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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/03/2017

L’Unione Europea si riarma e ratifica il nucleo duro. Fuori da questa gabbia

Il vertice dell’Unione Europea a Roma ha visto le istituzioni ed i governi della Ue approvare la cosiddetta “integrazione differenziata”, ossia il fatto che gruppi di stati possano approfondire l'integrazione in determinati ambiti politici, lasciando agli altri la possibilità di aderire in futuro. Un modo pragmatico per reagire all'attuale situazione in cui l'Unione non sembra in grado di rispondere alle esigenze di centralizzazione, dall'economia all'immigrazione, dalla sicurezza e alla difesa.

Proprio in quest'ultimo settore l’accelerazione è stata imposta dal referendum sulla Brexit – che ha sgombrato il campo dall’ostracismo della Gran Bretagna – e dall'elezione di Donald Trump. In particolare riguardo la cooperazione strutturata permanente in materia di politica militare e di sicurezza (Permanent Structured Cooperation, PeSCo). La definizione di questo passaggio strategico è nei documenti approvati nei mesi scorsi dagli apparati dell’Unione Europea ed in particolare dal nucleo duro composto da Germania, Francia, Italia e Spagna.

La governance della PeSCo dovrebbe essere collegata alle istituzioni Ue: l’iniziativa dovrebbe essere presieduta dall’Alto Rappresentante/vice presidente e supportata dalla Agenzia europea per la Difesa. Per garantirne l’efficacia in termini operativi, gli Stati partecipanti che ne costituiscono il nucleo duro ne costituiscono “l’avanguardia” con la costituzione di un Quartier Generale operativo Ue, che consenta la conduzione di attuali e future operazioni nel quadro della Politica di sicurezza e di difesa comune a livello europeo. Al tempo stesso, dovranno essere sviluppati maggiore coordinamento e cooperazione con la Nato.

La politica militare e di sicurezza europea richiederà un impegno consistente agli Stati aderenti, in termini politici, militari ed economici, sostenuta da una serie di incentivi che includano ma non si limitino a quelli già forniti dall’European Defence Action Plan della Commissione europea. Ciò significa lo stralcio delle spese militari dagli obblighi del Patto di Stabilità (valido e implacabile invece per i tagli al welfare, al lavoro, ai salari etc.) e addirittura la possibilità di emettere titoli di debito pubblico finalizzati alle spese per la difesa.

Quindi con il vertice dell’Unione Europea a Roma è nata ufficialmente quella che i geopolitici chiamano “kernel Europe”, cioè il nucleo centrale intorno a cui gli altri paesi dovranno adeguarsi. Ed è stata proprio la politica militare – come nella peggiore tradizione della storia – a fungere da parametro e da baricentro per una scelta strategica.

Le conseguenze per l’Italia di questa accelerazione sono facilmente e drammaticamente intuibili. Il governo Gentiloni ha fatto propria l’ambizione storica di una parte della borghesia italiana di essere in Europa “meglio ultimi tra i primi che primi tra gli ultimi”. Una funzione di subordinazione in alto che imporrà il rigido rispetto dei diktat e delle incombenze dovute a questa posizione di “prestigio”. In termini economico-sociale sarà la prosecuzione con le politiche di lacrime e sangue per lavoratori, disoccupati, pensionati, ceti medi impoveriti, per destinare le risorse alle ambizioni e allo status ottenuto.

In tal senso è vero che i peggiori black block che Roma ha visto in questi anni sono proprio i capi di stato europei riunitisi in Campidoglio. Le devastazioni e i saccheggi che hanno provocato non hanno paragoni (vedi la situazione sociale in Grecia, nel Meridione o nelle periferie delle nostre aree metropolitane solo per fare degli esempi).

Non che manchino perplessità tra i partner e nel resto della borghesia europea. “L’Unione europea è un progetto franco-tedesco – ha scritto in un editoriale l'Economist – ma quando c'è bisogno di una buona dose di grandiosità allora ci si rivolge all'Italia. Ironia della sorte perché se si domanda ai funzionari di Bruxelles cosa li tiene svegli la notte la risposta è sempre la stessa: l’Italia”. Il titolo dell’Economist era ancora più esplicito “Italia, palla al piede dell’Europa”.

Parafrasando l’Economist, non possiamo che ribadire invece che è proprio l’Unione Europea la palla – o meglio la gabbia – che opprime il nostro e gli altri paesi, in particolare quelli più deboli e periferici, continuando ad accanirsi con misure antipopolari e antidemocratiche contro popolazioni e settori sociali già devastati dalla crisi e dall’austerity. Prima usciamo da questa gabbia, prima si riapre un processo di trasformazione sociale, politico e democratico per il nostro e gli altri popoli dell’Europa e del Mediterraneo, allontanando tra l'altro l'avventurismo militare e il coinvolgimento in nuove guerre di aggressione. Dopo il vertice di Roma, ma anche dopo la manifestazione che ne ha contestato radicalmente il progetto, le opzioni antagoniste sono adesso chiaramente definite.

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07/03/2017

Vertice a quattro per un’Europa militarmente “protagonista”

Addio ufficiale all’Unione Europea coesa, omogenea, pacifica, in via di sviluppo per tutti. Addio all’idea, ovviamente, perché la realtà dimostra da anni – e ampiamente – l’opposto.

A Versailles è andato in scena il vertice europeo più strano degli ultimi anni. Non il solito – e relativamente solido – incontro a due franco-tedesco, l’asse che determina scelte e politiche da almeno un cinquantennio. Né un incontro dell’eurozona (18 paesi) e nemmeno della larghissima Unione Europea a 27, con i rompiscatole chiagne-e-fotti dell’Est. Ma un più prosaico meeting tra i quattro paesi più popolosi e produttivi: Germania, Francia, Italia e Spagna.

Base di discussione: l’Europa a due velocità, con maggiore integrazione e cessioni di sovranità all’interno di un nucleo centrale, e un cerchio più esterno di satelliti, che potranno andare anche a velocità diverse, nell’eterna attesa di raggiungere gli standard fissati per la serie A.

E’ una presa d’atto dell’impossibilità di viaggiare tutti insieme alla velocità di crociera resa indispensabile dall’aumentata competizione globale – la vittoria di Trump e la Brexit hanno devastato il quadro strategico durato un quarto di secolo, per non parlare della sequenza incredibile di follie commesse ai danni di alcuni paesi mediorientali e della Grecia– e soprattutto dell’impossibilità di approvare decisioni efficaci con il metodo paralizzante dell’“uno-vale-uno”.

Dunque i quattro paesi più importanti sono stati messi da Angela Merkel davanti al bivio decisivo: bisogna accelerare l’integrazione tra chi ci sta e può riuscirci, perché «se ci fermiamo tutto quello che abbiamo costruito potrebbe crollare».

Le celebrazioni per il sessantesimo dei Trattati di Roma – nella capitale, tra due settimane – saranno dunque l’occasione per avviare il “nuovo corso”. Come ha spiegato enfaticamente Francois Hollande, «Non vogliamo solo commemorare i Trattati di Roma, ma affermare insieme l’impegno per il futuro. Francia, Germania, Italia e Spagna hanno la responsabilità di tracciare la strada; non per imporla agli altri ma per essere una forza al servizio dell’Europa che dà impulso agli altri».

Il problema più grande è che questo team “propulsivo” ha in comune soltanto l’alta quantità di popolazione, mentre sul piano economico e della coesione politica almeno due membri hanno grossi problemi (Spagna e Italia, considerando per il momento improbabile una vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali francesi). L’Italia, in particolare, stanti i parametri di Maastricht e l’ottusa insistenza di Bruxelles sul loro rispetto al millesimo, può aspirare a restare nel nucleo duro solo adottando politiche infernali di riduzione del debito pubblico e distruzione degli ultimi scampoli di welfare (a cominciare dalle pensioni e dalla sanità). Il che, però, renderebbe la gestione del paese politicamente più problematica di quanto non sia stata finora, considerando anche il livello infimo della “classe politica” nazionale.

Insomma, sarebbe stato più logico – sulla base della salute economico-politica – chiamare al vertice Olanda, Finlandia e Lussemburgo, invece che i due latinos barcollanti. Peccato che quei tre nanerottoli in buona salute non abbiano nulla da offrire sul piano strategico più importante.

C’è sempre un perché a lungo sottaciuto, sminuito, silenziato. La verità è però infine sfuggita, non a caso, dalla labbra di Hollande: «La Difesa è un argomento scientemente evitato dai Trattati di Roma. Oggi l’Europa può invece rilanciarsi con la Difesa, per garantirsi la sicurezza, essere attiva a livello globale, cercare le soluzioni ai conflitti che la minacciano. Questa deve essere, in coerenza con l’impegno Nato, la nostra priorità».

La competizione globale, sul piano economico, è solo un lato della crisi europea. Molto più importante – a quanto sembra – sta diventando la competizione militare. Che, come insegna il modello di sviluppo statunitense, può in qualche misura funzionare da motore dell’economia, sviluppando quel “complesso militare-industriale” che solo la Francia, tra i quattro big riuniti a Versailles, può al momento esibire in dimensioni e standard tecnologici accettabili.

La prima velocità europea, dunque, sarà in larga misura militare, e quando si mettono in comune gli eserciti, e i relativi centri di comando, non è che poi si possono battere i pugni sul tavolo per “margini di flessibilità supplementari” dal lato finanziario.

La nuova Unione Europea sarò insomma assai meno pacifica di quella “vecchia”, distruggendo così anche l’ultimo paravento retorico a sostegno dell’ideologia europeista...

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11/02/2017

Stavolta l’Italia rischia la procedura d’infrazione

L’Europa “a due velocità” sarà un inferno, non il tranquillo purgatorio in cui i forti corrono e i deboli fanno lo stesso percorso con i propri tempi, senza sfiancarsi.

Se ne sta accorgendo il governo Gentiloni, insieme al ministro Padoan, impegnati per ruolo istituzionale in un confronto quotidiano e defatigante con la Commissione europea, mentre l’omino di Riganano scatena i suoi (falcidiati) parlamentari per aprire la crisi di governo che dovrebbe permettere di andare alle elezioni entro giugno; prima cioè che la battutina di Zoro (“t’o o ricordi Renzi?”) diventi senso comune per tutti.

Bruxelles in questi giorni sta insistendo con molta decisione perché il governo italiano fissi le misure per una manovra correttiva da 3,4 miliardi – quanto già contestato dalla Commissione stessa rispetto alla legge di stabilità approvata l’ultimo giorno del precedente governo – entro il 22 febbraio. Altrimenti, è la minaccia, verrà aperta una procedura di infrazione, che non avrebbe grandi effetti immediati nei rapporti tra Ue e Italia, ma certamente consegnerebbe il debito pubblico del paese agli spiriti animali della speculazione. Insomma: lo spred tornerebbe a salire a quote “berlusconiane”, costringendo lo Stato a spendere per il servizio sul debito molto di più di quanto non abbia dovuto fare grazie al quantitative easing della Bce.

Tra gli effetti “istituzionali” di più lungo periodo, comunque, una procedura di infrazione avvicinerebbe di molto il passaggio all’”amministrazione controllata” da parte della Troika. Una “ellenizzazione” che non ha bisogno di essere illustrata, visto che la situazione di Atene è sotto gli occhi di tutti.

La prima scadenza chiarificatrice si avrà lunedì mattina, quando Bruxelles pubblicherà le sue previsioni economiche sull’anno appena iniziato. Non essendo ancora state varate le “correzioni” richieste, il quadro previsionale sarà probabilmente molto pessimistico, evidenziando una “deviazione significativa” rispetto ai parametri di Maastricht e agli obiettivi concordati con la stessa Commissione. Anche perché, verrà certamente ricordato, l’Italia ha negli ultimi due anni beneficiato di ben 26 miliardi di “flessibilità”, senza peraltro ottenere né risultati economici in termini di crescita (in quel caso le percentuali si sarebbero leggermente aggiustate da sole, matematicamente), né tanto meno risultati politici (l’intera “strategia delle riforme” – anche questa concordata con la Troika – è miseramente crollata solo la botta del referendum del 4 dicembre).

Vista dall’Unione Europea, insomma, è inutile concedere all’Italia margini di flessibilità ulteriori, che verrebbero ampliati oltre il concordato senza peraltro conseguire risultati utili. E' un anticipo già operativo delle "due velocità". A quelli rimasti indietro non verrà regalato nulla (tanto meno una rinegoziazione più flessibile dei trattati in materia di conti pubblici), mentre i "forti" accelereranno la loro integrazione, forse fino al punto di accennare ad una vera unione fiscale.

Gentiloni e Padoan, messi all’angolo da Bruxelles, hanno delineato una manovra fatta di tagli alla spesa pubblica e ritocchi delle accise (in primo luogo su benzina e tabacchi, come in tutti gli ultimi 70 anni). Ma si sono ritrovati subito sotto il “fuoco amico” degli ultrà renziani, ridotti ad appena 37 deputati firmatari di una mozione che vorrebbe stoppare “altri aumenti delle tasse”. Poca roba per mettere davvero in crisi l’esecutivo, ma un segnale di quel che andrà montando nelle prossime settimane, man mano che i tempi per un’eventuale voto a fine primavera diventeranno più stretti.

Gentiloni ha così pochissimi margini di manovra. Non ignora infatti che dentro le varie istituzioni sovranazionali si fa sentire la pressione del nucleo forte dell’Unione (Germania, Olanda e altri “nordici”), che vedono male qualsiasi “favoritismo” nei confronti dell’Italia, colpevole di presentare un debito pubblico al 133% e neanche scalfito negli ultimi anni.

In questo quadro la scadenza del 22 febbraio risulta addirittura una “mediazione” offerta dalle cosiddette “colombe”, malamente rappresentate dal commissario agli affari economici, il francese Pierre Moscovici, abituato da anni a giocare il ruolo del “poliziotto buono” che ti costringe comunque alla resa.

L’unica certezza è che, senza una “correzione significativa” – uguale o molto vicina alle richieste di Bruxelles – i “falchi pretenderanno l’avvio di una procedura di infrazione dagli esiti imprevedibili (l’Italia, fin qui, ne ha ricevute altre, ma mai per i conti pubblici).

Lo hanno capito tutti, meno che Renzi. Un vero statista...

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09/02/2017

Europa a due velocità. Intervista a E. Brancaccio

Emiliano Brancaccio, professore associato di Politica economica e docente di Economia politica ed Economia internazionale presso l'Università del Sannio. Nel 2002 è stato relatore della proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall'associazione Attac per l'istituzione di una variante della cosiddetta Tobin tax. Nel 2003 è stato responsabile economico del Comitato promotore del referendum per l'estensione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

E' tra i non molti accademici ad aver declinato varie proposte di candidatura e di incarico amministrativo: nel marzo 2013 ha rifiutato l'incarico di assessore al Bilancio del Comune di Benevento, criticando la "moda" di ricorrere ai cosiddetti "tecnici" nei momenti di crisi politica; nel giugno 2016 ha declinato anche l'invito del nuovo sindaco di Benevento, Clemente Mastella, ad assumere l'assessorato al Bilancio; nel febbraio 2014 ha rifiutato la candidatura alle elezioni europee come capolista della circoscrizione Sud per la lista L'Altra Europa con Tsipras.

Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Il nostro spazio di approfondimento è oggi dedicato all'economia. Parliamo di Europa, parliamo delle dichiarazioni di Angela Merkel che ha ipotizzato un futuro per l'Europa a più velocità. Un argomento di cui si parla ormai da qualche giorno, in realtà argomento che trova le sue radici indietro nel tempo. Cerchiamo di fare un po' di chiarezza con Emiliano Brancaccio. Grazie per essere con noi, Emiliano.

Grazie a voi, buongiorno.

Queste dichiarazioni di Angela Merkel che formalizza, diciamo così, una Europa a più velocità. Cosa significa?

In realtà l'espressione originaria risale ad un articolo di Wolfgang Schauble, l'attuale ministro delle finanze tedesco, del 1984. Il significato di questa espressione “Europa a due velocità” è cambiato un po' nel corso del tempo, ma nella sostanza si tratta di un tipo di procedura che in realtà già esiste, nel senso che si afferma che quei paesi che intendessero realizzare una “cooperazione rafforzata” possono decidere di accordarsi anche in assenza del consenso da parte di tutti i paesi dell'Unione. Tanto per fare un esempio, l'accordo di Shengen sulla libera circolazione delle persone all'interno dell'Unione è un po' una cooperazione rafforzata, perché non tutti i paesi vi hanno aderito. Quindi non è una novità l'Europa a due velocità. Il problema è che in questo caso la Merkel utilizza questa espressione per fini elettorali, in vista dei problemi che si intravedono all'orizzonte riguardo ancora una volta al caso della Grecia. Perché? Perché la Grecia, a quanto pare, si ritroverà ancora una volta di fronte a problemi di sostenibilità del suo debito. Nonostante gli enormi sacrifici che sono stati imposti al popolo greco, le politiche di austerità non stanno funzionando, anzi, poiché stanno deprimendo le capacità di creazione del reddito della Grecia, automaticamente rendono più difficile il rimborso dei debiti, non più facile. La Merkel si trova in prossimità di una campagna elettorale che si annuncia abbastanza complicata; e poiché il popolo tedesco è stato, diciamo, indottrinato all'idea che poi i paesi del sud Europa siano spendaccioni, gente che assisti, e di conseguenza non devono essere sostenuti e aiutati, oggi la Merkel dice: bene, se esistono paesi di serie B come ad esempio, sottintesa, la Grecia, che non sono in grado di rispettare le regole dell'Unione monetaria, ebbene a questo punto evochiamo l'ipotesi di un'Europa a due velocità, cioè una Europa di serie A, dove vi sia la Germania ed i paesi ad essa affini, e un'Europa di serie B in cui piomberà eventualmente la Grecia e tutti coloro che faranno, tra virgolette, i cattivi. Ecco, questo è un po' diciamo il modo retorico e demagogico, direi, con cui io temo verrà utilizzata questo slogan. Ed è estremamente indicativo del fatto che, purtroppo, in Germania domina non una politica di leadership, ma un'impostazione che fa della Germania un gigante economico ma ancora una volta – come spesso è accaduto – un nano politico. Chiaramente questa è una impostazione puramente tattica ed elettorale che prelude poi effettivamente ad un ulteriore processo di disgregazione del progetto di unificazione europea. Bisogna capire se questa sia una cosa, in ultima istanza, positiva o negativa, perché in realtà a questo punto, visto che la tendenza è quella verso la disgregazione del progetto di unificazione europea, bisogna cominciare a ragionarci su. Ebbene, il problema è che i paesi relativamente più fragili che stanno tanto soffrendo l'assetto istituzionale dell'Unione dovrebbero cominciare, come dire , a considerare l'ipotesi che il progetto europeo non includa e dovrebbero forse iniziare a ragionare su soluzioni che non siano sempre fornite da Angela Merkel e Schauble. Perché poi il problema finale è: se alla fine questo progetto di unificazione europea deve saltare, il problema è capire come eventualmente deve saltare. Perché, per semplificare al massimo, ci sono modi di destra di gestire un'implosione, e ci possono essere anche modi, tra virgolette, di sinistra.

La sostanza è che Angela Merkel, fondamentalmente, si rivolge al suo elettorato, in particolare a quello che è preoccupato dalla prospettiva che la Germania possa trovarsi a dover sostenere nuovamente paesi che sono rimasti più indietro; e quindi dice loro, sostanzialmente, vedete che faremo un'Europa diversa, un'Europa in cui chi va forte va forte e chi resta indietro se la dovrà vedere per conto proprio. E' più o meno questo il senso?

Sì. Sostanzialmente è questo. Naturalmente c'è una mistificazione in questa narrazione; una mistificazione che – tanto per fare un esempio tra i tanti – non tiene conto del fatto che in realtà una parte molto significativa delle erogazioni dei finanziamenti che sono stati forniti dall'Unione e dalla Banca centrale europea alla Grecia sono stati necessari per rifinanziare in larga misura le banche tedesche, che avevano erogato crediti a favore dei paesi periferici dell'Unione, Grecia inclusa e non soltanto. Questo per chiarire che poi, come dire, tutta questa retorica secondo cui la Germania “si è comportata bene” non tiene conto del fatto che le banche tedesche hanno allegramente erogato crediti a favore dei paesi periferici e hanno preteso poi che l'assetto istituzionale dell'Unione, la Bce in particolare, andasse in soccorso in primo luogo delle banche prime creditrici, quando la situazione è risultata insostenibile. Cioè delle banche tedesche. Ecco, la signora Merkel e Wolfgang Schauble, il ministro delle finanze tedesco, questo piccolo dettaglio non lo dicono.

Molto chiaro. In chiusura... Ma qualora poi queste ipotesi vengano realizzate, si formalizzi effettivamente questa Europa a due velocità, secondo te l'Italia in quale gruppo finirebbe?

E' evidente che l'Italia rientra nel gruppo dei paesi fragili dell'Unione. L'Italia presenta caratteristiche più simili di quanto si immagini alla Grecia, ma lo stesso vale per la Spagna, per il Portogallo, per la stessa Francia, anche se i cugini francesi faticano a riconoscerlo. Ecco, da questo punto di vista io mi permetto solo di fare un'osservazione: forse tra i paesi del sud Europa dovrebbe emergere la consapevolezza che bisognerebbe avanzare una controproposta e da questo punto di vista io credo che l'ipotesi che personalmente ho definito standard sociale sui controlli, sui movimenti di capitale, potrebbe essere una soluzione; cioè l'idea che bisognerebbe introdurre un sistema di regole, uno standard sociale, appunto, per cui se i paesi più forti – come la Germania ha fatto – insistono col praticare politiche di tipo deflattivo, cioè rinunciano ad acquistare merci dall'estero attraverso politiche di controllo della spesa e dei salari interni, e quindi mettono in questo modo in difficoltà i paesi più deboli... ebbene i paesi più deboli dovrebbero avere il diritto di introdurre controlli sui movimenti di capitale da e verso quei paesi forti che tentano di schiacciarli con politiche deflattive. Io lo chiamo standard sociale sui movimenti di capitale. Penso che sarebbe anche un modo per introdurre, come dire, uno slogan alternativo a quello delle destre xenofobe. Le destre xenofobe insistono nel dire e fanno consenso tramite l'affermazione per cui bisogna arrestare gli immigrati... Ecco, io penso che sarebbe ora che qualcuno dicesse che in realtà la cosa davvero importante è che bisognerebbe arrestare i capitali che con le loro scorrerie internazionali mettono in difficoltà soprattutto i soggetti più deboli dell'Unione.

Chiarissimo. Bene Emiliano, ti ringraziamo molto per il tuo contributo.

Grazie a voi.

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L’Unione Europea a due velocità: un ulteriore giro di vite

La Merkel e l’Ue a cerchi concentrici

Lo scorso venerdì 3 febbraio a La Valletta (Malta), al vertice dei capi di governo dell’Unione europea, Angela Merkel rende pubblica la proposta emersa dal summit: costruire una nuova Ue, non più tendente all’unità sovranazionale dei 27 Paesi aderenti (27 perché ormai è fuori il Regno Unito), ma a cerchi concentrici, a “due velocità”.

La Merkel propone anche che il nuovo progetto di Ue sia approvato e assunto nella Dichiarazione politica finale che sarà licenziata al prossimo vertice dell’Ue, che si terrà il 25 marzo a Roma. La proposta della Merkel poggia sul Documento prodotto da Olanda, Belgio e Lussemburgo (“Contributo del Benelux alla Dichiarazione di Roma 2017”) nel quale si sostiene – tra l’altro – che: “Diversi percorsi di integrazione e di cooperazione rafforzata possono costituire la risposta concreta alle sfide che colpiscono Stati e membri dell’Ue in diversi modi”.

Appare davvero significativo, simbolicamente esplosivo, il fatto che si proponga di ratificare il progetto di una Ue a due velocità proprio al prossimo vertice di Roma del 25 marzo, un vertice già convocato per commemorare il 60° anniversario dei Trattati che istituirono la Comunità Economica Europea (Roma, 1958) e il 25° del Trattato sull’Unione Europea (Maastricht, 1993), un vertice, dunque, concepito in prima battuta come acceleratore del processo unitario sovranazionale dell’Ue che invece – attraverso la ratifica di una Ue divisa e a cerchi concentrici – potrebbe rivelarsi come la tomba stessa del progetto storico dell’Ue.

Vertice di Roma del 25 marzo

Se al Vertice di Roma del prossimo 25 marzo la proposta di una Ue a due velocità si ratificasse, saremmo di fronte ad un evento di primaria importanza. Tuttavia vi è uno scarto, in questa fase, tra la portata dell’evento (ormai più che verosimile) e il modo in cui esso viene trattato, sia dagli esponenti politici massimi dell’Ue che dai media. Perché la possibilità di una Ue che dichiari il proprio fallimento (proprio attraverso una “ritirata” verso una propria forma a cerchi concentrici) viene quasi assunto come un dato già inscritto nelle cose e non come una straordinaria battuta d’arresto di un progetto storico. Il tempo ci darà modo di indagare meglio su questo atteggiamento “understatement” dell’intero establishement Ue: per ora possiamo dire che sia gli esponenti politici di maggior rilievo dei governi Ue che gli specialisti dei media avevano già messo in conto il fallimento del progetto dell’Unione europea e, di fronte al suo concretizzarsi, non ne rimangono stupiti.

Dunque, il primo punto da rimarcare – rispetto al Documento del Benelux volto ad una Ue a due velocità e alla conseguente proposta della Merkel diretta a far si che quel Documento divenga la nuova linea dell’intera Ue – è che il progetto dell’Ue è fallito. Ed è strano che ad accorgersene e a dichiararlo pubblicamente siano proprio i costruttori iniziali dell’Ue, mentre a non vedere la realtà e a difendere a spada tratta l’Ue siano ancora i zelanti amici dell’Ue, in gran parte collocati, in tutti i Paesi dell’Ue, nei vasti quanto vaghi fronti della “sinistra” moderata, socialdemocratica di nome o già ex socialdemocratica.

“Abbiamo imparato dalla storia degli ultimi anni che ci potrebbe essere un’Unione europea con differenti velocità e che non tutti parteciperebbero ogni volta a tutti i passaggi dell’integrazione. Penso che questo potrebbe essere inserito nella Dichiarazione di Roma”. Queste le parole esatte della Merkel al Vertice de La Valletta, una Merkel (una Germania, dunque) che passa in un lampo dalla Grande Costruttrice dell’Ue alla sua Distruttrice. Siamo di fronte ad un passaggio di fase densissimo e probabilmente cruciale per tutti i popoli dell’Ue, ad un passaggio di fase che potrebbe persino rivelarsi storico, e dobbiamo capire come ci siamo arrivati e che cosa questo può evocare.

Il fallimento dell’Ue

Dunque: agli occhi dei suoi stessi, massimi, “ingegneri politici” siamo di fronte al fallimento dell’Ue. Da dove viene tale fallimento? Gli “ingegneri” non lo dicono, ma il fallimento del progetto unitario sovranazionale risiede, innanzitutto, nel fatto che le politiche iperliberiste imposte proprio dal Trattato di Maastricht a tutti i Paesi membri dell’Ue ha fatto sì che gran parte di questi Paesi (di questi popoli) si impoverisse al punto da allontanarsi sideralmente, sul piano economico e sociale, dal nucleo centrale europeo più solido e storicamente più ricco. Gli “ingegneri” non lo ammettono – poiché dovrebbero ammettere la natura imperialista del nucleo centrale dell’Ue – ma, sotto la tirannia dei dettami di Maastricht e delle profonde distorsioni antisociali provocate dall’Euro, i Paesi economicamente e strutturalmente più fragili dell’Ue hanno di molto peggiorato le loro condizioni originarie, favorendo, anche attraverso il loro progressivo impoverimento, l’arricchimento e il rafforzamento dei pochi Paesi padroni dell’Ue, specificatamente della Germania (tra le poche cose giuste dette da Trump in questi giorni vi è proprio la sua denuncia dello strapotere economico tedesco in relazione agli Paesi dell’Ue).

A partire da tale costatazione, l’Ue a due velocità – più che una proposta del Benelux e della Merkel – è la constatazione di un dato di fatto, la messa in luce del prodotto storico di un lungo trentennio di politiche iperliberiste e di spoliazione sostenuto dalla stessa Ue.

E’ inevitabile, dunque, che di fronte ad un processo di drammatica diversificazione dello “stato delle cose” nei vari Paesi Ue (diversissima ricchezza, diversissimo PIL, occupazione, welfare, sviluppo reale e potenziale) la stessa Ue blocchi il proprio processo di unità sovranazionale per rinculare in un progetto a due velocità, in cui – questa è la verità – solo i più forti si uniscono e possono unirsi?

Il processo unitario potrebbe continuare. A condizione...

No, non sarebbe affatto inevitabile, e il processo unitario potrebbe continuare. Ad una condizione, però: che l’unità dei Paesi e dei popoli europei fosse concepita come un valore in sé anche – e soprattutto – dai Paesi forti, ad iniziare dalla Germania. Poiché se così fosse la ricchezza generale dell’Ue dovrebbe essere ridistribuita in modo equanime a tutti i 27 Paesi dell’Ue, in modo da colmare le differenze e di garantire uno sviluppo uguale e generale dell’intera Ue.

Ma è chiaro che così non è; è chiaro che mai e poi mai la Germania e gli altri, pochi, Paesi forti dell’Ue ridistribuiranno ricchezza alla Grecia e al Portogallo, poiché ciò non è iscritto nel processo di costruzione di questa Ue, dove è invece iscritto un progetto di accumulazione, di tipo imperialistico, dei gruppi capitalistici transnazionali europei.

Dunque: giunti, per via delle stesse politiche iperliberiste di Maastricht, al punto più alto del processo di deflagrazione dell’unità dell’Ue, la Merkel (la Germania) decide che tale processo non può più essere invertito (poiché costerebbe troppo a Berlino e agli Paesi forti dell’Ue, perché costringerebbe l’intera Ue a dotarsi sia di un sistema fiscale che di un sistema di divisione degli introiti, democratici ed ugualitari, progetti che cozzano totalmente con lo spirito e la prassi Ue) e ciò che rimane da fare è solo ratificare la fine dell’Ue prima maniera. A Roma, il prossimo 25 marzo.

Brexit e le prossime elezioni Ue

Se la base economica del progetto di ratifica dell’Ue a due velocità è questo, ad essa si aggiungono due fatti, che in egual misura scoraggiano sin da ora un progetto di rilancio dell’unità sovranazionale europea: la vittoria della Brexit in Gran Bretagna e le elezioni nazionali, nel 2017, in Francia, in Olanda e Germania. In Francia e in Olanda si danno per certe le affermazioni politiche delle forze euroscettiche e in Germania questa stessa tendenza potrebbe segnare di sé, in diversi modi, l’esito elettorale. E a queste tre possibili e pesanti novità politiche potrebbe aggiungersene un’altra, quella italiana: anche in Italia, che si voti nel 2017 o nel 2018, non è affatto esclusa una vittoria della tendenza euroscettica e anti Ue.

Il governo Gentiloni

Il governo Gentiloni ha già espresso il proprio, totale, accordo con la proposta Merkel dell’Ue a due velocità. Completa subordinazione a Berlino? Inclinazione masochistica? Tutte e due le cose assieme. Poiché l’Italia potrà anche essere parte del primo nucleo dell’Ue, quello forte e coeso, la “prima velocità”, o “velocità superiore”, ma se per far parte dell’Ue di Maastricht l’Italia (i lavoratori italiani, il popolo italiano) ha già pagato un prezzo pesantissimo, per far parte della “ prima velocità” occorrerà proprio svenarsi. Ed il motivo è chiaro: per far parte del “nucleo forte” dell’Ue occorrerà accettare nuovi e più pesanti vincoli: l’ulteriore rafforzamento dell’Euro (con gravi danni alle esportazioni italiane); i conti pubblici “in regola” (e cioè essere, dal punto di vista del Bilancio, come la Germania ma senza avere l’economia tedesca: un’incongruenza politica e sociale con un finale già noto: fine definitiva del welfare e ulteriore giro di vite sui lavoratori); infine, divieto assoluto di chiedere flessibilità per i vincoli Ue di bilancio. E cioè: se sei nel gruppo di avanguardia smetti di piagnucolare, smetti di fare le finte pantomime “renziane” anti Ue e tiri dritto, senza più rivolgere lo sguardo ai tuoi problemi sociali.

I Paesi della “seconda velocità”

E tutto ciò per i Paesi più forti, quelli che sin da ora accettano l’Ue a due velocità collocandosi nel “primo girone”; ma per gli altri, quelli che sin dall’inizio si collocheranno nella “velocità minore”, nella retroguardia? Per loro il destino, se possibile, sarà ancora più oscuro: essi, da una parte, dovranno ancora accettare molti dei vincoli antisociali dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, al fine di non uscire dal giro della stessa Ue; e, d’altra parte, dovranno ancor più inasprire le loro condizioni sociali interne al fine di poter conquistare i parametri economici necessari per rientrare nel gruppo d’avanguardia. Assommando a tutto ciò la dittatura economica dell’Ue che, considerandoli virtualmente ancora propri soggetti, impedirà loro di relazionarsi positivamente con le economie, i mercati, le strutture finanziarie, i Paesi esterni all’Ue.

L’esercito europeo e la NATO

Nel progetto dell’Ue a due velocità si inserisce anche la questione dell’esercito europeo. Com’era già nei fatti, sono i Paesi della prima velocità (fondamentalmente, le vecchie potenze imperialiste europee) a lavorare di più per dotarsi dell’esercito europeo. Un esercito che, già dalla nascita, sarà parte subordinata della NATO. E anche qui Trump è stato di una cristallina chiarezza: egli non ha mai dichiarato di essere contro la NATO (come hanno voluto precipitosamente credere anche alcuni a sinistra), ha anzi affermato di volere una NATO ancora più forte: solo che a pagarla debbono contribuire molto di più tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica. Una NATO ancor più forte – nell’ottica solidale Trump-Stoltenberg, segretario generale NATO – e dominus dello stesso esercito europeo. Dunque, a partire dall’Italia – Paese della prima velocità Ue – vediamo cosa si profila: si profila un impegno economico-militare nuovo per la costruzione dell’esercito europeo, più un ulteriore e più pesante impegno economico per continuare a far parte della NATO. Tutto ciò per un esercito europeo sotto il comando NATO e dentro una spinta bellica imperialista complessiva volta – con Trump al comando – all’acutizzazione, intanto, degli scontri con Cina e Iran.

Ue e Euro: perché farne parte?

La domanda finale che il fallimento dichiarato della Ue e la stessa involuzione insita nell’Ue a due velocità evocano, non può che essere questa: ma per quali motivi i popoli dovrebbero ancora desiderare di far parte dell’Ue (quella d’avanguardia o di retroguardia, della prima velocità o della seconda) se i prezzi da pagare rimangono così alti e addirittura tendono ad inasprirsi? Perché, per rispettare i vincoli antisociali europei, rinunciare a far parte – economicamente, commercialmente, culturalmente, politicamente – dell’intero mondo? Non è davvero l’ora – proprio a partire dal fallimento Ue – di cercare altre strade, di liberarsi dal dominio, ormai davvero oscuro, dell’Ue e dell’Euro?

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