Mi sorge un dubbio: i Questori si cambiano, o si ricorre a cloni di un funzionario nato con l’unità d’Italia? Un dubbio legittimo per chi passa la vita tra carte di polizia riservate e miserabili note di confidenti. La storia ha talora volti impresentabili. Uno, piaccia o no, è quello del potere. Gli metti a guardia limiti e regole, ma sulle zone d’ombra non sorge luce. Prendi il sindacato, per esempio. Oggi sarebbe comico vederci un “covo di terroristi”, ma nel 1893 a Napoli è una minaccia per l’ordine pubblico: un operaio può elemosinare, non lottare per un diritto. Se lo fa, è un “sovversivo” e la Questura lo mette dentro. Quando i lavoratori si associano, il collega di Minniti ne infiltra le organizzazioni per “conoscere il numero complessivo degli iscritti, le generalità, i connotati e un cenno biografico dei capi”. Sono furbi, i Questori. Si muovono nell’ombra, fanno schedature e mandano a Roma le liste dei più “pericolosi”. Se l’operaio parla delle otto ore, del salario e dello sciopero, ecco l’etichetta: “sovversivo”. Senza informare gli interessati, le “autorità”, segnalano i sindacalisti “più influenti affiliati ai partiti sovversivi”. La Questura ricama, la stampa fa da cassa di risonanza, ed ecco nascere “cabine di regia” e “manovre anarchiche”. Per colpire chi disturba i padroni, l’anarco-insurrezionalismo è un’arma vincente nell’Italia liberale, fascista e repubblicana. Gli schedari della Questura sono pieni di rapporti fantasiosi e inverosimili di spie e confidenti che vendono a peso d’oro notizie di terza mano, libere interpretazioni o invenzioni di trame rivoluzionarie. Costruita la trama, parte la denuncia: “si punta a fomentare le passioni, a coalizzare, con mire evidentemente politiche e avverse all’attuale stato di cose”. Perché? Per “trarre partito dal malcontento che serpeggia nelle varie classi operaie”.
In questi giorni, leggendo i giornali e ascoltando il Questore, mi è sembrato di essere in archivio tra le carte del 1893. Allora come oggi, le cause del malcontento non interessano nessuno. Contano i “sovversivi”. Quasi sempre presunti. Si costruiscono teoremi e si fanno girare inverosimili soffiate di confidenti. Così, per tornare al passato, fa paura persino una bevuta “in una bettola fuorigrottese, ove si legge una lettera pervenuta da Palermo”. Nessuno sa che c’è scritto, ma è certo: è un piano rivoluzionario al quale, suggerisce un infiltrato a caccia di quattrini, “prenderebbe parte un giovane prete dimorante al Vomero”. Il condizionale la dice lunga e il senso del ridicolo consiglierebbe più serie riflessioni, ma “in alto” si preme. Per colpire gli operai, la Questura induce il proprietario di uno stabile a sfrattare i sovversivi, la Procura “garantisce che dal locale Pretore sarà emessa relativa ordinanza e, nello stesso giorno in cui giunga, fatta eseguire”. Per le accuse è presto, ma il Questore trasmette in via riservata alla Procura Generale copia dei rapporti destinati al Prefetto. La procedura è inusuale ma serve allo scopo e si giunge al punto di denunciare gli autori di un manifesto che due settimane prima è stato giudicato del tutto legale. I lavoratori scoprono un provocatore, un ex agente di PS, lo espellono, ma qualcuno lo inserisce nell’elenco degli iscritti “ritoccato” dopo il sequestro, e in Tribunale fa la sua parte di testimone. Falso naturalmente. Per un po’ si cerca un’imbarcazione “comandata da un maltese, che dovrebbe arrivare dall’Albania con armi da sbarcarsi lungo la marina di Licata e Porto Empedocle”. Nessuna la trova e le perquisizioni senza mandato non tirano fuori carichi di armi, ma la “velina” della Questura giunge a giornali compiacenti e crea un clima di tensione giustificato, scrivono le Autorità, dalla “necessità di opporsi con energia al movimento che nelle presenti condizioni economiche e morali di queste basse classi sociali, può da un momento all’altro gettare la città in preda allo scompiglio”.
Occorrono imputati “deferiti al potere giudiziario sotto il titolo di Associazione di malfattori”. Così scrive il Prefetto, poi, creato l’allarme, il solito confidente tira fuori un misterioso piano di rivolta imminente a Palermo, Messina e Napoli. Inizierà, si dice, con “incendi dolosi appiccati nella notte”. La Questura, avuta “notizia sicura che gli incendi si sarebbero praticati nella nottata mediante petrolio e acqua ragia” di cui sarebbero intrisi “stoppacci accesi gettati negli scantinati”, mette in moto “pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi con ordine di fermare, perquisire e arrestare”. Nel cuore della notte sono presi due individui, che, guarda caso, hanno con sé due bottiglie di acqua ragia e un foglio con la scritta a mano: “Viva la rivoluzione sociale”. Due terroristi e due bottiglie di acqua ragia sarebbero ben povera cosa per una rivoluzione, ma la Squadra Politica sostiene che mille compagni, impauriti, si sono ritirati. Nella fretta, la Questura sbaglia la data dell’arresto e anticipa d’un giorno la rivolta, ma per i giudici va bene così. La fantomatica rivolta non c’è, ma due bottiglie d’acqua ragia e le chiacchiere di un sarto arrestato, che si “pente” bastano e avanzano.
Al processo, tutto si basa su insinuazioni di anonimi confidenti della Questura. La difesa chiede di interrogarli, ma il giudice rifiuta, perché “le informazioni dei confidenti trovano riscontro negli atti”. E’ verità di fede. I due “terroristi” negano: l’acqua ragia è strumento di lavoro. Nessuno gli dà retta. Degli agenti che testimoniano, uno è colto con un foglietto da cui legge appunti e nomi d’imputati; un altro manda su tutte le furie il giudice che lo interroga perché ricorda “cose molto differenti da quelle risultanti nella deposizione scritta”. Un ispettore, infine, messo alle strette dalla difesa, ammette che gli imputati non sono sovversivi pericolosi. Il giudice preoccupato, scrive allora al Questore per fargli “raccomandazioni sul contegno di funzionari e agenti che dovranno essere intesi, non potendo in caso contrario garantire l’esito del processo”. Preoccupato è anche Crispi, Presidente del Consiglio, che ingiunge al Prefetto “di sollecitare il più possibile il pronunciato della Camera di Consiglio, ritenendo opportuno lo scioglimento del sindacato”. In quanto al sarto, il testimone chiave ritratta le dichiarazioni rese in istruttoria e narra la storia di durissimi interrogatori, di lunghi digiuni e della privazione dell’acqua. La polizia, racconta, l’ha convinto a firmare una dichiarazione falsa e già preparata. Dopo un’altalena di violenze e lusinghe, ha ceduto in cambio di 500 lire, un passaporto e la sistemazione delle figlie. L’uomo non mente. In archivio la polizia ha dimenticato la ricevuta della cifra pattuita firmata da un ispettore. Il processo è una farsa, ma il sindacato è disciolto e i sindacalisti sono spediti in galera.
Un caso eccezionale? No. Nel 1914, quando l’Italia prepara la guerra, l’ostacolo sono gli operai antimilitaristi. A giugno del 1914 l’esercito liquida il conto, sparando sui lavoratori. A Napoli sono ammazzati quattro dimostranti. Due sono operai di 16 anni. Polizia e bersaglieri sostengono di aver sparato una sola volta per legittima difesa e poiché i morti si sono trovati in due vie diverse, si “aggiustano” gli atti. Un testimone ferito, arrestato, si rimangia le accuse e “per imperiose ragioni di ordine pubblico”, uno dei due morti è nascosto “nella sala mortuaria del Trivio”, il cimitero ebraico. Mentre per giorni la povera madre cerca il figlio ucciso, si prende tempo e si concorda una versione tra i Commissariati di quartiere. “Prego redigere un unico rapporto ribadente questo solo punto di vista”, scrive il Questore ai dipendenti: “c’è stato un unico conflitto a fuoco. Confido nella solerte abilità ed attendo un preciso rapporto per il quale è opportuno prendere accordi col Colonnello che comandava la truppa”. Un giudice nota che “l’esame necroscopico e gli accertamenti generici escludono che uno degli operai sia morto con gli altri”, ma tutto è sepolto in archivio, anche la verità narrata da un veterinario, finito in ospedale per uno scontro a fuoco in cui è morto un lavoratore. La via dei tumulti non è quella indicata dalla Questura.
Si può dire ciò che si vuole, ma le cose stanno così: negli anni settanta una legge della Repubblica ha dichiarato “perseguitati politici” 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici che tra il 1948 e il 1966, hanno dato fastidio. In Archivio ci sono ancora i telegrammi della polizia repubblicana che pedina il mio amico Gaetano Arfè, partigiano, storico di prestigio e direttore dell’Avanti, che è in contatto con quell’autentico pericolo pubblico che risponde al nome di Giorgio Napolitano. Chi non ci crede, controlli. In archivio Sandro Pertini è ancora schedato come malfattore. Lo tenne prigioniero a Ventotene un camerata del noto Almirante, per dirla col linguaggio dei questurini: Marcello Guida, direttore della colonia penale fascista di Ventotene, ove fu prigioniero anche Terracini, che poi firmò la nostra Costituzione. Chi non se ne ricorda, si informi. Scoprirà che il 12 dicembre 1969, quando una bomba fascista fece strage a Milano, all’epoca italiana e oggi capitale della Padania, il Questore che coordinava le indagini era Marcello Guida. E fu lui, Guida, a mentire agli italiani sostenendo che l’attentato era opera di anarchici insurrezionalisti. Pochi giorni dopo il povero Pino Pinelli, volò dal quarto piano della Questura retta dal Guida, alto funzionario fascista e incredibile Questore della Milano antifascista. Malore attivo, si disse, ma non è chiaro che voglia dire.
Si potrebbe continuare a lungo, giungere a Genova e Cucchi, ma a che serve?
Sbaglierò, ma in questi giorni sento puzza di montatura. Per ora si sono indicati ignoti colpevoli all’opinione pubblica. Poi verranno il reato e i nomi. Senza aspettare un sarto che si penta, si può azzardare una profezia: i nomi li hanno già fatti i giornali e in quanto al reato, da noi vige ancora il codice del fascista Rocco, con la devastazione e il saccheggio pensati per gli oppositori del regime. Nessuno lo dice ma mentre scrivo c’è un ragazzo che sconta 14 anni di carcere per un bancomat distrutto. Un lavoratore ucciso sul lavoro ti costa un anno e il carcere non lo vedi manco da lontano.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/02/2017
Fabbricante di prove. Crispi e la repressione dei Fasci Siciliani
Francesco Crispi, fervente repubblicano mazziniano ma con un debole per la monarchia dei Savoia, ebbe una parte importante nelle lotte risorgimentali per l'unità d'Italia. Purtroppo, sul finire dell'800, divenne uno degli uomini di potere più discussi e autoritari, fino al punto, lui siciliano, di macchiarsi di un grave delitto politico: reprimere nel sangue, sulla base di " prove" false costruite a tavolino, il movimento dei "Fasci dei lavoratori " (siciliani), il primo sorto in Italia, solidale e organizzato, popolare e di sinistra, che avrebbe potuto innovare la vita economica e civile della Sicilia e cambiare il corso della storia italiana. Un comportamento ignobile di cui quasi nessuno parla e/o ne scrive. La mia modesta ricostruzione nel sottostante articolo.
In questa incerta vigilia di guerra, chissà quante "prove" si stanno fabbricando ai piani alti della politica e dei servizi segreti. Niente di nuovo sotto il sole. Fin dagli albori della storia, la mala politica ha fatto ricorso alla menzogna, alla contraffazione, ha imbastito intrighi e represso complotti immaginari, per liquidare oppositori o paesi ostili. La "ragion di Stato" è stata l'alibi per tante nefandezze. Una di queste sicuramente è stata la sanguinosa e illegale repressione del movimento dei Fasci dei lavoratori siciliani, decretata il 3 gennaio 1894, da Francesco Crispi, capo del regio Governo e ministro dell'Interno, sulla base di "prove" false, costruite a tavolino dagli apparati polizieschi, che lo statista, nato a Ribera, ha sbattuto in faccia agli oppositori socialisti e radicali, nel corso degli infuocati dibattiti parlamentari che precedettero e seguirono la dichiarazione di "stato di assedio" della Sicilia.
In pratica, il siciliano Crispi fece quello che il piemontese Giolitti, suo predecessore, si era rifiutato di fare: reprimere senza valide motivazioni un movimento popolare, di natura mutualistica e sindacale, reo soltanto di rivendicare nuovi patti agrari e più umane condizioni di lavoro nelle miniere. Per Crispi e per gli agrari il movimento dei Fasci doveva risultare eversivo, portatore di un disegno insurrezionale mirante a scardinare l'integrità territoriale del giovane Stato unitario, tale cioè da giustificare lo stato d'assedio e l'applicazione del codice penale militare, in forza del quale sospendere le libertà civili, arrestare, condannare, esiliare e "giustiziare" i dirigenti, compresi i deputati in carica.
In pochi giorni, zelanti funzionari fornirono al governo le "prove" del grave complotto, ovvero due assurde montature: primo, il "Trattato internazionale di Bisacquino" (che sarebbe stato sottoscritto dai una parte dai rappresentanti del governo francese e dello zar di Russia e dall'altra parte dall'onorevole De Felice Giuffrida, capo dei Fasci, dagli anarchici e da emissari del Vaticano), mirante a staccare la Sicilia dall'Italia per porla sotto la protezione della Francia e della Russia; secondo, un "proclama insurrezionale" sequestrato ad un pastaio di Petralia Soprana, col quale s' invitavano ad insorgere «gli operai, figli dei Vespri».
Per attuare il progetto repressivo fu incaricato il generale Morra di Lavriano, cui vennero conferiti pieni poteri e 60 mila soldati, il quale eseguì l'incarico con una spietatezza inaudita, accanendosi contro masse inermi con metodi brutali e cruenti, che produssero 112 morti fra i lavoratori e una sola vittima fra le forze dell'ordine.
La repressione dei Fasci ha segnato la vicenda umana e politica dello statista riberese. Tuttavia, gli storici non sembra vi abbiano dato un peso adeguato: alcuni l'hanno minimizzata, altri, addirittura, sottaciuta, forse a causa di un malinteso patriottismo sicilianista. Massimo Ganci, nel suo libro "Il caso Crispi", ne addebita la causa «all'ombrosa emotività di Crispi, il quale vedeva trame e nemici laddove non esistevano». Per molti storici è una giustificazione riduttiva per motivare quella strage, che costò la vita a centinaia di lavoratori, di giovani e di donne, che mandò in carcere e in esilio migliaia di dirigenti sindacali, che sconquassò decine di comuni e che soffocò sul nascere il primo movimento emancipatore della Sicilia post-unitaria.
Con la liquidazione dei Fasci l'isola perderà tutti gli appuntamenti successivi con la storia del progresso sociale e civile dell'Italia. Per rievocare questo avvenimento cruciale ci avvarremo dei resoconti parlamentari e di alcuni organi di stampa dell'epoca, che descrivono le famose "prove" che supportarono il discorso di Crispi, del 28 febbraio 1894, alla Camera dei deputati. Ecco alcune citazioni storiche: «Le relazioni con lo straniero erano pure avviate; ma le definitive decisioni furono prese in un convegno tenuto in dicembre a Marsiglia. Fu stabilita la insurrezione per la metà di febbraio, ma fortunatamente mancò in alcuni la virtù della pazienza. Si faceva correre la voce che una guerra sarebbe scoppiata nel 1894, si parlava dell'invasione del Piemonte; di flotte vincitrici nel Mediterraneo, dell'autonomia siciliana, e anche di un porto da darsi alla Russia, che assumerebbe la protezione dell'isola nostra».
Questo a proposito del "Trattato di Bisacquino", mentre per denunciare la mancata insurrezione di Petralia Soprana venne letto il testo del proclama sequestrato al pastaio: «Operai! Figli del Vespro! Ancora dormite? Corriamo al carcere a liberare i fratelli. Morte al Re, agli impiegati. Abbasso le tasse. Fuoco al municipio e al casino dei civili. Evviva il fascio dei lavoratori! Quando le campane della Matrice e del Salvatore suoneranno, assieme corriamo armati al castello, ché tutto è pronto per la libertà».
Presto si scoprirà la ridicola infondatezza del famoso "Trattato internazionale di Bisacquino", così chiamato non perché sottoscritto nel piccolo comune del palermitano, ma perché inventato, di sana pianta, dall'ispettore napoletano Sessi, delegato di pubblica sicurezza a Bisacquino. La questione fu portata in parlamento anche da Felice Cavallotti il quale, nella seduta del 23 aprile 1894, dopo aver ricordato ad un imbarazzato capo del governo, «quando Francesco Crispi, nel 1877, a proposito dello stato d'assedio in Sicilia, denunziava i falsi rapporti dei questori e dei prefetti», ironizza sul «famoso trattato fra l'imperatore di Russia, il presidente della Repubblica francese e l'onorevole De Felice (che, di lì a poco, a causa di questo fantomatico trattato verrà condannato a 18 anni di carcere ndr)».
Ancora più bizzarra è la storia del proclama insurrezionale di Petralia Soprana che Crispi, in polemica con un incredulo Camillo Prampolini, assicurò essere autentico e "firmatissimo". Fu Napoleone Colajanni, in un articolo dal titolo "Un romanzo inverosimile", pubblicato il 7 marzo 1984 su "Il Secolo" di Milano, a sbugiardare il capo del governo, denunciando l'artificiosità di detto proclama, frutto della fantasia malefica, della vendetta d'amore del vice cancelliere della locale pretura «perdutamente innamorato di una bella donna moglie di un pastaio. La donna amata non dette ascolto alle disoneste proposte del vice cancelliere e questi, sempre più innamorato e adontato dalle ripulse, le scrisse che, se non consentiva di dargli almeno un bacio, nella qualità di vice cancelliere, avrebbe fatto nascere un diavolo nella sua casa!». Di fronte all'ulteriore rifiuto il funzionario «passò a vendicarsi nel modo più scellerato. Scrisse precisamente il manifesto firmatissimo impostandolo nella vicina Petralia Sottana all'indirizzo del marito di quella povera donna che aveva respinto le sue laide proposte e scrisse due lettere anonime: una al delegato di Pubblica sicurezza, l'altra al brigadiere dei Reali carabinieri, denunziando a loro l'odiato marito come un anarchico che aveva ricevuto del denaro e della dinamite per promuovere la rivoluzione e additò in prova delle sue asserzioni il fatto che per mezzo della posta doveva arrivargli un manifesto sovversivo».
L'ignaro pastaio fu arrestato sulla base d'imputazioni gravissime «allora la povera moglie vinse ogni riserbo e denunziò il vice cancelliere; questi interrogato confessò il tutto allegando a propria scusa l'aberrazione mentale cagionatagli da una fatale passione!». «E con documenti di questo genere – conclude il Colajanni – si è imbastito un processo scellerato, mostruoso».
Che figura, per il grande statista di Ribera.
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Deve essere una vocazione naturale, per la classe dirigente borghese, quella della supercazzola infame...
In questa incerta vigilia di guerra, chissà quante "prove" si stanno fabbricando ai piani alti della politica e dei servizi segreti. Niente di nuovo sotto il sole. Fin dagli albori della storia, la mala politica ha fatto ricorso alla menzogna, alla contraffazione, ha imbastito intrighi e represso complotti immaginari, per liquidare oppositori o paesi ostili. La "ragion di Stato" è stata l'alibi per tante nefandezze. Una di queste sicuramente è stata la sanguinosa e illegale repressione del movimento dei Fasci dei lavoratori siciliani, decretata il 3 gennaio 1894, da Francesco Crispi, capo del regio Governo e ministro dell'Interno, sulla base di "prove" false, costruite a tavolino dagli apparati polizieschi, che lo statista, nato a Ribera, ha sbattuto in faccia agli oppositori socialisti e radicali, nel corso degli infuocati dibattiti parlamentari che precedettero e seguirono la dichiarazione di "stato di assedio" della Sicilia.
In pratica, il siciliano Crispi fece quello che il piemontese Giolitti, suo predecessore, si era rifiutato di fare: reprimere senza valide motivazioni un movimento popolare, di natura mutualistica e sindacale, reo soltanto di rivendicare nuovi patti agrari e più umane condizioni di lavoro nelle miniere. Per Crispi e per gli agrari il movimento dei Fasci doveva risultare eversivo, portatore di un disegno insurrezionale mirante a scardinare l'integrità territoriale del giovane Stato unitario, tale cioè da giustificare lo stato d'assedio e l'applicazione del codice penale militare, in forza del quale sospendere le libertà civili, arrestare, condannare, esiliare e "giustiziare" i dirigenti, compresi i deputati in carica.
In pochi giorni, zelanti funzionari fornirono al governo le "prove" del grave complotto, ovvero due assurde montature: primo, il "Trattato internazionale di Bisacquino" (che sarebbe stato sottoscritto dai una parte dai rappresentanti del governo francese e dello zar di Russia e dall'altra parte dall'onorevole De Felice Giuffrida, capo dei Fasci, dagli anarchici e da emissari del Vaticano), mirante a staccare la Sicilia dall'Italia per porla sotto la protezione della Francia e della Russia; secondo, un "proclama insurrezionale" sequestrato ad un pastaio di Petralia Soprana, col quale s' invitavano ad insorgere «gli operai, figli dei Vespri».
Per attuare il progetto repressivo fu incaricato il generale Morra di Lavriano, cui vennero conferiti pieni poteri e 60 mila soldati, il quale eseguì l'incarico con una spietatezza inaudita, accanendosi contro masse inermi con metodi brutali e cruenti, che produssero 112 morti fra i lavoratori e una sola vittima fra le forze dell'ordine.
La repressione dei Fasci ha segnato la vicenda umana e politica dello statista riberese. Tuttavia, gli storici non sembra vi abbiano dato un peso adeguato: alcuni l'hanno minimizzata, altri, addirittura, sottaciuta, forse a causa di un malinteso patriottismo sicilianista. Massimo Ganci, nel suo libro "Il caso Crispi", ne addebita la causa «all'ombrosa emotività di Crispi, il quale vedeva trame e nemici laddove non esistevano». Per molti storici è una giustificazione riduttiva per motivare quella strage, che costò la vita a centinaia di lavoratori, di giovani e di donne, che mandò in carcere e in esilio migliaia di dirigenti sindacali, che sconquassò decine di comuni e che soffocò sul nascere il primo movimento emancipatore della Sicilia post-unitaria.
Con la liquidazione dei Fasci l'isola perderà tutti gli appuntamenti successivi con la storia del progresso sociale e civile dell'Italia. Per rievocare questo avvenimento cruciale ci avvarremo dei resoconti parlamentari e di alcuni organi di stampa dell'epoca, che descrivono le famose "prove" che supportarono il discorso di Crispi, del 28 febbraio 1894, alla Camera dei deputati. Ecco alcune citazioni storiche: «Le relazioni con lo straniero erano pure avviate; ma le definitive decisioni furono prese in un convegno tenuto in dicembre a Marsiglia. Fu stabilita la insurrezione per la metà di febbraio, ma fortunatamente mancò in alcuni la virtù della pazienza. Si faceva correre la voce che una guerra sarebbe scoppiata nel 1894, si parlava dell'invasione del Piemonte; di flotte vincitrici nel Mediterraneo, dell'autonomia siciliana, e anche di un porto da darsi alla Russia, che assumerebbe la protezione dell'isola nostra».
Questo a proposito del "Trattato di Bisacquino", mentre per denunciare la mancata insurrezione di Petralia Soprana venne letto il testo del proclama sequestrato al pastaio: «Operai! Figli del Vespro! Ancora dormite? Corriamo al carcere a liberare i fratelli. Morte al Re, agli impiegati. Abbasso le tasse. Fuoco al municipio e al casino dei civili. Evviva il fascio dei lavoratori! Quando le campane della Matrice e del Salvatore suoneranno, assieme corriamo armati al castello, ché tutto è pronto per la libertà».
Presto si scoprirà la ridicola infondatezza del famoso "Trattato internazionale di Bisacquino", così chiamato non perché sottoscritto nel piccolo comune del palermitano, ma perché inventato, di sana pianta, dall'ispettore napoletano Sessi, delegato di pubblica sicurezza a Bisacquino. La questione fu portata in parlamento anche da Felice Cavallotti il quale, nella seduta del 23 aprile 1894, dopo aver ricordato ad un imbarazzato capo del governo, «quando Francesco Crispi, nel 1877, a proposito dello stato d'assedio in Sicilia, denunziava i falsi rapporti dei questori e dei prefetti», ironizza sul «famoso trattato fra l'imperatore di Russia, il presidente della Repubblica francese e l'onorevole De Felice (che, di lì a poco, a causa di questo fantomatico trattato verrà condannato a 18 anni di carcere ndr)».
Ancora più bizzarra è la storia del proclama insurrezionale di Petralia Soprana che Crispi, in polemica con un incredulo Camillo Prampolini, assicurò essere autentico e "firmatissimo". Fu Napoleone Colajanni, in un articolo dal titolo "Un romanzo inverosimile", pubblicato il 7 marzo 1984 su "Il Secolo" di Milano, a sbugiardare il capo del governo, denunciando l'artificiosità di detto proclama, frutto della fantasia malefica, della vendetta d'amore del vice cancelliere della locale pretura «perdutamente innamorato di una bella donna moglie di un pastaio. La donna amata non dette ascolto alle disoneste proposte del vice cancelliere e questi, sempre più innamorato e adontato dalle ripulse, le scrisse che, se non consentiva di dargli almeno un bacio, nella qualità di vice cancelliere, avrebbe fatto nascere un diavolo nella sua casa!». Di fronte all'ulteriore rifiuto il funzionario «passò a vendicarsi nel modo più scellerato. Scrisse precisamente il manifesto firmatissimo impostandolo nella vicina Petralia Sottana all'indirizzo del marito di quella povera donna che aveva respinto le sue laide proposte e scrisse due lettere anonime: una al delegato di Pubblica sicurezza, l'altra al brigadiere dei Reali carabinieri, denunziando a loro l'odiato marito come un anarchico che aveva ricevuto del denaro e della dinamite per promuovere la rivoluzione e additò in prova delle sue asserzioni il fatto che per mezzo della posta doveva arrivargli un manifesto sovversivo».
L'ignaro pastaio fu arrestato sulla base d'imputazioni gravissime «allora la povera moglie vinse ogni riserbo e denunziò il vice cancelliere; questi interrogato confessò il tutto allegando a propria scusa l'aberrazione mentale cagionatagli da una fatale passione!». «E con documenti di questo genere – conclude il Colajanni – si è imbastito un processo scellerato, mostruoso».
Che figura, per il grande statista di Ribera.
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Deve essere una vocazione naturale, per la classe dirigente borghese, quella della supercazzola infame...
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