sociale torinese Askatasuna e il corteo violentemente represso del 31 gennaio, il governo ha rilanciato la linea dura parlando di “attacco allo Stato” e annunciando un nuovo pacchetto sicurezza che amplia strumenti repressivi e sanzioni contro il dissenso politico.

In questo contesto si inserisce anche l’arrivo in Italia di Némésis-Italia, costola del collettivo identitario femminile francese, autore della contestazione a Rima Hassan del 12 febbraio, che utilizza la retorica della difesa delle donne per legarla a un discorso anti-migranti e securitario.

Tra campagne contro gli “antifa”, mobilitazioni sulla “sicurezza” e nuove proposte di legge securitarie, si consolida in Europa un quadro in cui l’estrema destra prova a legittimarsi sul piano istituzionale mentre l’antifascismo e i movimenti sociali vengono sempre più trattati come un problema di ordine pubblico.

È quanto mai necessario continuare a costruire alternative concrete, organizzate e radicate nei settori sociali come argine all’escalation nera, costruendo alleanze internazionali articolate lungo pilastri senza confini: contro fascismo, guerra e crisi sociale.

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L’intervista di Radio Onda d’Urto a Pierre, della redazione di Contre Attaque.

Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque, avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi hanno permesso di ribaltare la narrazione?

D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia.

Si tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha aggrediti.

Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra. C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone.

Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve continue minacce di morte dall’estrema destra.

Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione aspettava più lontano, a centinaia di metri.

Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13 febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i media senza alcun distacco critico.

I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la storia ci è sembrata subito sospetta.

Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin, era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione.

Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video (qui la parte tagliata, ndr). La redazione aveva ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo scontro e avevano abbandonato i loro sodali.

La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da quelle della sinistra francese.

Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1, riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave, ancora una volta, perché in quel momento non c’erano prove. La maggior parte delle reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra.

Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra, quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Nemmésis; erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con l’eurodeputata.

Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata nella sala quando c’è stato lo scontro.

Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare le loro reti.

Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un “cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha osato dire che era un militante neonazista.

Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si respira... La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas urticanti, fumogeni e con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero.

Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone. Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha registrato, è che Quentin è la vittima.

Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di lì.

I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra contro gli attivisti di sinistra.

Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti.

Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio, bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono davvero la creme de la creme dei fascisti più violenti e radicali.

Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato “Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza.

Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque, la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via.

Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11 persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France Insoumise.

Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. In Francia, sappiamo che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro eventi dagli attacchi dell’estrema destra.

Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma non lo è, i gruppi di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti. È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi membri sono stati arrestati.

A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori.

Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì, è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente rispondendo a un attacco.

È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché, potenzialmente, non solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe incriminare la stessa France Insoumise.

Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto tradotte in carcere e poi ci sarà un processo.

Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi.

Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione antifascista, che però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti.

Così abbiamo visto la polizia che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento.

Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra avvengono da anni in un clima di impunità. Puoi descriverci la situazione in città e nel resto del Paese?

Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza.

Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti.

Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono impuniti. Anche per questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di attivisti.

L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto.

Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi anche in Bretagna o a Nantes.

A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto.

I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro dell’Interno non ne ha parlato.

Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto, rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso.

Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo?

Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré, apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una “guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in effetti lo fa molto bene.

Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta dell'iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema è molto più profondo.

Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari franco israeliano che ha diffuso propaganda genocidaria in continuazione a partire dal 7 ottobre 2023.

E poi ci sono i media pubblici che stanno subendo epurazioni ideologiche per allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di satira, o minimamente contro il potere e licenziano i loro autori. Al loro posto arrivano in redazione giornalisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio quelli di C News.

Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con quello della destra estrema.

Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia, sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della sinistra francese.

La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla rissa di Lione e poi le Canard Enchaîné, testata satirica conosciuta, che ha una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media.

Ma nella maggior parte dei casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video.

Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il “martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribuendo a creare il clima che ci hai descritto?

In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando un’intera controcultura neofascista.

Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio essere molto chiaro. Non sono stati loro; non ne avevano nemmeno bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia. Stanno convocando manifestazioni.

Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità, montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio.

Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare.

Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito, che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto. Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di continuo.

In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra... Hanno anche lanciato una campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per andare a pestare gli antifascisti.

Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente perseguito dallo Stato. Posso dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo.

E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui.

E ancora una volta, nessun media nazionale lo sta dicendo, e nessun media nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader di Nemesis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una vittima degli Antifa.

La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media nazionali non lo stanno facendo.

In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti?

Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti, l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente compenso, nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano date per scontate, non lo sono più.

La questione dell’antirazzismo e dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo, stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo, perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita e a livello internazionale.

Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via. E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della sinistra, stia diventando un disvalore.

E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto, anzi. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono aperte ad argomenti e fatti.

E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via, quanto le autorità stesse.

Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo del movimento Blocchiamo tutto, dato che la polizia è stata, come dire, così efficiente e violenta.

Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo visto il magnifico movimento Blocchiamo tutto per la Palestina, abbiamo visto cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento blocchiamo tutto.

In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera, il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione. Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione”.

Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise, l’intero movimento sociale è preso di mira.

Quindi dovremo rifiutarci di fare qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria. Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta la rivoluzione o la barbarie.

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